Rimasi sdraiata su quel manto d’erba a piangere, a urlare, a dimenarmi e a strapparmi i capelli immersa in folli risa isteriche, per un tempo che mi parve assente e imperscrutabile.

Conoscevo fin troppo bene l’ignoto verso il quale mi stavo per avventurare, ed ero oltremodo consapevole del calore di una vecchia casa che, al contrario, ero pronta a lasciarmi alle spalle.

Per sempre.

La verità. Si, per quanto dura fosse da ammettere, sapevo bene quale fosse la cruda, stramaledettissima verità.

La consuetudine era stata un nettare per me. Una panacea pronta a lenire tutte le mie ansie e le mie insicurezze. Per quanto terribile essa fosse, aveva rappresentato, a suo modo, una colonna portante in perenne presenza. Un forte cardine dal quale, in tutti quegli anni, non mi ero mai divincolata. Uno scoglio solido di nuda roccia, ancorato alle radici del mare e sperduto nell’oceano furente di burrasca.

“Il mare… avremmo dovuto vederlo assieme”.

La mia vita lì a Woodenvale. Un’esistenza grigia e triste. Una lastra marmorea fredda, sterile, in cui l’unica nota di colore e calore mi veniva donata dal suo sorriso, dal suo sguardo accarezzato dai raggi timidi del sole tra le alte fronde estive. Dalla melodia ritmica ed ecoica delle sue parole, sussurrate sottili come fili di ambrosia.

Un disegno di realtà che non avevo mai veramente accettato e dal quale, prima o poi, mi sarei dovuta di certo liberare. Ciononostante, essa era stata in grado di regalarmi quei piccoli bocconi di sicurezza e stabilità dei quali, una persona come me, aveva fortemente bisogno come fossero pane e acqua.

I perni adamantini che mi tenevano saldata lì, con il passare degli anni si erano via via ossidati ed erosi. Le mie convinzioni e le mie sicurezze si erano arrugginite ed erano venute meno ad ogni singolo anno trascorso.

Ma solo in quel momento. Solo in quell’unico, terribile momento. Quando anche l’ultimo di quei perni aveva ceduto. Quando l’ultimo grande anello di ferro sorreggente la sovrastruttura intera della mia esistenza si era infine staccato, disintegrandosi come vetro di fronte al mio corpo immobile e terrorizzato. Solo quando giunsi a realizzare con chiarezza che non lo avrei mai più rivisto e che il suono della sua voce, il calore delle sue mani, il peso delle sue braccia sarebbero esistiti soltanto nei miei ricordi, capii che era giunta la fine. Capii che nessun’altra compagnia avrebbe potuto più allietare i miei pensieri, che nessun pasto avrebbe mai più potuto saziarmi, che nessun letto mi avrebbe più potuta accogliere tra le sue morbide brame senza che una logorante sofferenza mi ghermisse a ogni accenno di riposo. Quei bocconi erano venuti drasticamente meno ed io ne ero divenuta affamata in un battibaleno.

Saga Nargatis era morta anch’ella. Trafitta in pieno petto da quella lancia assieme a Timothy Ryth, oramai sperduta per sempre tra i vicoli e le strade fangose del villaggio del legno. Come un fantasma solo e abbandonato. Smarrito dentro ad un ricordo.

Un rifugio sicuro ma distante era posto dietro di me, un orizzonte ignoto eppure così vicino ai miei desideri era, invece, antistante.

“Lo farò per noi”, pensai mentre afferravo saldamente il ciondolo di zaffiro, stretto tra i miei calli e le falangi infreddolite.

“Dopo che avrò massacrato i tuoi carnefici, vedremo il mondo assieme. È una promessa”.

Sotto quel cielo plumbeo, frammentato tra nubi e azzurro, ferita nel corpo e nell’anima, riuscii con tutta la forza che ancora mi rimaneva in corpo a rialzarmi e ad incamminarmi verso nord-ovest, lentamente, dentro a un pallido primo pomeriggio di un’estate che andava morendo.


E così, passo dopo passo, affanno dopo affanno, pigramente incominciai il mio esodo verso l’ignoto.

Lungo quel tortuoso cammino, quando il sole adagio si accingeva a discendere verso le montagne a oriente, mi imbattei in un ruscello sotterraneo sbucante dal terreno di sotto come fosse una grossa talpa. Andava a confluire in piccoli e insidiosi anfratti dietro a una grande roccia ricoperta di muschi. Nel vederlo mi inumidii le labbra secche con la punta della lingua. Mi liberai le spalle dal peso del pesante spadone, gettandolo a terra, e mi buttai in ginocchio su quelle sponde cristalline. Bevetti abbondantemente, mi sciacquai la faccia e mi ci riempii per bene la borraccia, cercando anche di lavare con perizia il taglio sul polpaccio che nel frattempo era divenuto di uno strano colore simile al violaceo. Temendo gli effetti di una possibile infezione, mi strappai la manica destra dalla casacca e la usai per fasciarmi stretta la ferita. Approfittai di quella piccola pausa per riepilogare, in silenzio, l’inventario delle scorte e degli oggetti che avevo frettolosamente raccattato da casa e portato via con me. Mi resi conto troppo tardi delle mie disastrose quanto evidenti dimenticanze in merito. Avevo lasciato indietro tante scorte e utensili che, in quel frangente di gelo e solitario vagare, avrebbero potuto fare la differenza tra la vita e la morte. Unguenti, erbe, le bende per la medicazione che papà teneva stipate in ripostiglio, oppure soltanto una semplice coperta con cui potermi riparare dalla fredda notte che sarebbe giunta poche ore dopo. Non avevo con me nulla di tutto questo. Ottenebrata dal mio furore mi ero così tanto prodigata a trafugare le monete e le armi in Eterum da scordarmi di ciò che mi sarebbe realmente servito durante la mia traversata in quella gelida e desolata brughiera.

Non avevo mai usato quelle lame in battaglia finora e per quanto cercassi di mentire continuamente a me stessa, dandomi coraggio attraverso fragili parole di vanagloria, sapevo fin troppo bene che se mi fossi ritrovata a fronteggiare un reale combattimento sarei stata di certo sconfitta, o peggio. Fortunatamente, almeno fino a quel momento, l’occasione per adoperarle contro qualcuno o qualcosa non mi si era ancora presentata.

Un abile soldato preso nel mezzo di una battaglia mortale avrebbe pregato anche antiche divinità pur di poter usufruire di tali armi che al contrario, erano affidate alla custodia di una ragazzina imprudente che aveva giocato per troppo tempo a fare la guerriera. Un crudele schema del destino.

“Se avessi preso più medicine e meno spade, forse avrei potuto curare per bene questo taglio”.

Un fulmineo intendimento sfondò le pareti della mia determinazione. Dopotutto, casa era ancora a pochi passi dietro di me, se avessi voltato strada, avrei potuto…

“NO!”

Mi castigai con un violento schiaffo sulla guancia destra per impormi la lucidità. Tenevo le lacrime serrate dentro di me, cristallizzate, per nulla al mondo ne avrei versate altre quel giorno. Avevo deciso di intraprendere una strada, un nuovo cammino verso forza e indipendenza, verso libertà dal giogo di mio padre. Verso la vendetta.

“Non puoi tornare indietro”.

Li avevo criticati, tutti loro. Li avevo scherniti, insultati e odiati, anche se li conoscevo da una vita intera. Avevo capito quanto tutti gli uomini fossero deboli, attaccati ai loro scranni e alle loro case di legno e pietra. Per amor di cosa poi? Per trascinarsi giorno dopo giorno attraverso un’esistenza vacua, stantia, soffocata e plagiata dal dolore e dalla paura del mostro, del nemico o della morte? Quale sarebbe stata la differenza fra me e loro, se fossi tornata indietro sui miei passi?

Se dovevo realmente rendere onore a me stessa e alla memoria di Tim, allora dovevo rimanere integerrima, andare avanti senza preoccuparmi di ciò che mi avrebbe atteso dopo, non dimenticando però quello che mi stavo lasciando alle spalle.

Mi rimisi in piedi per l’ennesima volta, riafferrai l’arma e la riposi ancora avvolta attorno al mio tronco rincamminandomi lungo la via, sottomessa a un pomeriggio uggioso, colmo di infiniti stenti, dolori e tristi pensieri, sotto un cielo cupo e quieto ad accompagnarmi attraverso il mio personale calvario, in direzione di chissà quali perdute strade.


Di nuovo in marcia riflettei sul fatto che, nel corso dei miei anni a Woodenvale, non mi ero mai allontanata dal villaggio da sola e per tutte quelle leghe. Le uniche occasioni in cui abbandonavo casa erano in compagnia di Behron, quando ci muovevamo per negoziare, acquistare e commerciare alla volta di Hastings, a sud. Per ovvie ragioni, il mio viaggio non poteva spingersi verso le nostre solite direzioni, il rischio di poter essere riconosciuta, prelevata e ricondotta a casa da qualche socio o compratore di mio padre sarebbe stato troppo alto. Per quanto avessi una grossolana comprensione del territorio grazie alle mappe che di tanto in tanto ci divertivamo a consultare a Casa Ryth, mi ritrovai fortemente incerta sul percorso da intraprendere in quel momento. Deprivata della conoscenza e dell’orientamento che in quel pomeriggio erano irrimediabilmente venuti meno dalla mia ragione, continuavo a muovere verso nord e verso quelle grandi montagne innevate che dal villaggio si ergevano lontane e maestose, nella speranza di mettermi dietro quanta più strada possibile.

Muovevo verso l’unico riferimento visibile. Verso il solo miraggio di una terra nuova aldilà di esse. Montagne che onnipresenti mi si paravano dinanzi, ma che al contempo, sembravano allontanarsi sempre più ad ogni mio passo.


Il pomeriggio mutò inevitabilmente verso il crepuscolo e con esso cominciò pian piano a discendere il gelo. Addosso riuscivo a sentire il lento scorrere dei secondi, il quieto digradare del sole dietro l’orizzonte. Le tenebre erano oramai prossime. Avevo necessità di trovare a tutti i costi un luogo in cui potermi riparare e dove poter passare la notte incombente. Uno scranno dove potermi riposare dal dolore che quella ferita mi stava procurando dalla mattinata. Aveva cominciato pulsare e a bruciare da sotto la fasciatura, quasi che il mio intervento fosse stato del tutto vano.

“Cazzo. Cazzo. Cazzo! Se non trovo un luogo dove poter accendere un fuoco è la fine per me!”.

Nel vuoto della desolazione tutta attorno scorsi qualcosa di molto alto in lontananza. Un grande albero si ergeva vistoso nella vastità pianeggiante, come un riferimento chiaro e impossibile da poter passare inosservato. Mi affrettai a raggiungerlo e nell’avvicinarmi riconobbi subito la tipologia di arbusto. La maggior parte degli alberi nella foresta di Woodenvale erano dei grossi platani come quello, verdi e rigogliosi a tal punto che, anche con il buio pronto ad avvolgerne la superficie, riuscivo comunque a percepirne i vividi colori.

Un albero solitario sperduto in quelle fredde steppe.

Con grande fatica mi appoggiai di peso al suo capezzale. Giungere lì per me si era rivelata quasi una conquista, il primo segno di un qualcosa che non fossero distese infinite di erbaccia e rocce. Senza esitare, rimossi via la flamberga e la cintura dalla schiena gettandole a terra di peso, facendo lo stesso con il fodero della spada lunga. Distrutta dalla faticata, mi buttai con la schiena contro la superficie del tronco, urtandolo e scivolando lentamente a terra. Il dolore al polpaccio stava diventando insopportabile. Con estrema attenzione rimossi la fasciatura improvvisata, il tessuto era umido, logoro e pieno di pus. Accartocciai la manica sozza e la lanciai disgustata lontana da me. La ferita gonfia e bluastra per la prima volta in tutta quella folle giornata mi fece provare davvero paura. Se l’infezione si fosse propagata troppo ci sarebbe stata solo una cosa da poter fare. Sovente alla forgia alcuni guerrieri mutilati venivano a farsi realizzare lavori speciali da papà. Spade con impugnature personalizzate, sostegni caratteristici o protesi in acciaio.

Sorrisi sarcasticamente al solo pensiero, quasi per scacciare via l’ansia che progressivamente cominciava ad attanagliarmi. Non potevo farlo. Dovevo diventare forte! Se avessi perso una gamba per un motivo così ridicolo allora tanto valeva esser morti! Piuttosto che amputarla mi sarei lasciata uccidere dall’infezione, terminando la mia vita con tutte le sue stupide aspettative. Strappai con ira anche l’altra manica dalla casacca e la utilizzai per bendarmi nuovamente. Stavolta strinsi il laccio con maggior decisione, sperando di rallentare il diffondersi dell’infezione al resto dell’arto.

“Ho bisogno solo di un altro giorno! Chiunque tra dèi antichi e nuovi sia in ascolto, per favore, datemi solo un altro giorno! Non voglio altro!”.

Cominciò con l’aria gelida. Essa iniziò a condensarsi lesta ad ogni mio respiro. Il freddo pungente sulle braccia ormai nude. La paura ferma lì, ad artigliarmi il cuore nella sua stretta oscura. La tristezza riflessa nei miei occhi invisibili. Nulla di tiepido con cui scaldarmi. Impossibilitata ad alzarmi per raccogliere legna per il fuoco.

Eppure, quel manto di stelle sopra di me si disegnava così magnifico, come un risplendente pentagramma dove ogni astro era una nota, concatenata assieme ad altre in una sinfonia celestiale perfetta, con lui lì, pronto a cantarla e suonarla soltanto per me. Quella strofa lontana e perduta nell’infinito, sepolta assieme ai suoi curiosi pensieri.

“Il canto di Saga Nargatis, la nasona dagli strani occhi”.

Per quanto mi ci sforzassi, tenere Timothy fuori dai miei pensieri era impossibile. Infilai la mano sotto la casacca senza neanche accorgermene e strinsi forte il pendaglio di zaffiro, come se afferrandolo stessi afferrando lui. Come se stessimo osservando insieme quel vespro argentato sopra di noi.

“Afferralo e saprai che in qualunque parte del mondo io mi troverò, starò pensando a te.”

I ricordi fluirono con insistenza come un torrente ingigantito dalla tempesta, mostrandosi nella loro forma più pura. Sensazioni, suoni, odori, li rivivevo tutti sulla mia pelle. Me li sentivo addosso come sanguisughe succhiarmi linfa vitale e non avevo la minima idea di come fare per staccarmele. Poggiai la testa al tronco del platano e mi sforzai di guidare la mente verso memorie di diverso genere, verso colori meno dolorosi.


Mi venne di ripensare a tutte le persone che erano passate alla fucina in quegli anni, ai loro visi, alle loro vesti, alle loro strane richieste. Ne erano così tanti che spesso li confondevo, li univo tutti in un’unica immagine, in un unico volto. Mi tornavano alla mente alcuni discorsi che facevano con Berohn. Erano sempre incentrati su belle donne o su gloriose battaglie passate, uniti a lamentele sui noiosi tempi di pace in cui vivevamo, che non donavano la possibilità a veri guerrieri come loro di dimostrare il proprio valore ardito in battaglia.

Per me era tutto così buffo. Orde e orde di peoni egocentrici e pieni di sé, marmaglia infima bramante di stelle e leggende, tutti desiderosi di gesta memorabili e brutali massacri solo perché le avevano udite nei racconti di guerra dei loro padri oramai trapassati. Nel mentre, sorridevo malinconicamente al pensiero di come ognuno di loro non avesse la minima consapevolezza del senso della propria esistenza, fino a quando questa non diveniva manifesto di appartenenza ad un ideale, ad un re, ad un Dio o ad un qualsivoglia sovrano. Un manifesto che il più delle volte veniva eretto a principale scopo e motivo di vita, mentre veniva violentemente scagliato addosso a qualcun altro che, invece, era semplicemente lì, fermo ad esistere per sé stesso, vittima inconsapevole ed indesiderata di un mucchio di parole vane e infime, pronunciate da qualcuno che aveva il potere per renderle dogma indissolubile e verità innegabile. Dopotutto, non erano forse questi gli uomini? Non era forse questo il senso della guerra?

Ad ogni modo, guerrieri, avventurieri e lame di ventura non erano sempre i soli e unici clienti della “Fucina Nargatis”. I Magistri della Santa Sede che avevano arrestato Bran non erano affatto i primi prelati che avevo visto bazzicare dalle parti di Woodenvale. Spesso giungevano soldati imperiali al servizio del Santo Magistero, il corpo inquisitorio e militante della Chiesa, con al loro seguito Magistri o semplici diaconi. Paradossalmente erano loro che più delle volte si divertivano a porre curiose domande a mio padre sul mio conto, chiedendosi cosa ci facesse una ragazzina a tirar martellate dentro a una forgia. Papà tagliava corto spiegando che ero l’unica figlia che aveva e quindi l’unico paio di braccia su cui potesse contare in sua assenza. Ascoltando in silenzio i loro moniti e sproloqui, avevo capito che alle donne non era permesso arruolarsi nell’esercito, né a quello imperiale né alle truppe della chiesa, questo compito spettava solamente agli uomini, in quanto portatori di forza, ambizione e conoscenza, che erano i pilastri fondamentali su cui la Santa Fede ergeva la sua chiesa. Se una donna desiderava servire nell’esercito, le truppe imperiali reclutavano ragazze da impiegare come guaritrici, come messaggere o come “sostegno morale” per le truppe.

Mi capitava di riflettere fin troppo spesso su tutta la grande ipocrisia attorno agli stilemi dell’impero e della chiesa. Nonostante la nostra giovane età, né io né Tim ci sentivamo in imbarazzo a discutere di certi argomenti. Nella nostra intimità avevamo provato tante cose e lui era una persona incredibilmente preparata, colta, istruita e competente. Mi aveva sradicato dai preconcetti, dalle paure e dalle antitesi sul sesso che invece mio padre aveva contribuito a indottrinarmi dall’infanzia, amplificate dal silenzio e dalla negazione, esattamente come facevano tutti i popolani con cui andava a ubriacarsi ogni sera al Fuoco Azzurro.

Tim invece non era affatto così. Lui mi raccontava sempre tantissime cose sui più disparati argomenti, non per ultimo il sesso. Mi disse che la Santa Fede aveva proibito da tempo il “sollazzo delle carni a pagamento” nel nome del mero piacere, con un editto del Secondo Solenne An’shalon Primo, stilato perché tale pratica venne ritenuta “Antitetica agli ideali di vita illuminata che Dio e la Santa Fede esigono”. Una vita che, al contrario, doveva essere volta alla dedizione e alla realizzazione di sé stessi con massimo pragmatismo e con meno distrazioni possibili, lontani da tentazioni che trascinassero l’uomo verso l’infima terra, piuttosto che elevarlo verso il divino, come l’assioma decretava.

Adorare un Dio che prima era un uomo la diceva lunga su quanto ogni fedele dovesse impegnarsi per ambire anche a poter essere meno di un’ombra per il Salvatore. Tuttavia, come molte volte avviene in ambiti dove vige il dogma e la negazione, spesso i fedeli tendevano a trovare scorciatoie poco chiare per poter comunque portare avanti i loro personali interessi o soddisfare gli impulsi. Nella concretezza dei fatti, il “sostegno morale” di cui i sacerdoti parlavano e che le donne avrebbero dovuto donare alle truppe in battaglia, era esattamente il sesso a pagamento fine a sé stesso, il quale avveniva, ovviamente, sotto gli occhi ignavi della chiesa, voltati dalla parte opposta a far finta di non vedere.

Era questo ciò che mi disgustava. Tutta quella silente farsa, eretta da coloro che per propria volontà avevano ottenuto il potere e si erano posti a sommi giudicatori morali e punitori di tutti gli altri, voltando lo sguardo solo quando conveniva o rientrasse nei loro interessi, magari perché influenzati e sollecitati con laute ricompense da qualche funzionario, da un governatore o dall’Imperatore stesso. Tuttavia, se qualche poveraccio veniva marchiato come colpevole della possessione di un qualche vecchio libro, tenuto a fare la polvere su un vecchio scaffale, allora si era liberi di agire nella più barbara e disumana delle maniere. Lì, nessun politico andava a reclamare silenzi, nessuna somma di denaro veniva erogata affinché qualcuno abbassasse lo sguardo, tutto restava dannatamente immobile, tutto appariva  “giusto” agli occhi di un popolo idiota e spaurito, inebriato dalle false promesse e dalle crude speranze.

Questo perverso meccanismo alla base del mondo che avevo imparato a conoscere, costituiva il fulcro di molte mie paure e incertezze, ma soprattutto di tutta la mia rabbia, di una furia malsana e feroce che fin troppo spesso era rimasta sopita dentro di me e che solo Tim era in grado di contenere a dovere.


I pensieri mi si troncarono di netto a causa del dolore. Il vento gelido che riscendeva dal nord mi irrigidì la pelle e mi riportò alla triste e dolorosa realtà di quel momento. Cominciò a penetrarmi attraverso la veste per venirmi a ghermire il petto. Non avevo mai passato la notte all’aperto, tantomeno in quelle condizioni disastrose.

Se devi morire in Northandria, non è necessaria la punta di una spada ben affilata, ma la carezza di una notte lunga e gelata”.

Un curioso modo di dire tipico delle mie terre, che mai come quella notte si rivelò appropriato. Una notte empia, con nessuna nuvola a ripararmi dal freddo precipitante del cielo stellato. Una notte senza luna, senza nemmeno la fiamma lontana pronta ad accarezzarmi il corpo.

“Una fiamma…”

Calore.

Avevo bisogno di calore, di un fuoco. Cercai di farmi forza per rialzarmi per la terza volta da terra. Dopo essermi risollevata a stento, spingendo con forza braccia e gambe, mi avviai zoppicante alla ricerca di alcuni sassi da usare come bordo per il falò.

Di pietre il terreno ne era stracolmo. Le raccolsi velocemente senza allontanarmi troppo dal platano e fui fortunata nel trovarne almeno una sufficientemente grande da sfregarci l’acciarino. Strappai delle erbacce secche, qualche ramoscello portato li dal vento e li sistemai all’interno del cerchio per il falò. Dopo aver posizionato tutto a dovere mi sedetti ancora a terra, estrassi l’acciarino dalla sacca e cominciai a strofinare con forza e insistenza sul bordo della pietra.

Non avevo mai utilizzato quell’arnese ma lo avevo visto fare molte volte da mio padre quando giungevamo a destinazione in tarda nottata. Ricordavo con chiarezza che se ne serviva per incendiare alcune torce che poi infilava dentro delle sottili e lunghe gabbie di ferro arrugginito attaccate ai bordi del carretto. Sembrava un’operazione così semplice da replicare, che non mi ero mai preoccupata di analizzarla a dovere. Mai come quella volta rimpiansi tanta mancanza d’attenzione. Dopo diversi interminabili minuti di vani tentativi, presa dall’ira e dalla frustrazione scagliai l’acciarino a terra lontano chissà dove. Urlai tanto forte da sentirmi la gola bruciare. Afferrai la spada da fianco posata a terra dietro di me. Mi voltai di prepotenza rizzandomi di forza sull’unica gamba che non sentivo devastata e iniziai a menare goffi fendenti contro il tronco del platano, ringhiando, gridando e piangendo.

Quanto ero stata stupida! Una semplice e isterica ragazzina che si era voluta dimostrare l’adulta che non era nel momento e nel modo sbagliato. Gradualmente compresi la gravità della situazione. Sarei morta quella notte, l’infezione alla gamba si sarebbe diffusa su tutto il corpo, senza tenere conto del freddo che con molta probabilità mi avrebbe uccisa anche prima. Esausta gettai la spada a terra e mi sdraiai sull’erba di fianco ad essa. Ero a poco più di un giorno di cammino dal villaggio. Una città vecchia e morente. Una casa non più mia. Pensai che dopotutto terminare i miei giorni lì, da sola, sotto quel cielo stellato, sarebbe stato un bel modo per andarsene.

“Aeryza”.

Quel nome mi colpì come una lunga freccia nel cervello, dritta in mezzo alla fronte. Per un istante mi vidi nei panni di una guerriera errante, sapevo maneggiare la spada con destrezza. Ero forte. Vagavo per le Terre Unite assieme ad altre persone. Le genti mi acclamavano e chiamavano il mio nome a gran voce, il nome di Saga Nargatis di Woodenvale, la protettrice degli innocenti, la salvatrice del mondo.

No. Io non dovevo nulla a questo mondo. Non dovevo nulla a questo Dio o a questo Imperatore. Non dovevo nulla a queste persone. Invece, dovevo tutto a Timothy.

Dovevo tutto al suo amore, alla sua premura, al tocco delicato delle sue carezze, alla conoscenza che mi aveva donato, il più grande dono che qualcuno potesse riservare ad una povera “batti-ferro” di un paese dimenticato da tutti, come me.

Mi aveva donato il ragionamento, la lingua, la critica, la riflessione, il desiderio di cambiare le cose.

“Ti amo Tim. Grazie per esserci sempre stato. Grazie del tuo amore. Forse domattina mi sveglierò accanto a te, ovunque tu sia.”

Socchiusi gli occhi.


Il ritmo del rumore di zoccoli di cavallo echeggiò inconfondibile, al seguito di un suono di ruote in legno che lente si trasportavano attraverso il terreno ascoso sotto di esse, sobbalzando quando andavano ad urtare rocce e piccoli fossati. Sforzai i muscoli del collo e sollevai il capo giusto il necessario affinché potessi carpire da dove provenissero quei rumori, riaprendo le palpebre. Davanti ai miei occhi, sulla strada che avevo percorso, c’era qualcosa di grande che si dirigeva adagio verso di me. Qualcosa che assomigliava molto al carro di mio padre.