Il cocchiere sostò senza dire nulla. La luce diafana della luna e delle stelle non fu sufficiente a rivelarmene l’identità. Ciò che riuscii a distinguere furono solo le forme confuse di una folta e irsuta barba che sbucava dal colletto slacciato del suo lungo cappotto in pelle, pieno di pezze e rattoppato alla meno-peggio. La parte superiore del viso era coperta da un berretto in lana che ne nascondeva la fronte e i capelli sotto di essa. Scompigliati ciuffi grigiastri pendevano da sotto i suoi bordi andando a celare i contorni del volto di quel misterioso straniero.

Volsi la mia attenzione verso il carro. A vederlo meglio mi resi conto di quanto fosse diverso in realtà, nulla a che vedere con quello utilizzato da me e mio padre negli anni passati. Il suo abitacolo era completamente chiuso. La struttura era dotata di ben quattro robuste ruote in legno al posto di due. Per concludere, all’estremità anteriore era fornito di un comodo seggio da cocchiere. Un mezzo di trasporto molto più elaborato di quanto non desse a vedere e di quanto non fosse il nostro.

Dubitai del fatto che quel signore mi avesse visto. Al contrario, il vecchio sembrava semplicemente far finta che io non fossi lì, non curandosi affatto della mia presenza, almeno apparentemente. Lo avevo osservato rallentare e arrestarsi vicino al platano. Dal lato del seggio aveva fatto fuoriuscire una piccola scala in legno retrattile che aveva poi utilizzato per scendere con molta pacatezza dal suo scranno. Era rimasto lì fermo a terra per qualche secondo, senza guardarmi neanche. Mentre il cavallo sbuffava per la stanchezza, lo strano tizio si mosse adagio dirigendosi verso il retro del carro. Seguirono acuti suoni di sportelli in legno che venivano aperti, di serrature ferrose che si sganciavano dai loro lucchetti e di chissà quali altri strani gingilli. Poco dopo ne venne fuori con in mano una curiosa lanterna ad olio. La luce gialla soffusa rivelò biecamente i suoi lineamenti spigolosi. Pareva essere molto anziano, non potevo essere sicura della sua età, ma gli anni incisi sul suo viso si mostravano in tutta la loro evidenza.

Il suo viso era una vera e propria ragnatela di rughe. I suoi occhi erano molto sottili, quasi serrati. Una lunga e arricciatissima barba grigia nasceva dalle folte basette di fianco ad essi, andandosi a confondere con gli sporchi riccioli ricadenti da quel curioso berretto scuro. Con molta probabilità, sotto di esso doveva nascondersi uno scalpo bello calvo.
Restavo ferma e curiosa a guardarlo mentre lui armeggiava alle sue maniere. Il carro non era stato assicurato ma il cavallo si ergeva quieto e silente, intento a strappare lunghi fili di erbaccia da terra con la lingua e i denti, masticandoli rumorosamente. La bestia sembrava essere anziana tanto quanto il suo padrone, un frisone grigio e malandato come quello strano tizio. Sembravano quasi fatti l’un per l’altro.

Dal fare finta di ignorarmi, quell’eccentrico e imponente figuro era passato a gettarmi strane occhiate inquisitorie, mentre con fare guardingo depositava la lanterna ad olio alla base del platano, molto vicino a dove io mi ero seduta.

Tentando di essere più furtiva possibile, con cautela avvicinai la mia mano all’elsa della spada da fianco a terra vicino a me, sfiorandola delicatamente con i polpastrelli.

«Ho delle casse da scaricare, mi dai una mano ragazzina?».

Il vecchio parlava un Vreith dall’accento incerto, che non avevo mai sentito prima.

Non risposi. Digrignai leggermente a bocca chiusa quasi a voler rimangiarmi una qualunque parola vi fosse uscita. Continuai soltanto a fissarlo, mentre tenevo la mano ferma sopra l’elsa della spada.

«Sei seduta sotto il mio albero. Hai poggiata lì la tua roba. Credo che in cambio, un aiuto a questo povero vecchio sia il minimo ragazzina!»

«Io…sono ferita. Non riesco a muovermi».

“Stupida! Perché glie lo hai detto?”

Non ero riuscita a trattenermi. La riposta mi era letteralmente scivolata via dalla lingua. Un disperato bisogno di fiducia generato da un impulso di paura o semplicemente vana speranza. Per quel che mi riguardava, in quel momento erano entrambe la medesima cosa. Lo strano signore corrugò le sopracciglia, smosse le labbra e la bocca socchiuse e sputò un grosso pezzo di chissà cosa a terra.

«E va bene, me la vedo da me con le casse allora».

Si rialzò in piedi e cominciò a dedicarsi alle sue mansioni. Lo vidi dirigersi nuovamente dietro al carro con un passo lento e dedicato, d’altronde alla sua presumibile età non ci si poteva aspettare che si muovesse come un atleta, nonostante la sua stazza imponente. Mi sentivo quasi in colpa a non aiutarlo. Da dove ero seduta non riuscivo a vedere cosa ci fosse all’interno dell’abitacolo, tantomeno cosa stesse maneggiando lì dietro, avrebbe potuto estrarre qualsiasi cosa, anche un’arma con cui minacciarmi, o peggio. Restai immobile mentre con le dita accarezzavo lentamente la superficie ruvida e grinzosa del manico in corda della spada.

Lo vidi risbucare con una grossa cassa di legno chiusa. Sembrò si stesse sforzando molto nel trasportarla tanto che dopo circa sei o sette passi, la gettò seccamente a terra nello stesso punto in cui aveva posato la lanterna poco prima. Dopo il grande tonfo che ne era seguito, il vecchio ci si sedette sopra per un momento. Strinsi l’elsa della spada lunga nella mano e mi feci carico delle ultime forze rimaste per tentare goffamente di alzarmi, tenendomi appoggiata al tronco del platano con la mano libera, gemetti lievemente dal dolore.

«Una ragazzina ferita con in mano una spada. Hai ucciso qualcuno?»

«Si» mentii.

«Deve essere stato qualcuno di molto stupido per farsi accoppare da te»

«Io non sono una ragazzina! Ho sedici anni e sono una guerriera errante! Mi sono solo distratta un attimo e sono stata ferita, erano in due»

«Aye, guerriera. Come dici tu».

Il vecchio si chinò e cominciò a tirare colpi con la mano al terreno vicino alla lanterna, colpi precisi, poi lo vidi afferrare una maniglia di ferro coperta di terriccio che non avevo affatto notato prima, come fosse sbucata fuori dal nulla. Con un forte strattone la tirò a sé e sollevò un pesante coperchio di legno e ferro. Un fragoroso rumore di metallo arrugginito accompagnò l’apertura di una strana botola, di un magazzino di qualche tipo.

«E quindi guerriera, dove sei diretta?»

«Io…».

Deglutii. Dove ero diretta? Lo sapevo realmente? Camminavo verso le montagne ignara di dove fossi, verso una non precisata destinazione. Verso una meta a cui non avevo mai pensato. Oltre quegli aspri confini, il mondo non aveva né forma e né consistenza.

«Io…sono diretta a nord, oltre le montagne».

Il vecchio sogghignò come soddisfatto.

«Bene. Quindi stai scappando da qualcosa. Questo facilita le cose»

«Non ho detto che sto scappando!».

«Ragazzina, solo un folle o qualcuno che non ha mai viaggiato in vita sua, si avventurerebbe oltre quelle montagne».

Il vecchio indicò la direzione puntando l’indice e il medio verso di essa.

«L’ho detto, sono una guerriera errante!»

«No. Io credo invece che tu conosca molto bene il luogo da cui sei partita e molto poco della direzione verso la quale stai andando. Questo ragazzina dalle mie parti si chiama scappare».

Il vecchio non era molto forbito nell’esprimersi ma ci aveva preso in pieno. Si calò dentro il buco e svanì nel terreno un istante dopo. Giunsero degli strani rumori da lì sotto, come di assi e travi di legno che venivano trascinate. Non avevo la minima idea di cosa diamine stesse combinando, io me ne restavo immobile a tentar di scrutare attraverso quello strano pertugio, senza il minimo successo. Poco dopo, la sua calotta barbuta sbucò di nuovo fuori. Il vecchio si mise a trascinare giù quella pesante cassa facendola scivolare sopra qualcosa, ed io diventavo sempre più perplessa.

«Bah! Questo dannato platano attira troppa attenzione, io gliel’ho detto un sacco di volte a Cole, ma quel coglione continua a non darmi ascolto! Che l’Oltre si trascini lui e tutti quanti gli altri!».

La sua strana voce rimbombava dall’interno della botola, un eco serrato e roboante. Dopo qualche minuto di silenzio riemerse da lì per l’ennesima volta.


Quella grottesca situazione si stava protraendo decisamente per le lunghe. Decisi di giungere diritta al punto senza troppi indugi. Se avesse palesato intenzioni ostili lo avrei semplicemente trafitto, gettato lì dentro e avrei rubato il suo carro e la sua roba. In qualunque modo si fosse potuta evolvere, io mi sarei salvata.

«Potreste aiutarmi? Ho perduto delle provviste e credo che non sopravvivrò alla notte. Io dico che è stata la provvidenza a mandarvi! Posso pagare i vostri servigi con l’oro delle mie taglie! Cosa ne pensate?»

«Ah, adesso sei anche una cacciatrice di taglie?».

Arrossii impercettibilmente mentre il vecchio sorrideva. Si diresse nuovamente verso il carro ed estrasse una seconda cassa dal retro, identica alla prima. Dopo averla depositata sul fondo della stanza segreta sotto il platano, con lo stesso procedimento e la stessa lentezza di poco prima e dopo quegli apparentemente interminabili minuti, nel più totale silenzio di entrambi, richiuse lo sportello con forza, lo ricoprì di terriccio con i piedi, si scrollo un po’ di polvere dal lungo cappotto e si mise a fissarmi con le mani poggiate alle anche e un’espressione di grottesca contemplazione in viso.

«Facciamo che io ti accompagno fino a Fort Donegall, dove sono in effetti diretto in questo momento. E poi facciamo che tu non dici una sola parola su di me o su questo dannato albero ad anima viva. Non mi sembri affatto stupida ragazzina, se ti comporterai bene, ci saranno un passaggio e una zuppa calda per te dalla Signora Silverpool, offro io. Altrimenti dovrò lasciarti qui e pregare Dio affinché ti sollevi da questa tua sventurata sorte, sono stato abbastanza chiaro? Poi una volta arrivati lì, ognuno per la sua strada. Allora che cosa ne pensi, abbiamo un accordo?».

Mi ero accorta di quanto i suoi versi fossero rauchi e graffiati solo in questo momento, sembravano come una posata sfregata su un piatto. Annuii senza esitare, velando quel sottile entusiasmo che in quel momento mi aveva investita come una mandria impazzita. Raccolsi in fretta la flamberga e i vari oggetti che avevo disseminato attorno a me, abbandonai il falò che mi stavo preparando e mi diressi zoppicante al fianco del vecchio signore barbuto.

«Non ti ho chiesto il tuo nome ragazzina».

Ci pensai su solo per qualche istante.

«Aeryza, il mio nome è Aeryza»

«Bene, io sono Lockwood, Rustin Lockwood».


Il vecchio aprì rozzamente lo sportello del carro e mi invitò ad entrare. L’interno era pressoché vuoto, c’erano solo una piccola cassa stipata di lato, una sorta di cassapanca per passeggeri e degli strani ortaggi appesi al soffitto. Nulla di elegante, ma era quanto di meglio potessi chiedere in quel momento. Lanciai dentro la flamberga e mi accinsi ad entrare goffamente attraverso la porticina. Il dolore al polpaccio mi fece gemere nuovamente e con più intensità.

«Posso dare un’occhiata ragazza?».

Annuii. Il vecchio si accinse a srotolarmi la fasciatura. Il suo tatto era stranamente delicato. Le sue mani rugose avevano delle dita sottili, i polpastrelli sembravano quasi scoloriti, come consumati da qualche strana sostanza. Alla vista del taglio infetto, le sopracciglia e le pieghe sulla sua fronte si corrugarono.

«Oh Dio, mi dici come diamine fai a stare ancora in piedi?»

«Io…perderò la gamba non è vero?».

L’espressione con cui lo guardai non era affatto quella di una fiera guerriera errante, ma quella di una ragazza debole e indifesa che aveva disperatamente bisogno di aiuto, e lui sembrò percepirlo distintamente.

«No, ne ho viste di peggiori, dammi un secondo».

Lockwood penetrò all’interno e si voltò verso la cassapanca. Dopo averla aperta estrasse da quello che pareva essere una sorta di doppiofondo, alcune ampolle dalle curiose forme e colori. Le poggiò a terra e cominciò ad aprirle una ad una. Dalla tasca estrasse un piccolo panno, dopodiché lo imbevette di quelle strane sostanze, un goccio alla volta secondo una precisa sequenza, un ordine prestabilito che io decisamente non comprendevo. Quando lo straccio fu umido a sufficienza, cominciò a strofinarmelo sul taglio. Il suo tocco non fu delicato come speravo, tuttavia nemmeno violento come ci si poteva aspettare da un vecchio del suo temperamento. Nonostante avesse un odore gradevole molto simile al lillà, la soluzione bruciava pesantemente e io non riuscii a trattenere qualche urlo.

«Ehi! Sei stata fortunata ragazzina! Il piccolo Golian ci ha rimesso un braccio per una ferita così, quello stronzetto. Ah ma io glie l’avevo detto sai!? Ma lui non mi ha dato ascolto, come tutti del resto. Così dopo quattro giorni e quattro notti, la sua mano era diventata gonfia e viola come il collo di un Rospo-Guma. Lo schifo nel suo braccio era tanto che il piccolo svenne in preda a febbre e convulsioni. Al suo risveglio, beh, al suo risveglio aveva una mano in meno con cui grattarsi il culo».

Feci una lieve smorfia divertita, nonostante trattenere il dolore fosse assai difficoltoso. Cercavo di non urlare per quel che potevo, ma di certo mi era impossibile sorridere, anche per una storia come quella.

«Cosa mi state spalmando?»

«Questi sono oli medicali di palude, un prodotto delle vecchie sciamane di Ultimo Approdo. Io ne porto sempre un po’ durante i miei viaggi, dalle mie parti siamo pieni di questa roba».

La ferita emise una strana sostanza di colore biancastro, produceva delle grottesche bollicine come se stesse bruciando, tuttavia non era così doloroso come all’inizio, anzi mi sembrava quasi che la gamba si fosse addormentata.

«Non ho mai visto nulla di simile»

«È normale ragazzina, altrimenti vorrebbe dire che faccio male il mio lavoro».

Credevo di aver capito a cosa alludesse, il piccolo Derek bazzicava ogni tanto con tipi loschi come lui, uomini senza Dio, agenti al di fuori delle leggi della chiesa e dell’impero.

«Siete… una specie di contrabbandiere?».

Lockwood annuì.

«Aye, qualcosa del genere».

Terminate le apposite medicazioni, ripose le ampolle nella cassapanca e mi intimò di tenere la ferita scoperta, facendo attenzione a non urtarla contro qualche bordo o superficie.

«E che l’Oltre ti trascini se proverai a darmi ancora del “lei”, non sono un dannatissimo lord».

Il vecchio scese dalla carrozza e fece per chiudere lo sportello dietro di sé.

«Grazie dell’aiuto, Lock».

Il vecchio annuì.

«Sono circa due giorni e mezzo di viaggio per Fort Donegall, ma Grimilda ha un trotto molto veloce. Fino alla Strada dell’Imperatore terrò le lanterne spente così potrai riposare, approfittane fino all’alba».

Non avevo capito una sola parola di quello che aveva detto, ma Dio solo sapeva quanto ero stanca. Lo sportello si chiuse sonoramente, sentii, in ordine: il vecchio maneggiare con tutte quelle strane serrature, salire sul seggiolo, spronare il cavallo con le bighe, ed infine incominciare lentamente a muovere il carro. Prima che me ne rendessi conto mi ritrovai sdraiata a terra, con gli occhi serrati. Il rumore degli zoccoli di Grimilda che calpestavano l’erba. Il suono del legno che scricchiolava. Un calore che credevo di non poter più provare. Fu una notte breve e senza sogni.


Mi svegliai che il carro era fermo, da quanto tempo non sarei stata in grado di dirlo.

A terra vicino ai miei pantaloni c’era del sangue fresco, non mi ci volle molto tempo per capire che no, esso non stava provenendo affatto dalla ferita.

Come un contorno servito dopo un abbondante pasto quando si è ormai già sazi, i dolori si erano presentati puntuali come sempre, in una situazione nella quale ne avrei fatto volentieri a meno. Ad essere sincera ne avrei fatto a meno in qualsiasi momento. Volsi lo sguardo al polpaccio per accertarmi che quei singolari trattamenti che Lockwood mi aveva riservato la sera prima, avessero sortito un qualche effetto. Rimasi di stucco. La ferita non appariva più gonfia e bluastra, seppur il taglio era ancora presente e vivido, ogni traccia dell’infezione sembrava essere svanita nel nulla, tanto che la carne sotto di essa cominciava lentamente a cicatrizzarsi. Sorrisi, nonostante tutto ce l’avevo fatta. Nonostante avessi creduto di morire lì, sotto le stelle, appoggiata a quel platano solitario, ero finalmente in viaggio. Ero viva. In fuga dalla mia vita. Lontana da Woodenvale, lontana dal mio passato.

“Timothy”.

Un ringhio o forse un urlo, non avevo idea di cosa fosse. Il suono non mi era del tutto estraneo. Lo avevo udito alle volte, tuttavia la sua intensità ed il suo improvviso manifestarsi mi fecero sobbalzare da terra in preda al panico. Davanti ai miei occhi, seduto sulla cassapanca c’era un gatto enorme, il pelo grigio e folto lo facevano apparire decisamente grasso e corpulento. I suoi occhi gialli brillavano nella penombra dell’abitacolo, non sembrava affatto avere l’aria minacciosa, ma ero io a non sopportare i gatti. Una forte luce mi accecò d’improvviso, preceduta dal rumore di una serratura vidimata fragorosamente. Il vecchio aveva spalancato il portone dell’abitacolo facendomi investire letteralmente da un’ondata di intensa luce diurna. Dopo qualche secondo impiegato a recuperare una discreta capacità di vedere, scorsi la sua brutta faccia e la lunga barba risplendere sotto i raggi del mattino.

«Saluta Briseide, ha vegliato su di te nottetempo».

La gatta miagolò come a voler rispondere al richiamo del suo padrone.

«È enorme, ieri sera non l’avevo notata. Dove si era nascosta?»

«Beh, sai i gatti, li conosci no? Riescono a sfruttare le tenebre in modi che non immagineremmo mai».

Briseide era un nome curioso per una gatta, il vecchio aveva sicuramente in serbo qualche strana storia legata alle origini di un nomignolo tanto singolare, tuttavia non volli indagare oltre, Lockwood mi doveva solo un passaggio. Era certo che mi avesse salvata da morte certa, ma non per questo ero tenuta a farmi troppo gli affari suoi.

Solitamente, i dolori addominali scemavano col passare dei giorni, ma il primo era per me sempre quello più problematico. Alle volte venivo colta da violente febbri che mio padre placava con un decotto di agrifoglio e foglie di faggio, ingredienti che forse Lockwood trasportava con sé come tutti quegli strani oli, ma chiedere sarebbe stato troppo impertinente da parte mia. Mi rizzai sulle ginocchia. I miei effetti erano ancora lì dove li avevo lasciati, la spada lunga e la flamberga stipate sul pavimento. Mi sedetti con le natiche a terra e le gambe piegate, poggiando i gomiti sulle ginocchia. Briseide era ferma sulla cassapanca a fissarmi con gli occhi sgranati, il suo sguardo sembrava scrutarmi intensamente, la testa si alzava e si abbassava ritmicamente con molta lentezza.

«Dove ci troviamo?».

Il vecchio tossì e sputò qualcosa.

«Siamo entrati da poco nella Strada dell’Imperatore, adesso sei ufficialmente una clandestina»

«Una clandestina?».

Sentii Grimilda nitrire dietro di me, Lockwood si appoggiò con la spalla destra allo sportelletto dell’abitacolo e con la mano sinistra mi fece cenno di dirigermi verso di lui.

«Su scendi, è ora che ti spieghi alcune cose».

I miei occhi gradualmente si abituarono alla luce del giorno, Briseide miagolò e cominciò a fare le fusa al vecchio Lockwood, che si fece scappare qualche smorfia d’affetto accarezzandole il collo pilifero.

Questa volta non furono i dolori al polpaccio a farmi gemere. Lievemente contratta e con una mano posata sul ventre, scivolai fuori dall’abitacolo, ritrovandomi in mezzo a un paesaggio che era leggermente diverso da come lo avevo lasciato la notte precedente.

Ci trovavamo lungo una grande strada in mattoni logorati dalle intemperie. Alcuni di essi conservavano ancora parte del loro vecchio colore, mentre piccoli ciuffi di licheni sbucavano sporadici tra le loro fessure. Verso sud-est le brughiere si estendevano a perdita d’occhio, mentre dall’altro lato le montagne immense di un differente scenario si ergevano maestose e imponenti di fronte ai miei occhi.

«Allora Aeryza, ora ti dico cosa farai. Dietro di noi c’è la Locanda Silverpool. La signora S. ed io siamo stati intimi in gioventù, quindi è una persona di cui mi fido ciecamente. Ti avevo promesso una zuppa calda e una zuppa calda avrai, alla vecchia l’ho già avvisata mentre dormivi. Bada bene a quello che ti dico però, altrimenti i nostri accordi salteranno prima di Jordie, hai capito?».

Restai in silenzio ad ascoltarlo, qualsiasi cosa aveva da chiedermi, avrei accettato.

«Come hai detto, il mio è un lavoro un po’ particolare. Sai le dogane imperiali ultimamente sono assai pressanti, ti rompono le palle per qualunque stronzata fuori posto e secondo me se tu te ne stai là dentro a poltrire e a non far nulla ad aspettare che ci fermino e che ficchino troppo il naso, beh credi a me che non è proprio una buona idea. Sembreresti una clandestina. Ti caccerebbero via, ti terrebbero lì, ed io non avrei una scusa buona per non farglielo fare, in più inizierebbero a sospettare anche di me se opponessi resistenza».

Lockwood voltò lo sguardo verso l’orizzonte palesando una lieve smorfia e poggiando le mani sui fianchi.

«Per arrivare a Fort Donegall ci vogliono all’incirca poco più di un giorno e mezzo di viaggio da qui. Sono pochi, ma sono sufficienti a far finire entrambi in un sacco di guai. Adesso senti a me, andiamo da Mona che ti rattoppa un po’ e ti sistema quei vestiti, poi come prima cosa tagliati quei capelli, falli corti come quelli di un ragazzino, poi copriti un occhio con un panno, come se qualche delinquente ti ci avesse tirato sopra un pugno. Io non ho mai visto una ragazzina con degli occhi strani come i tuoi, figurati una guardia ignorante che non ha mai varcato i confini della Westandria, e tu sai quanto sono superstiziosi quelli dell’ovest. Adesso vatti a mangiare una bella zuppa. Quando hai finito ripartiamo per Fort Donegall, solo che siederai al posto guida affianco a me come mio garzone. Scegli il nome che più ti piace, se siamo fortunati non dovrai neanche usarlo».

Deglutii. Non volevo tagliarmi i capelli, a Tim piacevano così tanto. Me li accarezzava e se li arricciava tra le dita sottili, lunghi e lisci come fili d’erba selvaggia. Mi sfiorai il petto all’altezza della collana.

«Bene, quindi siamo intesi. Ah e ricordati che se dovessero fermarci, devi dire che io sono un mercante di spezie di Ultimo Approdo, la cassa che ho lì dentro ne contiene diverse ovviamente. Ho avuto rogne tante volte con le dogane imperiali e potrebbe capitare di nuovo, ricordati soltanto di dire che siamo in viaggio a Fort Donegall per degli scambi commerciali e che tu sei il garzone che mi accompagna lungo tutte le tratte. Sono stato chiaro?».

Annuii. Il dolore al ventre cresceva d’intensità come uno specchio del mio stato d’animo.

«Pensa a qualche nome, “Aeryza”».

Lock pronunciò il nome con velata ironia. Che sospettasse qualcosa? Mi sentivo a disagio a rivelargli la mia identità. Se avesse conosciuto mio padre in passato, si sarebbe sentito in dovere di riportarmi a casa o più probabilmente di abbandonarmi lì alla locanda ad arrangiarmi da sola. Dopotutto la coscienza se l’era lavata salvandomi da quella situazione di vita o di morte della notte prima, il suo dovere era compiuto.

No. Lockwood non aveva l’aria di essere un infame, forse non si sarebbe comportato in questo modo, forse mio padre nemmeno lo conosceva.

«Lock, io…»

«Cosa?».

Mi interruppi frapponendo la lingua fra i denti.

«Niente Lock, niente».

Feci finta di nulla e mi concentrai sull’unico vero problema in quel momento. Dovevo cambiarmi in fretta, il sangue si era sparso copioso lungo tutti i pantaloni. Rustin mi stava chiedendo di diventare un uomo nei giorni in cui più difficilmente sarei riuscita a nasconderlo. Ero solo all’inizio del mio percorso, ed il viaggio mi appariva già così fastidiosamente complicato.