Ebbene eccoci di nuovo qui, cari lettori!

Come d’abitudine, stasera si intrattene la nostra lettura consona su Saga: La Ragazza di Woodenvale, con una nuova analisi di elementi più o meno nascosti, che sono celati all’interno dell’ambientazione.
Di norma, quando ci si imbarca nella creazione di un mondo Fantasy, è quasi inevitabile ritrovarsi il proprio pc intasato da file su file, cartelle su cartelle, immagini su immagini o da qualunque altra cosa risulti inerente e conforme alla costruzione dell’universo che scegliamo di mostrare. Proprio per questo motivo, il materiale per la rubrica dei Focus On risulta oltremodo abbondante da parte mia, accumulatosi a iosa dentro il mio rugginoso e vecchio monolito elettronico! (non è vero, in realtà ho un bel computer, sigh).

Oggi però, ciò che andrò a mostrarvi non sarà un vero e proprio Focus su un dettaglio dell’ambientazione, sulla lore in generale o sui risvolti nascosti legati ad un personaggio ben preciso. Stasera ho intenzione, invece, di svelarvi una sorta di “Easter Egg” presente all’interno di Saga e di cui si è parlato molto in questi primi quattro capitoli (se avete prestato attenzione).

I Canti di Alvangard

Tra di voi, i lettori più attenti avranno senz’altro notato come la piccola Saga Nargatis, assieme al suo (ex) amico/fidanzato Timothy Ryth, si cimenti e si intrattenga nella lettura di un vecchio libro dai tratti fiabeschi, sotto il fantomatico porticato della vecchia casa di Brandon. Il grande tomo, dal nome curioso e altisonante, attira particolarmente l’attenzione dei giovani innamorati, manifestandosi ai lettori (sia reali che fittizi) come una specie di romanzo Fantasy nel romanzo Fantasy (fantasception?).

Ora, “I Canti di Alvangard” potrebbero apparire ai più come una mera inserzione fine a sé stessa, mirata ad aggiungere quel “flavor” che tanto gradisco, oppure come un nome pomposo e aulico buttato lì a caso, con una trama grossolana e dei riferimenti sparsi qua e là, eventi confusionari aggiunti giusto per colmare lo spazio vuoto rimasto sopra la pagina.


“Adesso voglio sdraiarmi, voglio chiudere gli occhi e voglio immaginarmi Aeryza e i suoi compagni che lottano contro Agramor dentro la torre nel vulcano! Vederla con la sua lancia e il suo scudo di argento lunare! Vederla mentre sconfigge il Drago Rosso!”


Dietro questa sequela di nomi, luoghi e situazioni all’apparenza casuali, sono in realtà celate una serie di frammenti di trame passate, di riferimenti a vecchie storie, scartate via dal sottoscritto e gettate nel cestino delle idee morte e sepolte (come tantissime altre). Nella fattispecie, i Canti altro non sono che i rimasugli di una vecchia saga Fantasy da me iniziata, la cui prima stesura vide la luce nell’ormai lontano anno 2010. “Dei Sei Artefatti” costituiva il primo volume di una trilogia ambientata in una terra fantastica, dove magia, elfi e nani erano realtà concreta, dove uomini e donne comuni combattevano contro crudeli stregoni e creature venute da altri modi. La saga sarebbe dovuta proseguire nel secondo volume “L’Ombra degli Stregoni” e terminare infine con “Mondo Morente”, l’ultimo tassello.

Tutte queste vicende si sarebbero, per l’appunto, svolte su Alvangard, ovvero l’ambientazione creata a più  mani da un mio carissimo amico e da me, che all’epoca si pose come Dungeon Master della campagna ruolistica di cui io, ed altri cinque giocatori, eravamo i protagonisti (per gli svergognati che non hanno idea di cosa sia un Dungeon Master o una campagna ruolistica, consiglio la lettura e la rilettura fino allo sfinimento di questo link).
Ora, posso scommettere tutti i miei beni più preziosi sul fatto che l’idea di voler scrivere un romanzo Fantasy basato sulla propria esperienza in D&D (intrapresa come giocatore o come master) sia balenata in testa più o meno a tutti quelli che, almeno una volta nella loro vita, si siano voluti cimentare in ambedue le attività sopracitate (ossia giocare di ruolo e, ohibò, avere la brillante idea di stilare una saga Fantasy).

Anche io dunque, avendo rispettato entrambi i prerequisiti, ad un certo punto mi sono detto: “Hey! Ma infondo perché no? Quanto sarà mai difficile trasporre una storia che già conosco e metterla su carta in modo netto e definito?”.
Il mio vecchio me (ingenuo come non mai) in quella promessa ci ha creduto davvero. Ci ha creduto a tal punto che per anni ha portato avanti il suo progetto fra appunti, ricerche, mappe, lavori di grafica, sogni e voli pindarici. Tutto questo fino a quando non è accaduto un fatto strano e totalmente imprevedibile. Sono cresciuto.

E crescendo, mi sono reso conto di come la campagna che avevamo vissuto per quattro lunghi e fantastici anni, si era rivelata totalmente inappropriata per essere riportata con coerenza su carta, non di meno difficile da riprogrammare in un mood più serioso, adatto ad un opera epica degna di tale nome. Infine, ma non meno importante, la presenza di una mole massiccia di personaggi protagonisti, si era rivelata a tutti gli effetti come qualcosa di incredibilmente complesso da gestire per un romanzo (vi assicuro che scrivere equamente di sei eroi, mostrandone i risvolti personali, i punti di vista e le motivazioni, senza che nessuno di loro si sovrapponga narrativamente sull’altro, non è affatto un’impresa semplice). Inoltre, rattoppare elementi di trama qua e la. unendoli in qualcosa di unico e corposo, aveva portato alla luce tutta la disarmante banalità di quella campagna. Essa si era mostrata come l’ennesima campagna di Dungeons & Dragons, ovvero qualcosa di incredibilmente meraviglioso da poter vivere come protagonista, ma fin troppo prevedibile e inadatta da poter raccontare.

L’ambientazione di Alvangard, infatti, era ebbra di una forte componente High Magic, e come prassi di questo stilema, poter gestire al meglio tutte le possibilità di una tale situazione senza scadere nei cliché di esseri e di poteri gargantueschi, si era rivelato come qualcosa di realmente impossibile. Ciononostante, sia di quella campagna, sia di quel poco che riuscii a scrivere in merito su di essa, conservo ancora un bellissimo ricordo, e numerosi sono i nomi e gli spunti che sono stati poi ripresi, spogliati della loro natura prettamente rocambolesca tipica di un’avventura classica, e reinseriti infine all’interno di Saga e delle Terre Unite, sotto una nuova veste.
D’altronde, le idee girano e rigirano continuamente.

Pertanto, omaggiare la mia vecchia ambientazione mi era sembrato quasi doveroso. Ricordare quella che potrei definire la mia “prima vera opera” che non ha mai visto la luce, inserendola letteralmente all’interno di Saga, sotto forma di romanzo Fantasy a sua volta. Una storia nella storia che viene letta, riletta, amata e presa come fonte di ispirazione dalla nostra giovane e sognatrice protagonista.

Aeryza Wolfreik, l’Amazzone

Come avrete sicuramente notato, Saga è attratta particolarmente dal personaggio di Aeryza che funge da vero e proprio modello ispiratório per la giovane armaiola. Aeryza Wolfreik, infatti, altri non è che una delle protagoniste dell’campagna sopracitata, nonché una dei due membri femminili del gruppo di avventurieri. Ora, senza aggiungere troppo di mio (in questo momento intendo), vado a fornirvi alcuni dettagli sulla descrizione di questo personaggio, ripescati direttamente dai miei vecchi appunti, sperduti nei meandri del mio hard disk esterno!


“Aeryza Wolfreik è una mezzelfa, figlia di Vernon e Merida Wolfreik di Highwatch nell’isola del Korun. L’età della ragazza si aggira intorno ai venticinque anni. Il ramo elfico di Aeryza, si è manifestato all’improvviso nel momento della sua nascita, segno che nell’albero genealogico della famiglia Wolfreik, qualcuno o qualcuna, si sia accoppiato, o accoppiata, in passato con una creatura di sangue elfico. Aeryza ha occhi di colore azzurro intenso, tuttavia di tonalità differenti. Il destro è talmente chiaro da assomigliare al ghiaccio, mentre il sinistro è dotato di un pigmento più simile al blu scuro. Questa è una caratteristica molto rara, ma che spesso si può manifestare nelle creature di sangue misto.

Aeryza ha una corporatura molto robusta per essere una donna, né eccessivamente prorompente, né troppo esile e femminile. Ha i capelli corti messi a caschetto, di colore nero. Le orecchie sono leggermente a punta, come da prassi per un mezzelfo. Dal ramo sanguigno degli elfi ha ereditato la bellezza radiante, che tuttavia rimane soppressa e celata all’interno di un corpo da guerriera. Dalla parte umana ha preso invece l’ardore, la forza e il coraggio. La pelle rosea è tuttavia ricoperta qua e la da sporadiche cicatrici, tre in particolare risaltano più all’occhio, una orizzontale nel basso ventre, una verticale sulla schiena, in mezzo alle scapole, ed un’ultima posta sotto l’occhio blu scuro, che parte da esso fino a scendere nelle vicinanze delle labbra.

Lo stile da combattimento di Aeryza è brutale e possente, basato principalmente sull’utilizzo marziale di una lancia a doppia punta che la ragazza ha imparato ad adoperare negli anni di formazione all’interno delle “Amazzoni di Ilidin”. Ora, benché Aeryza sia molto robusta, sarebbe molto difficile per lei maneggiare un’arma simile  con tanta destrezza. Il segreto della sua abilità risiede nel materiale della lancia stessa. Le lame infatti sono di acciaio elfico, un metallo molto leggero ma allo stesso tempo robusto come una roccia, molto affilato. Il manico è di legno di Elvadin, l’albero più grande di Alvangard che sorge nel bosco di Ilidin. Esso appare leggero come un normale ramo, ma in realtà cela al suo interno un nucleo quasi indistruttibile.”


Come potete notare, i tratti in comune con Saga non sono pochi. Molte idee su Aeryza sono rimaste e sono state, per l’appunto, traslate e riproposte sulla ragazza di Woodenvale. L’estratto che vi ho mostrato ovviamente non termina qui, ci sarebbe da mostrarvi ancora tutta la storia ed il background tragico e truculento di questa povera anima (davvero, non pensavo di essere così stro**o con i miei personaggi). Tuttavia, eviterò di metterlo qui nel Focus On, in quanto andrebbe a togliere spazio alla prossima chicca che ho intenzione di riservarvi. Ad ogni modo, se per qualche ragione siete curiosi di sapere il trascorso di questa possente guerriera amazzone, non esitate a farmelo sapere nei commenti, provvederò a reinserirla in futuro!

Ciò che rimane

Bene, dopo questo terribile photoedit di svariati anni fa (e si, mi cimentavo anche in modellazione 3d quando ero gggiovane) in cui potete farvi una minima idea di come apparisse Aeryza dentro la mia testa, vi lascio con un estratto che i più temerari di voi leggeranno di sicuro, laddove i più sani di mente, al contrario, riterranno giustamente opportuno interrompere la lettura qui.

Scherzi a parte, tutto ciò che sono in grado di mostrarvi della mia fu opera, trasportata come storia all’interno delle Terre Unite, è il primo vecchio ed intrigante capitolo uno. Se volete dilettarvi nella lettura, ve lo lascio qui a vostra disposizione e discrezione. Tenete presente che questa storia non vedrà mai la luce, ma se non altro, potrete farvi un’idea di quella che voleva essere la strada da me intrapresa all’inizio, a tratti molto discostante dal percorso cominciato invece con Saga: La Ragazza di Woodenvale.

Bene, adesso non mi resta che augurarvi buona lettura, e mi raccomando, fatemi sapere cosa ne pensate di questa diavoleria.

Al prossimo capitolo!



“[…] e la Macchina rappresentò per gli Heldirin, ciò che gli  alberi rappresentavano per gli Elvarin, le montagne per i Dormen, le pianure per gli Uomini;  una fonte inesauribile di vita, energia e conoscenza, da cui  essi dipesero e trassero forza fino alla caduta di Holdaven nella Grande Tempesta. L’evento, come è noto, segnò la fine della prima civiltà Heldirin per come la concepiamo.”

Leggende dei Primi Heldirin, Capitolo quinto, estratto.
Di Orin Lockwood, capo scrivano presso L’Ordine della Piuma a Essex.

 

 “Sei sono le chiavi o gli Artefatti, come da molti vengono denominati. Una corona, una collana ,una fibbia, un anello, un pugnale, una spada. Essi appartengono al Portatore, che fu Re, o sovrano dei primi Heldirin. […] ad eccezione delle ultime decadi, gli Artefatti non furono mai legati ad individui che non fossero di sangue Heldirin. Ne gli Elvarin e ne i Dormen ebbero il privilegio di possederli. Per quanto ciò potesse apparire eccentrico, gli Heldirin giudicarono gli Uomini, come giusti custodi degli Artefatti, ciò per loro, appariva logico.”

Saggio sui Sei Artefatti e sul loro funzionamento, estratto.
Di Edric Coppergard.

 

 

Capitolo 1: Derek

Non riusciva a vedere bene. “Poca luce”, pensò. La candela accesa sul suo tavolo, un piccolo tavolo di legno rotondo di colore nero, riusciva a malapena ad illuminargli il volto. Un tavolo dipinto di nero, come se già non fosse abbastanza buio dentro quella locanda. “Perché i tavoli sono neri? Farli verniciare ha un costo, perché proprio il nero?”.

Spostò le mani sulle quali poggiava il mento e le posò sul tavolo, sollevò leggermente la testa verso l’alto e poggiò la schiena sul bordo della sedia in legno. Cercò di focalizzare lo sguardo in direzione del bancone, un signore sulla sessantina, molto magro, calvo e con dei curiosi baffi grigi, era intento a ripulire con uno straccio un boccale di vetro, di tanto in tanto, gettava un’occhiata ai suoi clienti e a lui, Derek riusciva a capirlo nonostante il buio.

Di tutte le più putride locande di tutto il putridume del regno, il Gobbo del Lord, era di sicuro la peggiore, il pavimento era di legno vecchio e scricchiolante, con numerosi buchi sulla superficie e macchie nere di chissà quale sporcizia, il tanfo di sudore, fumo, birra e vomito generava una sorta di aroma letale che poteva indurre, con rapidità, alla più repentina delle fughe, in aggiunta, Derek giurò di aver visto un qualcosa di molto simile ad un pelo pubico nel suo bicchiere.

Portò lo sguardo di nuovo sul tavolo, una candela accesa, un bicchiere di ceramica vuoto e macchiato, una bottiglia di vino rosso di Firensi, un altro bicchiere, vuoto anch’esso ma a differenza del primo, pulito. “Dovrebbe offrirmelo lui il vino, considerando quanto mi sta facendo aspettare” sospirò sorridendo, scambiando il suo bicchiere sporco con quello dell’ “ospite”. Prese la bottiglia, la sollevò e la avvicinò al volto “Prugnoso delle colture di Firensi, vendemmia del 1312 – 1313, invecchiato di ben undici anni, se non altro, hanno un buon vino.”

Inclinò la bottiglia e se ne versò un po’, il rivolo rosso scuro delicatamente scivolò dentro il bicchiere, scrosciando e generando il piacevole suono del liquido versato. Derek avvicinò il bicchiere alle labbra, indugiando solo per un momento. “Se non arriva dovrò trovare un altro informatore, ma chi? Ed Drayn è stato fatto fuori il mese scorso, Fyry il Fesso l’hanno gettato nelle segrete a morire, e al povero Beck Lingualunga glie l’hanno tirata via, la lingua.” Derek non bevve, poggiò il bicchiere pieno di nuovo sul tavolo “Aspetterò altri dieci minuti, solo dieci minuti”.

Infilò la mano nella tasca sinistra e ne estrasse un piccolo sacchetto di cuoio, lo aprì e tirò fuori una curiosa moneta d’argento, le incisioni riportavano da un lato il profilo di un uomo incoronato, con la scritta Rufus Cromwell IV, dall’altro il disegno di un castello con tre torri e la dicitura: La Volontà è Ferro, inoltre, la moneta era ampiamente annerita e ricoperta da piccoli graffietti, segno che Derek la possedeva da molto tempo. Ripose di nuovo il sacchetto di cuoio al sicuro nella tasca, e cominciò a giocherellare con la moneta, lanciandola in acrobatiche rotazioni e ripescandola prontamente ogni volta che ricadeva verso il basso. La moneta aveva smesso di scintillare molti anni prima, ciò nonostante, era ancora capace di generare piccoli bagliori quando rifletteva le luci, tuttavia, in quella locanda c’era ben poco da riflettere, e la moneta vista da lontano sembrava più un pezzo di ferro o un sassolino. “Dieci minuti” Derek continuava ad attendere silente, lanciando e roteando il suo piccolo tesoro con sempre più impazienza.


<<Quella è una moneta di Grandomin>> Derek chiuse il pugno con la moneta al suo interno e si voltò lentamente, come colto di sorpresa dalla voce che aveva appena udito alle sue spalle. Un uomo alto, sulla quarantina con dei corti e scompigliati capelli neri, una barba incolta, e delle sopracciglia enormi era in piedi dietro la sua sedia. <<Loyd, era ora.>> l’uomo fece una piccola riverenza, e si sedette al posto che gli spettava.

Era vestito con una maglia di lana grezza color marrone scuro, dei pantaloni e un gilè di cuoio neri, dei bracciali di pelo leggeri, degli stivali di pelle marroni scuri con cinghie dalle fibbie argentate, sulla cintura portava attaccato un fodero contenente una spada corta e esile che gli pendeva lungo il fianco e la gamba, intorno al collo, aveva una corta cappa grigia, col cappuccio abbassato, che gli ricadeva lungo la schiena. <<Dimmi, come hai fatto a capire che la mia, è una moneta di Grandomin, e non di Asterling? Devi avere un occhio molto scaltro per averla riconosciuta con questo buio.>> Derek conosceva già la risposta, ma decise comunque di stuzzicare il suo ospite. <<A dire il vero non l’ho riconosciuta, tutti i ragazzi della Mano sanno di te e della tua ossessione per quella cazzo di moneta.>> abbassò le mani e avvicinò la sedia al tavolo <<Era così, giusto per conversare.>> aggiunse.

<<E cosa ne sai tu della Mano?>> Derek decise di torturarlo ancora un po’ dopotutto glie lo doveva, aveva atteso troppo tempo. Loyd batté tre volte le dita sul tavolo <<Quello che c’è da sapere>> concluse in fretta. Derek annuì inarcando le sopracciglia e decise che per il momento bastava così.

Per quanto poco appariscente, l’abbigliamento di Loyd, non differiva molto da quello di Derek, il quale indossava una giacca di cuoio marrone molto scura, con diversi legacci e cintole, sui quali erano attaccate delle piccole borsette contenenti erbe, fiale e medicinali leggeri. La cintura marrone, aveva una fibbia argentata semplice. Sul lato destro, Derek ci aveva attaccato un fodero contenente uno stocco di Styr, sul sinistro una piccola balestra, mentre dietro, ben nascosti, erano attaccate due piccole daghe molto affilate. I bracciali e gli stivali erano entrambi di cuoio neri, mentre la sottoveste, che fuoriusciva dalla giacca era di colore marrone chiaro. La differenza principale fra i due era nel mantello, quello di Derek infatti, non era una corta cappa, ma un lungo mantello con cappuccio, di un colore rosso molto scuro, il colore del sangue, con raffigurata, sulla parte dorsale, una grande mano di un rosso leggermente più chiaro, facilmente invisibile ad occhi poco attenti.

<<Sai, stavo quasi facendo per andarmene, l’appuntamento era circa mezz’ora fa.>> l’ospite si limitò a scrollare le spalle, Derek con fare disinvolto, abbassò il braccio, aprì il pugno e rinfilò la moneta nella tasca. <<Dunque, Loyd. Cos’hai per me?>> Derek appoggiò i gomiti sul tavolo e il mento sulle mani, scrutando il suo informatore. <<I Bastardi stanno valutando l’ipotesi di aggregarsi agli altri mercenari al servizio di Lord Gilbert, ma il Lord non è affatto incline ad accogliere la loro richiesta, li ritiene troppo bruti e imprevedibili, ha paura che voltino gabbana. Per lo stesso motivo ha messo una taglia sulla testa di Gerom Fynn, il leader dei Pipistrelli, dopo che questi l’ha tradito il mese scorso: ventimila Elmi d’oro vivo, dodicimila morto, pare che abbia intenzione di occuparsene personalmente.>> Loyd fece una piccola pausa, il lasso di tempo necessario per riprendere fiato. <<Ah, e pare che entro il mese corrente il Lord prenderà Lady Gildan in moglie >>. L’informatore afferrò la bottiglia di prugnoso, e si versò da solo il vino nel bicchiere,  sorseggiandolo con gusto. “Non ha notato che il bicchiere era sporco”. <<Non mi interessa quanti mercenari Gilbert perda o guadagni, meno ancora chi si scopa, dimmi cosa vuole dalla Mano. Dimmi perché ha torturato e ucciso due dei miei uomini, dimmi perché ci vuole.>> Loyd deglutì, poi posò lentamente il bicchiere, senza però guardare Derek negli occhi.

<<Lui crede che l’omicidio del “conta borse” sia opera vostra.>> Ci fu un breve ma interminabile momento di silenzio, Derek mantenne calma e lucidità, sospirò quasi impercettibilmente <<Perché Lord Gilbert crede che abbiamo interessi nel freddare il suo conta borse?>> Loyd alzò lo sguardo di nuovo, stavolta, lo guardò dritto negli occhi <<A causa della vostra alleanza con Lord Pinkerton.>> aggiunse con aria quasi sfacciata. Ora, Derek era veramente infuriato. <<Alleanza? Cazzo! Abbiamo solo assaltato quella carovana di quei leccapiedi dei Cromwell, solo perché anche noi odiamo quei bastardi! È stata solo una collaborazione momentanea nulla più! Chi ha più rivisto Pinkerton da allora!?>>. Non si era reso conto di quanto fosse diventato plateale in quel momento, seppur con controllata veemenza, Derek aveva ondeggiato braccia e mani, alzato anche il tono di voce, senza essersene minimamente accorto, tanto che, anche con la confusione della locanda, alcuni clienti vicini al loro tavolo, ora, lo stavano squadrando con sospetto.

“Stupido, sei stato dannatamente stupido, non sai mai chi potrebbe stare a guardare.” Derek si ricompose, si copri la faccia col palmo e sospirando attese che Loyd aggiunse dell’altro <<Sai benissimo che Gilbert e Pinkerton si fotterebbero le madri a vicenda, e sai anche che Gilbert è  un forte alleato della Casa Cromwell. A suo modo, quell’attacco alla carovana gli è costato molto e di conseguenza ha visto nell’omicidio del suo “conta borse” un’ennesima occasione di danneggiare i suoi interessi da parte di Pinkerton e, indirettamente, anche da parte vostra.>> Derek, irritato levò la mano dal volto e fissò di nuovo Loyd, “C’è dell’altro, c’è dell’altro ma sta esitando a riferirmelo, e questa cosa non mi piace affatto.”

<<Cos’altro hai da dirmi Loyd? Parla. Non credo possa andare peggio di così.>>.

Si sbagliava.

<<Lord Gilbert ha intenzione di contattare Edric Gausen.>>.

“Porco cazzo”, fu la prima cosa che Derek pensò, e probabilmente la prima cosa che avrebbe pensato chiunque conoscesse quell’individuo. Se Lord Gilbert aveva veramente intenzione di aggiungere anche lui, alla numerosa lista di mercenari e sicari che molto probabilmente aveva già sguinzagliato contro di loro, i giorni per la Mano a Gallow, e probabilmente in tutta Asterling erano davvero finiti.

<<Dobbiamo andare via dal regno.>> <<Già.>> aggiunse Loyd con neutralità, mentre sorseggiava un altro assaggio di prugnoso. Derek portò gli indici all’altezza delle tempie premendo con forza, doveva pensare, trovare un luogo dove fuggire, ma che allo stesso tempo non li avrebbe ridotti alla fame, ma dove?


<<Potremmo fuggire a sud, dai De Morgan.>> Derek parlò a voce bassa, con calma, quasi che le parole fossero un manifestarsi involontario dei suoi pensieri personali. <<Loro trafficano pozioni e pergamene con Pinkerton, potremmo dire che siamo suoi amici, e farci accogliere.>> Il viaggio era lungo, ma valeva la caparra, se questo poteva significare anche minimamente protezione. Loyd mutò radicalmente l’espressione che aveva in viso, un cupo e preoccupato sberleffo li si disegnò in volto <<Non credo che il regno di De Morgan sia la scelta migliore, ho udito storie su Lord Reginald, storie inquietanti. So che è diventato un fanatico delle religioni segrete, che ha consacrato il suo intero regno al culto di Valgoth, bruciando i templi e massacrando chiunque adorasse un dio diverso, so che ha stretto dei patti con degli strani sacerdoti, che compie rituali barbarici e sanguinari alla luce del giorno. Non che prima fosse un santo ma, ora come ora, Lord De Morgan è più un pazzo omicida che un probabile alleato.>> Loyd, si versò altro vino, afferrò il bicchiere e fece per bere, ma poi ci ripensò, lo posò nuovamente sul tavolo nero, intonso.

<<Potreste fuggire a nord, nelle terre oltre le montagne di Grandomin Nord, vicino ai confini di Ilidin, quelle zone sono di scarso interesse per chiunque sia di queste parti.>> Derek, quasi d’istinto, infilò la mano nella tasca con la moneta, senza estrarla, si limitò ad accarezzarne la ruvida superficie. <<Loyd, mi stupisce che tu sia così ben informato su di me e sulla Mano senza in realtà saperne nulla. Noi proveniamo da Forlond, proprio da quella zona, e ce ne siamo andati perché di affari lì non c’è ne sono più, è una regione povera, troppo povera per qualsiasi atto di dignitosa criminalità, al massimo è terra per briganti da strada o ubriachi attaccabrighe, ti sembro un brigante da strada io?>> Derek continuava ad accarezzare la moneta mentre Loyd lo osservava con aria titubante. <<Potrei avere la soluzione.>> sospirò. Loyd si guardò due o tre volte attorno, anche Derek lo imitò, il taverniere dietro al bancone era misteriosamente scomparso, poteva tranquillamente essersi assentato per pulire qualche tavolo, o svuotarsi la vescica nella latrina, fatto sta che Derek, in quel momento, si sentiva in leggera soggezione. Riportò lo sguardo verso il suo ospite, e notò che Loyd si avvicinava sempre di più verso il suo viso, sussurrando.

<<Domattina, Lord Mavelot ha intenzione di inviare il suo mercantile a Wolfinport, nel Korun. Ufficialmente trasporterà spezie e morbide carni d’allevamento del sud a quei barba-forcuti del nord, ma in realtà, sta trasportando circa una trentina di schiave di Kost, da vendere alle case del piacere. Il comando è affidato al suo uomo più fidato, Merin Lonr. Merin è mio cugino, e fortuna vuole che sia in debito con me per un favore che gli feci tempo fa.>> Loyd si interruppe, giusto per dare un’ennesima occhiata in giro, poi proseguì, Derek ascoltava con attenzione.

<<Posso organizzare un incontro stanotte, solo noi tre, nessun altro, per contrattare dei posti per te e i tuoi compagni, su quella nave. Risulterete come scorta personale di Merin Lonr, e avrete il vostro biglietto per il Korun>>. Derek ci pensò su solo un momento. “Il Korun, Il Vero Nord, di sicuro non è Forlond, e rappresenta una terra totalmente vergine, potrei finalmente avere l’occasione che da troppo tempo aspetto.” Derek si morse il labbro inferiore, tolse la mano dalla tasca della moneta e la poggiò sul tavolo insieme all’altra. <<Dove e quando.>> l’informatore si prese qualche secondo per pensarci, mentre ritmicamente batteva le dita sul piccolo tavolo, volgendo lo sguardo vuoto al suolo. <<Dovrò essere svelto ad organizzare il tutto, ma credo che verso la mezzanotte andrà più che bene. Aspettami nel vicolo adiacente l’ingresso est della Piazza Grande. Ci incontreremo lì.>> Derek ci rimuginò sopra giusto qualche istante, mentre Loyd lentamente si alzava dalla sedia.

<<Perché ti prodighi così tanto per la Mano? Non sei un semplice informatore.>> in parte, Derek temeva la risposta. “Adesso scoppia a ridere e si mette a urlare: Ah! Era tutta un’enorme stronzata! Come ti presenterai stasera, io e mio cugino ti uccideremo e venderemo le tue budella a Gilbert!” sarebbe stato un siparietto interessante, nonché un probabile esito, ma con fare quasi divertito, Loyd rispose. <<Lord Pinkerton è felice di ripagare il debito nei vostri confronti sulla questione della carovana, ti basti sapere questo.>>  Derek fu sorpreso e sconcertato allo stesso tempo, ma se Loyd diceva il vero, ed era realmente uno sgherro di Pinkerton, almeno per il momento, Derek poteva definirsi al sicuro.


Gallow aveva un fascino proprio, persino in pieno giorno, appariva velata da una mistica penombra che rendeva la città un perfetto nascondiglio per ladri, assassini e malfattori. Alcuni pensavano che la penombra fosse frutto di un malvagio incantesimo lanciato da un antico stregone per portare sciagura agli uomini e favorire la crescita di mostruose creature nelle fogne, che odiavano la luce del sole e uscivano solo quando il buio era totale per cibarsi dei figli degli onesti cittadini. Lungi da superstizioni, la realtà era ben diversa, a donare questo particolare effetto alla città era la sua singolare architettura. Gallow infatti era costituita da edifici in pietra molto alti, monasteri, torri ed anche le robuste case, si protendevano verso l’alto, questo faceva sì che i vicoli della città, molto stretti, fossero costantemente avvolti dall’ombra delle alte costruzioni. Conseguentemente, la Piazza Grande appariva come il luogo più illuminato dell’intera città, l’ombra dell’enorme cattedrale che si ergeva di fronte ad essa, non riusciva comunque ad oscurarne l’ampiezza, tuttavia, alla mezzanotte c’era ben poca luce ad illuminare il tutto.

Guardingo e in parte timoroso, Derek avanzava nella piazza, cercando di raggiungere furtivamente l’ingresso est.

La notte stellata che incombeva sulla città,  le piccole luci che timidamente sbucavano dalle finestre delle case, i fumi che fuoriuscivano dai camini, trasmettevano una sinistra sensazione di quiete, che induceva Derek a pensare, a riflettere. “Edric Gausen. Non so molto su questo tizio, so solo che quando gli viene assegnata una preda, Edric la caccia, la scova e la riporta al padrone nello stesso tempo che chiunque altro impiegherebbe solo per decidere da dove cominciare a cercare. È un segugio, come l’effigie della Casa Cromwell. Un’inquietante simmetria.” Derek avanzava a velocità sempre maggiore, l’ingresso est, sembrava allontanarsi ad ogni passo, sempre più distante. “Se Edric dovesse arrivare a me, la Mano sarebbe finita. Se io morissi, tutti i miei compagni verrebbero perseguitati, venduti ad altre bande, esiliati. Ho sacrificato troppo per portare la Mano al prestigioso livello di cui gode adesso, e tutto è stato vanificato da questo stronzo di Gilbert.”

Derek era irritato, non sorpreso, semplicemente irritato. Sapeva che le cose un giorno si sarebbero potute mettere male per loro, ma era stato sempre molto attento a pianificare ogni rapina, ogni omicidio, ogni lavoro non lasciava tracce, la Mano era un’entità evanescente, un’organizzazione fantasma, rapida e precisa nei suoi compiti, non poteva essere andato tutto a rotoli, solo per uno stupido malinteso di cui Derek non aveva alcuna colpa.

“Mi auguro che Loyd non menta, Lord Pinkerton ha un debito molto più elevato nei nostri confronti, potrebbe aver condannato lui stesso la Mano. Aiutarci a fuggire è il minimo che possa fare.” L’improvviso gracchiare di un corvo appollaiato su un’asta di ferro arrugginita, lo fece sobbalzare, fu l’unico suono che Derek aveva udito tra la quiete della notte, e la confusione dei suoi pensieri, il cuore cominciò a batterli forte in petto. Il corvo era brutto, spelacchiato e bagnato, un’immagine decisamente poco invitante. “Stronzo di un corvo, dovrei spararli un quadrello nel culo per la paura che mi ha fatto prendere. Ma quanto cazzo è grande questa piazza?”

Dopo diversi minuti, che a Derek erano sembrati infiniti, finalmente raggiunse l’ingresso est della Piazza Grande. “Il vicolo adiacente l’ingresso est”, indicazioni chiare e concise, c’era solo un piccolo problema, non c’era nessun vicolo.


<<Derek Shortstar, leader degli Adepti della Mano.>> la voce non era di Loyd, era una voce più rauca, più sporca, che fosse Merin? Un uomo dagli occhi azzurri con i capelli biondo scuri, la faccia lentigginosa, e delle basette così lunghe e folte da sembrare due piccoli cespugli, spavaldamente emerse dalle ombre. Indossava una cappa grigia chiara col cappuccio abbassato, una casacca azzurra che gli arrivava fino alle ginocchia, con l’effigie di un volto ridente, dei pantaloni di maglia e una cintura marrone sulla quale era appesa una spada lunga. “Non è Merin.” Il tizio fece per parlare, ma Derek sapeva già cosa stava per dire <<E tu sei Maverick Persival, comandante in seconda dei Bastardi, detto “Il Ragazzo”. Ho indovinato?>> Maverick ridacchiò con quella sua voce schifosa <<La nostra fama ci precede vedo, passeggi di notte?>> le dita della mano destra di Derek ebbero una rapida scossa, doveva essere pronto a sfoderare lo stocco, con la massima velocità.

<<Più o meno, devo incontrarmi con un compagno di bevute, un tizio di nome Loyd e il suo poco sobrio cugino.>> “Stai in guardia, osservalo. Costantemente.” <<Capisco, capisco. Derek, sei per caso informato sui pettegolezzi locali?>> Maverick palesava un atteggiamento di sfida e superiorità, parlando a mento alto. Derek non se ne curò <<Immagino che tu ne sarai più informato, viste le numerose sedute dal barbiere a cui ti sottoponi>> stavolta Maverick rise sul serio, facendo fuoriuscire anche qualche sputazzo, la sua voce era come una posata sfregata su un piatto, quando smise di ridere, si riportò nella medesima posizione a mento alto.

<<Beh, se non altro saprai, che lord Gilbert ha rifiutato la nostra richiesta di ammissione per il suo corpo mercenari, il che è un vero peccato, si dice che Gilbert offra le migliori paghe di tutta Gallow, e probabilmente di tutto il regno, lo sai perché ci ha rifiutati?>> Derek scrollò le spalle, Maverick continuò << Ha detto che siamo rozzi, incivili e voltagabbana. Ci ha letteralmente sbattuto la porta in faccia. Questo, amico mio, è un comportamento incivile.>> la situazione stava diventando seriamente sgradevole, Derek voleva solo ficcare la lama in gola a quel coglione, ma, immobile, attese. <<Così, stavamo pensando di fargli un favore di qualche genere, per guadagnarci la sua fiducia, sai com’è.>>.

Derek aveva capito da subito le sue intenzioni, e si era da tempo accorto dei due individui dietro di lui che ora si erano finalmente palesati. Erano due uomini, vestiti esattamente come Maverick, solo che uno aveva la testa rasata e dei vistosi denti da cavallo, l’altro aveva la faccia scarna e i capelli lunghi e scuri. Ci fu silenzio, un lungo interminabile silenzio. Il Ragazzo, con sfacciataggine, lo spezzò.

<<Ah, e tanto per fartelo sapere, Loyd è morto, lo abbiamo ucciso dopo averlo convinto a dirti tutte quelle cazzate alla locanda. Bravo il piccolo Loyd, ha recitato molto bene la sua parte, sai ci teneva molto al suo cazzo, avevamo minacciato di tagliarglielo se non avesse svolto il suo compito, poi lo abbiamo fatto lo stesso ma, lo abbiamo anche ucciso. Ah, e Merin è il tizio con la mascella da cavallo dietro di te. Merin saluta Derek con cortesia, non deve pensare che siamo rozzi e incivili.>> Merin salutò.

“Che situazione irritante”, Derek stava facendo un breve calcolo mentale su come distogliere l’attenzione dei suoi assalitori, solo per un momento, in modo da scagliarsi con ferocia verso ognuno di loro. Stette per parlare quando un rumore, acuto e improvviso, fece sobbalzare tutti.

Il corvo bagnato, si era appollaiato su una finestra sopra le loro teste gracchiando nella stessa maniera irritante e pungente di poco prima. “Ora.” Il tempo di un battito di ciglia, e la lama dello stocco di Derek era già piantata nel collo pustoloso del Ragazzo. I suoi occhi divennero enormi per il furore, o forse per il dolore, Maverick fu solo in grado di espirare con violenza l’ultima aria rimasta dal naso, mentre le vene intorno alla sua fronte rossa e sudata si ingrossavano sempre di più, come Derek estrasse la lama, un fiume di sangue sgorgò dal buco, accompagnato da un urlo pungente e raschiante, che era comunque un suono più gradevole della sua parlata. Il corpo di Maverick cedette al peso delle proprie gambe, precipitando nella pozza rossa sotto i suoi piedi, Merin estrasse la spada e menò un violento fendente verticale verso Derek, che prontamente schivò sfuggendo di lato e allo stesso tempo infilzandolo all’ascella. La lama bucò la spalla e si conficcò nel collo, trapassandolo da parte a parte. L’altro tizio aveva già la spada estratta, ma aveva un’espressione in viso di totale confusione. Menò un fendente orizzontale verso Derek, che riuscì ad evitare, completando la schivata precedente con una capriola a terra che lo portò dritto alle spalle del suo nemico. <<Pietà!>> la richiesta arrivò troppo tardi, la lama era già penetrata nella schiena, e fuoriuscita dal petto, trapassando la casacca, e la cotta di maglia sottostante. Derek la estrasse con decisione, e altro sangue sgorgò dal foro, il nemico si accasciò a terra, defunto.

Rinfoderò lo stocco e fece un lungo, lento e liberatorio respiro. A minaccia oramai conclusa, decise di abbassarsi il cappuccio, rivelando sotto di esso un viso giovane e sbarbato, sporcato sul naso, vicino ai suoi occhi verdi, da alcune macchie di sangue appena versato, con la mano sinistra, Derek le asciugò via. I suoi corti capelli neri, respirarono l’aria della brezza notturna di Gallow, le sua labbra sottili, si aprirono leggermente.

“Tre idioti, ecco cosa. Se non fossero stati i Bastardi, probabilmente ora sarei io ad essere al loro posto”. Derek fissò il corvo appollaiato. <<Grazie amico, ti devo un favore.>> Il corvo balzò dalla finestra, e gli si posò dinanzi. Derek sorrise, ma poi, notò qualcosa di inquietante. Sulla parete dietro l’animale c’era una porta di legno, Derek era certo che prima non vi fosse nulla. Il corvo ricominciò a gracchiare poi svolazzò di colpo e cominciò a battere violentemente il becco verso la porta, piccole macchioline d’acqua si infransero contro la sua superficie ruvida e legnosa. “Quella porta non era lì, non c’era niente lì!” chiuse un secondo gli occhi per riflettere. La risposta poteva essere una, e una soltanto. “Che si tratti di…” il cuore di Derek ebbe un sussulto, il respiro gli si spezzò in gola, per un attimo ebbe la sensazione di svenire, il corvo continuava a gracchiare e urtare, sempre più forte, sempre più violentemente. La mente tornò lucida, il respiro integro, il battito regolare. “Che si tratti di stregoneria?”.