Buio. Un buio tangibile, vivo, mi circonda lasciandomi solo un piccolo scranno in cui sostare. Oltre i confini circolari di quel terreno, nulla. Sono su quella collina con la mia cavalla legata al tronco di un abete solitario. Sbuffa e scalcia, stanca per il lungo viaggio. Una chiesa, una vecchia cappella fatiscente. Un alto campanile posto al fianco della basilica, dal suo interno alcune volte in vetro riflettono quella che appare come una pallida fiamma. Una luce debole e fioca al suo interno. Un signore a cavallo viaggia con me. Ha l’aria stanca di chi ha camminato sulla terra per troppe, lunghe stagioni. Il viso segnato dal tempo e dalle fatiche. La sua presenza mi rincuora. Mi osserva come in attesa di una qualche mia parola, ma non ho nulla da dirgli in quel momento.

“Tanto oscuro è il cammino dell’uomo, tanto acceca il lume della speranza” dice.

Da una delle finestrelle della cappella è affacciata una strana figura. Ha un profilo sottile come lo stelo di un vecchio albero. Il volto è lontano, troppo distante e sbiadito affinché io possa riconoscerlo. Faccio per chiamarlo, ma lui resta lì immobile. Se ne sta fermo. Allora provo ad alzare la voce e a chiamarlo più forte. Non è lui a rispondermi. Da dentro la cappella esplode un boato, un rumore terrificante, qualcosa di lontano da qualsiasi suono avessi mai udito. Un ruggito. Un tetro lamento venuto da un cosmo lontano e antico. Vibra così forte da far tremare le pareti attorno ad esso. Spaventata osservo il signore che viaggia con me, il suo sguardo è terrorizzato quanto il mio. Il boato si ripete per un’ennesima volta e poi un’altra e un’altra ancora, sempre più forte. Sempre più tremendo. Ritmico. Come il battito di un cuore che ha le dimensioni dell’universo. La figura è ferma alla finestra. Nulla pare smuoverla. Mi sembra che sorrida. Ma non ne sono sicura, è troppo lontana.

“Seppur illuminato e sicuro, questo scranno non ti appartiene. È Suo. Tu non puoi far altro che fuggire nelle tenebre.”

Il signore si volta e comincia a trottare. Io slego la cavalla dall’abete. Salgo in groppa e mi avvio inquieta lontana dal quel posto. Il ruggito sembra placarsi man mano che mi distanzio da esso. Il signore cavalca davanti a me. Io lo seguo, fiduciosa della sua presenza. Ma lui è sempre più lontano. Nonostante la strada sia dritta e limpida, vedo le tenebre avvilupparlo lentamente mentre il mio cavallo rallenta come il mio respiro. Continua a correre, ma le sue zampe si muovono sempre più pigramente, come se il tempo le stesse pian piano abbandonando, come se cavalcasse al di là dei confini dell’esistenza. Ora sono nuda, in piedi in mezzo alla buia prateria. Non sento freddo, non provo vergogna, al contrario mi sento a casa, sotto un cielo irto di strane stelle e costellazioni. È dietro di me. La sento. Percepisco la sua presenza. Mi giro senza paura. Lei ha il volto coperto dall’oscurità, i suoi capelli si muovono come cullati dal fondo di un mare fosco, nuda anch’ella.

“E così tu sei me” le dico.

Lei non risponde, resta immobile.

“Cosa sei venuta a cercare? Vuoi forse spaventarmi? Io non ho paura di te!”.

lo ripeto mentre sprazzi di coraggio mi attraversano le gote. Il suo volto adagio mi si fa vicino, mentre il suo corpo resta immobile. La luce di un astro lontano ne delinea fiochi i tratti. Ha gli occhi sgranati e fissi su di me, le pupille son nere come la notte, le labbra sottili e serrate, il viso contratto in una smorfia irrequieta, la riempie di rughe e ne corruga la fronte.

Lei osserva.

Osserva nel profondo della mia anima.

In quel momento percepisco una paura immensa. Ancestrale. L’intero cosmo si è fermato ed ha incominciato a fissarmi. Le nuvole lontane si serrano, gli astri luminosi contriscono. Un cerchio d’ombra circondato da un nimbo violaceo sembra sovrastare tutte le cose. Si volta verso di me dai limiti dell’infinito.

“Ti sbagli, io non sono te.”

Quella sua voce è un eco lontana che mi rimbomba nella testa, non assomiglia né a quella di un uomo e né a quella di una donna. Il suo collo si piega in modo innaturale, pare allungarsi, spezzarsi, frantumarsi, mentre il suo volto si fa sempre più vicino al mio. Riesco a sentire il suo respiro greve sopra di me. Non riesco a muovermi. Con la coda dello sguardo vedo il suo corpo sfocato tremare come in preda a delle forti convulsioni. Le sue labbra si digrignano, i suoi piedi non toccano più terra, i denti stretti scricchiolano tra loro come striduli lamenti e volti di carne maciullata. Sento il mio ventre esplodere.

“TU SEI ME!”.

 

Mi svegliai di soprassalto come travolta da un impeto di forte terrore tentando di gridare qualcosa, ma alito e fiato mi si erano entrambi stretti in gola, serrati in una morsa che a stento mi lasciava spazio per respirare. Impiegai diversi istanti a riprendermi del tutto. Espiravo profondamente come se fossi appena riemersa dalle acque di un lago buio e profondo, dopo una lunga e struggente apnea. Voltai lo sguardo ancora annebbiato dal risveglio improvviso verso il basso, accorgendomi di essere sdraiata supina di fianco ad un piccolo falò. I suoi piccoli e confusi fasci di luce arancio e giallo mi rendevano difficoltoso focalizzarne i contorni. Lock era sempre lì, seduto su un grosso ceppo di una qualche quercia vicino al fuocherello, al mio capezzale per l’ennesima volta. In braccio, poggiata sulle sue ginocchia, Briseide si distendeva emettendo sonore fusa, mentre il suo padrone le accarezzava delicatamente la schiena tenendo il suo solito sguardo misto tra perplessità e scetticismo fisso sul mio.

«Stai bene ragazza?».

Il suo accento giunse al mio orecchio come un rozzo mugugno sussurrato, più un involontario fluire dei suoi pensieri che una esplicita richiesta. Quel suo tono greve e quasi incomprensibile però, non fu sufficiente a mascherare una leggera e voluta nota di sarcasmo celata al suo interno.

Annuii senza troppi convenevoli.

«Si. Solo un brutto sogno».

Lock posò il felino a terra, raccolse dal suo fianco un piccolo ramoscello umido e si distese quel tanto che bastò a sistemare il fuoco davanti a sé. Il suono dello scricchiolio tra i legnetti, caloroso e rassicurante, mi donò quella tranquillità di cui avevo bisogno.

«Tze! Pare che i brutti sogni proprio non vogliano lasciarci in pace a me e a te».

Mi guardò inarcando le sopracciglia e lasciandosi sfuggire un lieve principio di sorriso che io ricambiai a mia volta.

Non riuscivo a non percepire qualcosa di tremendamente sbagliato in quella situazione. Dopo aver ripreso totalmente coscienza mi resi conto di non aver affatto memoria del momento in cui ci eravamo accampati, anzi a dirla tutta non riuscivo a ricordare nemmeno cosa avessimo fatto durante tutta la giornata. La testa mi doleva sempre più insistentemente ad ogni tentativo. Che fossi svenuta a causa dei miei dolori? O che questi mi avessero causato una forte febbre? Di certo non sarebbe stata la prima volta, ma era qualcosa che non mi accadeva così frequentemente. Mi portai la mano all’altezza della fronte e l’appoggiai premendola sulla superficie, con mia sorpresa la temperatura risultava del tutto normale al tatto.

«Lock, cosa è successo? Sono per caso svenuta?».

Lock diede in pasto alle fiamme il legnetto con cui aveva appena terminato di ravvivare i cocci, ponendo le mani aperte in fronte al fuoco per scaldarsele. Alla luce del falò, i suoi calli, le screpolature e la pelle morta erano ben visibili. Si dice che si possa stimare tutta la vita di un uomo semplicemente osservandogli le mani. Le sue avevano un racconto per ogni ruga, una ballata per ogni taglio o cicatrice.

Mi domandai a quante vite avesse posto fine il vecchio Rustin servendosi di quelle mani vecchie e grinzose.

«Non proprio. Ti sei addormentata circa un’ora prima del tramonto e ti ho lasciato stare, se ti riposavi tanto meglio. Poi ho provato a scrollarti quando ci siamo fermati col carro. Mi serviva una mano ad accamparci, ma diamine non c’è stato verso di smuoverti da lì. Ho dovuto trasportarti giù dalla carrozza di peso».

Lock distese le mani e le giunse, poggiando i gomiti sulle ginocchia e strofinandosi i palmi con lentezza, poi borbottò qualcosa di incomprensibile.

«Per la miseria se parevi morta. Per un attimo ti ho anche controllato il polso».

Anche se tentava di nasconderlo come meglio poteva, credevo che Lock si fosse realmente preoccupato per me in quel momento. Forse aveva addirittura temuto per la mia vita.

Sollevai il busto senza troppa fatica, poggiando i palmi a terra e mettendomi seduta anch’io con la testa volta verso il basso. Nel muovermi ebbi un forte e improvviso capogiro che colmai strofinandomi gli occhi chiusi con le nocche degli indici.

«Lock, quella dannata storia mi ha spaventata a morte. Non facevo un incubo così intenso da tantissimo tempo»

«Beh, è l’obbiettivo di storie come queste».

Aprii gli occhi e stetti a fissare il vuoto di fronte a me per qualche minuto. L’alone della fiamma era flebile, oltre i confini della sua luce, l’oscurità.

Ma cosa avevo sognato? Non riuscivo a ricordarlo bene. In me era impressa solo una traccia, una paura ed un terrore radicato e profondo. Qualcosa che avevo dimenticato?

La paura era un’emozione che in un modo o nell’altro riuscivo a gestire sempre per il meglio. Tentavo di affrontare qualunque situazione, anche pericolosa, con logica e intelletto, facendomi forza con la razionalità e l’ingegno tipici di un buon artigiano, un atteggiamento di ragione da contrapporre ai problemi e agli imprevisti che la vita più o meno costantemente presenta al tuo desco. Nei sogni invece, ogni mio tentativo di dominare le emozioni falliva miseramente. Ne ero al contrario investita, afferrata e scaraventata da un mondo ad un altro attraverso paura, tristezza, rabbia ed euforia. Nei sogni erano le mie emozioni a controllare me e non il contrario, ne finivo letteralmente succube.

 

Le fitte all’addome continuavano e per quanto invano tentassi di nasconderlo, tra gemiti e insulti sottovoce, alla fine anche Lock si era accorto che qualcosa non andava in me quel giorno. I rimedi di Mona si erano rivelati inutili. Senza disdegnare l’impegno e il buon senso di quella donna, probabilmente quella fu la volta che essi mi avevano raggiunta con più insistenza e con più intensità, come da prassi della mia solita fortuna.

Mentre tenevo lo sguardo fermo su uno dei tronchi e lo osservavo con scrupolosità venire lentamente divorato dalle fiamme, mi balenò alla mente il volto del Ferale di quella mattina. Sì, quel giorno per la prima volta in vita mia li avevo finalmente visti. Erano lì, i tre schiavi di cui la vecchia mi aveva parlato a pranzo. Ci eravamo passati di fianco mentre procedevamo via dalla locanda Silverpool.

Dai racconti di Tim me li ero sempre immaginati solenni ed esotici, con tratti mistici e quasi magici, affascinanti e misteriosi al tempo stesso. Quelli che invece mi ritrovai dinanzi furono tre individui molto magri, logori del lavoro nei campi e trasandati nel loro vestiario. Riuscii a distinguere facilmente due donne ed un uomo. Lui indossava dei pantaloni di lino grezzo tenuti su da una smilza cordicella. Era scalzo, con il petto nudo e manifestava una tonalità di pelle più scura di qualsiasi Vreitone avessi mai visto. Aveva inoltre una leggera peluria che li ricopriva il petto e le spalle, simile a quella di un animale. I capelli erano molto lunghi, di uno strano colore tendente al verde scuro. Erano legati in un vistoso e disordinato intreccio di code spesse e lunghe, una pettinatura che non avevo mai visto da queste parti. Le sommità di entrambe le sue orecchie erano state tagliate via.

Mentre l’uomo era intento a tirare forti zappate al terreno, le due donne al suo fianco piantavano piccoli semi dentro ogni buca. Anche loro due avevano le estremità delle orecchie tagliate. Il colore della pelle era simile a quello del maschio, ma appariva leggermente più chiaro e nonostante le ragazze fossero ricoperte di terra e fango da capo a piedi, in loro si riusciva ad intravederne una lieve ma percettibile manifestazione di delicatezza, un tratto di perduta eleganza. Una delle due aveva i capelli biondi, lunghi e sciolti, mentre l’altra appariva completamente calva. Sembrarono quasi notare la mia curiosità, tanto da destare in loro attenzioni che, evidentemente, non si aspettavano da un qualsiasi viandante. L’uomo ad un certo punto si era voltato verso di me. I suoi strani occhi dalla forma allungata, intensi e profondi, avevano cominciato a scrutarmi oltre i vestiti, oltre la pelle, fin dentro le ossa. Mi ero sentita strana nel contraccambiare il suo sguardo. Aveva delle enormi pupille verdi che parevano quasi brillare se fissate attentamente, percepivo in loro un’antica e quasi sopita essenza.

Lock mi richiamò all’attenzione con un leggero colpo di tosse rauca.

«Cosa sognavi ragazzina?». Seguì un’ennesima tossita.

Chinai il capo.

«Non ricordo Lock. Era tutto così buio e… c’era un tizio che viaggiava con me, ma non ricordo per niente il suo viso».

«Ero per caso io?».

«Non saprei».

Abbassai lo sguardo mordendomi il labbro inferiore.

«Bah… è tutto così confuso».

Lock si tirò indietro poggiandosi con i palmi a terra e voltando gli occhi verso l’oscuro firmamento per qualche secondo, sospirando.

«Era solo un sogno ragazza».

Briseide miagolò in lontananza da qualche invisibile anfratto.

“Già.” Pensai. “Solo un sogno.”

 

*

 

La Strada dell’Imperatore era un nome fin troppo sontuoso. Un appellativo esageratamente ricco di vanagloria per descrivere il lembo di vecchi e sporchi mattoni che calpestavamo alla volta del Primo Bastione. Dovevo riconoscere, però, che il paesaggio intorno a noi appariva incredibilmente maestoso e forse ciò che rendeva realmente giustizia a quel nome così ricercato, risiedeva proprio in questa prerogativa. Da Woodenvale le montagne erano sempre state distanti, a tratti quasi invisibili a causa delle nebbie e delle foschie che sovente giungevano in regione. Poterle vedere così da vicino, con gli occhi intrisi dalla meraviglia, mi fecero sentire più piccola di quanto già non mi fossi, ammirando i loro pendii morbidi e verdi che si protendevano verso aspre e affilate punte, soffocate dal manto di argentei ghiacciai. Alcune di esse parevano trafiggere le nuvole sopra di noi.

Il cielo bigio era attraversato da venti freddi e pungenti che trascinavano con loro gli odori della neve, del muschio e dell’erba alta di montagna. Fragranze che dalle narici mi penetravano dentro, in profondità. Il tratto che ci ritrovavamo a percorrere proseguiva sopra una leggera collina, portandoci in una posizione discretamente elevata, dove da un lato le pareti delle montagne parevano quasi cadermi addosso, mentre dall’altro i campi e le colture dei contadini apparivano come minuscoli quadratini molto simili agli stampi di pietra che papà utilizzava quando stavamo alla forgia. Il tutto era accompagnato dal fischiettio di Lock che si dilettava in un simpatico motivetto da circa dieci minuti oramai. La melodia era piacevole all’ascolto, seppur ignorassi completamente di quale canzone si trattasse.

«Cosa canti Lock?».

Il vecchio si interruppe smorzando il fischiettio.

«Eh?» pareva quasi essersi ridestato da un lungo sonno.

Gli riposi la domanda sorridendo.

«Huh, neanche me ne ero accorto, sarà la montagna».

Come al solito la risposta parve più sussurrata verso sé stesso che rivolta alla mia attenzione.

«Niente ragazza, niente di importante».

Il vecchio mi sorrise di tutta risposta ed io feci finta di nulla, dopotutto non era materia di cui crucciarsi.

«Comunque dovresti dare un nome a quella spada. Sembra ben lavorata, affatto un pezzo di ferraglia qualunque».

Lock mi si rivolse senza staccare gli occhi dalla strada dinanzi a noi.

Un nome a quella spada? E quale sarebbe potuto essere?

«Hai ragione Lock, ci penserò».

 

Dopo circa mezza giornata di cammino, all’avvicinarsi di mezzodì, il viaggio si prorogava senza particolari intoppi o contrattempi spiacevoli. La strada appariva a tratti del tutto deserta, alternata dal passaggio sporadico di alcune vistose carovane commerciali con carrozze riempite di beni di ogni genere, traboccanti di tappeti, utensili, stoffe, e cianfrusaglie che non avevo mai visto. Diversi carri in legno scoperti, accompagnati da gruppi di contadini e trascinate da muli sfiancati e con il muso ricoperto di mosche, traversavano avanti e indietro da ogni direzione. Non mancavano ovviamente anche i viaggiatori solitari, silenziosi e riservati esattamente come quelli che giungevano frequentemente alla fucina. Seguirono poi delle carovane di schiavi Ferali, con i carichi rigorosamente chiusi e serrati, atti a impedire ai viandanti di scrutare al loro interno e viceversa. Fortunatamente la nostra presenza non spiccò affatto rispetto a quella di tutti gli altri viaggiatori, di conseguenza, come Lock aveva pronosticato, riuscimmo a passare del tutto inosservati la via alla volta del Primo Bastione.

Superato quel breve tratto collinare, dalle montagne la strada riprese pian piano a discendere nuovamente verso le pianure sottostanti. Dopo aver percorso molta strada, a circa due ore di cammino dall’arrivo a Fort Donegall, ci ritrovammo presso un piccolo avamposto imperiale, presidiato da quattro guardie armate pronte a bloccarci il passaggio al nostro giungere. Probabilmente quella era una delle famose dogane imperiali di cui Lock aveva tanto parlato prima. Attraverso un cancello di legno posto al centro della via stessa, sorretto ai lati da due piccole torri sempre di legno, erano visibili i vessilli dell’elmo coronato dal sole di Gideòn. Erano piantati lì a terra e sulle sommità delle torrette, svolazzavano ed emettevano sonori schioppi quando venivano investiti dalle furiose correnti dei venti del nord.

Lock contrasse le labbra e contorse le sopracciglia, poi si voltò verso di me iniziando a sussurrarmi qualcosa.

«Bene ragazzo, ricorda ciò che ci siamo detti. Comportati in modo normale e non avremo problemi a proseguire. Chiaro?». Annuii.

Dopotutto perché avrei dovuto preoccuparmi? Al massimo ci avrebbero rispediti indietro, ma Lock avrebbe di certo trovato un altro modo per farci entrare in città. Una delle guardie sollevò fermamente in aria una mano in segno di “alt” mentre Lock si accingeva a rallentare educatamente il trotto del frisone.

«Salve viaggiatori e benvenuti nelle terre della Westandria».

La guardia annuì mentre Lock chinò il capo leggermente.

«Ora ci occorrono i vostri nomi e l’oggetto del vostro carico».

L’uomo riportò l’arto in posizione di riposo, disteso lungo la coscia, restando immobile con la lancia al suo fianco, la punta volta verso il cielo e lo sguardo fisso su quello di Rustin.

«Sissignore. Il mio nome è Tom Reyner, o il vecchio Rey, come molti mi chiamano in città. Mentre lui è Olly, il mio garzone. Trasportiamo sali e spezie da consegnare a Mastro Bowen all’Emporio di Piazza di Giù».

La guardia non rispose. Si limitò ad annuire facendo cenno al suo collega di dirigersi verso il retro del carro.

«Bene. Adesso ispezioneremo il vostro carico per assicurarci che non mentiate. Al termine della nostra ispezione, dovrete pagare il pedaggio imperiale di dieci Elmi, se non disponete della somma designata sarete rimandati indietro lungo il vostro cammino. Opporre resistenza sarà futile. Vi è chiara la vostra situazione?».

Lock alzò le mani in aria ironicamente, accennando uno sberleffo in segno di disinteressato consenso.

«Cos’hai all’occhio ragazzino?».

La guardia che parlava un Vreith grezzo e dalla evidentissima cadenza Castilana, parve domandarmelo senza troppa riservatezza. Esitai per qualche istante, incespicando su cosa avrei dovuto rispondere.

“Stupida! Hai avuto tutto questo tempo e non ti sei preparata una risposta da dare alla domanda più ovvia che potessero porti? Sei proprio una cretina!”.

Presa dalla sorpresa e guidata impercettibilmente da un furore nei confronti di me stessa, smossi poco le labbra tentando di inventare qualche scusa, ma Lock mi anticipò.

«Un randagio signore, lo ha azzannato dritto in faccia al poverello!».

Lock mimò in modo goffo e ridicolo il gesto di un lupo che azzanna la propria preda, con tanto di unghie graffianti, emettendo una sorta di ringhio smorzato dalle labbra serrate, ottenendo come unico risultato lo sguardo contrito della guardia che si voltò verso Rustin con fare irritato.

«Non ho chiesto a voi, vecchio! Parlavo con il ragazzo».

Volse lo sguardo intimidatorio nuovamente verso di me, attendendo che fossi io a prendere parola. Lock restò in silenzio. Mi voltai giusto un istante per percepire in lui uno sguardo un po’ preoccupato, dopodiché, feci la cosa più sensata.

«Nulla signore».

Levai via la benda tirandola su per i capelli e mostrando l’occhio intatto sotto di essa. Me lo strofinai con la mano subito dopo simulando un prurito improvviso, tentando di parlare con la voce più mascolina che fui in grado di produrre.

«È solo questa fascia signore, scivola sempre giù perché è troppo larga Tom si diverte a prendervi in giro».

Lock colse l’occasione al volo e dopo una breve risatina aggiunse:

«È soltanto un ragazzino! Cosa vi aspettavate da lui?».

Poi mi tirò una forte pacca sulla nuca facendo ricadere la bandana nuovamente sotto la mia fronte.

“Ahia…”

«Non abbiamo bisogno del vostro sarcasmo vecchio! Il vostro garzone ha dei modi più educati dei vostri e sicuramente più buonsenso! Potrei considerare le sue burle come un’offesa ad un funzionario militare, badate bene a come vi comportate!».

Quel piccolo battibecco venne fortunatamente interrotto dal collega della guardia posto sul retro del carro, che richiamò l’attenzione del tizio di fronte a noi.

«Cortéz, vieni a vedere qui».

La guardia lanciò un’ultima occhiataccia a Lock e si diresse con passo deciso verso il suo compagno. Io e Rustin restammo a fissarci senza dire nulla per qualche secondo, tentando di origliare quello che i due soldati stavano borbottando dietro di noi.

“Il carro è troppo grande per tre sole sacche”. “Hanno anche un gatto?”. “Questa panca a cosa serve?”. Solo quando si ritrovarono ad osservare le due armi che avevo portato con me dalla forgia percepimmo distintamente il loro tono sorpreso, tra sussurri ed esclamazioni sottovoce.

Il battere ritmico e pesante dei loro stivali di ferraglia sull’umido terreno li ricondusse nuovamente al nostro cospetto. Mi domandai se camminassero a quel modo anche per andare al cesso.

«Trasportate due armi curiose, dove le avete prese? E perché le tenete con voi? Non avevate detto di essere un commerciante di spezie?».

Il vecchio mi pareva più innervosito che agitato, quasi che stesse per urlare contro la guardia in preda all’impeto, o peggio, tentare di trafiggerla. Una piccola goccia di sudore freddo sbucò fastidiosamente dalla mia fronte.

«Le vostre ronde e le vostre dogane sono davvero tanto inutili? Siete ciechi a tal punto da ignorare il numero di banditi che brulicano su queste colline la notte? Quelle armi sono nostre diamine, per difenderci! Una per me e una per il ragazzo».

La guardia si fece lievemente rossa in viso.

«Non rivolgetevi a me con quel tono vecchio! E per di più signore, voi vorreste farmi credere che alla vostra età sareste in grado di brandire quella lama così spessa e lunga e di usarla per combattere banditi persino? E questo gracile ragazzino, davvero potrebbe brandire quella spada lì di fianco?».

Lock ridacchiò scocciato.

«Provate a sollevarle, vostra altezza, così da rendervi conto di quante castronerie state affermando».

Cortéz la guardia incrinò le ciglia in modo aggressivo ma al tempo stesso curioso nei confronti di Rustin, tornando a gran velocità verso il retro del carro. Lock mi guardò e io lo guardai. Eravamo entrambi nervosi, tanto che attraverso i suoi occhi riuscivo quasi a sentirne i pensieri, perlopiù frasi di rimprovero nei miei confronti, ma soprattutto nei confronti di sé stesso. Che si fosse infine pentito di avermi dato una mano? Proprio qui, così vicini alla nostra destinazione? Dopotutto non potevo dire di conoscerlo così bene. Il nostro incontro era stato fin troppo rapido e fortuito e nonostante tutte le sue dichiarazioni, nonostante io mi sentissi in qualche modo “protetta” dalla sua presenza, non potevo esserne certa, non potevo scommettere su ciò che egli era in realtà. In fondo ero ancora sola. Ero sempre stata sola.

La guardia tornò davanti a noi con uno sguardo seccato e sorpreso al tempo stesso.

«Si, le ho esaminate. Poco male. Ciononostante non si giustifica la presenza di armi di questa fattura sul vostro carro, considerando il vostro lavoro. State per caso nascondendo qualcosa? Le avete rubate a qualcuno?».

Lock si inclinò leggermente. Il rumore del cuoio del suo cappotto che scricchiolava quando veniva piegato gli dava un nonsoché di autoritario e di intimidatorio nei confronti di coloro verso i quali si rapportava. Il suo visone barbuto e scavato non aiutavano nel manifestare il contrario. Rustin avvicinò di molto il suo volto a quello della guardia, la quale però restava immobile come una cariatide, deglutendo di tanto in tanto.

«Ragazzo, questi sono doni di Behron Nargatis, il mastro armaiolo della Fucina Nargatis a Woodenvale, un mio vecchio e caro amico. Davvero non credi che se avessi veramente voluto nascondere queste armi al vostro controllo, non ne avrei trovato il modo? Ora perché non ci lasciate proseguire, prendete i vostri soldi e fate bene il vostro lavoro?».

Sollevai il capo osservando il vecchio a mento alto. Lock aveva osato troppo. Era stato prepotente e aggressivo. Mi chiesi se Rustin conoscesse il buon senso e il saper stare al proprio posto. Ciononostante, Lockwood era in qualche modo riuscito a mostrare una sicurezza e una forza tale da intimidire Cortéz la guardia, o per usare un eufemismo, a farlo letteralmente “cagare nelle braghe”.

Cortéz restò fermo e in silenzio davanti a lui per diversi secondi, poi lanciò un’occhiata rapida al suo collega, il quale palesava una faccia chiaramente seccata da tutta quella situazione.

«Diamine di voi! Siete solo un vecchio accompagnato da un gracile ragazzino! Potete proseguire. La somma da pagare per il pedaggio imperiale è di dieci Elmi. Pagate o tornate indietro sui vostri passi»

«Aye».

Lock estrasse un piccolo sacchettino. Dopo averlo slacciato ne tirò fuori una lucente monetina d’argento.

«Una corona per vostra maestà».

Rustin la consegnò tra le mani del soldato che frettolosamente se la frappose fra i denti per autenticarne l’ufficiosità. Esauriti i convenevoli e le bazzecole, ci rimettemmo finalmente in cammino alla volta di Fort Donegall, il primo Bastione del Nord, lievemente divertiti dallo scarico di agitazione che quell’episodio ci aveva appena concesso.

«Hai mentito sull’emporio e su Piazza di Giù Lock?».

Rustin rispose senza voltarsi.

«Neanche per un secondo. Perché me lo chiedi?».

Slegai totalmente la fascia urticante dalla fronte e la strinsi in mano per non perderla.

«Posso accompagnarti?».

Il vecchio starnutì asciugandosi il moccio con il bordo della manica del cappottone logoro.

«Non vedo perché no». Aggiunse tossendo.

Quella meta oramai a noi prossima, solo due giorni prima mi era sembrata così lontana. La sera ancora precedente, qualunque meta di qualunque luogo mi era sembrata totalmente irraggiungibile. Per la prima volta capii di non sapere cosa stessi facendo, di non sapere dove stessi andando, di non sapere cosa effettivamente volessi da me stessa. Lock aveva ragione. Sapevo bene da cosa stavo scappando, ma nulla di dove fossi diretta. Volevo vedere il mondo. Volevo vivere avventure. Volevo essere forte. Dovevo vivere per rendere giustizia a Timothy. Dovevo vendicarlo. Dovevo uccidere quei due Magistri, tagliare loro la gola con le mie stesse mani. Brandire una spada in battaglia contro orde di soldati imperiali, contro lo stesso Dio se fosse stato necessario. Volevo vivere una leggenda come quella di Aeryza.

Ma arrivata a quel punto, capii infine che la domanda giusta da pormi non era più su cosa volessi fare o su chi volessi diventare.

No.

La domanda giusta da pormi era divenuta solo e solamente una.

“Come?”