tratto da fatti realmente accaduti

15 settembre 1940
Inghilterra del sud

Come ogni domenica Jim Early stava giocando a pallone con i suoi amici, in mezzo a Ebury Bridge road pressoché deserta: di passanti in giro ce n’erano ancor meno del solito. Da quando la settimana prima i crucchi avevano iniziato a bombardare Londra con maggiore accanimento, in molti avevano deciso di uscire di casa solo se strettamente necessario e camminando a passo svelto.
In cielo c’erano poche nuvole bianche, come se anche loro volessero evitare di incappare nei velivoli tedeschi, era una di quelle giornate in cui non si doveva uscire con l’ombrello sottobraccio: clima splendido nonostante l’autunno fosse alle porte.
Le prime foglie secche e rugginose, portate dal vento, si accumulavano agli angoli delle strade o davanti agli edifici distrutti dai bombardamenti, dove nessuno più andava.
Jim e i suoi amici avevano sentito così tante volte l’urlo della sirena dell’allarme aereo che quando questo si propagò per l’intera città, non batterono ciglio e continuarono a inseguire il pallone sull’asfalto.

Non riusciva a vedere nulla, il cupolino era completamente coperto di olio nerastro. Si era messo in coda al bombardiere tedesco, in posizione perfetta per abbatterlo e questo dalla coda aveva spruzzato un getto d’olio che l’aveva reso praticamente cieco. Lui non lo sapeva, ma si trattava di un’arma sperimentale, un lanciafiamme per aerei, che però aveva fatto cilecca.
Lasciò passare qualche secondo perché la corrente d’aria ripulisse il vetro e d’improvviso sentì qualcuno che gridava alla radio: «Ray, gli stai andando addosso, scendi di quota!» In quello stesso momento, attraverso la cortina d’olio che andava dipanandosi, Ray poté distinguere la sagoma scura come un corvo del Dornier Do 17 sopra di lui, così vicino che non riusciva più a vedere l’azzurro del cielo, d’istinto spinse la cloche in avanti e buttò il suo Hurricane in picchiata, evitando la collisione.
Alla radio disse: «C’è mancato poco, ritorno in quota e lo abbatto, resta con me Alfred.»
«Ricevuto, Ray, ti seguo.»
Ray riguadagnò quota con il motore che rombava a piena potenza e dopo aver compiuto una stretta virata a sinistra, si ritrovò con il bombardiere tedesco nel reticolo del mirino. Con il cupolino ormai completamente pulito, appoggiò delicatamente il pollice destro sul pulsante della cloche e le otto mitragliatrici del caccia sputarono una grandinata di proiettili, i traccianti brillanti che guizzavano in aria gli ricordavano le luci dell’albero che a Natale aveva addobbato insieme alla sua fidanzata.
L’impatto dei proiettili sulla fusoliera del Dornier scatenò una miriade di scintille e alcuni pezzi si staccarono dal velivolo. In particolare, l’attenzione di Ray fu attirata da un grosso pezzo cella fusoliera che si staccò dal dorso dell’aereo, accadde tutto così in fretta che pensò di avere avuto un’allucinazione.
Non era un pezzo di fusoliera, ma un membro dell’equipaggio che si stava lanciando dalla torretta di coda, il tedesco aprì il paracadute e venne risucchiato all’istante dal vento ma, con grande sorpresa di entrambi, il paracadute si impigliò nell’ala destra del caccia di Ray che guardò esterrefatto il poveretto oscillare nel cielo; a più di duecentocinquanta miglia orarie.
Era la cosa più bizzarra che Ray avesse mai visto, non se ne capacitava, fece l’unica cosa che gli parve sensata in quel momento, piegò la cloche verso destra sperando che la gravità avrebbe liberato il suo caccia da quella zavorra inattesa.
Quando l’ala destra si trovò a puntare verso una distesa di prati verdi e squadrati, delimitati da bassi muri a secco, il paracadute scivolò lungo l’ala e il tedesco schizzò via dietro di lui, cominciando la sua lenta discesa nel cielo azzurro, cullato dal vento. Intorno infuriavano decine di duelli.
Guardandosi intorno Ray si accorse di essere uscito dalla mischia, volava solitario in quel fazzoletto di cielo. Diede un’occhiata alla bussola per cercare di orientarsi e vide che stava volando verso nord. In lontananza, un poco più a destra, poteva distinguere il serpeggiante corso del Tamigi che si addentrava restringendosi nella capitale; era una vista che gli scaldava il cuore.
Gli piaceva volare, gli piaceva la velocità, aveva scoperto quella passione grazie alle automobili e al mondo non c’era niente di più veloce di un aereo.
Prima di diventare pilota di caccia faceva il giornalista di cronaca nera, ma quando nel ’36 la RAF aveva iniziato a reclutare volontari, lui era stato uno dei primi ad arruolarsi, non per superbia o coraggio, ma per dovere. Volare era diventato qualcosa di così familiare per lui che ormai si sentiva più a suo agio a tremila metri di quota che a terra, conosceva bene il suo Hurricane, armato con otto mitragliatrici .303, un po’ goffo nelle manovre, ma solido. La guerra gli aveva tolto quell’armonia che provava mentre…
Un filo di fumo biancastro tagliava il cielo. Poco più in basso rispetto a lui, puntava dritto verso Londra. Seguì quel filo teso e vide un bombardiere tedesco che, incurante del motore destro danneggiato, proseguiva imperterrito nella sua missione. Quella determinazione suscitò una sincera ammirazione in Ray, in pochi avrebbero avuto il fegato di continuare la missione in una zona tanto pericolosa e sorvegliata come il cielo londinese, con un motore danneggiato e in pieno giorno. Ma quell’ammirazione si spense quando l’inglese capì cosa il pilota tedesco aveva in mente.
Il muso dell’aereo puntava qualche grado più a est di Hyde Park, proprio verso Buckingham Palace.
Sentì il sangue ribollirgli nelle vene, non avrebbe permesso a un mangia crauti di distruggere uno dei simboli più preziosi della nazione.
Spinse la manetta al massimo e il caccia balzò furiosamente in avanti all’attacco, aveva il tempo per un solo tentativo prima che il Dornier raggiungesse l’obiettivo.
Per andare sul sicuro ed evitare il rischio di essere colpito dalle mitragliatrici di coda del velivolo, lo superò compiendo un ampio giro che lo portò a trovarsi faccia a faccia con il pilota tedesco. Era troppo distante per vederlo per davvero, ma sentiva il suo sguardo fisso su di sé.
Il bombardiere davanti a lui si faceva sempre più grande, ma ancora non apriva il fuoco, voleva essere sicuro di abbatterlo alla prima raffica.
Il pollice accarezzava il pulsante rosso delle mitragliatrici, l’avrebbe semplicemente sfiorato, come gli era stato insegnato in addestramento, e avrebbe salvato Buckingham Palace.
Quando sentì di non potersi avvicinare di più premette con delicatezza il grilletto e gli si gelò il sangue nelle vene quando non sentì la scarica di spari, aveva finito le munizioni. Non sapendo cos’altro fare, spinse lievemente la cloche in avanti e passò sotto al tedesco che probabilmente si stava chiedendo per quale motivo non fosse già morto e a che gioco stesse giocando l’inglese.
Ray doveva pensare in fretta, niente munizioni. Non poteva abbatterlo. Ma non poteva nemmeno lasciare che il nemico portasse a termine la sua missione distruttrice, non si sarebbe più potuto guardare allo specchio dopo una cosa del genere.
Un’idea gli venne in mente, assurda sì, ma fattibile. Non poteva pensare al rischio che correva, non ne aveva il tempo, il dovere gli imponeva di tentare, a qualunque costo. Aveva giurato che lo avrebbe fatto, davanti a Dio e al Re. Doveva attaccare pur sapendo che avrebbe dato la sua vita.
«Come un’ape che difende la regina…» sussurrò.
Fece una stretta virata a sinistra e manovrò il caccia verso il fianco destro del Dornier.

Dapprima, Jim aveva sentito qualche sparuta raffica di mitragliatrice, portata dal vento, il cui scoppiettio in lontananza gli aveva ricordato le strisce di miccette che faceva esplodere con gli altri ragazzini del suo quartiere a Capodanno.
Aveva smesso di giocare a pallone, così anche gli altri e tutti insieme si erano spostati per poter vedere meglio, scrutando il cielo con occhi avidi nella speranza di assistere a un vero duello aereo, come quelli che mostravano nei cinegiornali, prima dei film al cinematografo.
Da dietro una nuvola bianca e soffice come il cotone che i suoi genitori gli mettevano nelle orecchie durante i bombardamenti, Jimmy vide uscire due aerei, così bassi e vicini che era impossibile sbagliarsi per chi dovessero fare il tifo.
Il rombo nei motori arrivò tanto fievole alle sue orecchie che all’inizio quasi non se ne accorse, ma dopo pochi secondi già riempiva le strade e riecheggiava sotto i ponti sul Tamigi.
I ragazzini intorno a lui erano estasiati, videro il caccia volteggiare attorno al bombardiere, come un predatore che aspetta il momento giusto per attaccare una grossa preda. Si aspettavano da un momento all’altro di sentire le mitragliatrici, ma ciò che accadde li lasciò ancor più stupefatti.
«Perché non spara?» Disse qualcuno senza ricevere risposta. Tutti si stavano chiedendo la stessa cosa.
Videro il caccia passare sotto al bombardiere, fare una virata e lanciarsi contro di esso con l’ala sinistra a coltello, che tranciò la coda del velivolo tedesco, facendolo precipitare senza controllo.
In quei pochi secondi Jimmy capì che il pilota inglese aveva compiuto quel gesto folle, perché lui, i cittadini di Londra e tutto quanto il Regno Unito, potessero vivere in pace e che non avrebbe mai potuto dirgli quanto gli fosse grato. Ma i suoi pensieri vennero interrotti da una potente esplosione che lo scaraventò a terra.

L’impatto era stato violento, l’ala sinistra si era piegata e il caccia era diventato ingovernabile. Aveva aperto il lunotto e mentre l’aereo precipitava in una vorticosa picchiata, era riuscito a lanciarsi ma, non ricordava bene quando, aveva preso un tale colpo al braccio destro che per riuscire ad aprire il paracadute aveva dovuto usare la mano sinistra e ora, appeso al paracadute di seta, guardava sotto di lui il destino che l’attendeva.
Mentre il suo Hurricane andò giù come una meteora, poté osservare il relitto mutilato del Dornier schiantarsi vicino a Victoria Station, a meno di mezzo miglio da Buckingham Palace.
Con grande gioia capì di aver fatto la differenza, aveva salvato un simbolo attorno al quale la nazione si era stretta durante l’ora più buia, come un faro luminoso in una nera notte di tempesta.
Ma la gioia non durò molto, si accorse che stava scendendo verso i binari di Victoria Station sopra i quali si estendeva una ragnatela di cavi elettrici, quelli usati dai treni, che l’avrebbero fulminato come un moscerino.
La sua eroica impresa sarebbe terminata nel più beffardo nei modi, di lui non sarebbe rimasto che un mucchietto di cenere fumante avvolto nell’uniforme da aviatore. Mentre si immaginava quella scena raccapricciante, una brezza leggera spirò da est salvandogli la vita, sotto le suole degli stivali di cuoio Ray vide i binari lasciare il posto ai tetti di ordinate villette a schiera. Sembravano così graziose viste dall’alto, gli ricordavano i plastici nelle vetrine dei negozi di giocattoli. Ma si stavano avvicinando molto in fretta e quelle graziose villette a schiera erano a tre piani, un bel volo se non fosse riuscito a fermarsi sul tetto; le tegole scure sembravano scivolose come un pavimento al quale era appena stata messa la cera.
Non c’era molto che potesse fare per prepararsi all’impatto, se non stringere con forza le corde del paracadute e pregare. La botta gli svuotò i polmoni, ebbe soltanto il tempo di rendersi conto che stava scivolando e un attimo dopo sentì silenzio e l’aria fischiare nelle orecchie, stava cadendo. In quei pochi secondi i suoi pensieri si accavallarono così numerosi e vividi che gli sembrò di cadere per ore.
Pensò alla sua fidanzata che non era riuscito a sposare, ai figli che non avrebbe mai avuto, ai suoi genitori che avrebbero pianto l’ennesimo pilota della RAF morto combattendo gli sporchi nazisti e… uno strattone secco interruppe i suoi pensieri, aveva colpito la strada, dunque così era la morte. Netta, improvvisa, un attimo prima lotti con tutte le tue forze, preghi e speri di salvarti e un attimo dopo diventi materia inanimata.
Ma qualcosa non tornava, sentì gli uccellini cantare e la stessa brezza di prima accarezzargli il volto sudato per la paura, non si era nemmeno reso conto di aver chiuso gli occhi durante la caduta e avvertì un fortissimo dolore all’inguine, l’imbracatura per poco non lo castrava. Sbatté le palpebre più volte e vide le punte dei suoi stivali sollevate un paio di spanne da terra, allora guardò in alto e capì che il paracadute si era impigliato in un comignolo, evitandogli di sfracellarsi al suolo. Quel giorno il suo angelo custode aveva fatto gli straordinari.
Sentì crescere dentro di sé un’incredula gioia, vivo, era vivo! In una manciata di minuti aveva rischiato la vita più volte, ma l’aveva scampata e non si era mai sentito così felice come in quel momento. Tremava, ma non per la paura, aveva bisogno di muoversi, saltare, correre, rotolare, ridere e piangere. Si sganciò dall’imbracatura e facendo qualche passo incerto, vide dall’altra parte di una staccionata due ragazze che lo fissavano sbigottite.
Senza sapere il perché, scavalcò la recinzione togliendosi il casco di volo con gli occhialoni.
Gli occhi di quel pilota dai capelli chiari e spettinati sprigionavano una tale e sincera gaiezza, così sublime, che ne vennero contagiate. Lo strinsero con calore e gli diedero baci e abbracci affettuosi come se si conoscessero da una vita, come se fosse il loro fratello ritornato incolume dalla guerra.
Ray andò in strada e vide intorno a lui accorrere dei civili, i loro volti erano illuminati da sorrisi luminosi, estasiati dall’atto di eroismo a cui avevano assistito, uno di essi, un ragazzino, stava fermo in mezzo alla strada come incantato.

L’Hurricane si era schiantato dove qualche secondo prima stavano giocando a pallone, in mezzo alla strada, era precipitato a una tale velocità che aveva scavato un profondo cratere nella strada e aveva spaccato una tubatura dell’acquedotto dalla quale aveva iniziato a fuoriuscire un furioso getto d’acqua, che aveva dato vita a un flebile arcobaleno, ma in pochi lo avevano visto, tutti gli occhi erano puntati sul pilota inglese appeso al paracadute.
Con le scarpe zuppe, Jim si era messo a correre come chiunque altro avesse assistito a quella scena, cercando di indovinare dove sarebbe atterrato.
Aveva svoltato in una strada che si infilava tra due schiere di case e l’aveva trovato lì, assalito dalla folla festante, con la divisa di un blu elegante che veniva strattonata a destra e a manca.
Le persone intorno a lui divennero così tante che lo alzarono portandolo in giro come se fosse una preziosa reliquia, Jim seguì quel corteo rumoreggiante per le strade, c’era chi piangeva e chi rideva. I mesi di duri bombardamenti sulla città avevano scosso il morale dei londinesi che finalmente avevano un eroe in carne e ossa da festeggiare, come i cavalieri di un tempo di ritorno dalla terra nemica.
Ma quei festeggiamenti si fermarono quando il pilota vide un taxi e lì si fece portare, strinse ancora qualche mano e ricevette le ultime pacche sulle spalle. Jim si avvicinò il più possibile, aprendosi un varco tra le persone radunate attorno alla macchina, vide il pilota aprire la portiera, abbracciare con lo sguardo le persone per cui aveva rischiato la vita e dire al tassista: «Mi porti alla base del 504° stormo.»
Il taxi partì sgommando salutato da decine di mani ondeggianti e fazzoletti appesantiti dalle lacrime. Jim capì che quel pilota aveva capito quanto tutto loro gli fossero grati, a lui e a tutti quelli che si battevano nei cieli, sulle spiagge, nei campi e per le strade, proprio come aveva detto Churchill.