Tratto da fatti realmente accaduti.

19 Maggio 2017 Mosca.

Il piccolo Andrej stava giocando con il modellino di un caccia, lui stesso lo aveva dipinto di verde e turchese. Lo stringeva nella mano destra correndo e facendolo sfrecciare per tutta la casa, all’inseguimento di un secondo caccia che solo lui poteva vedere, sfiorando cime di montagne e perforando spesse nuvole. Dalla sua bocca uscivano i rumori dei missili che partivano e dei motori che rombavano spingendo gli aerei a velocità folli.
Quando però passò in salotto il duello mortale fu interrotto, vedendo il volto di sua madre triste e sgomento il bambino non poté fare a meno di tornare alla realtà.
«Mamma, stai piangendo?» Chiese con timidezza mista a preoccupazione.
Mamma non rispose ma continuò a fissare la televisione e a quel punto Andrej fece la stessa cosa, cercando di capire. C’era il telegiornale e a fianco alla giornalista che parlava c’era la foto di un vecchio, ad Andrej ricordava una di quelle persone che passavano tutto il giorno al bar sotto casa con un bicchiere in mano. Aveva il naso grosso e leggermente arrossato e gli occhi acquosi erano azzurro chiaro, come il cielo d’estate. Aveva capelli e baffi grigi poco curati.
La giornalista stava dicendo: «…è morto questa mattina per cause naturali nella città di Frjazino dove ha vissuto dopo essersi congedato dall’esercito. La notizia ha fatto il giro del mondo in poche ore…»
A quel punto Andrej, vedendo le lacrime colare lungo le guance della madre, si parò davanti al televisore e disse con tono impaurito: «Mamma, stai male?»

Yelena vide finalmente suo figlio, da quanto tempo era lì? Quella notizia aveva suscitato in lei una valanga di ricordi che l’avevano travolta e nonostante fossero passati così tanti anni, quella ferita era tutt’altro che rimarginata, ma doveva tornare in sé; non voleva spaventare Andrej.
«Sto bene piccolo mio» gli disse aprendo le braccia invitandolo ad abbracciarla, senza però riuscire a staccare gli occhi dall’immagine impressa sullo schermo.
Quando il piccolo Andrej l’abbracciò fece la domanda che lei non avrebbe voluto sentire: «Chi è quel vecchio signore mamma?»
Lei prese un lungo respiro e disse lentamente: «Il nonno, tuo nonno. Non l’hai mai conosciuto purtroppo.»
«E perché è in televisione? È uno importante?»
«Lo è stato, una volta sola, tanto tempo fa…» aveva udito quella storia così tante volte da suo padre che le sembrava di averla vissuta lei stessa, un brivido freddo le corse lungo la schiena nonostante il calore dell’abbraccio di suo figlio.

26 Settembre 1983 Serpuchov 15
Centro di comando occidentale OKO

Stanislav guardò l’orologio, la mezzanotte era passata da qualche minuto. Lui e il capitano Tupolev avevano appena finito di consultare alcuni rapporti del reparto tecnico riguardo ai radar e non vedeva l’ora di accendersi una sigaretta, nel prenderne una dal pacchetto posato sulla scrivania disse: «Allora Petr, avete deciso come chiamare la bambina?»
Il collega scosse la testa energicamente mentre metteva a posto le scartoffie battendole sulla scrivania e rispose: «A me piacerebbe Nasha, ma mia moglie vuole chiamarla Lydia a tutti i costi. È davvero testarda quella donna.»
Una breve e sincera risata uscì dalle pallide labbra di Stanislav. «Sì, con Raisa fu la stessa cosa, alla fine ci accordammo che lei avrebbe scelto il nome del primogenito e io del secondo.»
«Sembra una buona idea! Se non hai bisogno di altro compagno tenente colonello, torno alla mia postazione.»
«Certamente.»
Radunati i fogli in un unico plico, il capitano Tupolev uscì dal suo ufficio e scese la scala che portava alla sala operativa, chiudendo la porta alle sue spalle.
Alzandosi dalla poltrona, Stanislav prese l’accendino appoggiato alla scrivania e fatti pochi passi si fermò di fronte allo spesso vetro di sicurezza.
Dalla parte opposta rispetto al suo ufficio, la parete della sala operativa era interamente occupata da due schermi la cui luce verdognola si rifletteva sui volti dei tecnici seduti alle loro postazioni. Uno schermo riportava l’immagine della Russia, l’altro degli Stati Uniti e vari simboli luminosi indicavano basi di lancio nemiche insieme ad altri obiettivi sensibili.
Il pavimento tra lui e gli schermi, cinque metri più in basso, era interamente occupato da elaboratori e console composte da centinaia di pulsanti colorati, manopole e monitor. In mezzo a tutta quella tecnologia si muovevano, con lo stesso caotico ordine di un formicaio, i quasi cento uomini che si trovavano sotto il suo comando. Indossavano tutti la stessa uniforme verde oliva con ricami rossi e oro.
L’OKO era un posto prestigioso in cui lavorare, pochissimi in Russia conoscevano l’esistenza, lo scopo e l’importanza di quell’installazione.
Con un gesto meccanico accese la sigaretta ed emise un lungo sbuffo di fumo che andò a infrangersi sul vetro, mancavano sei ore alla fine del turno, non vedeva l’ora di tornare nel letto affianco alla sua amata moglie.
L’accogliente ufficio era insonorizzato e l’ufficiale si godette quel silenzio, appena disturbato dal ronzio del sistema di filtraggio e ricircolo dell’aria, a volte si dimenticava che si trovavano a decine di metri sottoterra.
Con calma tornò alla scrivania e si sedette, posò la sigaretta nel già ingombro posacenere e prese in mano il diario di guerra per segnalare le attività effettuate, l’ennesima notte passata a rivedere rapporti e colonne di dati identici a quelli del giorno precedente.
Ovviamente la sirena lo colse completamente di sorpresa, il suono non era solo a un volume esagerato ma aveva anche una tonalità fastidiosa, quasi come le unghie sulla lavagna. Per un attimo pensò a un’esercitazione, ma non ce n’erano in programma per quella notte. Sulla scrivania il pulsante d’emergenza lampeggiava di rosso: da qualche parte erano stati lanciati dei missili ed erano diretti verso la Russia.
L’addestramento prese il sopravvento, premette il pulsante e l’allarme cessò, alzò lo sguardo sui monitor giganti e vide che una delle basi americane stava lampeggiando, il missile era partito dal Montana, ma si rese subito conto che qualcosa non andava: non aveva senso, gli americani ne avevano decine di migliaia, perché lanciarne uno solo?
La sua mano afferrò la cornetta del telefono nero, per le comunicazioni interne, e due secondi dopo disse: «Sezione USK confermate il lancio?»
La sezione USK aveva satelliti dedicati solamente a monitorare il Nord America, non si muoveva niente senza che loro non lo sapessero. L’operatore aveva il fiatone per lo spavento ma riuscì a mantenere un decoroso contegno mentre diceva: «Confermato, lanciato un solo missile, è un Minuteman ci colpirà tra meno di venti minuti.»
Mise giù il telefono pensando che la sezione USKMO, i cui satelliti coprivano l’intero globo, avrebbe sicuramente classificato l’attacco come un falso positivo, l’operatore disse con freddezza: «Confermato signore, abbiamo rilevato la traccia lasciata dal post-bruciatore nella fase di decollo, non ci sono dubbi.»
Adesso stava al capitano Tupolev dare l’ultima conferma: «Tupolev, il radar di terra ha dato riscontri?» Petr ci mise qualche secondo a rispondere: «Negativo signore.»
«Bene, allora si tratta del calcolatore che ha fatto cilecca.»
«Non è detto, non ho dati sufficienti per confermare che ci sia stato un lancio ma nemmeno per negare con sicurezza che ci sia stato.»
Il colonello mise giù il telefono e cercò di analizzare la situazione, avevano bisogno di più dati e più tempo per elaborarli, per avere qualche certezza. Stava cercando di calcolare a mente quanto tempo avevano per reagire quando l’altro telefono sulla scrivania, quello rosso, prese a emettere un penetrante trillo.
Quello era l’unico collegamento con il mondo esterno, con l’alto comando di difesa missilistica. La pesante voce del Generale Vostintsev gli arrivava nell’orecchio con tutta la sua forza, per niente mitigata dalla distanza che li separava.
«Tenente colonello Stanislav Evgrafovich, cosa sta succedendo?» Il sistema di allerta era collegato con Mosca.
«È assurdo generale… è un solo missile…» la sua voce tradì un eccessivo nervosismo.
«Capisco, mantieni la calma e fai il tuo lavoro» detto questo il generale riattaccò.
Doveva avere una doppia conferma, ordinò a tutte le sezioni di rifare i calcoli e rimase in attesa. Sperava con tutto sé stesso che si trattasse di un abbaglio del sistema, dopotutto era operativo soltanto da un anno e la tecnologia del tutto nuova; un errore era possibile.
Immaginava, una volta tornato a casa, di ridere con sua moglie di quella volta che il computer aveva erroneamente riportato un attacco e dello spavento che aveva fatto prendere a tutti loro.
Ma quel pensiero fu spazzato via dal suono della sirena, sullo schermo comparvero altri quattro puntini luminosi, uno dietro l’altro, come una scolaresca ben disciplinata o un plotone di soldati in marcia.
Il telefono nero gli parve trillare con ferocia, era la sezione del Nord America: «Qui USK, ci sono stati altri quattro lanci signore.»
Seguì a ruota il rapporto della sezione USKMO che fu identico. Quello poteva essere un attacco, di portata decisamente modesta ma sempre un attacco. L’unica conferma che mancava era quella del radar di terra e nell’attesa la mente di Stanislav prese a galoppare, aveva meno di dieci minuti per prendere una decisione.
Se avesse confermato l’attacco ai suoi superiori, questi avrebbero lanciato un contrattacco su vasta scala; la terza guerra mondiale sarebbe durata meno di un’ora.
Cercò di inquadrare quella situazione nella visione d’insieme, come quando alla scuola di ingegneria doveva trovare il guasto in un macchinario.
Gli Stati Uniti stavano davvero attaccando?
I motivi non mancavano, a Marzo Reagan aveva definito l’Unione Sovietica “impero del male” e aveva annunciato la creazione di un sistema di difesa missilistico che avrebbe annullato le capacità offensive sovietiche, lo stato maggiore russo era rimasto scioccato da quell’annuncio, dato che la pace tra le due potenze nucleari era definita dalla distruzione mutua assicurata, se non ci poteva essere un vincitore nessuno sano di mente avrebbe iniziato una guerra, ma se l’equilibrio veniva meno…
Inoltre, qualche settimana prima un aereo civile di una compagnia coreana era stato abbattuto da intercettori russi perché aveva violato una zona militare interdetta al volo, erano morte quasi trecento persone, di cui una quarantina cittadini americani e uno di essi era un membro del congresso americano.
Stanislav ricordò che gli Stati Uniti erano entrati nella Prima Guerra Mondiale perché un sottomarino tedesco aveva affondato un transatlantico con passeggeri americani, un casus belli pressoché identico.
Il risultato di tutto ciò era che la tensione tra i due schieramenti non era mai stata così alta come in quelle settimane.
Sì, era perfettamente plausibile che gli americani stessero attaccando e che avessero lanciato solo cinque missili, per confonderli e fargli perdere tempo prezioso. Era più che possibile.
Guardando il cronometro sugli schermi vide che mancavano meno di tre minuti per prendere una decisione.
Si accorse di avere caldo, un caldo tremendo, come se all’improvviso il suo ufficio fosse diventato una sauna. Stava sudando copiosamente e sentiva che gli girava la testa, l’uniforme lo stringeva come un freddo sudario.
Lui non doveva essere nemmeno lì quella sera, stava facendo un favore a un collega perché era il suo anniversario di matrimonio, che stupido, aveva perso la possibilità di passare gli ultimi momenti con la sua famiglia e invece sarebbe rimasto lì a struggersi per loro.
Si riscosse quando sentì bussare energicamente alla sua porta. Tupolev entrò accompagnato dal caos della sala operativa che inondò il piccolo ufficio, persone che urlavano ordini, cicalii elettronici, tasti che venivano premuti furiosamente.
«Tupolev dimmi che hai qualcosa.»
Il capitano scosse la testa con impotenza: «Ci stiamo lavorando, dovremmo riuscire ad avere delle risposte in poco tempo, l’alto comando ha già chiamato?»
«Secondo te?»
Tupolev ebbe un moto di stizza: «Ma insomma cosa aspetti? Lo sai che ci stanno attaccando, probabilmente c’è un temporale nella zona di lancio nel Montana che acceca il nostro radar di terra.»
Stanislav lo fulminò con lo sguardo: «Non abbiamo ancora la certezza.»
«Stanislav, il calcolatore ha trenta livelli di conferma e sono tutti positivi! Cos’altro ti serve?!»
«Hai idea di quello che succederà quando dirò all’alto comando che siamo sotto attacco? E se gli Stati Uniti non ci stessero attaccando?»
«Lo sai quanto me che era solo una questione di tempo prima che questo potesse succedere!» Il capitano stava perdendo la pazienza.
«Non causerò l’inizio dell’apocalisse finché non avrò dei dati certi. Non pensi a tua figlia?»
Tupolev assunse un’espressione tetra: «Certo che ci penso. So che mia figlia e tutti quelli che sono là fuori, sono spacciati ormai e io non voglio che siano morti invano…» Stanislav pensò per un momento a quando aveva salutato sua moglie quella sera. Le aveva dato un bacio e lei l’aveva salutato agitando la mano insieme ai bambini dalla porta di casa, come sempre.
Era l’ultima volta che li aveva visti? Immaginò la sua casa venire distrutta come se fosse una scatola di fiammiferi e un grande fungo di fumo e polvere troneggiare su di essa. «…dobbiamo rispondere adesso se vogliamo avere qualche speranza di vincere la guerra.»
Quelle parole gli suonarono vuote, vincere? Per conquistare un cumulo di rovine radioattive? Perché solo adesso era in grado di vedere quanto il mondo fosse andato nella direzione sbagliata?
L’insensatezza del gioco a cui stavano giocando sarebbe apparsa lampante anche a un bambino, eppure la classe dirigente composta da militari e politici aveva dirottato ogni risorsa in quella folle corsa agli armamenti il cui traguardo era l’annientamento dell’umanità.
Quand’è che il mondo aveva perso la ragione?
Era stato così preso dalla discussione e dai suoi pensieri che non si era nemmeno accorto di stare fissando Tupolev, si ridestò sentendo il telefono squillare.
Voltandosi verso la scrivania, il suo sguardo non poté fare a meno di posarsi sui tre ritratti appesi alla parete. Il primo a sinistra era quello di Lenin, il cui corpo imbalsamato e conservato al Cremlino si sarebbe aggiunto alle migliaia se non milioni di cadaveri dei cittadini di Mosca. Il secondo ritraeva Stalin con un’espressione sicura e beffarda, anche lui era sepolto al Cremlino e gli sarebbe toccata la stessa sorte del primo. Il terzo rappresentava il corrente Segretario Generale, Jurij Vladimirovich Andropov, probabilmente si trovava già nel bunker sotterraneo dell’alto comando a Mosca e aspettava soltanto di poter rispondere all’attacco.
Tre uomini così distanti nel tempo ma così vicini nelle ultime ore del mondo, osservò Stanislav.
Prese la cornetta del telefono nero con la mano che tremava visibilmente, e per poco non gli sfuggì dalle dita, tanto erano sudate. Alzò lo sguardo verso Tupolev che lo guardava, anche lui tesissimo e poi guardò gli schermi oltre alla vetrata. I puntini erano in viaggio sull’atlantico e stavano tracciando luminose e sottili linee verdi, disegnando un affilato artiglio che si avvicinava sempre più alla Madrepatria
«Parla il colonnello.»
«Qui radar di terra. Signore non abbiamo dati conclusivi, non riusciamo a stabilire se i lanci si siano verificati o meno.»
«La ringrazio soldato» detto questo Stanislav riagganciò, ora stava a lui decidere. Dopo che l’esercito aveva speso milioni in apparecchiature sofisticate e anni di addestramento per il personale, stava a lui dare l’ultima parola.
In quel momento il telefono rosso prese a squillare. Appoggiò i pugni sulla scrivania e osservò quell’apparecchio strillante con odio, mentre il sudore gli colava sulla faccia e lungo la schiena freddo come ghiaccio.
«Cosa gli dirai?» Chiese Tupolev con un filo di voce.
«La verità» disse Stanislav che, non sapendo se stesse per commettere il più grande errore della sua vita e della storia, alzò la cornetta.
«Qual è la sua risposta tenente colonello? Abbiamo poco tempo a disposizione.»
Stanislav guardò gli schermi, guardò il capitano, pensò a sua moglie e ai bambini. Faceva fatica a respirare.
«Generale, il sistema sta dando informazioni errate.»
Il generale emise un lungo sospiro di sollievo: «Ne è sicuro?»
Il capitano lo stava fissando inorridito ed esterrefatto.
«Sì, compagno generale. Ne sono certo.»
Tupolev uscì dall’ufficio sbattendo la porta, non rimaneva che aspettare per conoscere l’esito della sua scelta. Le gambe non lo reggevano più e si sedette sulla poltrona dietro alla scrivania, prese la sigaretta e dopo aver fatto un paio di tiri si accorse che era già bruciata fino al filtro.

La giornalista continuava a parlare: «…Stanislav Evgrafovich Petrov si ritirò dall’esercito un anno dopo l’incidente del 23 settembre, per lavorare nell’azienda che si occupava della costruzione dei sistemi dell’OKO. Tale sistema era così primitivo, all’epoca, che richiedeva un grande lavoro di interpretazione dei dati forniti. L’incidente fu dovuto a un raro allineamento tra la terra, il sole e alcuni satelliti del sistema di allerta, che aveva scambiato la rifrazione solare di nubi ad alta quota per scie di missili. Nei primi anni duemila ha ricevuto vari premi da enti internazionali ed è stato soprannominato “l’uomo che salvò il mondo”. Ma aveva sempre negato ogni merito dicendo che non era un eroe ma soltanto di essere stato al posto giusto al momento giusto.»
Yelena sapeva tutte quelle cose e tante altre.
Da quel giorno suo padre non era stato più lo stesso, dopo essersi ritirato dall’esercito, senza aver ricevuto alcun encomio per aver evitato l’olocausto nucleare, ebbe un crollo nervoso. Il peso che aveva dovuto portare sulle spalle per quella manciata di minuti l’aveva segnato per sempre. Nessun essere umano dovrebbe mai farsi carico di un tale fardello, come potevano pretenderlo?
Lei e suo fratello se n’erano andati di casa appena avevano potuto e la mamma era morta di cancro nel ’97, da allora Stanislav aveva vissuto in completa solitudine, dimenticato.
Disprezzato dalle istituzioni perché aveva messo a nudo le debolezze di un sistema definito infallibile dai pezzi grossi del regime, e loro non potevano essere contraddetti.
«Mamma, cos’ha fatto di speciale il nonno?» Chiese il piccolo Andrej.
«Te lo racconterò, un giorno, per adesso continua a giocare.»