«Buon compleanno Saga».

Tim pronunciò le parole levandomi delicatamente via il panno avvolto attorno agli occhi. Uno spettro di luce diafana mi investì intenso, tanto da farmi rivolgere lo sguardo a terra, il tempo necessario affinché le mie iridi si riprendessero dal buio di quella temporanea cecità. Strofinai le palpebre con le nocche e le tenni socchiuse ancora per qualche secondo. Riaprendole poco dopo, mi accorsi di ritrovarmi immersa in una radura boscosa che non avevo mai raggiunto prima in tutti quegli anni. Un piccolo fiume azzurro sbucava dagli alberi dietro di me e andava a confluire verso uno stagno circondato da grossi graniti forati di colore grigio. Il flusso d’acqua era puro e limpido come mai avevo veduto prima. Sui tronchi erano incisi degli strani simboli arcaici di svariate forme e dimensioni, per quanto, soltanto uno di essi sembrava stagliarsi in gran quantità sopra tutti gli altri. Il segno era composto da due rette verticali parallele, dalle cui sommità si delineavano, in direzione opposta, altre due linee oblique volte verso il basso, lunghe esattamente la metà delle prime. A sovrastarle, al centro delle quattro, un piccolo cerchio di proporzioni più o meno geometriche.

Nel tempo, gran parte del confine della foresta era stato raso al suolo dall’intensa attività carpentiera di Woodenvale. I contadini avevano tentato invano di rimediare alla deforestazione crescente con nuove semine ad ogni autunno. Gli alberi piantati impiegavano molto più tempo a crescere piuttosto che ad essere abbattuti e ciò aveva permesso al bosco, col passare delle stagioni, di ridursi sempre di più, sacrificando vaste aree verdeggianti in favore di imponenti distese di ceppi e fogliame secco. Con molta probabilità nel giro di qualche decina di anni, continuando con quel ritmo, di quel posto non sarebbe rimasto più nulla.

Quel giorno io e Timothy camminammo molto a lungo. Lui mi prelevò di peso dalla fucina poco dopo mezzodì, dopodiché con un sorriso di imbarazzo misto ad eccitazione impresso in volto, mi chiese di fidarmi di lui e mi bendò, promettendomi di mostrarmi una sorpresa che mi avrebbe lasciata senza fiato. Mi affidai al suo abbraccio e mi lasciai condurre attraverso l’oscurità, attraverso alti alberi odorosi di resina e corteccia, mano nella mano, ridendo e origliando regolarmente i suoi “è una sorpresa!”, “non posso dirti nulla!”.

Mi guardai intorno con attenzione. La radura doveva per forza essere parte di una regione molto interna e sperduta del bosco, riuscivo a percepirne addosso l’antica essenza e le memorie impresse in quelle acque. Era un luogo diverso dagli altri che avevamo visitato ed esplorato assieme nel corso di tutti quegli anni, sembrava di non essere affatto vicini a casa, ma a molte leghe di distanza, lontani, perduti in qualche radura ancestrale, profughi di una terra misteriosa e sperduta come le lande mistiche ed evocative descritte nelle pagine dei nostri libri.

«Tim, questo posto è bellissimo»

«Sapevo ti sarebbe piaciuto».

Tim mi afferrò delicatamente le mani e se le fece scivolare via dopo pochi istanti, allontandosi di qualche passo, poi si chinò e raccolse un piccolo sassolino rotondo da terra.

«Mio padre mi ha portato qui la prima volta tre anni fa, mi ha detto che un tempo la foresta apparteneva ai Selstarin, come tutte le altre del resto. Sai, loro danzavano e pregavano in radure come questa, celebravano il nascere del giorno e della notte, cantavano dell’acqua, degli alberi, delle stelle. Per loro questo era un luogo sacro. Mi piace pensare che qualche esemplare libero vaghi ancora tra queste fronde»

«Tim perché dici questo? Sai che sono pericolosi. Se ci trovassero, di certo non si metterebbero a danzare e pregare in nostra presenza!».

Forse la mia risposta emerse troppo di getto dal fango delle mie ansietà, per quanto in mezzo a quel bofonchio irrequieto, non si celasse affatto un nucleo di verità. Era noto a tutti che i Ferali liberi fossero violenti, sadici, abietti verso qualunque uomo o donna capitanti loro a tiro, pronti a colpire e terminare le vite dei loro nemici per mano della più dolorosa e brutale delle esecuzioni. Correva voce inoltre, che i corpi dei malcapitati venissero dilaniati e mangiati e che con le ossa venissero fabbricate le armi, mentre con le pelli venissero rivestiti i tetti delle loro capanne improvvisate. Vera o non vera, la leggenda aveva origine dal sentimento che quel popolo avrebbe potuto maturare nei confronti di coloro i quali ne stavano lentamente decretando l’estinzione.

Tutti quanti dal nord al sud delle Terre Unite erano ben a conoscenza della malasorte riservata al popolo delle foreste, per quanto Woodenvale fosse uno dei pochi villaggi in cui la loro presenza era del tutto assente. La Northandria era stata la regione che aveva di meno subito il fenomeno dello sfollamento boschivo. Nelle terre a sud del Fiume Etherow il martello di Gideòn si era abbattuto con maggior veemenza e per conseguenza quei pochi esemplari di Ferali in tutta la provincia li si potevano trovare a macchie sporadiche tra le grandi città, nei palazzi nobiliari di Whitechester e in qualche terreno sperduto nelle brughiere, principalmente in Southandria. Per ciò che mi riguardava, io non ne avevo mai visto uno.

«Saga, devo dire che ti facevo più intelligente di una qualche stupida leggenda da popolino superstizioso. Puoi stare serena, loro non sono affatto come noi. Vedi anche se adesso ne spuntassero due da dietro quell’albero lì, non arriverebbero mai a farci del male. Mio padre una volta mi disse che la vendetta è un sentimento esclusivamente umano».

Tim lanciò il sassolino che aveva raccolto prima in riva allo stagno. L’acqua si increspò in perfette e crescenti onde circolari. Lo vidi voltarsi verso di me, invitandomi silenziosamente a fare lo stesso. Mi chinai afferrandone uno molto piccolo vicino ai miei piedi e lo gettai subito dopo verso il centro del laghetto.

«Sai, quando siamo arrivati qui, papà ha preso un sasso e lo ha gettato nello stagno proprio come abbiamo fatto noi. Mi ha detto: “Sai Tim, dopotutto la vita è come un cerchio sull’acqua. Viene generata da una scossa, da una forza esterna a noi sconosciuta che posa il suo tocco su di essa e ne agita la superficie, creando il cerchio. Da piccolo, il cerchio si espande sempre di più, diventa sempre più grande e alla fine del suo viaggio si dissipa. Morendo ritorna nuovamente a far parte di ciò che lo ha generato, un tutt’uno con la materia che lo ha fatto vivere. Il cerchio non resta della stessa dimensione, può solo muoversi in avanti ma mai attraverso un’unica strada, sempre e solo in molteplici direzioni, in infinite possibilità di eventi. Non c’è qualcosa che sia più rilevante rispetto a un’altra nel cerchio, tutto è equo. Ogni esperienza necessaria, ogni gioia, sofferenza, dolore, egualmente importanti. Tutte unite nel cerchio. Tutte che lo aiutano ad espandersi e a crescere sempre di più, proprio come la vita”».

Timothy sospirò benevolmente. Quando parlava così agitava spesso le mani, lui non se ne accorgeva, ma per chi lo osservava appariva come qualcuno che cercava di riafferrare i concetti per aria, quasi che questi gli scivolassero via tra le dita ad ogni vocabolo, mentre lui al contrario tentava disperatamente di tenerli attaccati a sé. Io adoravo sentirlo parlare in quel modo, ne avevo bisogno. Avevo bisogno di credere che esistessero persone come lui e come Brandon a questo mondo. Restavo ore intere a fissarlo con l’amore negli occhi. Non volevo smettesse mai di raccontare. Avrei potuto restare lì ad ascoltarlo per sempre.

«Saga, ti ho portata qui perché il posto è molto bello e dovevi assolutamente vederlo, però ho anche qualcos’altro da darti».

Sorrisi. Tim si mise una mano in tasca ed estrasse con delicatezza una piccola cordicella in cuoio nero, una gemma azzurra era infilata da un buco all’estremità superiore e pendeva sotto di essa, riflettendo la luce del sole attraverso le foglie che cadevano. Per una qualche grottesca simmetria, la gemma ricordava molto vagamente anch’essa la forma di una foglia.

«Questo è Zaffiro puro, mio padre lo ha comperato da un anziano venditore ambulante di Roseha del Nord, di ritorno dalle Colonie di Confine».

Con garbo, Tim avvolse la cordicella attorno al mio collo. Mi spostai le ciocche dalle spalle per dargli lo spazio necessario affinché agganciasse per bene le due estremità in metallo, dopo aver assicurato la stretta grazie al piccolo anellino retrattile, riportò le mani verso di sé.

«Mi disse che la comprò per l’unica donna che avesse mai amato, ma come spesso accade per il vero amore, quella donna fu l’unica che non ricambiò mai il suo sentimento, la ragazza che non cedette al fascino di Brandon il Bardo, nonostante il suo affetto fosse puro e incondizionato. La ragazza morì di malattia un anno dopo, ma mio padre ha conservato lo stesso questa collana e da quando ho compiuto i miei di sedici anni, lui me l’ha donata, affinché io potessi donarla a mia volta a colei che amo».

Non diedi a Tim il tempo di aggiungere altro, che le mie labbra furono sulle sue con una velocità tale da far invidia ad un rapace. Da quando ci baciammo la prima volta un anno prima e da quando facemmo per la prima volta l’amore, sempre nascosti dagli sguardi severi, giudicatori e invidiosi degli abitanti del villaggio, nel mio cuore il sentimento si era via via tramutato in un desiderio non così distante, in un sogno di vita, in un futuro.

Mio padre voleva che prendessi il suo posto alla forgia e che continuassi il suo operato per la prossima generazione, mentre io ero grata ogni giorno di quanto lui ignorasse che questo suo desiderio non si sarebbe mai potuto concretizzare. Da tempo avevo preso la decisione di abbandonare la via della forgiatura, di abbandonare quella città che ad ogni anno passato si risucchiava un pezzo di me. In quel momento realizzai soltanto la mia concreta intenzione nel comunicarglielo, nel fargli capire che per troppo tempo avevo vissuto la vita di qualcun altro, che per troppo tempo ero stata “La figlia del fabbro”, mentre io sognavo di Aeryza e dei suoi viaggi ad Alvangard, non di piegare il metallo per il resto dei miei giorni.

Era giunto il momento di dare una svolta alla mia esistenza ed ero finalmente pronta a concedermi a Timothy nell’anima oltre che nel corpo. Ero pronta a fuggire da Woodenvale con lui per poter finalmente vivere insieme una vita itinerante, cantando, viaggiando e amandoci senza vincoli, senza confini, come fece suo padre prima di lui.

Lui rispose al mio bacio con altrettanta passione. Sentivo il calore dalle sue labbra umide crescere sempre più per farsi strada attraverso tutto il mio corpo. Mi afferrò la vestaglia all’altezza delle spalle e mi spinse con veemenza al tronco di un albero. La schiena mi urtò bruscamente contro la ruvida superficie, ma non provai affatto dolore. Quasi spaventato dalla sua improvvisa foga, Tim si ritrasse per un secondo e rimase a fissarmi. Poi si tolse la maglia molto in fretta. Io feci lo stesso. Mi sfilai la vestaglia allentandola e facendola scivolare verso le gambe, dalle spalle fino al terreno e presto fui nuda. Lui si avvicinò portando le labbra all’altezza del mio petto. Con una mano mi teneva un polso e con l’altra mi stringeva il seno, mentre quasi con imbarazzo mi leccava il capezzolo con la lingua tenendo il capo chinato. Nonostante ci conoscessimo da anni, nonostante ci fossimo sfiorati in molti modi e luoghi, lui continuava ad essere timido come la prima volta. Non glielo avevo mai detto ma a me quel suo temere di “spezzarmi” ad ogni minimo contatto mi faceva sentire come il suo tesoro più prezioso, un fiore delicato i cui petali erano troppo deboli e sottili per poter essere raccolti con impetuosità.

Ansimai dal piacere. Ebbi un piccolo tremito. Tim lo colse. Smise di leccare ed iniziò a stringere con le labbra mentre con la mano lentamente discendeva verso il mio sesso.

«Ti amo Tim»

«Ti amo Saga».

Dopo qualche minuto in cui lambimmo i nostri corpi in piedi sotto le fronde di quegli alberi antichi, Timothy si denudò da capo a piedi completamente e ci buttammo infine ai bordi dello stagno. Così facemmo l’amore per l’ennesima volta, per tutto il pomeriggio. Solo il suono dell’estasi delle nostre voci e lo scrosciare dell’acqua sopra il granito lì a tenerci compagnia.


Per qualche tempo giacemmo nudi mentre la luce del giorno andava morendo e l’imbrunire si avvicinava sempre più. La strada percorsa dal villaggio era stata tanta e rincamminarci con le tenebre al nostro seguito non sarebbe stata affatto una buona idea. Mi voltai verso Tim e lo guardai per un secondo negli occhi. Feci per esortarlo ad alzarci ma nel momento esatto in cui mi mossi sfiorando la sua pelle con la mia, lui mi strinse con la mano il fianco.

«Cosa c’è Saga?».

«Forse dovremmo tornare indietro, è quasi il tramonto».

«Voltati».

Sorrisi. Mi misi a pancia in giù con i gomiti e gli avanbracci a reggere il peso del mio petto con la schiena e le natiche rivolte verso il cielo. Feci scivolare i capelli lungo il lato destro del collo finché non toccarono terra. Sentii la superficie dei polpastrelli di Tim sfiorarmi la pelle e discendere delicatamente lungo la spina dorsale, un piacevole brivido mi elettrizzò, mi irrigidì. Il suo tocco era così piacevole.

«Potremmo tornare a Woodenvale, oppure potremmo stare qui ed io potrei lisciarti la schiena fino a quando non avrò più le dita e tu non avrai più una schiena».

«Mi sembra un’idea stupenda Tim».

Lo sentii sghignazzare, poi sospirò.

«Saga, devo dirti una cosa».

Il tono di voce si era fatto d’improvviso più cupo. Le sue dita avevano smesso di accarezzarmi.

«Fra una settimana partirò, andrò all’Accademia dei Bardi ad Eon. Ho deciso che voglio diventare un bardo itinerante come mio padre e voglio che tu mi segua».

Non capii. Restai in silenzio, perplessa da quell’affermazione. Io non avrei mai potuto frequentare l’accademia. Anche se Tim mi aveva insegnato in passato, io non sapevo né cantare né suonare un qualsivoglia strumento musicale. Avevo imparato il Castilano ma non conoscevo nemmeno una parola in Faramese, che tutti sapevano essere la lingua delle canzoni e delle poesie. Per quanto mi sforzassi non capii affatto cosa stesse cercando di comunicarmi.

«Io, credo di non aver capito»

«Starò via per del tempo Saga, forse due o tre anni, ma questo non deve turbarti. Quando avrò terminato l’accademia, tornerò qui e potremmo viaggiare per il mondo insieme! Quando sarò un bardo, potremmo vivere di avventure! Non saremo legati a nessun luogo, il mondo intero sarà la nostra casa! Ti chiedo solo di avere pazienza, di aspettarmi, di fare questo piccolo sacrificio, in nome di una vita intera che potremmo passare assieme, come abbiamo sempre sognato».

Non risposi. Mi limitai ad osservare il vuoto di fronte a me senza neanche voltarmi a guardarlo in faccia. Aveva ragione. Aveva ragione ed io lo sapevo. Dopotutto cos’erano tre miseri anni se paragonati ad una vita intera insieme?

Ma io non volevo, non dovevo perderlo, neanche per così poco. Se lui se ne fosse andato, io sarei rimasta sola con mio padre. Sarei rimasta sola in un luogo che, senza Timothy, non significava nulla per me. Questo non doveva accadere. Non poteva accadere.

«Sai, sto scrivendo una canzone per te, ma è ancora molto grezza, banale quasi. Io voglio completarla con gli insegnamenti che riceverò all’accademia, sarà la composizione migliore della mia vita, te la de…»

«Portami con te ad Eon!».

Lo interruppi bruscamente con la più patetica e immatura delle richieste, una disperata supplica gettata via di fretta per istinto e paura. Anche se conoscevo già la sua riposta, almeno tentare per me fu obbligatorio.

«Saga sai bene che non posso farlo, l’accademia ha una rigida selezione, è solo grazie a mio padre se sono riuscito ad avere una minima possibilità. Ho messo da parte tutti i Sol che ho guadagnato al Fuoco Azzurro per avere qualcosa in tasca durante il mio soggiorno lì, a stento riuscirei a vivere da solo! Sarebbe una vita faticosa per te e io non avrei tempo da dedicarti, soffriremmo entrambi».

Mi voltai solo per sentire nuovamente l’erba rigarmi la pelle. Vidi il suo viso sopra di me, il suo sguardo volto all’orizzonte, la sua mascella tonda, gli occhi marroni, i capelli castani lunghi fino al collo, il mento sbarbato.

«Io non voglio perderti. Non voglio che tu vada via da me».

Parlai con voce singhiozzante mentre cercavo di trattenere le lacrime con enorme fatica. Non volevo mostrarmi debole davanti a lui. Se questa era la sua decisione, allora che mi vedesse forte, pronta ad accoglierla, non come una piagnucolona infantile che voleva solo tenerlo a sé.

«Non mi perderai. Sto facendo questo anche per te, per noi. Per poter avere un futuro assieme. Tornerò e ti porterò via da questo posto».

Si avvicinò a me e mi baciò ancora. Come tutte le altre volte e forse per l’ultima da quel momento in avanti, mi sentii al sicuro.

«Tieni la collana con te, quando sentirai la mia mancanza stringi la gemma e saprai che da qualche parte nel mondo, io starò pensando a te».


Dopo esserci rivestiti entrambi logorandoci con uno strano e reciproco silenzio, ci reincamminammo a passo svelto verso Woodenvale. Giungemmo al limitare della foresta al volgere della sera, col tramonto incalzante alle nostre spalle.

«Domattina verrò a darti una mano alla falegnameria, ti aiuto con i carboni di Bronson. Steldar ha detto che posso prendermi il giorno»

«Non serve Tim, mio padre vuole che io me la cavi da sola»

«Domattina passerò».

Tim mi diede un veloce bacio sulle labbra, poi mi accarezzò all’altezza della cicatrice che mio padre mi aveva regalato alla forgia tre anni prima. Sorrise e io sorrisi a mia volta, mentre lo vedevo allontanarsi verso casa sua. Infilai la mano sotto la vestaglia attraverso il collo ed estrassi la collana. L’azzurro dello Zaffiro sembrò brillare, quasi risplendere di luce propria. Lo strinsi forte tra le mani mentre rivoli di lacrime agrodolci mi rigavano il viso.

“Ti prego. Non abbandonarmi mai più”.