Quando Federico mi ha contattato tramite mail, la settimana scorsa, per chiedermi quale fosse il mio “background” preferito, beh, la cosa mi aveva un attimino spiazzato. Background è una parola troppo generica, secondo me. Intendeva il background di un particolare personaggio a cui sono affezionato? Oppure una pre-storia per un nuovo racconto da mandare su Scripta? O Magari l’antefatto per una nuova campagna GDR di cui sono all’oscuro? Alle mie perplessità Federico si è scusato subito, dicendomi che aveva semplicemente sbagliato termine, e che intendeva dire “backdrop”. Al che la cosa mi ha insospettito ancor di più, tanto che, alle mie ignoranti e perplesse richieste di delucidazione in merito, l’autore, con garbo e cortesia, ha risposto: “Se dovessi ritrovarti un fondale animato alle spalle, quale preferiresti che fosse?”. Io quella cosa non è che l’avessi capita poi tanto bene, ma per non fare la figura dell’imbecille mi sono limitato a rispondergli un po’ ironicamente (un po’ neanche tanto) che un harem di waifu vestite in maniera succinta e dalle forme generose sarebbe stato gradito.
A quella mail, Federico si è limitato a rispondermi con un semplice e freddo “ok”, anche se sono abbastanza convinto che, in quel momento, le lenti dei suoi occhiali si siano illuminate di luce propria e un sorriso malefico si sia dipinto sul suo volto, ma procediamo con ordine. Lì per lì io avevo parecchie cose da fare, pertanto, un po’ per impegno, un po’ per dimenticanza, il fatto era passato piuttosto in sordina. Ma d’altronde, questa è la vita, no? Sapevo che avrei dovuto intervistarlo e lui sapeva di dover essere intervistato, prima o poi, pertanto s’era parcheggiato un po’ il tutto, come succede sempre.

Fino a stamattina.

Quando il postino ha suonato alla porta, gridando come se il citofono non fosse a un millimetro dalla sua bocca che c’era un pacco per me, beh, io ho pensato: “Finalmente, qualcuno comincia a farmi regali solo per ringraziarmi della mia esistenza!“. Ma le mie previsioni fin troppo narcisistiche sono crollate non appena l'”unboxing” del millantato presente è terminato. Dentro la scatola bianca, impacchettata dentro altre due scatole bianche come fosse un packaging vecchio stile della apple, c’erano soltanto un paio d’occhiali. Sopra gli occhiali, c’era un biglietto bianco, ripiegato dentro una busta bianca.  Sul biglietto bianco, soltanto una scritta: “Indossalo :3”.

Lì per lì ebbi un brivido al pensare al perché mai avrei dovuto indossare degli occhiali trovati dentro un pacco arrivato da chissà dove.
E se fossero stati degli occhiali rettiliani del famoso gruppo Bilderberg? Inviatimi dalla Divisione NWO di Mozzagrogna solo per dominarmi la mente non appena li avessi indossati? Ma dovevo perseverare, dopotutto i veri uomini si vedono sempre nel momento in cui devono indossare degli occhiali. Pertanto sono andato in bagno, ho fatto pipì e mi sono fatto coraggio.

Dentro quegli occhiali c’era un intero mondo ad aspettarmi, un mondo popolato da waifu succinte che ridacchiavano e cincischiavano alla mia presenza, e che come una massa informe, tra un gemito, un risolino e uno “yamete” sottovoce, mi hanno spinto verso una sala circolare enorme, gigantesca, dalle luci al neon azzurre tutte attorno e ricolma di droni sferici roteanti. Al centro di questa sala c’era un tavolino nero, molto basso, molto minimal, di quelli che non trovi a Ikea, roba di alto design. Ai lati del tavolino due sedie identiche, nere anche queste, una vuota e l’altra con Federico Ricci seduto sopra, rigorosamente in pigiama lungo e pantofole.

«Quindi, ti piace il tuo Backdrop?».

La massa di giovani ragazze succinte e spiritose guaiva dietro di me come un’entità unica. Per quanto la cosa mi fece inarcare un sopracciglio alla Dwayne-Jhonson-maniera, gli risposi che, tutto sommato, andava bene anche non averlo, un backdrop.

«Quindi l’intervista era oggi?» gli chiesi titubante.

«Eh sì» rispose lui con la pacatezza che ci si aspetta da un membro del MENSA.

“Eh sì”, dice lui. Beh, cose che capitano, quando si ha l’autonomia di memoria di un pesce rosso nato senza cervello…


Ma torniamo seri


T: Dunque, dunque, Federico Ricci, autore del romanzo Sci-fi “Galemyos“, ha deciso di concederci un’intervista in merito al suo lavoro che lo ha tenuto occupato per molti, molti anni della sua vita, vero Federico?

F: Cinque anni, per la precisione.

T: Sono pochi, o sono troppi, dipende sempre dai punti di vista. In ogni caso, ciancio alle bande e iniziamo con le domande (ho fatto la rima). Dunque, come prima cosa mi verrebbe da chiederti chi sei, ma abbiamo una tua dettagliata presentazione proprio QUI, essendo, oramai da tempo divenuto parte del nostro staff, con nostra molta felicitazione.

F: La felicitazione è reciproca!

T: I nostri lettori che vorranno conoscerti potranno farlo tramite la tua bio, adesso vorrei scendere quanto più nel dettaglio possibile, in merito alla tua epopea scrittoria. Galemyos. Dunque, prima di cominciare a scardinarla mi verrebbe da domandarti: come mai la fantascienza? Immagino che in parte questa scelta sia legata al tuo percorso di vita e di studi, ma come mai hai sentito il bisogno di scrivere di fantascienza? E la mia non vuole essere una domanda generale, ma riferita alla tua personalissima esperienza.

F: Ti risponderò con una battuta: non sono io che ho scelto la fantascienza, ma è stata lei a scegliere il mio romanzo. Devi sapere che nel 2012, quando ho iniziato a scrivere, le premesse erano tutte fuorché fantascientifiche, erano più che altro di matrice filosofica. In merito ai miei studi, come ogni essere umano che riflette sulla propria natura, mi sono posto le domande: perché l’uomo è l’unica creatura al mondo a nutrire un desiderio metafisico insaziabile? Perché è l’unica creatura che non riesce a farsi bastare il mondo in cui vive? Perché si sente sempre alla ricerca di un creatore, di un padre, che però non e qui, e quindi guarda verso le stelle? La prima ragione è stata questa, che mi ha condotto automaticamente alla seconda, ovvero perché l’uomo è così violento? Perché non riesce a vivere con armonia con le altre creature che lo circondano, intrappolato in questo conflitto permanente? Con queste domande fisse in mente ho iniziato a scrivere quello che, in principio, doveva essere un trattato filosofico dal nome “Progetto Uomo“. Questo mi ha spinto a scrivere e a documentarmi parecchio, in quanto in questo trattato avrei voluto ipotizzare sì una possibile origine extraterrestre del genere umano, ma come esperimento bellico fallito, abbandonato e sigillato nella galassia in cui vive, da quale non riesce a uscire. Chi sono i suoi creatori? Quale era il loro scopo originale? Tuttavia, scrivere un trattato filosofico espone, giustamente, a tutta una serie di contestazioni, per tanto ho deciso di prendere e romanzare il tutto. E quando si parla di civiltà aliene, di intelletti superiori, di tecnologia inimmaginabile e di poteri sovrannaturali, beh, qui entra in gioco la fantascienza. È stata lei che ha bussato alla porta e si è intromessa di prepotenza nella mia opera.

T: Dunque ancora una volta si utilizza la Narrativa di Genere per parlare di tematiche umane, sociali, filosofiche e religiose prettamente vicine a quella che è la nostra realtà. Ancora una volta la letteratura di genere va a servizio dell’intelletto e del pensiero critico. Questa premessa è davvero interessante e spinge a molteplici chiavi di lettura per il tuo lavoro. Beh, se la fantascienza ti ha scelto, a questo punto mi sorge spontanea un’altra domanda. Come sappiamo, la narrativa di genere (sopratutto quella fantasy e fantascientifica) deve rispondere a determinate regole di coerenza, forse la fantascienza ancor di più che del fantasy. Se in quest’ultimo (per esempio) la fisica può essere giustificata dal funzionamento della magia, per la fantascienza bisogna partire sempre da basi scientifiche solide. Quale è stata, quindi, la difficoltà nel creare un universo narrativo che apparisse coerente, verosimile e probabile? Quali sono le ricerche che hai dovuto svolgere?

F: Anzitutto ti ringrazio per i complimenti e ti rispondo in varie tappe. Ti cito una battuta di un manga chiamato Golden Boy (“Imparo! Imparo! Imparo!” n.d.r.) che recita: “chi non sa nulla di matematica, scrive di fantascienza“. La cosa mi fece ridere, ma anche riflettere, perché è vero che chi è molto ferrato in leggi matematiche e fisiche, difficilmente trova interesse in qualcosa che le esula di molto. Personalmente, ho dovuto compiere diverse ricerche in cinque anni di scrittura. Tra le tante, ho voluto iniziare proprio con la genesi della razza umana. Teorie forti e ampiamente diffuse come quella dell’anello mancante o dell’utilizzo parziale del cervello, rappresentavano davvero delle buone frecce nel mio arco, peccato che oramai siano state quasi del tutto confutate. Documentandomi, tuttavia, sono riuscito comunque (spero) a teorizzare un’origine dell’essere umano “non figlio del suo mondo”, contestualizzandola alla narrazione e senza violarne i principi fondamentali. Tornando alla tua osservazione, hai ben ragione nel dire che la narrativa di genere, sopratutto quella fantascientifica, deve rispettare delle norme di credibilità rigidissime, tuttavia posso dire che tali norme non vengono intaccate minimamente dal mio romanzo, dopotutto non sono né un fisico né un astronomo. Da quello che ho potuto, mi sono relativamente attenuto a quella che è la realtà. Ho detto relativamente perché, ovviamente, vi è anche la componente fantastica. Ciò che ho fatto, è stato far rispondere anche la più inverosimile delle componenti, alle leggi del creato, alle leggi dell’universo. Per quanto una cosa potrà essere astratta, immaginaria, improbabile, non sarà mai del tutto implausibile.

T: Far rispondere gli elementi alle regole del proprio sistema, per quanto assurde esse siano, è sempre qualcosa di affascinante e complesso da gestire. Ma proseguiamo. Dunque, prendiamo la parola Fantascienza e scindiamola. Ti ho chiesto quali siano stati i tuoi studi in merito per tentare di creare un contesto che appaia quanto meno plausibile, adesso ti chiedo, dal “Fanta” che cosa hai preso? Cosa troviamo in Galemyos di fantastico? E quali sono state, visto che conosci parecchie citazioni, le tue fonti d’ispirazione per l’aspetto immaginifico del tuo romanzo? 

F: Dunque, amalgamare “Fanta” e “Scienza”, devo ammetterlo, non è stato affatto semplice, perché di elementi fantastici, in Galemyos, ce ne son tanti. Partendo dal titolo stesso, il Galemyos altro non è che una fonte energetica degli Illuminati Deraxyan. Essi, disponendo di questa risorsa planetaria, sono riusciti a materializzare tutto ciò che albergava nei loro sogni e nella loro immaginazione, ovvero sono riusciti a rendere l’ideale, reale. Sono una razza molto ingenua, pura, che non conosce affatto il conflitto e che non riesce a immaginare un mondo dove ogni elemento non sia in armonia con tutti gli altri. Di natura diametralmente opposta è, invece, la razza degli Hysegor, che presenta quella che potrei definire come “energia arcana” che a livello meccanico funziona all’esatto contrario, ovvero laddove il Galemyos rende reale l’immaginario, i loro poteri rendono immaginaria la realtà, la trasformano, per un arco temporale limitato, in qualcosa che esula dalle leggi della fisica, a capriccio del fruitore. Di conseguenza, non me la sento di negare che in Galemyos vi siano componenti fantasy e spirituali. Ogni civiltà che viene presentata ha una sua personale visione del mondo e dell’universo. Il protagonista stesso del romanzo Sradec Exhelltor, per fare un esempio, non è nemmeno un essere umano, ma il potestà del pianeta Azhenia, patria dell’iper tecnologica civiltà degli Shyn/Ion, che fa dell’evoluzione e della supremazia bellica la propria costante. In questo caleidoscopio di mondi e razze è stato difficile cercare di proporre qualcosa di “nuovo” e per quanto io abbia potuto, ho cercato di non ispirarmi a nessun grande nome della fantascienza, o a nessuna corrente particolare, per quanto ho scoperto che il mio lavoro rientra nei canoni di un filone chiamato “xenofiction“, di cui ignoravo l’esistenza. Le mitologie classiche, europee e irlandesi sono state paradossalmente una delle mie principali fonti di ispirazione per l’imaginarium di Galemyos.  Anzi, ora che ci penso una cosa c’è stata, in realtà, che mi ha dato l’input iniziale. Un’opera a cui mi sono ispirato, ed è un manga di nome Guyver, di Takaya Yoshiki (con un po’ di fortuna è possibile recuperarlo). Se ci penso, fu proprio quest’opera a farmi riflettere sull’origine non divina e “artificiale” dell’essere umano, che poi ho riplasmato e riadattato nella mia opera.

T: Tentare di creare qualcosa di davvero nuovo, oggigiorno, è davvero complesso, ma personalmente non è un cruccio che mi attanaglia più di tanto, alla fine io penso sempre che non è tanto innovativo il “cosa” racconti, ma il “come” decidi di farlo. E per il come abbiamo ancora molto spazio di manovra, a mio avviso! A questo punto, tolti i dubbi su quello che è il contenuto della tua opera, le mie curiosità si spostano al contorno della stessa. Mi verrebbe da chiederti: quale è stato il tuo percorso editoriale? So che l’opera è stata pubblicata anche sulla piattaforma di Wattpad, per un periodo di tempo. Essendo questa una strada spesso battuta da aspiranti scrittori ed esordienti che vogliono mettersi in gioco e divulgare il proprio lavoro, vorresti raccontarci la tua esperienza in merito? Anche di come da Wattpad, poi, sei riuscito ad approdare verso l’editoria più tradizionale.

F: Con molto piacere. Devi sapere che io Wattpad non lo conoscevo minimamente. Mi fu suggerita e presentata da un amico, perché la adoperassi in corso d’opera. In sostanza, io volevo continuare a scrivere, ma essendo completamente privo di un qualunque campionario di lettori a cui sottoporla, avevo bisogno di ricevere qualche parere esterno per correggere il tiro in tempo, se fosse stato necessario. Tuttavia, devo dire che non è stata un’esperienza particolarmente esaltante. Il mio libro vuole rivolgersi a un target principalmente adulto e purtroppo l’età media dei lettori su Wattpad è molto bassa. Il genere principale trattato è spesso la Fan Fiction, e senza voler rincarare la dose, c’è da dire anche che il livello di scrittura, salvo rare eccezioni, è davvero molto scadente. In più, la piattaforma in sé presenta dei meccanismi di popolarità che non mi piacciono molto, come per esempio il voto o lo scambio, meccanismi che di certo non brillano per trasparenza e, in fondo, nemmeno per utilità. Perché tutto sommato, se un’opera viene solo votata, ma non viene letta, non ce confronto critico tra autore e lettore, e di fatto l’opera non avrà mai modo di migliorare per davvero, e l’auto-miglioramento e il confronto diretto erano proprio i motivi che mi avevano spinto ad adoperare Wattpad più di tutti. Se non altro, di positivo, ho trovato un utilissimo servizio di recensioni, che mi ha almeno permesso di correggere molti problemi presenti in Galemyos. Per quanto riguarda il mio percorso editoriale, invece, beh, direi che è stato piuttosto standard. Ho iniziato subito a puntare delle case editrici free, accumulando ovviamente tutta una serie di rifiuti, alcuni anche davvero molto scortesi. Uno di questi, che preferirei non nominare nello specifico, mi aveva stravolto talmente tanto da spingermi a mettere in discussione l’intera opera. Ci misi un po’ a incassare il colpo, ma dopo essermi ripreso, ho impiegato gli ultimi due anni del lavoro per riscrivere interamente l’opera da capo, per renderla più piacevole, più coerente e sopratutto più fruibile. Così, nel 2018, la casa editrice “Lettere Animate” decide di credere nel mio progetto, prendendo tra le mani il mio lavoro e dandogli fiducia. Da lì è iniziata, quindi, la prima pubblicazione dell’opera, e devo dire che mi sono trovato davvero molto bene, hanno un buon servizio editing, e lo si e visto per bene nella stesura dell’ultima versione. Molti non ci pensano, ma il lavoro di editing è fondamentale alla riuscita di una buona opera, e una buona casa editrice la si valuta anche da questo.

T: Un percorso editoriale quasi da manuale, tutto sommato. Dopotutto, come capita spesso per persone che non hanno già trampolini di lancio, tocca partire dal basso e farsi le ossa a furia di rifiuti e porte sbattute in faccia. In tal senso, mi verrebbe da chiederti qualcosa. Per evitare il tuo stesso travaglio, che ti ha portato a partorire Galemyos nell’arco di questi anni, oppure per incoraggiare a resistere e ad avere la forza e la volontà di andare avanti, cosa consiglieresti a eventuali scritturi esordienti? Che magari vogliono iniziare un percorso autoriale per un’opera di fantascienza come la tua? Tenendo sempre in considerazione che siamo in italia, e sappiamo fin troppo bene come e trattata la narrativa di genere qui, a discapito di un panorama mainstream piuttosto mediocre.

F: Purtroppo non credo che esistano modi precisi per evitare tutto questo. Io, dal mio canto, posso dire soltanto una cosa a chi vuole scrivere: credete in quello che fate, questa e la primissima cosa. Quello che fate vi deve piacere, perché se non piace a voi allora non piacerà nemmeno a un editor o a un lettore. Fate sì che la vostra opera vi esalti, che vi trasmetta qualcosa, se questo capita allora ce una probabilità che capiti anche a qualcun’altro. Tornate bambini, questo è importantissimo, pensate a cosa vi appassionava quando eravate piccoli e non vergognatevi nel raccontarlo. Prendete tutti quei sogni e sbatteteli di prepotenza su un foglio, che sia reale o multimediale non importa, metteteci tutto quello che siete. Sistematelo, miglioratelo, attualizzatelo documentandovi, rileggetelo mille e mille volte e se alla fine vi piacerà, allora potrà piacere anche a qualcun altro. Per quanto riguarda il panorama della letteratura di genere in italia, beh, come hai detto giustamente anche tu, siamo piuttosto nei guai, per essere buoni. Purtroppo, quello che vedo è che al momento non esiste nessun tipo di incentivo, da parte dell’editoria, verso la fantascienza che non sia di genere prettamente distopico, a cui comunque non mi sento di togliere nulla. Purtroppo, però, in italia il distopico è l’unico sottogenere fantascientifico attualmente accettato dai grandi e medi editori, anche se io e te sappiamo bene che nella fantascienza c’è molto altro da poter raccontare, e questa cosa mi da parecchia tristezza. In sostanza, bisogna imparare a essere resilienti. Incassare, incassare, incassare ancora e prendere il meglio da ogni rifiuto, da ogni critica e da ogni problema, prendete le componenti costruttive da queste problematiche e fatene la base per un trampolino da cui potervi rilanciare.

T: Mi trovo totalmente d’accordo con le tue affermazioni. Sono fermamente convinto che l’opera debba piacere per prima a chi la sta scrivendo, per quanto molti millantati esperti di scrittura non la pensino così, io ne sono del tutto certo. Per me, prima di tutto, la scrittura è, e resta, un atto di egosimo. Non si scrive per gli altri, o almeno non solo. Si scrive principalmente per sé stessi, e quando si scrive per sé stessi e d’obbligo che il gusto della propria opera venga fuori, perché è quello che fa l‘autorialità dell’opera, che poi può piacere o non piacere, ovviamente, ma è importante che essa ci sia. Dunque, bando alle ciance (stavolta l’ho detta bene) mi sono dilungato anche troppo. Per concludere con una domanda da manuale… dove possiamo trovare Galemyos?

F: (Ride) Beh, potete trovarlo sia su Amazon che sui Mondadori Store, l’opera esiste, ovviamente, sia in formato cartaceo che in ebook, inoltre la si può anche prenotare in libreria.

T: Io direi che abbiamo finito, che cosa vogliamo fare adesso? 

F: (Si guarda attorno spaesato) Non saprei, tu hai idea di come uscire da qui?