La spiaggia si allungava nel mare e delineava una curva che somigliava a un artiglio, la cui punta, ritorcendosi verso la costa, andava a creare una sorta di piscina naturale al suo interno.
Qua e là erano presenti dei grossi massi smussati dai venti, disposti quasi a caso come se qualcuno si fosse divertito a lanciarli per gioco. Era una baia dall’acqua cristallina e dalla sabbia chiara, e le pietre, presenti anche sul fondale e di diverse dimensioni, facevano da casa a svariate specie di pesci.
Il riflesso del sole sulla superficie dell’acqua faceva brillare negli occhi di chi guardava mille e mille diamanti, e l’aria che spirava direttamente dal mare aperto era fresca, quasi arrogante, e portava con sé storie di avventure e libertà; la vista si estendeva libera da qualsiasi impedimento fino all’orizzonte, dove il blu del mare si confondeva con quello del cielo.
Nel complesso era uno spettacolo mozzafiato, e con il solleone la baia sembrava una vera e propria terra promessa, o almeno, così era sembrata a Kibwe nel momento in cui, correndo, aveva raggiunto per primo l’Artiglio Azzurro.
Le sue urla ai compagni si trasformarono presto in una risata di gioia e trionfo, di quelle che sgorgano direttamente dal cuore, prive di preoccupazioni, e piene dell’allegria tipicamente fanciullesca. Si liberò della propria sacca e della propria ghirba, lasciandole cadere con poca cura sulla sabbia, e continuò a correre percorrendo la curva dell’artiglio, per raggiungere uno dei massi più grandi, dove iniziò ad arrampicarsi, accorgendosi ben presto di come il sole aveva scaldato in maniera quasi insopportabile la pietra. Rise, rise della beffa, comunque felice di quell’avventura, di quel momento, e continuò a salire, incastrando le piccole dita negli anfratti e nelle irregolarità della roccia, issandosi fino a raggiungere la cima.
Da lassù vide Nia e Mosi: la prima si era già gettata in acqua strillando, incurante delle proprie bisacce che anzi la mantenevano in parte a galla, mentre il secondo aveva rallentato la propria corsa e il proprio entusiasmo, e aveva persino raccolto gli averi dell’amico durante il tragitto, come se l’arrivo a destinazione l’avesse messo in soggezione.

Fece qualche passo sulla roccia, notò con genuina sorpresa il nido abbandonato di un gabbiano in un piccolo avvallamento della pietra, e quindi fece una panoramica da quel punto di osservazione privilegiato. L’oceano, dal quale erano divisi solo dalla lingua di sabbia chiara, si estendeva all’infinito, affascinante e terribile al tempo stesso. Si chiese quali creature potessero abitarne le profondità, addirittura cosa potesse esserci oltre la linea dell’orizzonte, e il cuore gli balzò nel petto dall’emozione, fino a che non tornò a guardare verso l’interno.
Sondò la baia, controllando non ci fossero squali, e poi passò alla spiaggia, che sulla distanza diventava terra e dava i primi timidi accenni di vegetazione, e ancora più avanti -miglia più avanti- la foresta. Dalle cime degli alberi infine emergeva, come un enorme colosso addormentato, il vulcano che dominava l’isola. Si riempì gli occhi della sua vista, e alla fine venne distratto dalle urla degli amici. Nia stava cercando di trascinare Mosi in acqua in una zuffa di tutto rispetto in cui il bambino, nonostante la resistenza, era già caduto sulla riva, sporcandosi per metà di sabbia bagnata. Kibwe rise, e si portò sul bordo della roccia, ripiegando le dita dei piedi sullo stesso.

Allargò le braccia.
« SILENZIO!» urlò, e la voce rimbalzò sulle rocce più vicine, per poi perdersi con la brezza leggera, ma fu sufficiente affinché Nia e Mosi girassero il capo verso di lui, interrompendo la loro lotta, senza tuttavia perdere la posizione.

Il bambino lasciò correre qualche istante di silenzio, creando forse le giuste aspettative, e alla fine si calò le braghe, iniziando a orinare nell’acqua, direttamente dall’altezza della roccia, fiero come un re, padrone della baia.

Nia cacciò un urlo e schizzò fuori dall’acqua, mentre Mosi scoppiò a ridere.

« Fai schifo!» gracchiò la ragazzina, in piedi sulla sabbia asciutta, le braccia strette al petto. Il corpo magro, nervoso, per niente dissimile a quello di un maschio dati i suoi sette anni, era teso in una posa stizzita, e guardava Kibwe da lontano con gli occhi grandi e neri estremamente torvi.

Mosi rise ancora di più, tenendosi la pancia, e alla fine si alzò in piedi: dimentico di qualsiasi incertezza, si buttò in acqua. Kibwe poteva benissimo distinguerne la sagoma scura lunga e ossuta che si muoveva sotto la superficie, fino a che la testa riccia non riemerse per prendere aria.

A quel punto toccava a lui. Sistematosi, fece qualche passo indietro sulla roccia, e quindi scattò: piede sinistro, piede destro sul bordo, spinta in avanti e si ritrovò in cielo. Aprì le braccia come se avesse voluto stringere il sole, e quando iniziò a cadere urlò come un guerriero, ritrovandosi ben presto a infrangere l’acqua con tutto il proprio corpo, in una morsa fin troppo fredda rispetto alla temperatura calda a cui si era stato esposto fino a quel momento. Toccò quasi il fondo coi piedi, e dopo aver sbuffato aria dal naso e dalla bocca in un’esplosione di bolle che risalì verso la superficie, si dette la spinta e tornò su.

Respirò a pieni polmoni, poi con entrambe le mani si tirò indietro i capelli e si stropicciò gli occhi. A una ventina di metri da lui Mosi stava ancora sguazzando, e a lui si era di nuovo unita Nia. Li sentiva ridere e spendere qualche insulto quando si ritrovavano a schizzarsi a vicenda, o a improvvisare delle lotte. Li raggiunse, e ben presto divenne una rissa a tre.

Giocarono nell’acqua a lungo. Il cammino che li aveva condotti li, e che li aveva visti alzare alle prime luci dell’alba, era stato lungo ed estenuante, ma l’arrivo a destinazione aveva dato loro una carica tutta nuova. Durante il viaggio spesso avevano bisticciato, una volta erano dovuti scappare a gambe levate da un rinoceronte rissoso e, quando avevano abbandonato la savana e la terra si era fatta più arida con l’avvicinarsi al mare, Mosi era quasi svenuto per il calore o forse per lo spavento dovuto all’inseguimento. L’evento aveva scatenato dapprima il panico generale, e poi aveva risvegliato un senso di responsabilità dalla solennità quasi comica in Nia e Kibwe: i due si erano contesi l’onore e l’onere di cedergli l’acqua delle loro ghirbe, e una breve lotta aveva decretato Nia vincitrice; quando l’amico si era riavuto, avevano semplicemente ripreso a camminare fino all’Artiglio, quasi correndo per l’intero ultimo chilometro.

Furono i morsi della fame a trascinarli fuori dall’acqua, e una volta seduti all’ombra di una roccia, con i corpi ancora bagnati, tirarono fuori dalle loro bisacce la carne secca che si erano portati dietro. Iniziarono a chiacchierare del più e del meno, ripercorsero l’episodio del rinoceronte pianificando percorsi alternativi per il ritorno, e iniziarono a imitare ridendo fino alle lacrime lo svenimento di Mosi. Ridevano tanto, si riempivano la pancia, e bevevano dalle ghirbe, e lo facevano come se avessero avuto a disposizione non solo l’intera giornata, ma tutto il tempo del mondo. Fecero l’agguato a un paio di gabbiani, e alla fine si misero a pescare seduti sopra un masso, con una lenza rudimentale intrecciata da Nia stessa in occasione del viaggio, un amo di osso di cui si era occupato Mosi, e con l’esca che Kibwe aveva ricavato da un mollusco staccato da una delle rocce.

Il sole batteva sulle loro schiene, le loro gambe penzolavano nel vuoto, e sotto di loro i pesci sembravano non volerne sapere della loro esca, ma non erano troppo preoccupati o dispiaciuti al riguardo. Non parlavano nemmeno, ascoltando il rumore del mare, delle onde, del vento tra i massi, e ben presto si ritrovarono tutti e tre sdraiati sulla pietra, a guardare il cielo, con la lenza legata al polso di Kibwe.

« Qualche giorno fa ero con mia nonna.» esordì di colpo Nia, con un entusiasmo che esulava dall’atmosfera sonnacchiosa che si era venuta a creare, come se l’aneddoto le fosse venuto in mente solo in quel momento. Mosi ruotò il capo verso di lei, Kibwe invece si tirò parzialmente su col corpo, puntellandosi con i gomiti. La nonna di Nia, la vecchia Afia, faceva parte del consiglio degli anziani del villaggio, e questo era già abbastanza per stuzzicare la curiosità di entrambi i bambini. Ottenuta quindi la loro attenzione con quella semplice affermazione, Nia proseguì, giochicchiando con le mani
« Insomma, ero con mia nonna, mi stava insegnando a riconoscere le piante buone da quelle cattive, e abbiamo incontrato il padre di Chipo… La conoscete Chipo, sì?»
« E’ quella bambina frignona con cui giochi sempre, no? La sorella di Jabari.» rispose prontamente Kibwe e Mosi gli fece eco con un prontissimo
« La sorella di Jabari, sì.»
Nia sì limitò ad annuire, mentre alzava le mani verso il cielo e intrecciando le dita, filtrava i raggi del sole, creando giochi di luce sul suo viso dalla pelle scura.

« Non è frignona, e comunque sì, la sorella di Jabari. E mia nonna ha detto al loro padre di prepararsi, perché tra poco dovranno rasargli la testa. A Jabari, non a Chipo.» la voce della bambina aveva preso un tono solenne, anche se riusciva a stento a contenere l’eccitazione.

Il cuore nel petto di Kibwe iniziò a battere forte: si mise seduto, e lo stesso fece Mosi.

« Quindi lo mandano oltre il fiume? Sul serio? Da solo o…? Ma quando? Quanti anni ha adesso Jabari?» Kibwe investì di domande Nia, e alla fine, come ripensandoci, le sferrò un pugno su una spalla «Perché non ce l’hai detto prima!»
La bambina guaì per il colpo, più per la sorpresa che per il dolore in sé, e massaggiandosi la spalla si mise seduta
« E’ perché me lo sono scordato, stupido!» e sembrava già pronta a colpirlo a sua volta, quando Mosi intervenne prontamente
« Fermi, fermi… Jabari credo abbia quasi quindici anni.» fece una pausa « E secondo me se la sta facendo sotto di brutto.» aggiunse, con una mezza risata.
« No! Jabari è coraggioso!» disse Nia con impeto, agitando le braccia « E comunque non so altro. Però ecco, tra poco toccherà a lui.»

Rimasero tutti e tre in silenzio; Kibwe controllò distrattamente la lenza al proprio polso, ma non c’erano prede.

« Secondo voi ce la farà?» mormorò dopo un po’ Mosi.
« Beh, tutti coloro che vengono scelti dagli anziani ce la fanno.» disse Nia, stringendosi nelle spalle, e poi lanciò un’occhiata a Kibwe « Tranne la sorella di Kibwe.» e osservò l’amico.

Kibwe incassò la testa tra le spalle, e iniziò a recuperare la lenza
« Mia sorella ce l’ha fatta, è solo che poi ha fatto di testa sua.» sbottò infastidito « E comunque sarebbe stata una grande guerriera, anzi, è una grande guerriera. Li avrebbe presi tutti a calci quei gradassi di ora, altroché.»
Mosi e Nia si guardarono, e la bambina parlò di nuovo, stavolta un po’ intimorita « Come sta? Ha ancora la le-…»
« Non lo so.» tagliò corto Kibwe, mentre ormai strappava il mollusco mangiucchiato dall’amo, e lo rigettava in acqua.

Mosi a quel punto si alzò in piedi. Ormai era del tutto asciutto, e i suoi capelli riccissimi avevano preso di nuovo la loro conformazione a cespuglio. Si guardò intorno, osservò il sole
« Sarà meglio che ci incamminiamo, la deviazione per il rinoceronte ci farà perdere un po’ di tempo… E poi dovremo affrontare i nostri genitori.»

Kibwe ebbe un improvviso tuffo al cuore: si era totalmente dimenticato del fatto che non avessero detto a nessuno dove si sarebbero diretti. Non che l’Artiglio Azzurro fosse stato un luogo proibito in sé, ma alla loro età non potevano allontanarsi dalla savana. Sbuffò dal naso, guardò verso l’entroterra: il cielo era ancora azzurro, terso, ma il sole era in una posizione che preannunciava quello che sarebbe stato un lungo tramonto che avrebbe visto tutte le tonalità del rosso, del giallo e dell’arancione. Sospirò, quindi guardò verso l’oceano. Respirò l’aria salmastra a pieni polmoni, e poi iniziò a spaziare di nuovo per quell’immensità blu, alla ricerca forse di una pinna di squalo, o di un segno della presenza di qualche creatura abissale. Era così impegnato a sondare le onde, quando sentì Nia affiancarglisi.

« E quelli cosa sono?»

Tese il braccio in avanti, indicando un punto preciso dell’orizzonte. Avevano il sole alle spalle, la visuale era perfetta, limpida, e gli occhi nocciola di Kibwe seguirono quella direzione: gli ci volle un po’ , ma alla fine si imbatté in due minuscole macchie scure. Se l’amica non gliele avesse fatte notare, non le avrebbe mai viste.

« Io non vedo niente.» disse Mosi, facendosi avanti, aguzzando la vista.
« Sono… Sono la. Tu Kibwe li vedi?» chiese Nia, sporgendosi ancora un po’ con il braccio

« Io… Io li vedo, sì.» confermò, a bassa voce. La sua spassionata voglia di vedere mostri marini si era concretizzata in due puntini grigiastri sulla linea tra mare e cielo, e di colpo si era trasformata in puro timore.
Mosi tacque ancora un po’, e alla fine si raddrizzò in tutta la sua altezza, gli occhi sgranati
« Sì… Li ho visti.»
« Cosa sono?» chiese di nuovo Nia, stavolta più eccitata.
« Non lo so, forse… Forse… Balene?» azzardò Kibwe.
« Forse balene.» concordò Mosi.

« Ma le balene non stanno fuori dall’acqua, non… Come potete pensare che siano…» protestò Nia, iniziando a scendere dalla roccia.
« Stai zitta, sono balene e basta.» bofonchiò Kibwe, come a voler chiudere lì la questione.
« Dovremmo dirlo ai grandi? Alla nonna?» chiese ancora la bambina, anche se ricevette come risposta un sonoro “No” da parte di entrambi.

Si preparano, e si misero in cammino.

Non parlarono per almeno qualche chilometro. Nella testa di Kibwe frullavano tantissimi pensieri: pensava al rito di passaggio di Jabari, quello che lo avrebbe consacrato come guerriero del branco se lo avesse superato, e pensava alla propria sorella che aveva fallito come guerriera. Pensava che non avrebbe avuto la giusta bugia per coprire la sua fuga all’Artiglio, e che se anche avesse trovato la migliore del mondo, tra tutti e tre si sarebbero traditi in qualche modo. Pensava a quei due puntini, al fatto che Nia avesse ragione, non potevano essere minimamente delle balene, ma magari delle enormi creature con lunghi denti, e dalle zampe così grandi che potevano attraversare il mare: creature che forse erano dirette alla loro isola, o che forse, se erano fortunati, della loro isola forse nemmeno si erano accorte. Magari anche l’isola sembrava un puntino sul loro orizzonte. Un puntino difficile da notare, come era stato per Mosi. Magari sì, magari era così.

Il ritorno, come tutti i ritorni, fu più breve del previsto, e decisamente molto meno impegnativo dell’andata. Erano stanchi e molto meno inclini a fermarsi o perdere tempo dietro a questo o quel dettaglio, le loro pance reclamavano cibo e, nonostante la deviazione, quando furono nei pressi del territorio del rinoceronte, si scoprirono non solo molto veloci, ma anche estremamente silenziosi. Quando ripresero a parlare, i loro discorsi verterono soprattutto su Jabari, e su quale prova avrebbero scelto gli anziani per lui. Gli anziani erano estremamente furbi, riuscivano a costruire le prove in base ai ragazzi che decidevano di mandare oltre il fiume, e quindi una cosa era certa: Jabari non avrebbe avuto vita facile.

Quando ormai si trovavano nei pressi del villaggio il sole era ormai scomparso oltre l’orizzonte, lasciando dietro di sé solo un alone rossastro che andava a confondersi con il nero del cielo, e sulla lontananza potevano ben vedere le luci delle torce e dei falò che erano stati accesi. Udirono i versi dei leoni e degli altri predatori che si preparavano per andare a caccia, e i grilli frinivano tra l’erba alta. Se la presero comoda, e quando arrivarono, le loro strade si divisero, per quanto i loro destini non furono dissimili, o almeno, così venne a sapere Kibwe il giorno dopo.

Una volta giunto a casa infatti non ci fu bisogno che si arrovellasse il cervello per inventarsi qualche scusa, perché i suoi genitori sapevano già tutto: nel pomeriggio il loro allontanarsi dal territorio era stato notato da alcuni guerrieri che si trovavano fuori in esplorazione.
Si prese qualche sonoro scapaccione, e venne mandato a dormire coi morsi della fame.

Si addormentò, e nei suoi sogni quei due puntini sull’orizzonte crebbero, emersero dalle acque, e assunsero le forme più fantasiose.


Testi e Copertina a cura di Rebecca Federigi, scopri l’Opera completa sulla sua Pagina Web