Salve Scriptiani!

Per la prima volta è Rebecca a scrivervi, uno dei nuovi acquisti del team Scripta. Ringrazio di cuore la Redazione per avermi coinvolto in questo progetto in cui credo molto e a cui spero di poter dare il mio contributo.

Prima di affrontare il tema dell’articolo però c’è una cosa che dovete sapere di me. Quando si parla di scrittura, sono molto legata alla semplicità, all’essenzialità e, soprattutto, all’onestà da parte di chi scrive. Concetti che spero riuscirò a trasmettere in questo come nei futuri articoli, nel tentativo di condividere con voi quello che è il mio modo di scrivere, e potervi dare qualcosa e trovare confronto e scambio di idee.

Ma bando alle ciance!
Da brava linguista quale sono,ho sempre avuto una grande passione per il mondo delle parole, che fossero nella mia lingua o in quelle che ho studiato. La possibilità di poter lavorare su più idiomi, mi ha fatto capire quanto ogni parola sia unica nel suo significato e che un sinonimo non è mai realmente tale, ma ha una sua propria sfumatura o connotazione. Queste sottigliezze linguistiche sono quelle  solitamente proprie dei madrelingua, e non perché si sono messi a studiare il dizionario, ma perché nell’arco della loro vita si sono imbattuti costantemente in quelle parole inserite nel loro proprio contesto. Questo è il motivo per cui minaccio scapaccioni ai ragazzini a cui faccio ripetizioni di inglese, quando imparano a pappagallo liste di parole a memoria: incamerano solo termini fuori dal loro ambiente, dal loro reale uso! Ma, direte voi, questa è venuta qua a fare una lezione di linguistica? No! Cioé, forse, anche. Tutta questa premessa si applica alla scrittura quando si tratta di bagaglio lessicale dello scrittore. Leggendo in giro, soprattutto tra gli emergenti, vedo fin troppe volte parole usate a caso, magari per evitare ripetizioni. Parole che magari hanno un significato affine a quello che poteva essere il termine più appropriato in origine, ma che magari in quel contesto sono completamente fuori luogo, o snaturate!

Per fare un esempio, mi è capitato di leggere un testo dove una stanza veniva descritta come “frugale”, e sono rimasta perplessa. Sì, frugale significa “semplice”, “moderato”… Ma è un aggettivo accostato al cibo: un pasto frugale. Una stanza? Una stanza, magari, è più definibile come spartana!

Sempre prendendo le mosse dal dizionario, mi permetto di citare colui che ritengo un mio punto di riferimento basilare nell’avventura della scrittura: Stephen King.

In “On Writing” scrive:

Uno dei servizi peggiori che potete fare alla vostra scrittura è pompare il vocabolario, cercare paroloni perché magari vi vergognate un po’ della semplicità del vostro parlare corrente. È come mettere il vestito da sera al cagnolino di casa. Il cane sarà imbarazzato e la persona che si è resa colpevole di questo atto di premeditata affettazione dovrebbe esserlo ancora di più.

Questo succede spesso, spessissimo. Sono molte le persone che non hanno un “parlar forbito” e quindi non si ritengono all’altezza di scrivere, o si sentono “poco” o “meno” di altri. Niente di più sbagliato. Sempre citando King:

Come disse la prostituta al marinaio timido: « Non è quanto ne hai, tesoro, è come lo usi».

Se anche avete un lessico povero, quindi, non cercate di caricarlo. Rischierete solo di utilizzare termini altisonanti magari in maniera errata, per il motivo di cui vi parlavo sopra, e soprattutto non sembrerete onesti. Tutto sembrerà pompato, eccessivo, magari nemmeno appropriato a ciò che state scrivendo, e soprattutto artificioso -che forse è la cosa peggiore. Inoltre l’uso di termini ricercati, difficili, o semplicemente non comuni, potrebbe anche sortire altri effetti, e non sempre piacevoli.

Ricordo ancora l’esame di Epistemologia delle Scienze Umane. Avevo diversi testi da studiare di Sigmund Freud, più uno che teoricamente Freud avrebbe dovuto interpretarlo. Ebbene, Freud scorreva semplicissimo e comprensibilissimo, avrebbe potuto leggerlo chiunque. L’altro autore, il cui scopo altro non era che spiegare ai “comuni mortali” le parole del padre della psicanalisi, era semplicemente incomprensibile. Una sfilza di termini ricercatissimi infilati uno dietro l’altro, virtuosismi che facevano il loro effetto ma che non comunicavano niente. Morale della favola, all’esame feci subito presente questa cosa al professore, anche con un certo disappunto, ammettendo così la mia “colpevolezza” (e pigrizia) nel non aver voluto terminare lo studio di quel volume in particolare. Il Prof, un uomo eccentrico ma saggio, rise. Rise e mi disse che i veri grandi -come Freud, sono coloro che possono essere capiti da tutti, che usano un linguaggio che arriva a tutte le teste. Chi vomita paroloni in fila, chi sguazza in esercizi di stile, non solo perde la funzione comunicativa del testo -che è quella basilare, ma fa della scrittura un mezzo per esprimere il proprio narcisismo. Rimasi estremamente colpita dalla cosa e, devo anche ammettere, mi aprì gli occhi. Quello che capii, era che non avrei mai voluto scrivere per fare sfoggio della mia cultura o del mio lessico, semplicemente… Io volevo scrivere per raccontare storie, per far vivere agli altri quello che la fantasia mi raccontava.

Vi sto quindi dicendo di non usare un lessico ricco e prezioso? Assolutamente no. Vi sto solo suggerendo di usarlo con moderazione, di scegliere le vostre parole con cura e, se possibile, se il testo e il contesto lo concedono, di scegliere sempre l’opzione più semplice. Fatevi questa domanda mentre scrivete: volete che la vostra storia sia bella perché coinvolgente, perché arriva diretta al cuore e alla mente dei lettori, o bella perché ha semplicemente parole belle?

Un altro appunto riguarda ancora l’onestà.

Giurate solennemente seduta stante che non userete mai «emolumento» quando intenderete  «mancia» e non direte mai «John si fermò per un’evacuazione» quando intendente  «John si fermò a cagare».

Come dicevo sopra, e come lo diceva il Re, non vergognatevi mai del vostro lessico, e non vergognatevi del lessico colorito! A volte se “addolciamo” i termini le frasi perdono potenza e di conseguenza le scene perdono potenza, così come la narrazione tutta. Non vergognatevi dei termini vivaci, volgari, o diretti. A volte John ha davvero solo un bisogno impellente di andare al cesso, le “caccole di Troll” di Harry Potter non potrebbero essere definite diversamente, così come lo straccio che fa infuriare un toro è di un semplicissimo, quanto direttissimo rosso. Non è scarlatto, non è vermiglio, non è purpureo. E’ rosso, e nella sua semplicità, quel rosso ha più forza di tutti gli altri termini messi insieme.

In conclusione a volte la chiave è la semplicità, ma il cuore vero della scrittura è l’onestà. E’ l’onestà nell’accettare il nostro arsenale di parole, e la nostra capacità di usarle al meglio senza pretendere di essere altro di diverso da ciò che siamo… Ed essere lessicalmente onesti quando trattiamo certe cose, come il bisogno di John.

Per aumentare il vocabolario poi, il metodo è semplice: leggere, leggere quanto più si può, e quanto di più vario ci possa essere: il miglioramento arriverà da solo col tempo.

Alla prossima, Scriptiani!