tratto da fatti realmente accaduti

28 settembre 1918

Settore di Marquion, Francia.

«Innestare le baionette!» L’ordine del sergente Cox lo riscosse e percorse tutta la trincea, in risposta ricevette lo scatto metallico di decine di lame fissate in posizione, lucidate e pronte a fare il loro dovere.

Henry guardò i compagni a lui più vicini, Ralphy se la stava facendo sotto come al solito nonostante, come lui, fosse in trincea dal ’14; proprio non gli riusciva di abituarsi alla guerra. Arthur mormorava sommesse preghiere stringendo il fucile con forza eccessiva, mentre Reginald aveva uno sguardo truce e sbirciava oltre lo spalto della trincea per capire cosa li attendesse al di là della terra di nessuno; accarezzando con il pollice il metallo scuro della sua mitragliatrice Lewis.

Secondo i piani, quell’attacco all’alba avrebbe dovuto cogliere completamente di sorpresa i tedeschi. Dal giorno precedente era in corso un’importante offensiva più a nord che aveva attirato l’attenzione del nemico, facendogli credere che gli inglesi non avessero altre forze da lanciare all’assalto.

Quando Ralphy iniziò a tremare visibilmente Henry cercò di confortarlo: «Vedrai che andrà tutto bene, i crucchi saranno ancora nelle loro brande» finì la frase dandogli una pacca sulla spalla che scosse l’amico da capo a piedi.

Un silenzio di tomba permeava nella fossa fangosa che li ospitava, tutti gli occhi erano puntati sul sergente Cox che in una mano stringeva il revolver d’ordinanza e nell’altra un orologio da taschino ammaccato. Sebbene fosse parecchio distante da lui, il silenzio era tale che Henry poteva sentire il nervoso ticchettio dell’orologio.

Quando l’ufficiale lo chiuse, lo schiocco secco e aspro fece sobbalzare Ralphy, riponendolo in tasca con solenne e straziante lentezza, voltando la testa a destra e a sinistra diede un’ultima occhiata agli uomini, dopodiché tuonò con voce possente: «Per il re e per la patria!» E i sottoufficiali presero a soffiare con forza nei fischietti dando il via all’assalto.

Come sempre Henry fu tra i primi a uscire dalla trincea, facendo eco alle parole del sergente. Lo spazio tra loro e le linee nemiche gli era oltremodo familiare, una landa sconquassata dal ferro e dal fuoco, ridotta a uno stato primordiale dalla ferocia umana e dalle macchine da loro create per ammazzarsi.

La compagnia corse a perdifiato saltando ostacoli ed evitando i crateri più profondi, la loro meta non era molto distante, la trincea nemica era a poche decine di metri dalla loro e dietro di essa si ergevano, spettrali nella foschia del mattino, i resti martoriati delle case di un piccolo villaggio di campagna; come fantasmi di un passato lontano secoli dal loro presente.

La luce rosea dell’alba tingeva la condensa a ogni respiro dei soldati e faceva brillare le decine di baionette che si agitavano nell’aria in quella corsa forsennata, regalando un fugace momento di grazia trascurato, prima dello scontro; che iniziò a venti passi dalla trincea dei tedeschi, quando vennero lanciate le bombe a mano.

Henry ne lanciò un paio prima di gettarsi a terra imitato dai commilitoni intorno. Gli scoppi alzarono e sparsero terra in gran quantità, risuonando cupi e tonfi; seguiti dalle tardive urla d’allarme dei difensori.

Gli inglesi scattarono in piedi e si gettarono nel fosso urlando e sparando e infilzando e mietendo vite. Vite giovani, stanche della guerra, proprio come le loro. Si combatteva con tutto ciò che si aveva a portata di mano: mazze, pale, picconi, pistole, la Morte aveva numerosi strumenti con cui portare a termine il proprio lavoro.

Per Henry era diventato qualcosa di naturale, al pari della colazione al mattino o radersi quando c’era l’acqua calda.

Puntava, tirava il grilletto e caricava il proiettile seguente. Infilzava con la baionetta e sfondava crani con il calcio del fucile. Quando raggiungevano una svolta della trincea tiravano delle granate dietro l’angolo, aspettavano l’esplosione e si gettavano su chi era ancora vivo.

I cadaveri giacevano riversi nel fango nelle posizioni più grottesche, in alcuni punti non si poteva fare a meno di calpestarli, Henry sentiva le ossa spezzarsi sotto le suole degli scarponi chiodati; non c’era tempo per essere rispettosi.

La prima linea era stata conquistata, dopo aver riorganizzato la truppa il sergente Cox ordinò di riprendere l’assalto e i soldati uscirono dalla trincea per sciamare all’interno del villaggio.

Il plotone di Henry si spinse in avanti più degli altri e si ritrovò bloccato sotto il fuoco di una mitragliatrice tedesca, le pallottole fischiavano e crepitavano sopra le loro teste mentre si riparavano dietro a un muro diroccato, che vibrava ogni volta che il piombo incontrava un mattone.

Reginald si sporse di poco oltre al muro strizzando gli occhi, si ributtò subito a terra quando una raffica lo sfiorò e urlò: «Non riesco vederla!»

Henry si mise a pensare, la postazione nemica doveva essere distrutta o l’intera compagnia sarebbe rimasta inchiodata lì e i tedeschi avrebbero avuto tutto il tempo di far giungere dei rinforzi e sferrare un contrattacco.

Vide Ralphy che stava appoggiato con le spalle al muro, teneva il fucile tra le gambe mentre con entrambe le mani si calcava con forza l’elmetto in testa.

«Arthur vieni con me, voialtri aspettate qui!» Disse Henry, sulla destra aveva individuato un fossato, forse un vecchio canale di scolo. Ci rotolò dentro seguito dalla figura compatta di Arthur e iniziarono a strisciare, entrambi trascinando il fucile con una mano e tenendo una granata nell’altra.

Il fango freddo e puzzolente gli imbrattò presto l’uniforme, bagnandolo, ma non se ne rendeva conto, era in quello stato di concentrazione acuta che gli permetteva di ignorare tutto ciò che non fosse importante. Freddo, fame, fatica, erano solo parole quando c’erano in gioco le vite dei suoi compagni.

Era ciò che lo spingeva a battersi ogni giorno, a uscire per primo dalla trincea, a offrirsi volontario per andare in avanscoperta. Per quello combatteva, per la politica e gli ideali non c’era posto lì, erano concetti troppo astratti per la realtà della guerra. La quale logorava gli uomini con spietata lentezza, rendendoli sordi e cechi a tutto ciò che li circondava.

Li aveva visti, aveva visto lo sguardo di molti di loro fissare nel vuoto e quello stesso vuoto riflettersi in essi; come se la loro anima fosse stata portata via dal vento, insieme al fumo delle esplosioni e ai gas tossici.

Ciò che rimaneva erano soltanto involucri, uomini già morti che provavano paura ogni singolo istante e che mai avrebbero saputo tornare alla normalità, alla vita, prima di tutto quello, se non come il vago e fumoso ricordo della persona che con orgoglio aveva salutato amici e parenti indossando l’uniforme con i bottoni scintillanti; prima di imbarcarsi sulla nave per l’Europa.

Il canale di scolo era interrotto, ostruito dalle macerie di una casa crollata che utilizzarono come copertura. Rialzandosi in piedi, Henry vide la mitragliatrice sulla sua sinistra e poco più avanti, dall’altra parte della strada alla finestra di quella che doveva essere stata una graziosa osteria. Ma era troppo distante per avvicinarcisi senza essere colpiti, con un piano già in mente si voltò verso Arthur e gli disse: «Torna dagli altri, di’ a Reginald dove mirare e di tenerli impegnati, quando si mettono al riparo mi avvicino e gli lancio una granata sui denti, hai capito?»

Arthur rispose con un cenno e senza fiatare si ributtò nel canale.

Henry si mise a osservare con attenzione l’osteria, la mitragliatrice continuava a vomitare piombo con lunghe raffiche, contò che dovevano esserci almeno tre persone che la stavano operando.

Voltandosi verso i suoi vide che Reginald si stava preparando a sparare e si mise il fucile a tracolla; doveva avere entrambe le mani libere.

Appena sentì la raffica cadenzata e metallica della Lewis, vide i soldati tedeschi mettersi al riparo, Henry balzò fuori dal canale con la velocità di un serpente e arrivato a pochi metri dalla mitragliatrice lanciò con rapidità le granate gettandosi poi a terra. Le esplosioni squarciarono la facciata del pittoresco edificio.

Senza perdere tempo imbracciò il fucile e varcò ciò che rimaneva della porta principale. Dei tre soldati tedeschi non erano rimasti che brandelli maciullati e fumanti, sparsi un po’ ovunque.

«Was ist passiert?!» Henry sentì un uomo urlare dal retro e si lanciò verso quella voce con il fucile spianato.

I due si scontrarono cercando di attraversare la porta sul retro, il tedesco stava portando una cassa di munizioni che deviò la baionetta e gli rovinò addosso. Con prontezza il nemico gli afferrò il fucile cercando di strapparglielo di mano. Quel soldato aveva limpidi occhi azzurri, occhi un tempo gentili, abituati al sorriso; magari di un postino o di un fioraio. Ma una barba scura e incrostata gli copriva il volto, sfigurato dalla brama di uccidere.

Rotolarono avvinghiati uno all’altro sulle spigolose macerie sparse sul pavimento ringhiando come bestie per lo sforzo e la paura.

Henry gli diede una testata e il bordo metallico dell’elmetto aprì un taglio profondo sulla fronte del tedesco che urlò di dolore e sgomento, senza però mollare la presa. Ma il sangue che usciva abbondante dalla ferita lo accecò, Henry ne approfittò per prendere un pezzo di mattone da terra e batterglielo sulla testa più volte, fino a quando il corpo dell’avversario non si afflosciò senza vita su di lui.

Si sentiva la faccia coperta di sangue non suo, caldo e vischioso. Ne sentiva il sapore sulla lingua e l’odore nauseabondo gli riempiva le narici.

Si alzò con calma e andò ad appoggiarsi al muro fuori dalla porta sul retro, per riprendere fiato. Con qualche difficoltà svitò il tappo della borraccia e si gettò dell’acqua sulla faccia prima di berne un lungo sorso, non si sentivano più spari. Ma che aspettavano i suoi ad arrivare?

Un rumore di passi lo riscosse come un colpo di fulmine e in un batter d’occhio si ritrovò a puntare il fucile a un altro soldato tedesco, il dito teso sul grilletto.

Il soldato era giovane, aveva dei baffi a manubrio e uno sguardo profondo, teneva entrambe le mani premute su un fianco dal quale perdeva sangue.

Quell’uomo soffriva, non solo per la ferita, teneva le spalle basse e la testa chinata in avanti. Il volto era una maschera di gesso indecifrabile. Ma gli occhi, gli occhi dicevano tutto. Occhi di un uomo che sapeva di aver perso, non solo quella battaglia, ma l’intera guerra. E nonostante quella consapevolezza continuava a lottare, a eseguire gli ordini. In fondo a quella rassegnazione Henry vide un barlume, l’eco di una luce interiore che ardeva con forza. Odio, quell’uomo odiava il nemico con tutto sé stesso. Quel sentimento aveva una tale forza che Henry, per un attimo, provò un ingiustificato timore. Come se si trovasse sull’orlo di un baratro e un colpo di vento gli avesse fatto quasi perdere l’equilibrio.

Il tedesco portava un fucile a tracolla, avrebbe potuto difendersi ma non mosse un muscolo.

Henry aveva ucciso abbastanza per quel giorno e non avrebbe sparato a un uomo inerme e ferito, perciò abbassò lentamente l’arma.

Il tedesco gli rispose con un cenno e se ne andò.

15 novembre 1940

Coventry, Inghilterra.

Henry guardava le rovine fumanti della cattedrale, intorno a lui le persone correvano e urlavano. Cadaveri coperti di sangue e polvere spuntavano qua e là dalle macerie degli edifici crollati.

Centinaia di bombardieri tedeschi erano arrivati nel pieno della notte, annunciati dal lacerante lamento della sirena antiaerea. Insieme alla moglie era andato nel rifugio di fortuna costruito nel giardino di casa e lì avevano passato tutta la notte ascoltando le esplosioni, pregando e sentendo la terra tremare; come quando era in trincea. Al mattino era uscito per dare una mano a chiunque ne avesse bisogno, insieme a tanti altri.

Camminando per le strade ingombre di detriti aveva visto la graziosa bottega del suo sarto devastata, con i vestiti sui manichini bruciacchiati e logori. Gli specchi del barbiere infranti. Il pub dei veterani bruciato fino alle fondamenta.

Man mano che si avvicinava al centro aveva sentito un groppo montargli nello stomaco e quando era arrivato davanti alla cattedrale, dove si era sposato, faceva fatica a respirare.

Lui avrebbe potuto evitare tutto quello.

Un giorno un uomo gli aveva detto che quel soldato ferito, quello che aveva lasciato andare, aveva fatto carriera e tutto il mondo aveva imparato a conoscerlo per la sua folle brutalità, chiunque ne sentiva pronunciare il nome non poteva fare a meno di provare timore e disgusto.

Non avrebbe mai creduto a quella storia, ma a raccontargliela era stato il Primo Ministro Chamberlain.

Henry si accorse di un ragazzo ben vestito venire verso di lui e quando fu abbastanza vicino questi chiese: «Mi perdoni, lei è il signor Henry Tandey, vero? Il soldato inglese più decorato della Grande guerra…»

Henry aveva già capito dove volesse andare a parare il ragazzo, quella storia era di dominio pubblico: «Sì, sono io.»

«Buongiorno, mi chiamo James Cobb e lavoro per il Daily Telegraph. Come si sente, oggi, nel sapere di aver risparmiato la vita ad Adolf Hitler?»

Non poteva credere che il suo gesto potesse aver avuto tali conseguenze eppure la realtà parlava chiaro, proprio lì davanti a lui. Aveva pensato a quel soldato per anni e per anni aveva rivisto i suoi occhi in maniera così vivida. Non avrebbe mai pensato che quel soldato ferito potesse fare dell’odio uno stendardo attorno al quale radunare un’intera nazione e votarla alla distruzione.

Il vecchio soldato era convinto che l’uomo che aveva risparmiato fosse lui, ma non era davvero certo. Scosse la testa e disse: «Se avessi saputo ciò che sarebbe diventato… avrei tirato il grilletto.»