Dottie spalanca gli occhi. La finestra, alle sue spalle, vibra forte. Ci vuole qualche secondo prima che la bambina si renda conto che è stato quel rumore a svegliarla. Un rumore come quello dei bicchieri sul lavello, quella volta che c’era stato il terremoto.
Non è un terremoto però, perché nient’altro nella stanza vibra, e lei si sente ben salda nel suo lettino.
Sente un vuoto nella pancia e brividi le percorrono le gambe.
La finestra scricchiola ancora, e non è una tempesta. Non c’è il rumore del vento.
Deglutisce e stringe forte Tyco. “Ora mi giro”.
Intanto fissa gli occhi per qualche secondo sulla lucina da notte, che illumina l’angolo della stanza accanto al letto.
“Tre…” sussurra all’orecchio di Tyco, l’orsacchiotto più coraggioso del mondo, che dorme di giorno e di notte fa la guardia mentre Dottie dorme.
“Due…” la stanza è quasi completamente buia, eccetto per la lucina azzurra a forma di stella.
“Uno…”
Strizza forte gli occhi e, con Tyco ancora stretto al petto, si gira sulla schiena, poi sul fianco opposto.
Riapre gli occhi, il rettangolo scuro della finestra davanti a sé. E urla.
Urla forte, e lacrime di paura le sfuggono incontrollate dagli angoli degli occhi.
L’intero riquadro è occupato da un enorme ragno nero, appena più scuro del cielo oltre il vetro, ma perfettamente visibile. Sta scuotendo la cornice della finestra con le lunghe zampe, l’addome pulsa contro il vetro.
“Papà!” strilla Dottie fra i singhiozzi. “Papà, papà, papà!”
Chiude gli occhi e affonda il viso nel cuscino. Non rialzerà la testa, non riaprirà gli occhi, e il ragno andrà via.
Ma la finestra continua a scricchiolare. Il mostro non se ne va. Non se ne andrà.
La bimba, con gli occhi ancora chiusi, rotola giù dal letto, trascinando con sé le lenzuola e l’orsetto di pezza, e si rintana nell’angolo più lontano dalla finestra, quello con la stellina azzurra. Si avvolge nel lenzuolo e riprende a gridare: “Papà, papà!” Perché il papà non arriva?
Qualcosa picchietta contro il vetro. Piano. Poi più forte.
Dottie scosta il lenzuolo, poco poco, quanto basta a guardarci attraverso con un occhio solo. Il ragno sta picchiando con due delle sue zampe contro la finestra.
“Papà aiuto!”
Un colpo violentissimo, sferrato con entrambe le zampe.
E se il vetro si rompe?
Con gli occhi fissi sul mostro, annebbiati dalle lacrime, Dottie retrocede verso la porta. Si spinge con entrambi i piedi, strisciando il fondo dei pantaloncini sul pavimento, una mano a terra, l’altra al petto, con Tyco nell’incavo del gomito.
Nel momento in cui la sua spalla sinistra urta lo stipite della porta, si solleva in piedi, scalcia via il lenzuolo, incespica, recupera l’equilibrio e corre verso la camera dove dorme suo padre. La piccola spalanca la porta socchiusa e si precipita verso il letto, ma si ferma di colpo. Scoppia in singhiozzi ancora più forti e le gambe le cedono. Il cuore le batte forte nel petto, così forte che tutto il suo corpicino, accasciato sul pavimento, trema.
L’intero letto, il letto grande dove dorme il papà, è coperto da una ragnatela biancastra. Sale sulla parete fin quasi al soffitto, ha inglobato la testiera e il vecchio tavolino che fa da comodino. La lampada da notte è accesa, si vede il bagliore attutito, attraverso le fibre bavose. Alcuni fili gocciolanti pendono dal lampadario al centro del soffitto, e si ricongiungono all’enorme cumulo che ricopre il letto.
Dov’è papà?
Il ragno ha fatto male al papà.
Il ragno si è mangiato il papà.
“Non è possibile” il pensiero attraversa la testolina dolente di Dottie.
Ma ha visto il bozzolo al centro del letto, l’ha visto appena entrata. Un groviglio di fili grande quanto una persona, con un grosso squarcio al centro.
È vuoto, è pieno? Papà è…
Dottie lancia uno strillo acuto e si precipita fuori dalla stanza, lungo il corridoio, fino alla porta d’ingresso. La maniglia gira, ma la porta non si apre. Frustrata e terrorizzata, pesta i piedi ed emette una serie di gridolini isterici, picchia con i palmi delle mani contro la porta, scuote la maniglia, ma non succede niente.
“Chiave”. La chiave è appesa ad un chiodo sulla parete.
Si gira.
Eccola.
È troppo in alto.
Senza pensare, lancia l’orsetto contro il chiodo. La chiave dondola, Tyco ricade a terra, Dottie lo lancia nuovamente e, al secondo tentativo, l’anello si libera dal chiodo. La bambina recupera chiave e pupazzetto e armeggia con la serratura. Si precipita fuori e inizia a correre. Che fare? Bussare a casa di un vicino, chiamare aiuto per strada, andare alla polizia…
Due braccia l’afferrano per la vita e la bloccano.
Dottie non ha più nemmeno la forza di urlare. Non sono zampe pelose, non è il mostro, non è papà, chiunque sia… “Aiuto” mormora tra le lacrime.
La presa si allenta.
Il signore col cappotto nero le accarezza una guancia. Indossa dei guanti. Al centro del palmo c’è un disegno, con delle scritte e una lettera M.
La piccola solleva gli occhi per guardare in volto il signore del cappotto.
Il respiro le si mozza in gola e i brividi la scuotono nuovamente. Ma proprio non riesce a parlare. Il mostro è dietro di lui e si sta avvicinando. Non fa nessun rumore.
L’uomo incrocia il suo sguardo per un attimo e, con uno scatto, estrae una pistola da una grossa tasca nel cappotto girandosi, con una mezza torsione, in direzione del ragno. Una luce abbagliante ferisce gli occhi di Dottie, stampando infiniti puntini sulla sua rètina.
Quando i puntini iniziano a diradarsi, lo sconosciuto si è chinato ad abbracciarla. Dottie sbatte le palpebre, cercando di vedere oltre la spalla di lui. Gli occhi le fanno male e grosse macchie colorate, in movimento, le offuscano la vista.
Non c’è stato nessuno sparo. Non ha sentito alcun rumore. C’è odore di temporale.
Oltre il corpo dell’uomo, una massa scura, attraversata da bagliori bluastri è riversa a terra.
Non è il mostro.
“…papà?” gli occhi della bambina si riempiono di nuove lacrime.
Un pizzicore alla base del collo, le pupille di Dottie si dilatano e in pochi secondi tutto il mondo scompare.
Il corpicino si accascia fra le braccia dell’uomo, che ripone in fretta la siringa in una delle tasche.
Non lasciare tracce.
Tasta l’altra tasca alla ricerca del Neuter. Il metallo della canna è freddo anche attraverso il guanto.
Prende in spalla la mocciosa col pigiamino zuppo di piscio e si dirige verso l’auto.
Getta un ultimo sguardo al marciapiedi e si accorge dell’orsacchiotto di pezza. Sospira, lo raccatta e lo sistema tra la propria spalla e il pancino della marmocchia.
Non lasciare tracce.
Il corpo accartocciato sul vialetto inizia a dissolversi in un leggero alone scintillante.

 

Racconto di Cassandra Usher.