La zuppa di Mona Silverpool era disgustosa. Un denso intruglio di cipolle, erbe boscose dal sapore sconosciuto e farro, il tutto annacquato in una brodaglia insipida e condita da un velato aroma che ricordava vagamente il sapore dell’aglio.

La bendatura di grezza lana che avevo stretta attorno all’occhio poco prima, come suggerito da Lock, continuava a scendere sempre di più ad ogni sorso del bollente brodame. Quel maledetto straccio non voleva saperne di starsene fermo lì dov’era, mostrando sotto di esso un viso dai tratti delicati, affatto sfregiato come volevamo far credere. Un inganno che a mio parere avrebbe retto per poco. Irritata, la levai via poggiandola sul tavolo.

Mentre sedevo di fronte alla vecchia Silverpool, Lockwood aveva provveduto a gettare via la mia maglia lacera e deturpata dagli strappi della notte prima. Mona me ne aveva gentilmente procurata una dagli armadi del più piccolo dei suoi undici figli. La maglia per qualche assurda simmetria mi calzava a pennello, alla vecchia era bastata un’occhiata rapida per intuire quale taglia potesse aderire meglio al mio corpo. La trama del tessuto, tuttavia, era vecchia e grinzosa, e non mi risparmiava dal procurarmi fastidiosissimi pruriti sul petto e sulle braccia ad ogni mio piccolo movimento. Un disturbo che avrei felicemente evitato considerata la mia situazione.

Avevo segretamente parlato a Mona del mio problema, spiegandole come fossi in totale carenza di panni puliti con cui tamponarmi come ero solita fare a casa mia.

La vecchia Silverpool alla notizia non perse altro tempo. Mi prelevò in disparte e mi condusse nella suo stanzone privato che un tempo divideva con il marito, ora relegato a una sorta di mezzo magazzino, poi mi rimproverò e aggiunse che donne perbene o graziose signorine come me, dovevano necessariamente essere in possesso di una biancheria appropriata. Del tessuto giusto che si confà ad una graziosa signorinella, quale ero io agli occhi della vecchia. Personalmente, non avevo mai posseduto nessun tipo biancheria, quello era un indumento prerogativa di nobili e benestanti, non proprio una materia adatta a fabbri o plebei. Per di più, mio padre non era di certo la persona più indicata a procurarmene alcuna. Avessi avuto una madre come la vecchia signora S. ad istruirmi sulle maniere ed i costumi di una giovane donna, forse non mi sarei ritrovata affatto in quella situazione, forse non sarei nemmeno stata lì ad elemosinare aiuto da anziani sconosciuti vagabondi.

Contrariata dalle mie mancanze, Mona incominciò a frugare freneticamente nel suo gran guardaroba. Non volevo procurarle eccessivo disturbo, un normale panno con cui tamponare momentaneamente il problema mi sarebbe andato più che bene, inoltre non volevo affatto che si preoccupasse tentando di provvedere a chissà quale pittoresca soluzione. Lei di tutta risposta aveva affermato che la biancheria in suo possesso era troppo larga per poter essere indossata dal mio corpo minuto.

Rassegnata, afferrò un comune straccio bianco pulito e fresco di lavanderia. Si assicurò che la serratura della porta fosse ben chiusa. Mi calò le braghe e mi appoggiò il panno in mezzo alle gambe, tamponando delicatamente per pulir via il sangue in eccesso. Mi invitò a sdraiarmi sul suo letto e a stringere il panno saldamente tra le cosce mentre mi infilava dei pantaloni nuovi e puliti, odorosi di lavanda che aveva precedentemente prelevato dagli indumenti dello stesso sfortunato ragazzino a cui aveva “rubato” anche la maglia. Mi ribadì ulteriormente di procurarmi al più presto della biancheria, io di tutta risposta mi limitai ad annuirle, conscia del fatto che raccattare in giro dell’abbigliamento intimo si poneva come l’ultima urgenza nella scala dei miei problemi più impellenti.

Dopo avermi rattoppata a dovere, Mona mi condusse in cucina e mi fece appoggiare ad un tavolo dove erano soliti pranzare lei ed i suoi familiari, lontani dagli occhi indiscreti della sala grande. Lockwood non c’era, si era dileguato poco prima lasciando me e la Signora S. soli in quella stanza.


Seppur quell’orrida pietanza avrebbe messo in difficoltà anche gli stomaci più temerari, Mona si era comportata in modo fin troppo gentile nei miei confronti. Mi chiesi se tutta quella premura fosse dovuta al suo rapporto con Lockwood o se fosse semplicemente dettata da una sua innata indole materna e affettiva nei confronti dei bisognosi. Ricambiare con scortesia rifiutando il pasto preparatomi, era una questione totalmente fuori discussione.

«Lo so ragazza, la zuppa è disgustosa, lo so, lo so. Però ti fa bene al tuo  mal di pancia».

Deglutii improvvisamente. Il brodo mi andò di traverso provocandomi piccoli attacchi di tosse, con la vecchia grassa che mi fissava sostando in piedi e poggiandosi con il sederone sul bordo di un grosso tavolo di legno, posto di fronte al mio che, in quel momento, stavo adoperando per terminare il mio pasto. Il desco era totalmente imbiancato di farina, lo stesso colore della sua irsuta parrucca brizzolata, la quale però rassomigliava molto di più ad un enorme e riccioluto ermellino che ad un vero e proprio mucchio di capelli.

Mentre si dilettava a tritare alcune spezie servendosi di un piccolo mortaio e di un pestello, la vecchia si limitava a scrutare le mie espressioni di rigurgito che evidentemente si mostravano molto più sincere di un qualunque pensiero espresso in parole. Imbarazzata portai la mano alle labbra per asciugarle con la manica.

«No signora cosa dite. Questa zuppa è deliziosa».

Mona ridacchiò e gemette in silenzio con scetticismo smuovendo quelle grosse guance paffute e rotonde maculate da migliaia di minuscoli puntini rossi.

«Ah ragazzina, non dire bugie che poi diventi tutta rossa!».

La vecchia sorrideva tirando su il vistosissimo doppio mento, mentre continuava a tritare spezie.

«So che ha un brutto sapore, è perché non abbiamo avuto proprio un buon raccolto questa stagione. Verza, rape e bietola non sono cresciute quest’anno, quindi ho dovuto sostituirle con tutte le erbacce che crescono là nel sottobosco a sud, e so bene che il sapore non è per niente uguale a quello della buona verdura dell’orto, nossignore. Però a questa zuppa qui ci ho dovuto aggiungere anche cose che ti fanno bene! Un bel passato di bacche, un poco di agrifogli, un poco di ortiche, queste ti rimettono tutte a nuovo».

La vecchia voltò lo sguardo verso la porta in legno della cucina. Su di essa era intagliato un piccolo foro di forma quadrata e attraverso di esso si poteva scorgere il desolato panorama delle brughiere della Eastandria, sormontato da nubi grigie e ordinate come mandrie di pecorelle in fila verso il pastore.

«Ma lo sai che c’abbiamo tre schiavi lì fuori? Ferali intendo. Capisci no? Un ottimo affare per carità. L’anno scorso ne abbiamo pagati tre al prezzo di due. Quando sono arrivati qua li abbiamo messi a lavorare nei campi. Noi non li trattiamo per niente male! Anzi gli abbiamo pure sistemato dei dormitori, la dietro, alla vecchia stalla. Li diamo dei vestiti, un letto, quel genere di cose lì. Ogni tanto li facciamo anche pranzare con noi qua alla cucina, però non lo so, se ne stanno sempre zitti quelli lì. Quelli sono tutti ingrati te lo dico io ragazzina e i campi non li sanno nemmeno lavorare bene come noi».

Mandai giù un’altra cucchiaiata senza preoccuparmi del sapore. Ferali? Qua fuori? Avrei potuto finalmente vederne uno?

«Ah però io non li volevo nemmeno comprare, nossignore. Mio marito, poverino, lui si occupava sempre dei campi, notte e giorno tutti i giorni. Il buon Dio ha deciso di riprenderselo poco più di un anno fa. Così, nessuno dei miei undici stupidi figli si è voluto prendere la briga di continuare a fare il suo lavoro. Ma riesci a crederci ragazza? Undici maledetti marmocchi e nemmeno uno a cui interessi coltivare la buona terra del papà. Dannati perdigiorno scansafatiche! Eh ma quei Ferali non sono mica migliori di loro, no no, sono buoni solo a mugugnare e a lamentarsi, e noi siamo pure gentili! Questa locanda andrà in malora il giorno in cui finirò anch’io all’altro mondo, te lo dico io ragazzina».

Sembrava proprio che Mona avesse bisogno di parlare con qualcuno, ed io non potevo fare a meno di domandarmi il perché di tutta quella prolissità. La vecchia era la proprietaria di una grande taverna lungo la Strada dell’Imperatore e i viaggiatori su quella tratta ne erano a centinaia, se non migliaia. Come mai tanta premura e interesse nei miei confronti?

La signora S. si era prodigata per me come solo una madre farebbe con la propria figlia. Seppur per poco tempo, anche sapendo di doverle dire addio, le sue cure mi avevano fatto rivivere sensazioni che non provavo da moltissimo tempo, talmente tanto da essermele dimenticate del tutto.

Nell’aria pervase improvvisamente un pungente odore di arrosto. La vecchia sussultò spaurita in preda ad un’inaspettata inquietudine.

«Il maiale!».

Posò il mortaio in fretta e furia e scattò di corsa verso la stanza del forno a legna agitando le mani per aria ed imprecando qualcosa che non compresi. In quel momento, Rustin Lockwood si fece strada dalla porta della sala grande, sfoggiando il suo lungo cappotto di pelle logoro e rattoppato. Il rumore dei suoi pesanti passi, ampliati dallo stridore dei suoi stivali in cuoio, mi riportò alla mente le descrizioni delle fiabe di Bernard Collinwood quando narrava del passo imponente dei giganteschi Gromh, i terrificanti giganti del nord. Coi Gromh, Lock aveva in comune la possente stazza e l’aspetto rivoltante. Mentre se ne stava lì fermo a fissarmi sull’uscio della porta, me lo immaginai ricoperto di peluria da cima a piedi, armato di clava e con un filino di bava pendente dalla sua bocca. Soffocai le risa tra me e me. In testa non indossava più quel suo bizzarro berretto, esponendo così la calvizie del capo che io avevo solamente potuto presumere. Disordinate ciocche di sporchi capelli grigi, tuttavia, gli partivano dalle cime delle sue tempie ed andavano a cadere fin appena alla punta delle spalle.

«Com’era la zuppa?».

Di risposta feci spallucce. Lockwood grugnì.

«Ti sei già scelta un nome?».

No, non lo avevo ancora fatto. Non mi ci ero dedicata neanche per un istante, distratta dai vestiti, dai dolori all’addome, dalla fame e dalle chiacchiere con Mona. Ci pensai su solo per qualche istante, senza fantasticare troppo. Per qualche assurda ragione mi tornò alla mente il giorno in cui riconsegnai a Derek il suo pugnale, dopo averlo sistemato alla fucina. Il mio primo vero e proprio lavoro di forgiatura personale, che nonostante gli anni passati mi aveva regalato tante soddisfazioni. Quello stesso giorno, Longroad ordinò che Olly mi scortasse lungo la via del mercato ogni volta che io lo desiderassi, quasi fosse per me una sorta di guardia del corpo personale. Una ricompensa di cui avrei fatto volentieri a meno. Che Derek fosse il nome giusto da scegliere? No. Decisi di optare per qualcosa di diverso.

«Olly».

Il vecchio annuì. Estrasse il berretto da una delle sue innumerevoli tasche e se lo infilò dritto in testa.

«Bene. Adesso tagliati i capelli e saluta Mona. Andiamo via da qui».


Tenevo ancora la lunga coda corvina stretta nella mano. Le altre ciocche si erano sparse così in fretta a terra tanto da non donarmi neanche il tempo di osservarle un’ultima volta. Il vento del nord se le era trascinate via speditamente, volatilizzandole dalla mia vista in un battibaleno. Tagliarle era stata un’operazione semplice e rapida per il mio corpo, ma non si poté dire lo stesso per la mia coscienza. Osservai quell’ultimo ciuffo serrato tra le mie dita aggrovigliate. Avevo quasi paura ad allentare la presa per lasciarlo andare, come se liberandomene avessi perso anche l’ultima traccia di ciò che rimaneva di me e del mio passato. Avevo paura che abbandonandolo, mi sarei persa anch’io nel vento assieme a lui.

Con la mano libera mi accarezzai il collo nudo. Per la prima volta sentii il vero freddo, lo percepii penetrarmi nella spina dorsale e lungo tutta la schiena.

«Coraggio ragazza».

Lock batté con la mano sul sedile indicandomi di sedere accanto a lui. Mi voltai per incrociare il suo sguardo. Io lo guardai. Lui mi guardò.

Allentai la stretta ed osservai quegli ultimi lunghi e sottili steli d’ebano danzare e allontanarsi via da me per mai più tornare.

Deglutii. Non mi ero affatto accorta di avere gli occhi lucidi. Me li strofinai velocemente con la manica prima che nuove lacrime ne venissero giù, poi inspirai profondamente e mi diressi verso il carretto. Salii sulla piccola scaletta in legno retrattile del posto guida, posizionandomi accanto al vecchio uomo che mi aveva salvato la vita la sera prima. Questa volta sul carro assieme a Lockwood non si sarebbe seduta Saga Nargatis, ma Olly, il garzone del mercante, venuto da Ultimo Approdo nelle Mourlands.

Rustin ritirò la scaletta, tese le redini e spronò la vecchia cavalla grigia. Le ruote lentamente incominciarono a muoversi e a scricchiolare, così il carro si mise infine in moto.

«Senti, ti volevo parlare a proposito di quelle armi che porti con te. Sai che sono di ottima fattura, no? Giustificarne il passaggio potrebbe essere fastidioso per due come noi. Come mai le possiedi?».

Guardai il viso sospettoso di Lock volto all’orizzonte e capii che eravamo giunti al punto. Da lì in poi, ogni menzogna sarebbe stata futile. Se Lockwood avesse voluto abbandonarmi o deviare dal piano che aveva pensato per noi, lo avrebbe già fatto. Se avesse voluto ferirmi o abusare di me, l’occasione gli si era presentata per bene la sera prima, ma il vecchio aveva preferito ignorarla bellamente. Ci riflettei un ulteriore istante.

“E sé si stesse interessando alle armi solo per rubarmele e rivedermele per farci qualche gruzzolo in più?”

No. La via si prospettava deserta davanti a noi. Lock aveva mantenuto la sua parola sulla Signora S. e sulla zuppa. Mi aveva offerto un rifugio ed un pasto caldo laddove altrimenti mi avrebbero attesa freddo e morte. Ossa per i lupi. Seppur combattuta dai miei soliti dubbi, realizzai che forse era giunto il momento di dirgli la verità.

«Conosci l’Armeria Nargatis? A Woodenvale?».

«Aye» Lock annuì.

«Io sono…»

«Saga Nargatis. Figlia di Behron Nargatis di Woodenvale».

Lock si voltò verso di me inarcando il sopracciglio sinistro e divertendosi ad ammirare la mia espressione basita e sgomenta.

«Sono passato alla Fucina diverse volte ma tu eri poco più di una marmocchia ed io avevo meno rughe su questa brutta faccia. Credo di averti vista di sfuggita due o tre anni fa, adesso non ricordo. Sei l’unica ragazza con i capelli corvini e con quegli strani occhi che io abbia mai incontrato nella mia lunga vita, una come te non passa di certo inosservata».

Non risposi.

Lock si voltò nuovamente verso la strada senza dire nulla, aggrottò le sopracciglia e contrasse le labbra in una smorfia. Lo vidi infilare la mano in uno dei suoi grandi tasconi per poi estrarne una piccola e curiosa pipa di legno. Da un’altra tasca tirò fuori in ordine: un acciarino, una pietruzza nera ed un sacchettino di stoffa.

Mi chiesi cosa non tenesse dentro quel cappotto.

«Perché non mi hai detto che lo sapevi?» aggiunsi quasi a conclusione.

Lock si scrollò il sacchettino sul palmo della mano facendo fuoriuscire dell’erba tritata, mentre sorreggeva la pipa tra i denti.

«Non ti ho detto molte cose».

«Mi riporterai da lui adesso?».

Riempì la testa della pipa con l’erbetta, avvicinò l’acciarino e la pietra al viso e con una minuziosità degna del miglior artigiano la accese in un sol gesto. Una sola e piccola scintilla. Lock spirò del fumo ciucciando la punta della pipa e lo ricacciò via dal naso poco dopo. La calda fragranza giunse infine anche al mio olfatto.

«Ragazza, mi pare che io e te avessimo un accordo, o mi sbaglio? Se sei fuggita da tuo padre avrai avuto le tue ragioni. Per dipiù, io a Behron non devo un cazzo di niente».

Sorrisi. Decidendo di scoprire le mie carte, mi sembrò appropriato pretendere che il vecchio tentasse lo stesso con me, così fui io a far si che ciò accadesse.

«Lock, devo chiedertelo. Come mai tutto questo? Insomma, voglio dire, potevi lasciarmi sotto quel platano, no? Ero ferita, moribonda e tu hai corso un grande rischio a prendermi con te. Dopotutto, sono solo una sconosciuta. Perché mi hai aiutata?».

Lock si prese del tempo prima di proferire parola. Attesi silenziosa l’esito della sua risposta, dubitando del fatto che c’è ne sarebbe stata una. Ci vollero all’incirca quattro tirate di pipa e diversi minuti prima che Rustin riaprisse nuovamente bocca.

«Sai ragazza, un tempo ho anche ucciso sotto quel platano e per un momento avevo pensato di farlo ancora».

Lock mi diede una rapida occhiata silente, il mio cuore ebbe un lieve sussulto.

«Sai, molti anni fa avevo una sorella che… vabé, lascia stare. Diciamo solo che ho avuto una vita molto… complicata. Ho fatto del male a tante persone. È vero ho fatto anche del bene ad altre, ma comincio a sentire il peso delle mie azioni stringersi come un cappio attorno al mio collo».

Sembrò avere gli occhi lucidi, ma poteva anche essere l’effetto della pipa.

«Non so perché ti stia dicendo queste cose. Cazzo non ho mai nessuno con cui parlare quando Bowen mi manda a fare le consegne. Sono sempre da solo».

Il vecchio prese un profondo respiro, ricacciando una cospicua quantità di fumo dalle narici.

«Nella mia terra esiste questa canzone. Non so se la conosci. È una di quelle filastrocche che ti insegnano da bambino e che poi ti si ficcano nella dannata testa per il resto della tua vita. “La Canzone del Giovane Ladro e del Re Tortugo, signore di tutti i fiumi”».

Lock spirò via altro fumo dal naso e dalla bocca contemporaneamente.

«È un po’ di tempo che faccio questo strano sogno. Mi vedo nella palude, però non indosso questi vestiti, anzi forse non sono nemmeno io. E quindi cammino, cammino perso nelle nebbie degli acquitrini. Poi ad un certo punto vedo un ragazzo davanti a me. Lui è lontano ed è girato di schiena, non lo vedo neanche in viso, ma percepisco che è in pericolo. Allora grido forte per avvertirlo, so di doverlo aiutare, ma lui non sente niente. Niente di niente. Se ne sta lì immobile mentre la mia voce si fa sempre più bassa e diventa sempre più faticoso gridare. Allora provo a correre, ma le mie gambe restano ferme, piantate a terra come fossero rocce capisci? Come due cazzo di rocce! Poi come se non bastasse comincio a sentirmi osservato. Sento che c’è qualcun’altro dietro di me. So che se ne sta lì in piedi anche lui, ma non riesco a voltarmi, e la cosa peggiore è che dentro di me avverto, che quella persona lì dietro sono io. Che anche lui, come me, sta cercando di gridarmi qualcosa, di aiutarmi, ma come quel giovane lì davanti, io non sento nulla. Non riesco a voltarmi».

Lock parlava con voce fioca e balbettante, lo sguardo vuoto volto verso la strada, gli occhi sgranati e la bocca digrignata. Seppur colta da inquietudine, capii che ero probabilmente l’unica persona a cui avesse mai raccontato quel sogno.

«E poi sento quella canzone. Quella maledetta filastrocca che si ripete ancora, e ancora, e ancora…».


“C’era un giovane chino sul ceppo

di lacrim e grida il bottino era zeppo,

ad un avido lord lui avea rubato

tre anelli d’or e un filo argentato.

Il vecchio boia cala la scure,

coltre di nere e strane creature.

Ohimè qual triste fato mi attende?

Quali amene torture tremende?

Nel passo incerto della palude

da lontano robuste rocce nude

scorse.

 

Attraversato il ponte di brugo

il giovane si recò dal Re Tortugo.

Chi osa varcar lo nero dominio?

Gridò con forza il verde abominio.

Pelle a scaglie, come grisaglie

dita e artigli, come tenaglie

un gran guscio di dur’ossa,

con fierezza e terror egli indossa.

 

Oh sommo Re di tutti i fiumi!

Pria che la morte il mio corpo consumi,

se per caso in vita ho errato,

tempo avrò per rinnegar peccato?

 

Il Re con lunga barba irsuta

si fece al giovane d’aria spiaciuta,

preso alla vita nel fiore degli anni

per chissà quali falsi inganni.

Mosso da pietà e non mero capriccio

Il Re puntò a lui il suo dito verdiccio.

 

Se è solo il tempo ciò che dimandi,

rimedierò lesto ai tuoi comandi

ma se del mio dono non farai fato,

nel fondo del fiume verrai trascinato

e per mille eternità annegato!

 

Il giovane accettò senza indugio

sperando in un qualche strano sotterfugio.

D’improvviso a casa nel suo letto

il ragazzo si svegliò per diletto,

alle dita tre anelli dal tocco dorato

attorno al collo un lucente filo argentato.

 

Passaron molti giorni e notti

di ogni taverna vuotaron le botti.

Gran festa ci fu per amici e comari,

pagate col nero denar dei suoi bari.

Da un sol anello d’oro avea ottenuto

novecentoventi argenti in lauto tributo.

Lo giovane ladro ebbro di brama,

di ricchezza e potere la sua anima affama.

 

Oro e argento in mio possesso,

quanti ancor per ambir successo?

 

Arguzia e furbizia furon sufficienti

a lambir di gioia i suoi bei freddi denti.

Nottetempo, dal sindaco si recò con ritegno

Il secondo anello d’oro cedette in pegno.

Da sol due anelli d’oro avea ottenuto

una piccola casa in un terren sperduto.

 

Calan le nebbie sugli acquitrini

giungon gli inverni, castagne e camini.

Molti soli e lune tramontate

sulle acque brumose tra i boschi celate.

Il giovane ladro venuto da Garude

era divenuto infine un lord della palude.

Da sol tre anelli d’oro avea ottenuto

una grande reggia in un terreno fronzuto.

 

Cotanta ricchezza da anelli e monete

placasi mai questa mia grande sete?

 

Alla vigilia di mezzastagione,

in una fredda notte di inverno

un’ombra lesta sguisciò all’interno.

Destato dal sonno di soprassalto

Il lord vide un giovane bello e alto,

in mano un radiante filo argentato

sottratto dai beni del forziere rinforzato.

 

Guardie! Al ladro! Al ladro!

Catturatelo e che sia processato!

 

Il giovane ladro scosso e turbato

scoppiò in un triste pianto disperato.

 

Pietà mio signore! Sono molto affamato!

Perdoni questo mio folle gesto avventato!

Se lei mi lascerà andare, farò lesto fato

di tutto il tempo che mi verrà donato!

 

Il lord un tempo giovane di fervore

si irrigidì in preda ad un nero terrore,

gli occhi colmi di lacrime e paura

nel rimembrar la sua perduta sciagura.

 

I denti del ladro son canini affilati

puzzan di membra e arti mutilati,

sinistri e inquietanti gorgoglii,

lontani e smarriti ticchettii.

 

Oh sommo Re di tutti i fiumi!

Mi dia più tempo!

Me ne dia di più!

Me ne dia di più!

 

Il Re Tortugo dal giudizio severo

nulla cedette a quel lusinghiero.

 

Tempo hai molto avuto ragazzo

impiegato in oro, donne e sollazzo,

la riva del fiume appartiene a coloro

che nel pentimento han trovato rincuoro,

l’oscuro fondo è altresì serbato

a chi peccando ha perpetuato,

e che pur potendo salvarsi da esso

si è fatto di quel destino sberleffo.

 

Detto questo il Re tornò alla grotta,

del giovane lord l’anima corrotta

fu trascinata a fondo nel fiume,

a confortarlo nessun lume,

tra dolore, silenzio e oscurità

per mille lunghe eternità.”


Quando Lock smise di recitare la canzone il suo viso era estremamente turbato.  Quei versi avevano spaventato a morte anche me.

«E quindi ragazza io mi sento un po’ come quel giovane, mentre annega nel fiume, ripensando a tutti i suoi sbagli, a tutti i suoi errori, alle anime di coloro che lo attendono nel fondo buio, dentro un’oscurità profonda e densa che quasi la puoi toccare».

Lock volse la mano al cielo facendo finta di afferrare qualcosa di invisibile nell’aria.

«Mentre io vorrei solo, starmene sulla riva a piedi nudi, con una spiga di grano infilata tra i denti ed un cappello di paglia a ripararmi dal sole».

Mi risistemai la fascia sull’occhio. L’avevo tenuta in tasca dalla nostra ripartenza dalla locanda.

«Lock. Grazie per avermi salvato la vita».

Il vecchio Rustin si voltò verso di me e sorrise, un sorriso sincero, come pochi ne avevo visti in vita mia. Un sorriso che era stato tenuto sopito e dormiente dentro il suo animo da lunghissimo tempo, troppo tempo, forse da mille lunghe eternità.