Il risveglio fu come tutti gli altri. Indossai le vesti, gli stivali e la collana. Al mio ingresso in cucina trovai mio padre a bere il solito intruglio alcolico mattutino. Io e lui oramai non ci parlavamo più da molto tempo, anzi a voler essere precisi, ero io a non rivolgergli più la parola. Behron era sempre stato silenzioso e riservato, quelle rare volte in cui tra noi due riusciva ad instaurarsi un qualche dialogo, capitavano solamente perché ero io stessa a crearle, tentando in prima persona di ristabilire almeno una parvenza di rapporto umano che assomigliasse vagamente a quello esistente tra un padre ed una figlia. Con mia rarefatta sorpresa, da quando avevo smesso di parlargli, oltre al dialogo erano venute meno anche le menate. Da quel giorno di due anni prima, papà aveva smesso di picchiarmi. Tuttavia, il suo ultimo segno era oramai impresso per sempre sopra di me.

Andai da Bronson alla mattina di buon’ora come sempre. Tim non c’era, probabilmente doveva essere ancora a letto esausto. Quando poteva permetterselo, il ragazzo non si faceva mai sfuggire l’opportunità di riposare, approfittando di quei preziosi momenti in cui Steldar gli dava un po’di tregua e non lo faceva impazzire di lavoro su alla locanda. Meglio per lui, che si riposasse, ero abituata a lavorare da sola.

«Io ho combattuto nella Guerra dell’Etherow, Lady, te l’avevo detto? Ho versato più sangue io per Lionell Donegall che la fica di sua moglie per farsi ingravidare! Diamine ai miei tempi si andava in battaglia con indosso solo dei calzoni sporchi ed un vecchio falcione arrugginito in mano! Ah ma io mi sono speso! Tutti noi qui al villaggio ci siamo spesi eccome! Ma quando il nemico passò il fiume, contro quegli scudi di ferro e quelle lance lunghe cosa potevamo noi, ragazza? E dopo la morte di Lionell, il Re Mercante si è seduto su un trono di bugie e inganni, a leccare i piedi dello straniero, che l’Oltre se lo trascini! Te l’avevo detto che ho combattuto nella Guerra dell’Etherow ragazza?».

Bronson, dagli occhi pallidi e dalla coppa pelata, era seduto su un enorme tronco di legno, in mano una bottiglia di vetro semivuota con una sostanza violacea al suo interno. Il vecchio era all’incirca sulla sessantina, un’età veneranda, molti suoi coetanei cittadini di Woodenvale erano costretti a letto da fatiche e malattie, tanti morivano molti anni prima dei suoi, ma non lui, la sua forma fisica gli avrebbe permesso di vivere per almeno altri sessant’anni.

«Si Signor Bronson, mi avete deliziata molte volte con i racconti delle vostre gesta in battaglia»

«Lady! brava ragazza! Se mio figlio fosse in gamba almeno la metà di te, a quest’ora starei a casa a bere, pisciare e aspettare che i Cinque si prendano la mia anima del cazzo, non ad intossicarmi in mezzo a questi carboni»

«Beh, se non altro avete il tempo per bere tutto il sidro che desiderate Signor Bronson! Tanto ci sono io qui che faccio tutto il lavoro!».

Il vecchio Bron parlava un Vreith stretto e dalle radici antiche, così come antico era il suo credo, radicato nelle tradizioni folcloristiche della nostra terra da ben prima che le religioni locali venissero soppresse dal culto dell’ecclesia imperiale. Alle volte, quando beveva troppo e partiva con i suoi sproloqui, la sua lingua era di difficile comprensione persino per me. Bronson era giunto in città moltissimi anni prima dalle Isole Nebbiose ad ovest, oltre il Mar Grigio, il luogo in cui i primi Vreitoni si stabilirono prima di approdare sul continente, dando credito alle leggende.

«Non siate troppo duro con vostro figlio, Dean è un bravo ragazzo, vedrete che vi stupirà».

«Certo, quando si sposerà qualche altro succhiacazzi come lui».

Bron si fece un altro sorso e tossì, io mi limitai a sorridergli mentre caricavo i sacchi sopra la carriola. In giro si vociferava che Dean Bronson fosse un pervertito, che avesse rapporti con altri uomini e che stesse addirittura tentando di attuare una fuga d’amore segreta con uno di loro. Il vecchio Holland Bronson cercava di non pensarci, arrivando addirittura ad ironizzare sulla cosa non poche volte. Quando il vecchio beveva più del dovuto però, il suo rammarico e la sua vergogna per il figlio emergevano senza veli, forse anche troppo vistosamente. Fossi stato in lui non l’avrei urlato troppo in giro, se qualcuno di fastidioso lo avesse scoperto, se il clero si fosse messo ad indagare a fondo e se Dean fosse stato arrestato, la sua sorte non sarebbe stata di certo delle migliori. I pervertiti venivano spesso condannati a morte, legati nudi ad un palo per esser divorati lentamente dai mastini feroci dell’Inquisizione. Non esattamente il miglior modo di andarsene.

«Lady, prendi una delle mie pesche! Te la meriti!».

L’albero di pesche di Bron era spoglio e non dava frutti da quasi un anno oramai, lui sembrava non essersene neanche accorto e io non volevo di certo spezzare quella sua convinzione.

A Bron i miei modi cortesi erano sempre parsi strani. A suo modo, mio padre era riuscito nell’insegnarmi almeno una cosa: il rispetto verso le persone più anziane di me. Tuttavia, l’intervento di Tim fu necessario affinché io imparassi come manifestarlo al meglio della cortesia e del modo, tanto che Bron nel corso degli anni iniziò ironicamente a chiamarmi con il soprannome di “Lady”, come se rivolgendomi la parola stesse avendo a che fare con una delle tante bene educate cortigiane del Faramont o con qualche nobildonna di Aravona.

«Certo Signor Bronson, siete un vero gentiluomo!».

«Salutami tuo padre, Lady! Ricordati sempre di onorare tuo padre».

Annuii e salutai il vecchio con cortesia, poi caricai i sacchi e mi diressi nuovamente verso la forgia.

C’era uno strano fremito in città. Notai diverse persone girovagare con maggior foga e fretta del solito, come se tutti stessero andando verso un’unica direzione. Stranamente, in quella totalmente opposta alla mia. La cosa mi inquietò, ma non la caricai di eccessiva importanza.

“Forse è arrivato qualche funzionario in città”.

Al mio arrivo a casa, trovai mio padre ad attendermi chino sulla sua mola, investito dai getti luminosi che venivano scagliati in alto dai frammenti della lama in lavorazione. Adagiai la carriola vicino alla fucina alla base del crogiolo, rimanendo in piedi davanti a lui nell’attesa che dicesse qualcosa, qualunque cosa.

Mi ignorò.

Senza troppi convenevoli e senza minimamente domandarmi il perché di quella sua noncuranza, afferrai il martello e iniziai a tirarlo sulle assi piegate per raddrizzarle, sempre più forte, sempre più rabbiosamente.

Piegare il metallo col passare degli anni era diventata un’attività quasi rilassante per me, tanto che quel giorno non mi accorsi affatto di aver lavorato ininterrottamente per diverse ore dal mio rientro a casa. Non era nemmeno mezzodì ma decisi di anticipare di qualche minuto la pausa per il pranzo senza dir nulla a mio padre. Prima di cominciare a preparare i pasti per entrambi in cucina, mi allontanai di soppiatto dalla forgia. Lui non sembrò affatto accorgersene mentre mi avviavo svelta verso casa di Tim. Oramai doveva essersi svegliato e io volevo solo stare un po’ con lui, approfittare il più possibile della sua presenza prima che partisse.

Al solo pensiero cominciai a mordermi il labbro.

Gettai uno sguardo al cielo come ero solita fare. Un cereo azzurrino, rigato da nuvole alte e striate. Verso ovest, come sempre, alcuni nembi scuri in lontananza delineavano il confine celeste con l’orizzonte.

“Non posso credere che voglia partire”.

Ritornai col viso ai mattoni usurati della strada maestra. Camminavo con le mani avvolte attorno al mio ventre e la collana che vibrava da sotto la vestaglia al ritmo di ogni mio passo.

“Tre anni… come potrei mai resistere tre anni senza di lui? Sola con mio padre… sola con me stessa… tanto varrebbe mettersi in letargo per questo tempo. Tre anni…”

Qualcuno mi urtò da dietro, sproloquiandomi un “bada a dove vai” o qualcosa di simile. Di fronte a me, si mostrava nuovamente quella fiumana di gente vista in mattinata. Le persone sembrarono manifestarsi dinanzi ai miei occhi quasi d’improvviso. Tutti quanti si stavano dirigendo, chi correndo e chi camminando velocemente, verso la mia stessa direzione stavolta. Verso la direzione di casa di Timothy.

Mi fermai un istante, come sopraffatta da qualcosa. Qualcosa che non riuscii neanche a capire.

«Saga!».

La voce di Maegghy mi colse improvvisamente, quasi facendomi sobbalzare. La vidi correre velocemente verso di me, impiegò qualche secondo a riprendere fiato.

«Maegghy, cosa c’è?».

«È successo qualcosa a casa di Timothy! Ci sono le guardie imperiali! La gente parla del Magistero!».

Non mi diedi neanche il tempo di riflettere ed incominciai a correre velocemente verso Casa Ryth senza aggiungere la minima parola, con Maegghy svelta al mio seguito. Giungemmo in fretta di fronte alla casa di Brandon per trovarla gremita da una folla di curiosi, girovaghi, persone richiamate dal baccano o dal pettegolezzo come una mandria di animali sulla fresca e inerme preda. La porta di ingresso era chiusa, al suo interno non si riusciva a intravedere nulla. Davanti alle scale del porticato, dove io e Tim ci sedevamo a leggere, erano piazzati invece due uomini armati di scudo e lancia, fermi a fare da guardia a coloro che si trovavano all’interno. Erano coperti dalla testa ai piedi da un’armatura argentata, i colori dello scudo erano il rosso e il bianco, con rappresentata l’effigie di una mano in arme che impugna una mazza chiodata davanti ad un grande sole giallo. Mi avvicinai il più possibile con Meg al mio seguito, ma per quanto tentassi, non riuscii a vedere nulla di quello che stava accadendo dentro quella casa.

«Cosa è successo Maegghy?». I suoi occhioni azzurri mi erano addosso carichi di inquietudine.

«Dicono che Brandon c’ha dei libri che non dovrebbe avere!».

Non mi ero accorta di avere le sue spalle strette forte tra le mie mani.

«Solo questo? Tutto questo trambusto solo per degli stupidi libri?».

«Io non lo so! Non ci capisco niente di queste cose!».

Meg sembrava sul punto di scoppiare e non pareva essermi minimamente d’aiuto.

La lasciai stare mentre sentivo la folla mormorare, bisbigliare pareri, confrontarsi sottovoce.

“Dov’è Tim? Suo padre è stato arrestato? Sono entrambi in casa?”.

Muovevo la testa come un’ossessa, cercando di guardare in mezzo alla calca, attraverso la finestra. Percepivo le mie braccia tremare.

La porta d’ingresso di Casa Ryth si aprì improvvisamente, le guardie fuori dalla porta cambiarono posizione voltandosi compostamente una verso l’altra. Dall’uscio vennero fuori due individui: uno di loro era molto anziano, basso e tarchiato, l’altro appariva giovane, estremamente magro e di altezza piuttosto minuta. Entrambi erano vestiti di lunghe tonache bianche. Delle righe gialle simili a raggi di sole, partivano dalla base e si protendevano verso l’alto. Le vesti gli ricoprivano ogni parte del corpo. In testa, i due indossavano un curioso copricapo rotondo di colore giallo e dai bordi neri, attorno al collo si avvolgevano dei lunghi scialli sempre gialli, ricoperti ovunque da gemme rosse e arancioni che calavano giù per le spalle fino all’altezza dell’addome. Dietro i due strani individui c’era Brandon, ammanettato e con il viso tumefatto. Del sangue gli gocciolava dalle labbra, il suo occhio destro era gonfio e di colore violaceo. Subito dietro di lui altre due guardie, armate e vestite come le precedenti, presenziavano alle sue spalle, una di loro aveva un guanto logoro e gocciolante di colore rossastro.

Tutti loro scesero le piccole scale e si misero al centro della folla che li osservava, in silenzio. Dall’uscio della porta rimasta ancora aperta, sbucò fuori Timothy, gli occhi lucidi, il viso arrossato in un’espressione iraconda.

Il chierico magro si schiarì la gola, tutti capimmo che aveva qualcosa da annunciare.

«Genti di Woodenvale! Come sollecito di voi fedeli cittadini e per volere del Sovrano delle Terre Unite per volontà di Dio e degli uomini, Divino Imperator Leòn Gideòn, Granduca di Aravona, Regis del Nord Cerelle e del Sud Cerelle, Re delle Lande e delle Isole, Primo Conte di Gravada, Thane di Grigie Fonti, Signore della Nuova Asenath e dei Tre Popoli, in accordo con l’Alto Vescovo Poligast Brytol, Arcivescovo Reggente della Provincia di Vreitonyal, per volontà dell’Undicesimo Solenne Ax’jrus Primo, la Voce di Dio; io: Magistrato Alborios Montergard e Fratello Demothos di Vlatisvar, siamo giunti a voi in rappresentanza del Magistero della Santa Fede, chiamati a giudicare il qui presente imputato Brandon Ryth».

La folla restò immobile e taciturna, anche se riuscivo a percepire un sottile velo di euforia celato nei loro silenzi. Al contrario, non avevo la minima idea di quello che stesse accadendo di fronte ai miei occhi. Il Magistro rinsecchito parlava in un Castilano perfetto, mentre il suo collega di Vlatisvar puntualmente traduceva in un Vreith scomposto, ma sufficiente a far capire a villici e contadini il contenuto delle sue parole.

«L’imputato è accusato del possedimento e della divulgazione di opere letterarie dichiarate proibite dal fu Capo Scrivano Sebastian Vanser, sotto dettame del Quarto Solenne Je’vrahr Primo, nel Secondo Concilio di Toredo nell’anno 1380 della Lunga Alba!».

Sentii Tim gridare qualcosa, non capii bene cosa disse ma parve che nessuno se ne curò o addirittura che nessuno lo avesse sentito. Io lo guardai con gli occhi intrisi di paura, ma il suo sguardo era rivolto solo ed esclusivamente a suo padre, che al contrario si limitava a tenere il viso verso il basso, uno strano ghigno beffardo stampato in volto.

«In ordine: “I Misteri dell’Alba Dorata” di Wysen Tyron e “L’Inganno del Demiurgo” di Edric Coppergard, rappresentano una visione distorta, menzognera ed eretica della Deugenesi! Pertanto, cito testualmente l’editto del Secondo Concilio in relazione ai trattati, alle opere e agli scritti non conformi ai Sacri Otto Dettami: “Qualora un fedele o uomo o donna di ragione, venga ritenuto colpevole di esser in possesso di trattati, tomi, opere o scritti di qualunque volgo che ledano il Sacro disegno inciso sul Pilastro di Unabh’Sal, dalle mani stesse di Ja’rvha nostro signore, padrone e salvatore; sarà marchiato come eretico, blasfemo e nemico del volere di Dio, pertanto perseguito, giudicato e punito con la pena della tortura e della reclusione finché la sua anima non venga purificata dalla morte corporale“».

La folla esclamò all’unisono parole di stupore, di diniego e di aggressività, non nei confronti dei Magistri però. No. Il loro astio era rivolto direttamente a Brandon. “Eretico!”, “Peccatore!”, “A morte!”, erano solo alcune delle accuse lanciate da persone invisibili, sorridenti ed euforici codardi, occultati dietro scudi di ipocrisia, invidia e paura.

«Pertanto, in facoltà dei poteri conferitimi dal Corpo Inquisitorio del Santo Magistero, io: Magistrato Alborios Montergard, giudico il qui presente Brandon Ryth, figlio di Theodor Ryth, un eretico, un blasfemo ed un nemico della nostra Fede! Or dunque lo dichiaro in arresto per i crimini di eresia e di bestemmia!».

Tutti urlarono come in preda ad un’euforia collettiva, qualcosa di logorante e disgustoso al tempo stesso. La loro estasi venne placata solamente dalle braccia alzate a richiamare il silenzio del magistrato.

«Il prigioniero verrà condotto alla Cattedrale del Salvatore di Gravada per essere sottoposto al giudizio dell’Undicesimo Solenne. Non disperate per l’anima di questo peccatore fratelli e sorelle! Se Dio, attraverso la sua Voce, griderà pietà per quest’uomo, questa sarà sua volontà indiscutibile, ed egli sarà quindi salvato! Ma, se la sua anima verrà giudicata al contrario colpevole, la pena sarà invero rigorosa ed inflessibile. Brandon, figlio di Theodor, hai qualcosa da dichiarare prima della partenza?».

Bran con estrema lentezza sollevò lo sguardo da terra, il sorriso ancora stampato sul volto devastato. Si guardò intorno spaesato e sembrò essere a un passo dallo scoppiare a ridere.

«Voi…» il suo volto mutò drasticamente dal riso al puro odio. La sua voce rauca e graffiante segnò un solco netto all’interno del mio animo, lo sentii spezzarsi.

«Io ho insegnato ai vostri figli, ho donato loro gli strumenti per inserirsi in questo nuovo mondo che voi tutti avete contribuito a creare! Ed è questo che mi restituite in cambio!?».

Bran sputò qualcosa a terra.

«Tutti voi…». Nel volgere il suo sguardo iracondo verso la folla, Brandon incrociò il mio, dilaniato dalla paura.

Ci osservammo intensamente, solo per un istante. Un solo istante. Sentii il cuore darmi un forte colpo, un singolo pugno come se volesse bucarmi la pelle e spaccarmi le ossa per aprirsi un varco e fuggire.

Il suo occhio verde e penetrante pareva trafiggermi, come una lama sottile e affilata a trapassarmi il torace, come se volesse tentare di dirmi qualcosa. Ma io me ne restavo lì, immobile come tutti gli altri.

Mi sorrise, si voltò all’indietro gettando un’ultima occhiata a suo figlio. Volsi anch’io lo sguardo verso Tim. Il suo volto era distrutto dal dolore, gli occhi sgranati fissi su quelli di suo padre.

«Voi… prendetevi cura di Timothy».

L’urlo del ragazzo fu straziante, carico di tristezza e odio. Mi portai la mano davanti alle labbra. Sentii di voler urlare anch’io, con tutta me stessa, ma non feci nulla. Una parte di me sembrò come gridare dal buio, nascosta. Voleva fare qualcosa. Voleva correre verso quegli stronzi e piantar loro una lama nel petto per vedere il sangue sgorgare dalle loro sudice bocche. Ma invece, Saga Nargatis rimaneva bloccata lì, in mezzo a tutti gli altri.

Vidi Tim sparire dentro casa sua, l’uscio della porta rimase vuoto.

«Andiamo».

I due Magistri e le guardie cominciarono ad incamminarsi, mentre tutti restavano pietrificati, inermi davanti al ridicolo spettacolo che veniva eseguito davanti ai loro occhi. “È giusto!”, “Eretico!”, “Questa è la volontà di Dio!”. Le grida dei presenti si facevano sempre più insistenti, le voci più rumorose, più alte. Vidi Maegghy in lacrime dietro di me.

“Eretico!”, “Criminale!”, “A morte!”.

Riportai le mani lungo il corpo e strinsi i pugni così forte da sentire le unghie artigliarmi la carne. Le mie gambe sembravano impiantate nel fango e nella pietra del terreno, quasi fossero parte di esso. Provai ad urlare, ma solo un lieve ansimo fuoriuscì dalle mie labbra secche.

Vidi la testa del Magistro magro scattare violentemente di lato in un movimento furente. Un urlo straziante lambì l’aria attorno a noi. Uno stecco di legno era piantato a terra vicino ai suoi piedi. No, non era uno stecco. Era una freccia. Una freccia molto, molto piccola. Il Magistro magro si portò una mano su quello che poco prima era il suo orecchio, ora ridotto ad una orribile ammasso informe rosso e gonfio grondante sangue. Non capii cosa stesse succedendo, sentivo le vene scoppiarmi in testa. Le espressioni basite delle guardie, si confondevano nella loro corsa verso le spalle del Magistro. Due di loro si frapposero davanti al prelato con gli scudi alzati, mentre una era rimasta al fianco di Brandon. La quarta guardia invece, avanzava velocemente scudo e lancia alla mano verso Timothy, fermo in piedi davanti all’uscio di casa sua con una grande balestra stretta tra le mani.

Lui lo sapeva. Io lo sapevo. Chiunque conoscesse quell’arma sapeva che una volta scoccato il primo dardo, una balestra aveva bisogno di tempo per essere ricaricata. Tim lo sapeva!

Riuscii finalmente a chiamare il suo nome a gran voce.

«Tim!».

Il suo viso girò verso il mio. I suoi occhi spenti sembrarono come risplendere di una qualche luce lontana e mai esistita. Mi aveva vista.

Mi aveva riconosciuta tra tutti. Le sue labbra parvero muoversi come a volermi dire qualcosa. Una “g”, una “r”, forse una “a”. Qualunque parola stesse pronunciando, fu stroncata dall’affondo della lancia che ardentemente lo trapassò in pieno addome.

“No!”

All’estrazione della punta dal suo corpo, le scale del porticato dove ci eravamo seduti a leggere per tutti quei lunghi e bellissimi anni, furono insozzate da un fiume di sangue.

Mi immobilizzai. Fredda. Tra le urla generali dei presenti riconobbi subito quella di Brandon. Era il grido più disperato che avessi udito in tutta la vita, lo sentii straziargli la gola e martoriargli le corde vocali.

Io ero ferma, silenziosa. Nessun suono venne fuori dalla mia bocca. In piedi, immobile, debole, inutile. Tim sputò altro sangue mentre si accasciava a terra strascicandosi sul bordo dell’abitazione con la schiena, con lui cadde anche la balestra. I suoi occhi erano volti al vuoto, o forse erano rivolti a me?

I Magistri si agitavano in piedi, urlanti, circondati da un muro di scudi. Bran era in ginocchio. Continuava a gridare incessantemente, quasi a voler esaurire ogni minima traccia di voce rimastagli dentro.

«SACRILEGIO! PECCATO! ERESIA! SCIAGURA!». il Magistro Montergard latrava alla folla in preda all’ira e con il viso vermiglio.

«Oggi Dio ha posato i suoi occhi su Woodenvale! Un terribile crimine è stato compiuto sotto il suo sguardo! E lui non lo dimenticherà! Pregate! Se volete salvare il vostro villaggio dalla sciagura! Pregate il Dio Salvatore! Se volete salvare le vostre anime dalla dannazione eterna!».

Il Magistro agitava le braccia. Una vena paonazza lungo il collo, le dita puntate sulla folla con intento accusatorio, gli occhi talmente gonfi da sembrar fuori dalle orbite. La guardia che aveva trafitto Tim sollevò la lancia e se la ripose sopra la spalla destra, tornando a gran velocità verso il Magistro e lanciando occhiate inquisitorie da sotto l’elmo verso la ressa.

La persona che amavo mi era stata portata via davanti agli occhi, davanti alle mie mani sudate e paralizzate. Io non piangevo. Non urlavo. Non riuscivo a muovermi. Non provavo nulla.

Un solo ed unico pensiero mi fluttuava placido in testa in quel momento.

“Cosa avrebbe fatto Aeryza?”.

Maegghy gridava e piangeva dietro di me, io seguivo il cammino del convoglio con lo sguardo, solo per incrociare infine quello di mio padre.

Anche lui era lì, in mezzo a tutti, ad osservare la scena con il suo solito distacco, con la sua solita freddezza. Solo quattro guardie armate e un vecchio cialtrone abile nello sputare sentenze. Avrebbero potuto bloccarli, ucciderli, eravamo tutti almeno il triplo di loro, perché nessuno si era mosso? Perché mio padre era rimasto fermo lì? Perché nessuno combatteva? Perché papà aveva quella faccia? Perché pareva non interessarsi di nulla?

Portai lentamente le mani sulla superficie del mio cranio e mi afferrai i capelli. Li tirai così forte da sentire la pelle sotto di essi quasi staccarsi. Un fremito mi investì da capo a piedi. Qualcosa di elettrico.

“Cosa avrebbe fatto Aeryza?”.

“Vai da lui!”.

“È morto!”.

“Non andare da lui!”.

“Cosa avrebbe fatto Aeryza?”.

Li guardai un’ultima volta. Brandon, Tim, le guardie, le persone, mio padre, Derek ed Olly e Maegghy e tutti loro fermi, piantati a terra come stalattiti.

“Cosa avrebbe fatto Aeryza?”

Mi voltai. Lasciai Meg lì a frignare assieme agli altri e corsi via verso casa. Nessuno aveva lottato per difendere un amico, nessuno aveva avuto il coraggio di intervenire, nessuno si era opposto, nemmeno io. Avevo permesso a Tim, alla persona che amavo, a colui a cui dovevo tutto, di morirmi davanti senza fare nulla.

Con lui ero morta anch’io.

Che l’Oltre si fosse trascinato via mio padre assieme a tutto quel maledetto posto. Che l’Oltre si fosse trascinato via la figlia del fabbro, la debole Saga Nargatis, la fragile creaturina piena di fronzoli in testa e buona solo a piegare l’acciaio.

“Cosa avrebbe fatto Aeryza?”.

Corsi con così tanta foga che fui a casa in pochissimo tempo, senza neanche riprendere fiato, mi strappai la vestaglia da dosso e la gettai a terra. Mi diressi verso il mio armadio. Avevo bisogno di indumenti leggeri, pratici.

“Lui è morto, e tu sei stata lì a guardarlo.”

Afferrai un paio di pantaloni e la maglia che usavo per lavorare alla forgia, li indossai assieme ai miei stivali di cuoio, mi legai rapidamente i capelli in una coda.

“Non capisci È MORTO!”.

Presi più cinture che potevo. Raccolsi la sacca in lino e mi diressi in cucina, agguantai del pane e alcune salsicce affumicate, una borraccia vuota che avrei riempito al primo ruscello incontrato.

“Pensi che le cose cambieranno? Non cambierà niente!”.

Entrai in camera di mio padre spalancando la porta con violenza. Quel simulacro sacro e inaccessibile si rivelò infine un buco come un altro, una stanza smilza ma stranamente ordinata. Sapevo bene dove Behron teneva i suoi risparmi, rubai una quantità di Sol sufficienti a garantirmi la sopravvivenza, forse anche di più.

Il tempo si fermò per qualche istante.

Davanti a me, incastrata nella rastrelliera c’erano una spada lunga dalla lama sottile e una grossa flamberga decorata. Il manico dello spadone era in legno quercia, la guardia a croce precedeva un rincasso ed una lama zigrinata lunga almeno trenta pollici. Entrambe le armi erano forgiate in Eterum.

“E queste? Perché sono qui?”.

Degli affari di mio padre non mi interessava, dei motivi legati alla presenza di quelle spade in casa, ancora meno. L’Oltre avrebbe potuto inghiottirseli tutti.

“Aeryza punisce i malvagi, Aeryza è forte.”

Afferrai la flamberga senza indugio e me la legai alla cintura dietro la schiena. Nonostante la punta mi arrivasse ai piedi, decisi di tenerla, non sapevo a quali pericoli sarei andata in contro, uomini o bestie che fossero. Rubai anche la spada lunga poco distante dallo spadone e la osservai per qualche secondo. Una lama perfettamente dritta, dal colore scuro come norma dell’Eterum, sottile come un capello. La guardia a crociera era intarsiata da due anelli di ferro perpendicolari posti in alto. Il codolo penetrava in un manico robusto ma leggero, probabilmente in corno, circondato da un ritorno di corda per aumentarne l’attrito durante la stretta. Sembrava essere lavorata apposta per conformarsi alla mia mano. Strana coincidenza.

“Questa è la mia mia promessa”.

La infilai in un piccolo fodero generico che mi ero legata alla vita, raccolto da vicino la rastrelliera poco prima. Uscii di soppiatto dalla stanza lasciando l’uscio aperto dietro di me. Tornai in cucina solo per un istante, afferrai un acciarino e del carbone dalla forgia per sistemarli l’uno in tasca e l’altro in un sacchetto.

“Cosa avrebbe fatto Aeryza?”.

Abbandonai di corsa casa, verso la via del mercato. Mi sarei lasciata il villaggio alle spalle passando per la collina, evitando così la porta principale da dove i Magistri sarebbero di sicuro usciti, assieme a tutto il loro convoglio.

“Aeryza avrebbe lottato, avrebbe mutilato, ucciso. Loro sono malvagi! Aeryza punisce i malvagi! Lei avrebbe evitato che la persona che amava morisse. Sono deboli, mio padre è debole, questo villaggio, le persone sono deboli! TU SEI DEBOLE!”.

Scesi la collina di corsa quasi a saltelli, allontanandomi dalle case e dalla foresta dietro di esse. Alle mura in legno, al ruscello, alla forgia, alla Via del Mercato, a casa mia.

“Moriranno! Per mano mia moriranno! Non devo starmene mai più a guardare! Non devo più essere debole!”.

Correvo ininterrottamente da un tempo che non mi era più chiaro.

“Tim, tu credi in me? Loro non possono vivere! Sai che ce la farò! Devo ucciderli tutti? Il mondo avremmo dovuto vederlo assieme! Dovevamo farlo assieme!”

Inciampai su un sasso sporgente, spuntato dalle viscere del terreno antistante. L’urto mi fece squilibrare e rotolare giù per una breve distanza. Mi ritrovai a terra supina, sporca di fango, alcune monete e pezzi di pane erano saltati fuori dalla sacca semiaperta, la lama della flamberga mi aveva procurato un taglio sul polpaccio, sentivo il sangue fuoriuscire dalla ferita. Non me ne curai, non sentii nemmeno dolore. Il cuore ricominciò a battere con violenza, il respiro si affannò, il petto sembrò come spezzarsi. Infilai la mano freneticamente sotto la maglia, afferrai la gemma sulla collana e la strinsi forte tra le dita.

“Ovunque io sia, starò pensando a te”.

Finalmente, riuscii ad urlare.