Salve Scriptiani!

Sono di nuovo io, Rebecca, e mi ritrovo a scrivervi tra un colpo di tosse e l’altro. Questo inverno si è preso anche me, ma almeno questi giorni posso dirmi contenta: Fiori di Vetro ha vinto il Green Award agli Italian Writers Awards di Wattpad! Dire che sono felice è dire poco, quindi colgo l’occasione di ringraziare di cuore tutti coloro che mi hanno sostenuto, compresi i ragazzi di Scripta!

Ma bando alle ciance, o ciancio alle bande! Nel mio articolo precedente vi ho parlato delle parole, delle loro sfumature, del loro uso, e soprattutto della loro onestà… Perché sì, l’onestà è alla base della scrittura. Con l’articolo di oggi invece, voglio incoraggiarvi a essere scrittori sicuri di ciò che scrivono, sicuri delle proprie affermazioni, della propria narrazione. Scrittori coraggiosi, non timidi.

E no, non è un articolo di tipo motivazionale, non è un articolo che vi racconterà le peripezie di qualche scrittore famoso che è passato dalle stalle alle stelle… È un articolo sulla scrittura. Sulle parole. Per la precisione, è un articolo sui verbi.

Come può un verbo rendere una scrittura più incisiva? È presto detto. Non è il verbo in sé, ma come lo si usa.

Come sappiamo più o meno tutti, i verbi hanno una forma attiva e una forma passiva.

Nella forma attiva il soggetto compie l’azione, mentre nella forma passiva, il soggetto la subisce. Per quanto grammaticalmente parlando le due forme siano entrambe corrette, dal punto di vista dell’impatto sul lettore hanno pesi molto diversi.

Attiva: Rebecca uccise il mostro.
Passiva: Il mostro fu ucciso da Rebecca.

Il significato è identico, l’effetto diverso. La frase nella sua forma attiva è incisiva, è concisa. È una costruzione diretta da cui non si ha scampo, da cui nemmeno il mostro ha scampo.  E, per quanto io per adesso ancora non sia cacciatrice di mostri, la frase nella sua forma attiva mi rende giustizia. Rebecca ha ucciso il mostro. Lei lo ha fatto, lei ha compiuto l’azione decisiva, lei è l’eroe (o il cattivo) della storia.

Dall’altra parte, il mostro è stato ucciso da Rebecca. Rebecca va quasi in secondo piano, eppure è lei che ha compiuto l’atto, glorioso o meno. La costruzione è più elaborata, quindi meno diretta. Lo stesso verbo uccidere perde di potenza, potremmo dire che viene mortificato. L’attenzione è sul mostro, ma anche lì… È un soggetto che subisce, quindi potremmo dire che non è nemmeno una morte epica. Perde di importanza, perde di dinamicità. Perde di impatto.

In base a questo, faccio ancora mie le parole di Stephen King in On Writing

Dovete evitare la forma passiva.

Perché? Perché dovete dare risalto all’eroe, e dignità al mostro che muore.

La voce passiva non fa paura. Evita di affrontare l’ansia dell’azione; il soggetto non ha che da chiudere gli occhi e pensare all’Inghilterra, per parafrasare la regina Vittoria.

Non dovete avere paura dell’azione, che sia quella di uccidere un mostro, o di accendere la luce. Siete voi che scrivete, siete voi i registi. Prendetevi la piena responsabilità delle vostre parole.

King addirittura accenna a come una voce passiva possa dare autorevolezza o solennità al lavoro. Cito di nuovo.

Il timido scrive:

La riunione sarà tenuta alle sette

Perché una voce interiore gli dice: « Scrivila così e la gente crederà che sai il fatto tuo». Sbarazzatevi di questo proditorio pensiero! Non fate i fifoni! Pancia in dentro, petto in fuori, e sparatela papale papale! Scrivete:

La riunione è alle sette.

È diverso? Sì. La prima forma potremmo dire che è quasi impersonale -che può andar bene per comunicazioni lavorative magari, o per i manuali d’istruzioni. Ma un libro, un romanzo, non è un testo formale, a meno che non debba imitare la formalità per necessità narrativa. Un romanzo è azione. Abbiate coraggio delle sue azioni, e quindi delle vostre. Quella dannata riunione è alle sette, lasciate che siano gli impiegati del comune a dire che si terrà alle sette. Voi siete degli scrittori, perbacco! Siete dei pazzi visionari pieni di epicità! Abbracciatelo con tutto il vostro essere!

Allo stesso modo, quando la situazione lo richiede, fate in modo che anche i vostri personaggi siano certi delle loro azioni. In che modo?

L’eroe non prova a fare una cosa. L’eroe la fa e basta. Il farla poi non implica di certo il successo, ma nella sua testa non è che tenta. E voi mi direte “Eh, ma se Rebecca uccide il mostro, non puoi dire che non abbia successo.” e avete ragionissima.

Ma allora facciamo un passo indietro.

Rebecca provò a uccidere il mostro.

Rebecca può riuscirci, come no. Ma io onestamente, se devo affrontare un mostro, non ci vado con l’intento di provare a ucciderlo. Io parto con la volontà di ammazzarlo. Se poi fallisco, è un problema secondario. Ma io voglio fare quella cosa, non provo a farla.

Nel caso specifico, uccidere è un verbo definitivo. Come gestire la cosa? Cambiando i verbi, rimanendo attiva, e magari spezzando le azioni.

Rebecca sparò al mostro.
Il mostro morì.

Rebecca gli spara. Non prova a farlo, non prova a ucciderlo, lei preme il grilletto. Non sa se lo coglierà, fatto sta che spara. È ferma nella sua azione, nella sua volontà, anche perché probabilmente è questione di vita e di morte. E il mostro? Il mostro muore. Muore, e lo fa in maniera attiva. Ha la dignità, ha il giusto rilievo in quanto antagonista.

E se Rebecca sbaglia, e il mostro non muore? Voi  in qualità di registi lo sapete già da prima, quindi potreste giustamente cadere nella tentazione di scrivere che Rebecca provò a colpire il mostro, ma fallì. Ma alla povera Rebecca, che la storia la sta vivendo in prima persona, non ci pensate? Lei vuole colpirlo, non vuole tentare! Non mettete in dubbio la sua volontà, solo perché voi sapete come andrà a finire.

Considerate anche anche il fatto che con quel “provò, ma fallì” al lettore levate la suspance del momento. Gli levate l’emozione di sentire l’esplosione del colpo, e di seguire il volo del proiettile; gli impedite di trattenere il fiato in attesa di vederlo conficcarsi nel mostro, o in alternativa… Proseguire la sua strada oltre di lui. Ragazzi, non è cosa da poco!

Siate scrittori coraggiosi.

Si dice che ne ferisca più la parola della spada, ed è la verità: le parole sono armi potentissime, e tocca a noi saperle usare nel migliore dei modi!

Alla prossima, Scriptiani!