«Attenzione!»

la vecchia urlante affacciata al davanzale svuotò il contenuto dell’enorme pitale in legno dritto di fianco alle nostre teste, gli spruzzi di quella poltiglia di escrementi e sporcizia non ci furono addosso quasi per miracolo. Lock, pipa stretta tra i denti gialli, mano sinistra serrata in tasca e destra posta verso di me a guida tra il marasma, parve ignorare del tutto la maleodorante cascata come un cacciatore ignora gli esegui superflui durante la battuta. A Lock i suoni, gli odori e la vita di quella città pareva gli fossero impressi addosso senza che lui nemmeno se ne accorgesse o lo volesse. Al contrario a me quel tanfo nauseabondo penetrava talmente affondo nelle narici, quasi da farmene percepire il sapore sulla lingua. Ero ad un passo dal vomitare. Nell’attenzione posta ad evitare il bagno di sudiciume ed escrementi, andai ad urtare sbadatamente la gamba pelosa tesa di un contadino, con la faccia coperta da un grosso cappello di vimini, il quale si era addormentato sul bordo di un muro in pietra di una abitazione qualche piede più in là, destandolo così di soprassalto in una sinfonia di imprecazioni e insulti rivolti alla mia persona, che piano piano andarono a perdersi tra i suoni ridondanti lungo la strada maestra.

Era il caos più totale. Un caos che non aveva nemmeno il privilegio di godere di qualche sinistra o malata armonia, di una composizione a suo modo coerente.

Al contrario ogni passante pareva assorto nelle proprie mansioni lungo i propri tragitti, tanto da ignorare completamente qualunque altra cosa aldilà dei peli dei loro nasi. Nella frenesia della camminata, immersa tra tutti quei volti unti di lardo e luridi di sudore e polvere, i miei occhi non avevano tempo e modo di vagare in nessun’altra direzione che non fosse il lungo cappottone di cuoio di Lock, mentre la mia mano tentava di stringersi salda attorno alle sue pieghe, scivolando di tanto in tanto lungo la sua superficie umidiccia.

«Stammi dietro ragazza».

Lock mi urlò tra la caciara e la confusione mentre procedevamo a passo svelto col volto rivolto sempre diritto, quel tanto da assicurarsi che io fossi ancora lì dietro a seguire ogni sua impronta, neanche fossi sua figlia o una qualche sorta di bambina imbronciata.

Il perché di quella fretta lo capii a stento. Forse il vecchio, come me, voleva solamente uscire da quel vicolo stretto, puzzolente e decisamente troppo affollato nel minor tempo possibile, seppur una strana inquietudine sembrasse smuovere i suoi passi decisi.

Dopo aver varcato la dogana imperiale, appena poco prima di raggiungere la porta meridionale della città dove avevamo lasciato il carretto e proseguito a piedi, Lock colta la meraviglia che si disegnava sui miei occhi nell’ammirare dalla lontananza la possanza del Primo Bastione che si ergeva sopra di noi, ne aveva approfittato per spiegarmi per bene l’architettura dell’intera cittadina. Mi aveva detto come Fort Donegall fosse costruita attorno ad un enorme rilievo naturale, un verde colle il cui fianco orientale era però spezzato da delle alte e ripide formazioni rocciose che cadevano a strapiombo su una superficie di nuda roccia. Per ovvi motivi il forte era sito sulla sommità di questi ammassi rocciosi, circondato da ampie mura in pietra e spessi portoni in ferro e legno rinforzato.

Tutta la città si sviluppava lungo la strada principale, “La Scala del Re”, la quale si snodava partendo dalla porta meridionale e arginando il colle nella sua interezza, risalendolo pian piano. La strada culminava infine di fronte al cancello del bastione posto sulla cima dell’altura. La via principale era difesa al margine esterno da delle ampie mura in legno e pietra, mentre il margine interno era protetto dai fianchi della collina.

Dalla Scala del Re si poteva proseguire verso la base del rilievo alla volta della “Città Bassa”,suddivisa in molti quartieri dai nomi bislacchi che Lock mi disse ma che dimenticai subito dopo. Essa era una frazione di paese sviluppatasi sulla pianura orientale ai bordi del colle, posta fuori le mura cittadine. Dalla cittadina sul colle, vi si poteva accedere solo attraversando tre strade principali che conducevano ad altrettanti cancelli che dividevano la città bassa dalle mura della strada maestra. Tantissime case, numerosi ruscelli e campi coltivabili circondavano la collina ed il forte tutto intorno, andando ad incastrarsi in qualunque angolo di terreno fosse libero e dando l’impressione di accalcarsi l’una sull’altra. La parte più vicina al forte e posta più in alto vicino alle mura della fortezza, era riservata a famiglie nobiliari e benestanti che godevano dell’amicizia e della protezione del Governatore in persona. Non ero mai stata al forte, ma Tim mi aveva raccontato fin troppe volte le gesta della dinastia reale e delle vicende che avevano condotto alla caduta del regno e all’annessione nelle province imperiali. Un cavillo che lo premeva particolarmente e che donava alle sue parole un tono di rammarico ogni volta che esse venivano pronunciate.


Attraversammo per alcuni minuti quel folto e gremito andirivieni di contadini stanchi e logori dei lavori nei campi. Mercanti dalle sgargianti vesti che urlavano le loro offerte convenienti ai passanti. Cantori itineranti che allietavano i passanti con note frenetiche e aggraziate danzatrici. Guardie armate procedenti a plotoni ordinati a due a due, con le lance salde ed i vessilli dell’elmo incoronato, sgargianti e roventi anche in terre così lontane dalla capitale. Superato il variopinto marasma, giungemmo infine alla prima delle tre strade che discendevano verso la città bassa: la Via di Bertold.

Per un attimo mi venne istintivamente di voltare lo sguardo verso l’alto esattamente come facevo alla Via del Mercato a Woodenvale. Lo stretto passaggio faceva apparire le case molto più alte di quello che erano in realtà. Un frammento di cielo sereno era visibile attraverso una fessura molto piccola, una visuale ostacolata da corde con panni ondulanti stesi ad asciugare tra una casa e l’altra e da grasse signore affacciate ai davanzali ad urlare ai passanti chissà quali diavolerie. Non era affatto come a casa, ma forse era meglio così. Ricordare casa non era bene. Ricordare com’era bello osservare il cielo dalla falegnameria di Bronson o da quel porticato in legno non era decisamente bene. Smisi di pensarci prima che sentimenti di qualunque genere mi raggiungessero e riportai lo sguardo fisso a terra, al terreno fangoso e umido da cui sporadicamente sbucavano delle piccole scalette in pietra laddove la salita si faceva più ispida.

«Di qua ragazza».

Lock agitò le dita intimandomi di seguirlo come aveva fatto sinora. Nonostante i divieti insistenti di Rustin e nonostante la sua veemenza, mi ero ostinata nel portare con me la spada da fianco che avevo rubato alla fucina, di nascosto dalla sua vista contrariata. Per evitare inconvenienti avevo abbandonato la flamberga nel carretto, interrogandomi ancora sul perché me la fossi portata appresso. Avevo legato la spada dietro la schiena sulla stessa piccola cinghia dove avevo tenuto infilato lo spadone per tutto quel tempo. L’ampiezza del foro permetteva alla lama di scivolare giù fino alla guardia, celandola di fatto alla vista. Nascosta dalla mia corta cappa marroncina che Lock aveva preso da Mona. Sentivo il leggero peso dell’Eterum tintinnare ad ogni mio passo. Ad ogni scatto urtava leggermente contro la superficie crespa della maglia in lino marrone che indossavo, a ricordarmi costantemente dove fosse. Avevo bisogno di quella spada, era una promessa che avevo fatto a me stessa. Una promessa senza la quale nulla avrebbe avuto senso.

«Ma qui è sempre così?».

Interrogai Rustin più per confermargli che ero ancora dietro di lui e non smarrita tra la folla, piuttosto che per reale interesse in una sua risposta.

«No, oggi è peggio del solito, ci sarà qualche matrimonio di una qualche lady facoltosa o che so io».

Lock si voltò imprecando per la distrazione. Mi afferrò saldamente il polso e mi trascino di peso verso la strada scoscesa che conduceva alla Città Bassa. Un lieve pendio considerando l’altura verso la quale ci stavamo dirigendo dalla strada maestra. Arginammo la confusione in pochi minuti, percorrendo a ritroso parte del cammino intrapreso e discendendo attraverso la Via di Bertold. Per qualche motivo a me sconosciuto, quella strada appariva molto più spaziosa di quella percorsa sino a quel momento. La mole di gente era pressoché simile, ma la sua maggiore ampiezza smistava al meglio viandanti e passeggeri, in uno spazio che sembrava essere largo all’incirca venticinque piedi, esteso abbastanza da permettere a carri e persone di circolare in ambedue i sensi liberamente. Lock rallentò il passo avvicinandosi ai bordi delle case per riposarsi. Era la prima volta che lo vedevo arrancare, appoggiato al bordo in legno di una finestra a tentare di riprendere fiato con qualche colpo di tosse a completare il quadro.

«Lock, tutto bene?»

«Si tranquilla, volevo soltanto uscire da quel cazzo di macello e respirare un attimo. A me la confusione non va a genio manco per niente»

«Quindi cosa andiamo a fare di preciso a Piazza di Giù?»

«Bowen ragazza, dobbiamo andare all’emporio. Ho alcuni affari da sbrigare e sono anche in ritardo. Tu non preoccuparti di niente, lascia parlare me e saremo fuori da lì prima di Jordie, poi ce ne andiamo alla Signora delle Vestigia a bere qualcosa, diamine se ho bisogno di bere qualcosa».

Annuii senza far troppe domande. Per quanto tentassi di interessarmi degli affari di Lock, lui non esitava a spingermi fuori ogni volta. Io ci capivo poco o niente delle sue faccende e il vecchio non aveva alcun evidente interesse nel rendermi partecipe. Se stesse tentando di proteggermi in qualche modo o se semplicemente riteneva che non fosse necessario per me curarmene, erano sue questioni di cui non dibattere.

Riprendemmo il passo in silenzio e con la stessa fretta. Beneficiando di un po’ più di respiro giungemmo a Piazza di Giù in pochi minuti. Lo spiazzo era molto comune, ad Hastings avevo visto diversi piazzali simili a quello, tutte di forma vagamente quadrangolare con quattro ingressi ognuno per punto cardinale, al centro solitamente si ergeva una statua di un qualche sconosciuto personaggio. Piazza di Giù non faceva eccezione. La figura in bronzo di una donna con vesti monacali genuflessa in preghiera si elevava all’incirca di tredici piedi. Alla sua base un panorama composto da diversi banchi di frutta e verdura con fruttivendoli intenti a sbandierare le loro merci. Mendicanti, circensi, giocolieri e mangiafuoco dal Faramont. Fachiri con turbanti e lunghe barbe dalle remote e sperdute lande del sud aggiungevano un tratto esotico e diverso da qualunque altro io avessi mai visto prima, tanto da destare la mia curiosità a tal punto da riempire, solo per poco, i miei occhi di una velata meraviglia, ricordo della vita che avremmo voluto intraprendere insieme io e Tim.

«L’avete vista ragazzo? E voi vecchio signore! L’avete sentita per caso arrivare?».

Un tizio smilzo dalla bizzarra andatura quadrupede, un occhio ballerino, la faccia coperta di fondotinta, ed in testa un buffo cappello rosso e azzurro con appesi rumorosi sonagli, ci si appropinquò d’improvviso, destando il mio imbarazzo e il disappunto di Rustin.

«Sparisci cretino!» Lock rispose garbato come suo solito.

«Oh ma è quello che farò vecchio, si un giorno non lontano spariremo tutti quanti da qui!».

Lock gettò uno sguardo verso il bizzarro personaggio, necessario a far comprendere al malcapitato che l’aria che tirava non era delle migliori. Il giullare non si fece remore e cominciò ad allontanarsi da noi pian piano.

«“Cade la Grandine su tetti e palazzi. Di falsi dei e re dilania gli arazzi!”».

Lo straniero trattene una risatina che a sprazzi venne fuori dalle sue labbra sottili e si allontanò da noi per porre la medesima domanda di poco prima ad un altro passante.

“La Grandine?”

Guardai Rustin senza dire nulla e lasciando che fosse il mio sguardo a far trasparire le mie perplessità, ma Lock non pareva essere del giusto umore per rispondere a questa o ad altre domande, così proseguimmo in silenzio verso l’emporio di Bowen, con l’ossessione della curiosità a darmi pensiero per quei pochi minuti.

Una vecchia costruzione in pietra con i mattoni tutti di colore diverso ed un portone in legno mastice, situata all’angolo nord-orientale della piazza. Al fianco destro del portone una rovinata insegna in legno decretava:


“Da Bowen! Le Migliori Erbe, Tabacchi e Spezie Tropicali!”


Lock culminò la camminata rapida con un sonoro bussare sul duro legno, quasi a voler scaricare tutta la sua tensione su quel gesto, concludendo così lo sfianco della sua escursione in un ultimo roboante sfogo.

«Siamo chiusi!».

Una voce rauca e grave, molto più di quella di Rustin, rimbombò soffocata da dietro l’uscio.

«Apri Bowen, sono io».

Il suono di svariate serrature scricchiolanti precedette l’apertura del portone alla volta di uno spazio buio e illuminato da poche candele, a prima vista ricolmo di ampolle di vetro impolverato racchiudenti strane erbe e sostanze di cui ignoravo la provenienza. Davanti a noi Mastro Bowen si ergeva immobile sul bordo della porta. Un uomo grasso e grosso con degli enormi baffi arancioni, una pelata goffamente nascosta da un riporto del medesimo colore e delle sopracciglia folte quasi unite in un’unica linea. Gli occhi azzurri e il viso lentigginoso ricoperto di impurità e taglietti gli conferivano un tono dispotico e autoritario. Indosso mostrava un farsetto verde scuro con l’effigie di un quadrifoglio dorato.

«Da quando ti porti appresso ragazzini?»

«Dai facci entrare, è solo il nipote di Ronidas, me lo porto appresso per farli capire come gira il mondo».

Bowen annuii poco convinto e ci fece gesto di entrare, richiudendo la porta dietro di noi con lo stesso suono di serrature a seguire. Il passaggio dalla luce esterna al buio sinistro della bottega mi provocò una temporanea e passeggera cecità alla quale né Lock e né Bowen parevano essere sottoposti.

«Però! Ha degli occhi curiosi il ragazzo». Bowen lo notò lesto.

Lock rispose per me evitandomi una qualsivoglia figuraccia come quella delle guardie.

«Si, ne ho visto soltanto un altro in vita mia con questa cosa strana»

«Strano che nessuno li abbia estratti per qualche intruglio alchemico giù a BegBog»

«Hey Bow! Stiamo parlando di Ronidas dopotutto, lo sai che quell’uomo è la legge laggiù»

«Mh». Bowen annuì poco convinto.

«Tu garantisci Lock, sa tenere la bocca chiusa?».

Bowen mi scrutò con fare inquisitorio.

«Certo vecchio stronzo, altrimenti sa bene dove va a finire la sua lingua»

«Bene.Allora parliamo di affari»

«Prima di parlare d’affari Bow, devi dire a Cole di cambiare il luogo degli scambi. Dai, quel cazzo di platano quanto sarà? Otto anni che lo usiamo? Ci è andata di lusso che non ci hanno ancora scoperto! L’unico fottuto albero nel raggio di miglia e quel genio continua ad usarlo come nascondiglio! Va cambiato Bowen dai retta a me!».

Lock parlava agitando le mani e marcando il “me” battendo ardentemente sul proprio petto.

«Cazzarola Lock ti credi ancora ai tempi di Cogbourne? Chiudi quella cazzo di bocca sulle questioni di Cole e su qualunque altra dannata questione che non sia guidare quel cazzo di carretto! Quante volte te l’ho detto? Tu devi guidare il carretto e basta. Al resto ci penso io, come sempre d’altro canto».

Bowen, a differenza di Lockwood, aveva mantenuto un tono autorevole e pacato, evitando di scomporsi troppo e fissandolo con sguardo torvo. Per la prima volta vidi Rustin in segno di resa, con la coda tra le gambe come un cane bastonato. Fui seriamente sorpresa.

«Parliamo di lavoro piuttosto. Lord Berenor ha ordinato la solita scorta: Intrugli di Possigrad, crema di Aledonia, circa una decina di ampolle di Organa di quella fresca, in ampolle da almeno due ciati cadauna, due vasi di Abacico per concludere. Poi la Lady Alethea desidera del Muschio del Corno per la virilità del marito. Una sacca da tre libbre dovrebbe bastarle. Passiamo a Lord Pennington che…che cazzo porta quel ragazzo, una spada!?».

“Merda” fu la prima cosa che pensai. L’avevo nascosta discretamente bene ma il manico era sbucato fuori da dietro la schiena al mio piegarmi per ammirare al meglio una damigiana di colore violaceo posta poco dietro il bancone di Bowen. Convinta che Lock si sarebbe infuriato nell’osservare che avevo disobbedito ad un suo preciso ordine, fui sorpresa nel notare che al contrario egli si voltò verso di me con un’espressione di parziale complicità.

«Hey, andiamo Bowen da quanto tempo ci conosciamo? Il ragazzo l’ha presa dal corpo di un bandito stronzo che voleva provare a fregarci, se vuole giocare a fare il guerriero a me non frega un cazzo. Stai tranquillo, dai».

«A me frega un cazzo di quello che dici tu Lock! Il ragazzo adesso aspetta fuori o potete andarvene entrambi a fare in culo! Sono stato chiaro?».

Bowen mi puntava il dito addosso similmente a come il grasso Magistro aveva fatto a Woodenvale il giorno dell’arresto di Berhon, neanche fossi una sorta di abominio. Lock annuì senza dibattere alzando le mani in segno di resa, poi mi fischiò di andare a sedermi fuori la porta. Presa da una leggera agitazione per quella spiacevole cornice in cui ci eravamo ritrovati, ubbidii senza far storie.

Lock mi aprì la serratura e mi mandò fuori senza neanche voltarsi. Mi sedetti sullo scalino in pietra subito fuori l’uscio sentendo la porta in legno sbattere e chiudersi dietro di me. Mentre me ne restavo lì fuori, seduta ed annoiata a fissare la piazza di fronte a me, riuscii saltuariamente a captare qualche loro discorso da dietro il battente serrato. Battibeccavano su questioni riguardanti conteggi, numeri, strani appellativi e volgarità assortite. Dopo neanche qualche minuto cominciai bellamente ad infischiarmene. Per la prima volta da quando Lock mi aveva recuperato da sotto quel platano, avevo un momento solo per me stessa. Un momento per tentare di non pensare a nient’altro. E fu lì che arrivò.

Dopotutto valeva la pena? Ero fuggita da casa mia. Non avevo nemmeno avuto il coraggio di avvicinarmi al corpo di Tim, di dirgli addio. Avevo rubato a mio padre armi che nemmeno sapevo tenesse. Avevo rubato i suoi risparmi. Se non ero fortunata sarebbe anche potuta esserci una taglia sulla mia testa. Avevo infranto la legge.

Se fossi tornata indietro con i soldi e le armi, forse papà mi avrebbe perdonato e me la sarei scampata, dopotutto cosa speravo di ottenere? Davvero potevo credere di essere in grado da sola, di rovesciare una potenza come la Chiesa o l’Impero? Di scardinare da sola i meccanismi di quel mondo malato e corrotto? Di raggiungere quei due Magistri, Montergard e Demothos ed ucciderli lì dove si trovavano, pensando di farla franca? Io? Che ero solamente un fabbro e nemmeno troppo bravo? A quella dannata domanda non ero riuscita ancora a trovare una risposta.

“Come!?”

Volevo solcare il cammino di una leggenda come i libri che leggevo. Aeryza era la reincarnazione di una mitica guerriera del passato che aveva scoperto il suo potere solo quando si era ritrovata a fronteggiare uno spaventoso demone che aveva invaso il suo villaggio uccidendo la sua famiglia. Beh, forse anche io avevo qualcosa da scoprire nonostante tutto! No.

Aeryza era solo un personaggio di una storia di fantasia, ed il solo volerla prendere come modello di riferimento era ridicolo. Io ero ridicola.

D’improvviso Lock eruttò fuori dalla porta con sguardo torvo e tutt’altro che sereno, interrompendo bruscamente il flusso dei miei pensieri. Mi squadrò in silenzio da capo a piedi, evidentemente irritato e deluso dalla chiacchierata con Bowen.

«Ti avevo detto di lasciare le armi nel carro Saga, qui in città non corriamo pericoli, ti avevo dato un ordine ben preciso!».

Si pronunciò a denti stretti avvicinandosi lentamente verso di me.

«Lock io…questa spada è importante per me! Non è solo un pezzo di ferro!».

Avevo alzato il tono della voce senza essermene resa conto. Un tono smorzato a confine tra la rabbia e il pianto.

«Tu non hai idea di quello che è successo a Woodenvale! Di quello che ho passato! Tu non puoi sapere!» sentivo la voce lentamente spezzarmisi in gola.

«Non capisci che è questa spada?! È questa cazzo di spada che dà senso a tutto! Lo capisci? Sono andata via da casa mia, da casa mia! Ho solo questa spada come promessa di… di…».

Mi interruppi da sola ed iniziai a singhiozzare nuovamente.

“Dannazione”

Era la prima volta che piangevo così di getto di fronte a qualcuno che non fosse mio padre, la cosa mi irritò in modo indefinibile. Lock continuava a fissarmi con sguardo incerto. Sbuffò sonoramente e mi diede un calcio nel sedere, intimandomi di alzarmi.

«Andiamo!».

Mi interruppi ed asciugai le lacrime velocemente rizzandomi irritata. Nonostante mi stessi aprendo con lui, al vecchio non sembrava interessare minimamente delle mie sensazioni e della mia paure. Dei ricordi che in ogni secondo continuavano a tormentarmi.

Camminammo per dieci minuti buoni diretti nuovamente verso la città alta, con l’ombra del Torrione ad oscurare il calare del sole, in totale silenzio, gettandoci vaghe occhiate di tanto in tanto. Prima di rientrare nuovamente in quella baraonda, la cui idea mi dava il voltastomaco al solo pensiero, Lock decise di proseguire lungo una via secondaria che tagliava tra i vicoli delle case. Risalendo la collina fino alla città alta, la strada si stava facendo sempre più stretta ad ogni passo. Ci ritrovammo poco dopo dietro ad un edificio molto alto che donava al vicolo una sorta di penombra anche se ci trovassimo ancora pieno pomeriggio. D’un tratto Rustin si voltò senza preavviso verso di me.

«Quindi lasciami capire bene. Tu sei scappata da Woodenvale con quelle due spade là, ed eri ferita quasi a morte da chissà che cazzo di cosa, hai le lacrime agli occhi a raccontarmi tutta questa vicenda, ed io cosa dovrei dedurre da tutto questo? Santo Dio Saga sei proprio una ragazzina! Qualunque cosa sia capitata lì, per quanto brutta possa essere è solo la prima! Dovrai farci l’abitudine a queste stronzate lo capisci? Non frignare per ogni disgrazia che la vita ti presenta! Cazzo la vita è un vero schifo! Ti sei solamente affacciata! Pensi che scappare di casa possa risolverti le cose cazzarola? Pensi ch…».

Rustin sospirò interrompendosi e si voltò agitando la mano destra come a voler lanciare qualcosa dietro di sé, poi sospirò abbassando lo sguardo e poggiando i palmi lungo i fianchi.

«Vecchio…idiota! Tu non ne sai nien…». Il mio parlare fu interrotto bruscamente da uno schiaffo che Lock mi tirò dritto sulla guancia. Fu strano. Non ricevevo uno schiaffo da quando mio padre mi regalò la cicatrice sul labbro quel giorno alla fucina anni prima. Se non altro la sberla di Lock non mi provoco dolore, anzi, sembrò quasi che Rustin si fosse voluto trattenere, a differenza di mio padre. In qualche modo lo apprezzai.

«Portami rispetto ragazzina! Hai capito? Io ti ho salvato la vita! Avrei potuto lasciarti lì a morire di fame e freddo sotto quel cazzo di albero e nessuno avrebbe ritrovato il tuo corpo! Sarebbe stato sbranato dai lupi in tre giorni o forse anche meno! Sono stato chiaro?». Lock mi si rivolse puntando il suo grosso e rugoso indice dritto in faccia. Abbassai il collo massaggiandomi la guancia, tenendo lo sguardo basso per non infastidirlo ulteriormente, mentre lentamente portai la mano libera sotto la veste, ad afferrare salda la collana, Lock lo notò.

«Ti ho condotta a Fort Donegall, ho mantenuto la parola, non so nemmeno perché ti ho portata con me da Bowen, non so nemmeno che diamine mi sia passato per questa testaccia! Adesso ti accompagno alla Signora delle Vestigia e ti pago una stanza, ti lascio una decina di Sol per camparti e la finiamo qui, poi ognuno per la sua strada. Come giusto che sia».

Sentii uno strano nodo alla gola, un tremolio impercettibile alle gambe.

«Lock, io…».


«Rustin Lockwood!».

L’attenzione di entrambi fu deviata verso una voce dal tono nasale ed estremamente irritante che si era manifestata alle nostre spalle. Il tizio, un giovane dai capelli rasati, dalla mascella ovale, con degli strani occhi sporgenti e delle sopracciglia contrite in una smorfia perversa, aveva interpellato il vecchio Rustin con un timbro volutamente provocatorio e spaccone.

«Edd “La Gamba”. Che spiacevole incontro…».

Il ragazzo sputò qualcosa a terra, ciò valse come sua risposta.

«Che cosa vuoi?» aggiunse Lock.

«Lo sai che cosa voglio. Devi dire a quel vecchio bidone di Bowen che deve sloggiare. Lo gestiamo noi il traffico adesso, io e i ragazzi di Mouse. Devi dirglielo ora che lo rivedi, hai capito?».

Il giovane squadrava Lock dall’alto in basso tenendo i pollici infilati nei tasconi delle braghe, gettandomi rapide occhiate tra una parola e l’altra.

«Eh, santo Dio. Lo sai Edd, mentre tu succhiavi ancora il latte dai capezzoli di tua madre io distribuivo elisir e pozioni a metà di questa maledetta città. Perché tu, Mouse e tutti i tuoi dannati compagni di merende non la piantate con queste stronzate da ragazzini e imparate a starvene al vostro posto!? Dio santo adesso che lo riferirò a Bowen vedrete di che colore diventerà il vostro culo quando tornerete di là!».

La voce di Lock fu spezzata da un suono alle nostre spalle. Altri due ragazzi d’età simile a quella di Edd ci si erano accostati alle spalle, uno dei due era incredibilmente massiccio e aveva dei capelli folti ed una crespa barba rossiccia legata in una coda, tipici degli abitanti delle Isole Nebbiose. L’altro appariva molto secco, con il viso incavato e dei capelli neri e unti che gli arrivavano fino alla base del mento.

«Credi di essere nella posizione di fare minacce vecchio? Chi è questa ragazza che ti porti appresso?». A parlare fu l’individuo dai capelli rossi.

Lock ridacchiò con palese irritazione.

«Galvan e Skjor, anche voi appresso a questo buffone adesso?»

«Rispondi vecchio, la ragazza è con te?»

«Io dico che a voi deve fregare un cazzo di questa persona, sono stato chiaro?»

«Chi è? La tua sgualdrina da passeggio?»

«Non è una donna rimbambito!»

«Beh! Donna o no, quel sedere farebbe invidia a molti ragazzacci di Via Kingsley, non credi Lock?». A parlare questa volta fu di nuovo Edd, riportando la nostra attenzione sulla sua brutta faccia e i nostri sguardi verso i suoi passi che lentamente progredivano verso di noi.

Lock si era frapposto tra me e i due alle nostre spalle a testa alta, dandomi la schiena. Come quella volta, il mio cuore cominciò molto lentamente ad accrescere d’intensità ad ogni dannato battito. “Tum” “Tum”. Come quella volta, le gambe cominciarono ad elettrizzarmisi pian piano, il respiro in gola a farmisi più pesante. Sapevo che stava per succedere qualcosa di brutto.

“Non di nuovo!”

«Che ne pensi Lock? Se ci lasci divertire con la tua sgualdrina, dopo che avrò fatto fuori Bowen forse sarà la volta buona che diventiamo amici. Magari potrei anche chiedere a Mouse di farti lavorare per noi, che ne dici? Non abbiamo nulla contro di te, vero ragazzi?».

Lock si voltò verso Edd e mi guardò negli occhi. Una scintilla di dubbio, rapida e quasi impercettibile fu sufficiente a terrorizzarmi.

“No, ti prego, non farlo.”

Lo guardai con gli occhi sgranati tanto da rendere le mie singolari iridi ben visibili a chiunque nel raggio di miglia. Sentivo piano piano la loro superficie inumidirsi, divaricai leggermente le labbra esponendo i denti, tentando di dire qualcosa. Qualunque cosa.

«Va a farti fottere Edd. Tu e quella puttana di tua madre!».

Edd urlò gaudente qualcosa ai suoi due scagnozzi. Galvan e Skjor di risposta piombarono su di Lock con una velocità ed una ferocia inaudita. Lock si riparò dallo strattone di Skjor, resistendo come uno scoglio travolto da possenti onde, tuttavia, il pugno del fusto lo colpì dritto sul naso, stordendolo e facendolo stramazzare all’indietro sanguinante. Nella caduta Rustin afferrò di forza il giaco del suo assalitore, riuscendo a trascinarselo appresso fin sul pavimento in grezza e graffiante roccia. Skjor si rizzò prontamente sul fianco ed iniziò a tempestare il vecchio di pugni lungo i fianchi. I due restarono a terra a malmenarsi e ad urlare parole e insulti reciproci a gran voce. Galvan ignorò Lock e si fiondò dritto verso di me. Nel dargli le spalle notai Edd frapporsi fra me e la mia fuga, tenendo le mani e le braccia spalancate a formare un muro. Alternai agitatamente lo sguardo tra Edd e Galvan con le gambe che mi tremavano come percosse da fulmini, in un’esplosione di tensione nervosa. Le mani ed il petto erano immobili. Pietrificati.

“Muoviti! Cosa stai facendo? MUOVITI!”

Tenevo gli occhi serrati su Galvan mentre Edd mi piombava addosso da dietro con furia inaudita, afferrandomi petto e braccia e chiudendomi in una stretta morsa dalla quale non riuscii più a liberarmi. Vani furono i miei tentativi di dimenarmi, provando a strattonarlo via.

«Tienila stretta Edd! Voglio proprio vedere se è una donna!».

Galvan poggiò le sue mani luride di terra sul mio petto, tentando di strapparmi via la casacca per afferrare i miei seni sotto di essa. Lo strappo fu sufficiente a farmi saltare i primi due bottoni, ma il suo impeto venne interrotto da un richiamo improvviso di Edd.

«Fermo Galv! Questa troia ha una spada! Cazzo tirale un pugno in pancia così vede di starsi ferma!».

Galvan agì in preda all’impeto senza nemmeno dare il tempo ad Edd di terminare la frase. Il pugno fu così potente che sentii il mio addome scoppiare. La testa mi girò e la vista si fece poco chiara. Avrei potuto vomitare le budella. Sentivo il mio stomaco andare a fuoco. Edd mollò la presa facendomi cadere a terra in ginocchio, con i palmi delle mani sbucciati piantati sul terreno. Sentii il tocco di Edd sfoderarmi la spada da dietro la mantella, nell’atto il fragile tessuto si strappò e mi cadde di fianco, dopodiché sentii il rumore della spada rimbalzare sul terreno e sui mattoni lì davanti. Smise di roteare con la punta della lama rivolta dritta verso il mio volto.

«Ora te lo do io il ferro ragazza!».

Udii il suono della cintola di Edd che si slacciava dalle braghe.

“Cosa stai facendo?! Afferra quella spada! Afferrala con tutta la tua forza! AFFERRA QUELLA CAZZO DI SPADA STUPIDA CODARDA!”

Strinsi i denti in una morsa serrata, contrassi la fronte tentando di vincere il dolore e la paura e mi gettai a peso morto verso la spada poco distante da me, tra le esclamazioni di stupore dei miei due assaltatori afferrai saldamente il pomo con la mano destra. Tossii mentre stando a carponi tentavo di reggere il mio peso con tutte le mie forze.

«La sgualdrina vuole combattere eh?».

Edd mi saltò addosso tentando di placcarmi per evitare che io lo attaccassi voltandomi con la lama verso di lui, ma il mio movimento fu rapido. Non mi voltai affatto come immaginava ma con la mano destra feci passare il filo della lama nello spazio tra il mio braccio sinistro e l’ascella, facendo letteralmente schiantare Edd contro la punta dura e affilata di quella spada di Eterum. Il pezzo di merda non si aspettava tanta rapidità. La lama era penetrata affondo nell’inguine e l’urlo del giovane crebbe atroce e straziante, espresso tra gli occhi stretti e la fronte corrugata. Estrassi la lama velocemente spingendomi in avanti facendo forza con la mano sinistra e con i piedi, facendola fuoriuscire con rapidità dalla carne. Un rivolo di sangue fu a terra e mi schizzò sui pantaloni, mi rizzai facendo forza sulle gambe, come travolta da un improvviso impeto di furia omicida, poi mi voltai minacciosa verso Galvan e stetti ferma in guardia.

“MUOVITI! ATTACCALO! UCCIDILO! USA QUELLA SPADA!”

Il ragazzo era a terra agonizzante e sanguinante. Il tempo si era fermato. I polpastrelli avevano smesso di tremare, si stringevano saldi attorno all’elsa mentre Galv chiedeva disperatamente aiuto a Skjor che se la stava vedendo contro Lock in un combattimento a mani nude sul terreno, entrambi stretti in una furente presa.

«Cosa pensi di fare lurida troia!?».

Galvan estrasse una daga dalla cintola e se la passò tra le mani in agili e spettacolari ghirigori. Senza staccargli mai gli occhi da dosso, incominciai a muovermi molto lentamente verso il lato destro.  Nell’esatto istante in cui Galv tentò di lanciarsi per ferirmi con la daga, io contrattaccai mirando con la spada dritto di taglio sulla sua mano. La lama andò a conficcarsi nel polso lacerando nervi e tendini, Galv strillò acutamente e lasciò scivolare a terra la daga dalla sua presa, facendola rimbalzare affianco a Lock. Rustin ebbe una frazione di tempo infinitesimale per guardarla ed afferrarla prontamente, ma al vecchio questo fu più che sufficiente. Ripresa la daga al volo, Lockwood la pianto negli intestini di Skjor più e più volte, tagliandoli e lacerandogli l’addome lungo una linea verticale che partiva dalla base dell’inguine e risaliva verso il petto. Il ragazzo si rotolò a terra in uno spettacolo malsano di budella e interiora, emettendo gli stessi versi di un maiale sgozzato mentre tentava disperatamente di tenersi dentro gli intestini con le mani. Lock non perse tempo e li piantò il secondo fendente dritto nel collo senza nemmeno alzarsi da terra, scaricando tutto il peso e lo sforzo in quell’ultimo, sfiancato gesto. Galv se l’era data a gambe, stringendosi l’arto ferito e lasciando dietro di sé solo una scia di sangue a macchiare il terreno. Lock si alzò molto lentamente, respirando in lunghi e sonori affanni, esattamente come facevo io con le mani tremanti serrate fermamente sull’elsa della spada lunga. A terra Edd rantolava ancora in un lago di sangue. Il viso pallido e vermiglio rigato dalle lacrime ed il dolore impresso sulle sue labbra. Lock emesse un fragoroso fiatone, fissandomi negli occhi senza dire assolutamente nulla. Io ricambiai lo sguardo tenendo la punta della lama rivolta verso il nostro nemico morente.

Rustin Lockwood si avvicinò verso Edd, inginocchiandosi al suo capezzale con la daga stretta tra le dita grinzose.

«Edd…stupido…idiota…figlio…di puttana».

Edd provò a dire qualcosa, ma il suo ultimo confuso sussurro fu spezzato dalla lama di Rustin che gli si piantò violenta nella carotide. Dopo averla estratta, un copioso fiotto di sangue fuoriuscì dal foro, andando ad inzozzare il viso privo di espressione del ragazzo.

Lock si rimise in piedi ansimando e borbottando per il mal di schiena e per le ferite riportate. Entrambi sapevamo cosa era appena successo, entrambi sapevamo cosa comportasse, entrambi eravamo sopravvissuti. Nessuno dei due ebbe la forza di pronunciarsi. Ogni parola detta, ogni volontà espressa sarebbe apparsa vuota e priva di qualunque significato in quel momento. Entrambi sapevamo che la via della spada aveva reclamato a gran voce il mio nome quel giorno ed in quel preciso istante. Entrambi sapevamo che Saga Nargatis aveva firmato con il sangue di Edd, il bastardo dei vicoli, poco saggio e molto presuntuoso, una blatta della peggior specie che aveva decisamente meritato la sua sorte, un contratto dal quale sarebbe stato difficile recedere. Entrambi sapevamo che da quel momento in avanti, nulla sarebbe stato più lo stesso.

“Questo avrebbe fatto Aeryza.”