L’autopsia si concluse a tarda notte, era stanco, ma quel lavoro aveva l’assoluta priorità, su tutto. Il Dottor McSweeny, il gran capo, era entrato assieme a due uomini alquanto singolari, facce torve e lunghi cappotti neri, aveva insistito molto affinché tutto fosse svolto con minuziosa perizia, celerità e riservatezza. Roba da agenzia governativa molto probabilmente. Diamine, dovevano fargli una gran paura, non credeva di aver mai visto McSweeney così sudato.

Si lasciò cadere a peso morto sulla sedia, la luce della lampada da scrivania teneva compagnia all’unica altra luce nell’obitorio; non spegneva mai le lampade della sala settoria, se non prima di andar via, era strano ma gli dava un senso di tranquillità. Si accese una sigaretta. Inspirò lentamente. Trattenne per qualche secondo e con altrettanta calma buttò fuori l’aria.

L’acre odore pervase l’aria, le volute di fumo gli finirono negli occhi, fissi sul Dallas Morning News del giorno prima.
“Kennedy Slain on Dallas Street” recitava la prima pagina, impensabile che qualcuno avesse potuto sparare al presidente, freddandolo in quel modo.

Il mozzicone emanava ancora un po’ di fumo quando iniziò a compilare il referto. Il caso era un vero e proprio macello. Il povero Timothy Doover, “Timmydoo” come lo chiamavano gli amici, aveva solamente nove anni. Nessun bambino dovrebbe mai subire una sorte così brutale e controversa. Secondo i vicini, padre e figlio erano sempre stati molto uniti, si volevano un gran bene. Cosa avesse spinto Jim ad afferrare il collo del figlio, stringendolo tra le nodose mani rimane un mistero. D’altro canto Timmy doveva aver avuto un gran fegato ad afferrare il coltello per difendersi, ne erano la prova i numerosi tagli sulla bocca e le braccia di Jim, senza considerare lo squarcio aperto proprio tra la quarta e la quinta costa, dritto al cuore. Rimaneva tuttavia da spiegare la presenza delle bruciature attorno alle orbite di entrambi e l’enigmatico marchio a fuoco impresso sul loro petto. Uno strano brivido lo aveva attraversato, una leggera scossa, nel momento in cui lo aveva sfiorato. Quel caso era un vero e proprio casino, non invidiava minimamente il detective incaricato.

Incominciò a scrivere e la notte si fece più buia.

Trasalì. Il cuore scalpitava, quasi volesse uscirgli di bocca. Il respiro pesante. Una goccia di sudore freddo gli colò lungo la tempia.

L’obitorio era esattamente come lo aveva lasciato prima di addormentarsi sul referto. Doveva averlo sognato, il pesante e tetro tonfo della cella frigorifera che veniva chiusa. Era il momento di tornare a casa. Il petto gli prudeva, uno strano formicolio lo attraversava da parte a parte. Probabilmente a causa della posizione in cui si era addormentato.

Si stese a fianco alla moglie Mary, contento di avere finalmente un posto comodo su cui riposare. Chiuse gli occhi e si abbandonò alla stanchezza.

Li sentì dal profondo del suo sonno, leggeri e distanti all’inizio, sempre più pesanti e decisi nell’avvicinarsi. Tacchi. Passi rumorosi e sensuali come solo un’andatura ondeggiante sa produrne. Si svegliò sudato e ansimante. Il petto gli bruciava e aveva la mandibola intorpidita. Accese l’abat-jour.

Lei lo guardava da dietro la veletta del cappellino. Occhi azzurri e freddi. I biondi boccoli le cadevano dolcemente sulle spalle, lasciate scoperte dal rosso abito che le avvolgeva le generose curve. Si sedette dal suo lato del letto, a pochi centimetri di distanza. Accavallò le gambe, senza mai togliergli gli occhi di dosso.

Provo a parlare, non ci riuscì. Mary era inerme, abbandonata ai propri sogni accanto a lui. Lei gli appoggiò un dito sulla bocca.

-Sssh, silenzio Dottor Foster, non vorrai mica svegliare tua moglie! Sei stato un bambino molto curioso, vero Jack? Ti è piaciuto il mio diletto?

La mano di lei iniziò ad accarezzargli il viso, spostandosi poi sul petto, sull’addome, sempre più giù. Una strana sensazione, un doloroso e struggente piacere lo pervase. Aveva paura ma non voleva tuttavia che smettesse. La sua voce era affabile, maliziosa, innaturalmente splendida.

-Ti è piaciuto? Però sei stato cattivo, non si gioca con i giocattoli altrui, Timmydoo e il padre sono miei!

Dall’ombra uscì una figura calva e nuda, con occhi neri e le labbra tagliuzzate, in braccio alla creatura un bimbo sorridente lo guardava divertito. Sbatté le palpebre diverse volte, incredulo. Le figure sparirono improvvisamente.

-È ora che tu faccia il bravo, Dottor Foster!

Lo baciò sulle labbra. Il petto gli esplose di dolore, come se un ferro incandescente lo stesse marchiando. Il piacere gli ottenebrò il pensiero e irretì tutti i suoi sensi. Si sentì relegato nella sua mente, spettatore cosciente di una realtà che poteva vedere e percepire, ma sulla quale non aveva nessun controllo.

La donna si alzò e fece per andarsene. Giunta sull’uscio si girò e lo guardò un’ultima volta.

-Buona notte Dottore, mi saluti sua moglie e le sue figlie!

Sparì esattamente come era comparsa, con un deciso e sonoro rumore di tacchi.

Il dottore si girò verso la moglie, allungò le mani e le serrò il collo. Provò a urlare, a fermarsi, ma la sua coscienza non era più in grado di controllare il suo corpo. Assistette a tutto, impotente.

Quando gli uomini coi lunghi capotti neri entrarono, non trovarono persone, solo corpi nei letti e nelle culle.

 

Racconto di Antonio Maria Catena