La Popsofia è un fenomeno culturale, sempre più importante negli ultimi anni, ed è caratterizzato da un vivo interesse per l’analisi “filosofica” dei prodotti della cultura popolare, con particolare riferimento ai prodotti ideati e realizzati per l’intrattenimento di massa. Testi come Seinfeld and Philosophy: A Book About Everything and Nothing del 1999 o I Simpson e la filosofia del 2006 rappresentano dei fortunati e famosi tentativi in questo percorso di divulgazione della filosofia. Merita di essere citato in questo filone anche l’italianissimo La filosofia spiegata con le serie tv (2017) di Tommaso Ariemma che ha ottenuto un ottimo risultato in termini di vendite.

Bisogna ammettere che non c’è stata (e non c’è) un’unica modalità, né un unico metodo per mettere in dialogo questi due mondi: alcuni studiosi hanno tentato di esplicitare i rimandi filosofici nascosti in queste opere; altri hanno scandagliato il sottobosco narrativo di fumetti e serie tv nel tentativo di evidenziare le grandi questioni filosofiche proprie della società contemporanea; altri ancora hanno usato la cultura pop come una miniera inesauribile di espedienti didattici per rendere più comprensibili alcuni concetti particolarmente astrusi.

Qui, con una mentalità da videogiocatori, tenteremo un approccio “combo” finalizzato a prendere in prestito, di volta in volta, il meglio dei tre metodi sopraelencati, nella convinzione che riuscire a far dialogare cultura “alta” e cultura “pop” sia già di per sé qualcosa di importante. Ovviamente siamo consapevoli che questo approccio comporta delle forzature e che il pensiero dei grandi filosofi non possa essere ricostruito nel loro rigore, ma le suggestioni che ne scaturiscono sono già di per sé degli ottimi spunti per un primo approccio alla filosofia.

Nello specifico, in questa occasione discuteremo delle celebri gag tratte da I Griffin in cui Peter, il capofamiglia tardo e con un evidente disordine alimentare, si ritrova a lottare con Ernie, un pollo gigante e antropomorfo. Vedremo come queste scene al limite del nonsense rappresentino una grezza, ma efficace, rappresentazione “scenica” del movimento dialettico grazie al quale, secondo Hegel, si sviluppa l’autocoscienza. Cerchiamo di procedere gradatamente.   

Un Pollo a gusto Coscienza

Questione di coscienza, obiezione di coscienza, crisi di coscienza. Se passiamo mentalmente in rassegna le occasioni in cui la coscienza viene tirata in ballo da filosofi, neurobiologi, psicologi e psichiatri ci rendiamo immediatamente conto di come quello della coscienza sia uno dei temi cruciali anche nella nostra epoca. Senza voler analizzare le molteplici accezioni che ha assunto e assume questo concetto in ognuna di quelle discipline, basta solo pensare a quanti prodotti della cultura pop (da film iconici come Matrix a videogiochi come Assassin’s Creed) abbiano al centro del loro costrutto narrativo il concetto di coscienza. Pensandoci, possiamo affermare con serena semplicità che la coscienza è il modo in cui definiamo ciò che siamo o, meglio, la parte più intima di quello che siamo, quello che in fondo definiamo il nostro “io”.

Già nella stessa etimologia di coscienza, però, c’è racchiuso il paradosso della nostra identità: coscienza deriva dal latino cum scire cioè “conoscere insieme”. Nel nome stesso che abbiamo utilizzato per definire la parte più personale, più autentica di noi stessi c’è insita una grande verità: noi non esistiamo senza gli altri, non esistiamo senza il mondo esterno. L’essere coscienti significa essere sempre coscienti di qualcosa, di qualcuno. Bene, dove entrano in gioco Peter Griffin, Hegel e il pollo gigante? Il punto cruciale è questo: nessuno è realmente cosciente di sé stesso, se non prende consapevolezza di essere “altro” da chi ha di fronte. È proprio questa la situazione descritta, con il linguaggio proprio di un cartoon, nelle gag fra Peter Griffin ed Ernie il pollo gigante. Prendiamo per esempio la quarta occasione in cui due si scontrano, dopo che Peter ha accidentalmente tamponato l’auto guidata da Ernie (stagione 10). Fino a quel momento Peter ed Ernie non sono altro che semplici automobilisti, non c’è nulla che li distingua come individui, come soggetti di una coscienza personale o, per meglio dire, di una coscienza di sé (autocoscienza nel linguaggio filosofico). È una situazione per certi versi analoga a quella degli uomini che vivevano al di fuori della legge e della società politica (non a caso esiste l’abusatissima espressione giungla urbana). Comunque ritorniamo a Peter ed Ernie -potrebbero essere due pastori scandinavi del II secolo a.C, sarebbe lo stesso- l’uno di fronte l’altro. Il tamponamento li fa uscire dall’incolore status di guidatori e li costringe a prendere posizione, a divenire coscienti di sé stessi. Scrive Hegel:

«c’è una coscienza per una coscienza, si ha una lotta».[1]

Perché per conquistare la propria identità, bisogna passare per lo scontro violento? Perché secondo Hegel, fino a quando gli uomini non riconosceranno il potere assoluto e universale della legge, saranno fisiologicamente predisposti a presentare la propria volontà come assoluta e a imporla agli altri, anche al prezzo del loro annichilimento o quantomeno asservimento:

«l’autocoscienza, sapere assoluto di sé, necessita della dimensione del riconoscimento, lotta per la stessa esistenza in cui l’identità e l’alterità si mettono reciprocamente in pericolo».[2]

Per dirla semplicemente, solo la totale sottomissione dell’altro appaga, almeno nella fase iniziale, il bisogno di ogni coscienza di essere “riconosciuta” come assoluta, dominante potremmo dire, dagli altri.

La Legge del più Forte

Abbiamo poco prima fatto riferimento alle categorie di sottomissione e di asservimento, come consequenziali alla lotta per il riconoscimento fra coscienze e questo ci riporta a Peter e il pollo gigante. In uno degli episodi in cui i due lottano senza esclusione di colpi, Peter interrompe il combattimento e domanda a Ernie perché stessero lottando, ma nessuno dei due lo ricorda. Decidono allora di sotterrare l’ascia di guerra e inaugurare un periodo di pace andando a cena assieme.  La serata trascorre piacevolmente fino al momento del conto, che sia Peter che Ernie vogliono pagare. I convenevoli di rito “pago io, non posso permettere che lo faccia tu…” lasciano presto il campo a un nuovo e cruento duello fisico che ci ricollega nuovamente ad Hegel con la sua famosa distinzione fra servo e padrone. Cerchiamo di ripercorrere i passaggi che ci permettono di far dialogare il filosofo tedesco con i protagonisti di una serie animata americana.

Abbiamo detto che ogni coscienza tende a imporre il proprio dominio sulle altre, a renderle oggetto del proprio dominio. Nello stato prepolitico e quindi privo di leggi, quando in seguito a uno scontro l’uomo più forte sottomette quello più debole, ne diviene il padrone. Il padrone, in cambio dell’obbedienza e del lavoro del servo, garantisce a quest’ultimo del cibo. Se Peter permettesse a Ernie di pagare il proprio cibo, ne legittimerebbe la condizione signorile senza aver, fra l’altro, modo di ribaltare la situazione in futuro. Vediamo di capire perché: secondo Hegel, dopo che la coscienza più forte ha sottomesso quella più debole, nascono le figure tanto ideali, quanto storiche, del padrone e del servo. Il padrone, che nella situazione iniziale era la coscienza più forte, l’uomo più potente, delega al servo tutte le attività alle quali prima provvedeva in prima persona (procurarsi il cibo, il lavoro materiale, la difesa) con la conseguenza di rammollirsi, di divenire egli stesso, il padrone, dipendente dalla figura del servo. Il servo, invece, attraverso il lavoro riesce a legittimare il suo ruolo sociale e riscattare la propria condizione servile (non a caso questo aspetto del pensiero hegeliano è stato recepito e rielaborato dagli intellettuali comunisti già nel XIX secolo).  Questa dinamica attraverso cui il servo, grazie al lavoro, diviene signore del proprio padrone, ha bisogno di parecchio tempo per realizzarsi, per questo è paradossalmente logico che in un racconto dalla struttura episodica come I Griffin, anche una situazione socialmente accettata come offrire una cena al ristorante, divenga il pretesto per scatenare una lotta furibonda.

Ci avviamo alla conclusione di questo singolare zizzagare fra filosofia e cultura pop: quali conclusioni possiamo trarne? Che la violenza è una condizione necessaria quando più coscienze si ritrovano ad abitare un medesimo “luogo”. Sì, detta così può apparire un’affermazione politicamente scorretta, ma cerchiamo di comprenderla appieno. Ci soccorre in tal senso la distopia (sia in letteratura che nel cinema). Da 1984 di Orwell a Nuovo Mondo di Huxley, da una serie cult come Alias a trasposizioni cinematografiche di romanzi come Cloud Atlas, tutte queste possibili distopie sono accomunate dal legare la pace e la stabilità alla mancanza di coscienza critica e pensiero libero. Davvero ci ritroviamo dinanzi a questo bivio ineluttabile che ci porta a dover scegliere fra libertà di coscienza/violenza o assopimento delle coscienze/pace? Secondo Hegel l’unico modo in cui il singolo uomo può guadagnarsi la libertà è sottomettendosi alla volontà dello Stato che si manifesta nelle leggi, non a caso gli antichi romani dicevano sub lege libertas. Ma se leggi dello Stato non sono giuste, ci potrà mai essere vera libertà?

A voi la risposta.


                

[1] G.W.F Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, Bompiani, Milano, 2012, p.713.

[2] L. Federici, La violenza nella filosofia politica di Hegel, in Metàbasis, maggio 2018, n°25, p.10.