Poniamoci il presupposto che per fare un buon distopico bisogna rispondere a uno o a tanti “What if…”. Cosa succederebbe se…?

Cosa succederebbe se Hitler avesse vinto la seconda guerra mondiale?
Cosa succederebbe se in futuro non esistesse più la tecnologia?
Cosa succederebbe se gli uomini iniziassero a non morire più? (Sine Requie docet).

Sono tutti presupposti validi, sia presi singolarmente che insieme, per la creazione di un’opera di genere. Il punto dal quale è partita Margaret Atwood per la creazione de Il racconto dell’ancella è invece:

“Potrebbe accadere qui?”

La trama del libro, pubblicato nel 1985, è anche abbastanza lineare da un punto di vista distaccato.

Alla fine del ventesimo secolo, a causa di una tremenda guerra chimica e nucleare, la fertilità subisce un drastico calo. Una parte degli Stati Uniti aderisce a una forma di governo totalitario e religioso, formando dunque un nuovo stato a parte: Gilead. Gilead è un paese autonomo governato da una oligarchia repressiva che stabilisce le regole societarie e di costume. Vengono prese in modo coatto tutte le poche donne fertili rimaste e vengono date in affidamento come “Ancelle” a famiglie facoltose ma sterili. Una volta al mese le Ancelle sono costrette a subire “la cerimonia” in cui, dopo la lettura di alcuni passi della bibbia, vengono stuprate dal capofamiglia nella speranza di rimanere fecondate e dare alla luce dei figli per loro. Le Ancelle non hanno più un nome, ma vengono chiamate con il nome del loro capofamiglia (Difred, Dijoseph, etc.). Difred è la protagonista e, attraverso la sua voce narrante, andremo a scoprire questa società distorta in cui anche la comunicazione verbale e non verbale e le forme del linguaggio si adattano alla follia collettiva.

Preamboli

La scrittrice canadese è stata molto scrupolosa nelle sue ricerche storiche. Ha infatti deciso di non includere nulla che non abbia avuto un reale riscontro storico, o che non potesse effettivamente accadere nella nostra società contemporanea. La Atwood ha subito l’influenza di diversi accadimenti. Per un certo periodo della sua vita ha vissuto a Berlino Ovest e ha iniziato a scrivere il romanzo proprio lì. Ha avuto la possibilità di visitare la Polonia durante il periodo delle leggi marziali che sono state soppresse relativamente da poco, e ha potuto conoscere di persona alcuni membri della resistenza dalla seconda guerra mondiale che sono andati in esilio in Canada.

Lei stessa ha parlato, in molte sue interviste, dell’importanza del tema del femminismo nelle sue opere, di come le donne siano state sfruttate ripetutamente per pratiche riproduttive e patriarcali. Non sono concetti nuovi, ma elementi estrapolati da vicende storiche di primaria importanza, come il mercato degli esseri umani, lo schiavismo nelle varie epoche storiche e Napoleone e la sua carne da macello.

Numerosissime sono state invece le opere di narrativa che hanno ispirato la sua storia, primo tra tutti 1984 di Orwell, uscito proprio nel periodo in cui la scrittrice era una preadolescente e, ancor prima, La fattoria degli animali. Negli anni ‘50 si appassiona anche a Fahrenheit 451 di Bradbury e successivamente a Noi di Zamyatin, uscito negli anni ‘20 in piena Unione Sovietica e che, tra le altre cose, è stato il precursore di 1984.

Tuttavia, l’ispirazione più significativa per il suo romanzo la ebbe da una strana storia che si tramanda da generazioni nella sua famiglia. Nella puritana città di Hadley, in Massachusetts, intorno al 1670, viveva Mary Webster, una sua antenata (fonti non del tutto confermate). Mary Webster fu accusata dai vicini di praticare la magia nera e per questo venne impiccata ma si salvò miracolosamente (o magicamente?), rimanendo appesa per il collo. Da allora, fu ufficialmente riconosciuta come Mary “la mezza-impiccata”.

L’Ancella e il femminile

Nonostante le premesse, la Atwood non si è mai definita lei stessa un’autrice femminista nel vero senso del termine, perché dice di essere nata troppo tardi per il primo femminismo. Piuttosto, abbraccia l’idea di essere un’attivista accidentale e preferisce che la sua opera venga considerata umanista e non femminista perché “di femminismi ne esistono molti”.

Di “femminile” però si parla nel Racconto dell’ancella e nel suo seguito: “I Testamenti”. Un femminile sfaccettato e poliedrico. Perché se c’è un dualismo di fondo, questo è tra le Ancelle, le Mogli, le Marte, le Economogli e le Nondonne vs. le Zie.

Molte delle donne di questo universo, le Ancelle in particolar modo, non hanno libertà di parola, non possono esprimersi liberamente, non possono leggere e scrivere, non possono alzare il capo né fare domande, non possono avere una normale conversazione “tra donne”, altrimenti le conseguenze sarebbero terribili. La sensualità non esiste, non deve esistere, perché il fine ultimo è la riproduzione. Così gli abiti non lasciano mai una parte esageratamente scoperta, i capelli sono raccolti in crocchie e, per le Ancelle, celati da alette e cuffiette bianche.

Le Zie, al contrario, godono di un privilegio non indifferente: possono leggere e scrivere e sono responsabili delle regole e del costume di tutta la società così costituita. È un potere che quasi le equipara agli uomini e forse le porta anche su un gradino più in alto. Se dovessimo identificare queste figure nel mondo reale, almeno come così descritte nel primo libro, sarebbero tutte quelle donne che, abbracciando consapevolmente o inconsapevolmente la cultura maschilista, reprimono l’identità femminile. Sono tutte quelle donne che danno addosso alle altre perché donne.

La Zia Lydia del primo libro sembra quasi “la banalità del male”. È quella donna che, al di fuori della finzione letteraria, tarpa le ali alle altre donne, che non è contenta dei loro successi, che – siccome una donna parla amichevolmente con un uomo – deve esserci per forza qualcosa di marcio, di oscuro, di manipolatorio. Zia Lydia è quell’amica, conoscente o collega da tenere alla larga per evitare esaurimenti nervosi.

Eva contro Eva, dunque? C’è di più. Nel libro, le donne non sono altro che contenitori. Fertili le Ancelle, sterili tutte le altre. Già i medici ellenistici e romani avevano questa visione del corpo femminile, considerato un risultato imperfetto di “cottura”. Esattamente. Secondo Aristotele, è l’uomo l’unico individuo attivo nel concepimento, colui che svuota il seme all’interno dell’utero proprio come se questo fosse un vaso. L’idea, abbracciata ancor prima da Eschilo, si ritrova anche in alcune testimonianze latine che rappresentano così l’imbecillus sexus.

Tornando alle nostre Ancelle, in realtà di solidarietà femminile ce n’è a pacchi. È una solidarietà più nascosta, una sorellanza segreta che va dalle Ancelle alle Marte. C’è una resistenza che si agita sotto il substrato e viene a galla a poco a poco, attraverso il motto in latino maccheronico, oramai intramontabile:

“Nolite te bastardes carbonundorum”.

Questa resistenza comincia a farsi ancora più chiara ne i Testamenti. Qui le Zie non sono più soltanto le bigotte fustigatrici che eravamo abituati a conoscere, ma sono parte attiva di un movimento. Di una ribellione che si agita dall’interno del sistema stesso. E allora la loro figura viene quasi depurata da tutto il marcio: le Zie, proprio come le altre donne, non hanno avuto scelta. O meglio, hanno scelto di sopravvivere più a lungo.

Tecnica scrittoria

Nel primo libro tutto ciò che sappiamo è solo grazie al punto di vista di Difred. L’unico. La narrazione, invero, appare asfissiante e caotica. La prosa, nei momenti di agitazione, è secca, chiara, come un colpo di fucile. Questo è il momento in cui la donna, prima di diventare un’Ancella, viene separata dalla sua bambina:

“Ti prego, sta’ zitta, ma come può capire? È troppo piccola, è troppo tardi, ci separiamo, mi trattengono per le braccia, i contorni si oscurano e non rimane altro che una piccola finestra, una finestra molto piccola, come il lato sbagliato del cannocchiale, come lo sportello di un vecchio cartoncino di Natale, notte e ghiaccio di fuori, e all’interno una candela, un albero che brilla, una famiglia; sento persino le campane di una slitta, dalla radio viene una vecchia musica, ma attraverso questa finestra vedo, minuscola ma molto chiara, attraverso gli alberi che già stanno cambiando colore, diventando rossi e gialli, l’immagine di lei che tende le braccia verso di me, mentre la portano via.”

Per poi distendersi, chiarirsi, nei passaggi di quiete. Il tempo appare rallentato, sospeso:

“Il guscio dell’uovo è liscio e insieme minutamente granuloso, piccoli cristalli di calcio sono evidenziati dalla luce, come crateri sulla luna. È un paesaggio glabro, però perfetto, come il deserto dove si rifugiavano i santi, perché le loro menti non fossero distratte dal lusso e dalla mondanità. Penso che questo dovrebbe essere l’aspetto di Dio: un uovo. La vita sulla luna potrebbe non trovarsi sulla superficie, ma all’interno.”

È evidente che una narrazione così centralizzante non può costituire l’unica spiegazione dell’ambientazione. L’occhio di Difred arriva fino a un certo punto, come è giusto che sia, altrimenti si rischierebbe di minare la logicità. Le prove apocrife del “racconto dell’Ancella”, ritrovate sottoforma di musicassette anni dopo, e inserite alla fine del libro, ci vengono in soccorso. È una metanarrazione necessaria e voluta.

Con I Testamenti i punti di vista diventano tre ed è quindi più facile farsi un quadro più chiaro dell’ambientazione. Non solo: cambia anche lo stile da un individuo all’altro.

“Scrivo queste parole nel mio sancta sanctorum presso la biblioteca di Ardua Hall – una delle poche rimaste dopo gli entusiastici roghi di libri che si sono avvicendati nella nostra terra. Le impronte corrotte e insanguinate del passato devono essere cancellate, creando uno spazio puro per la generazione moralmente immacolata che senz’altro emergerà. Questa è la teoria.”

 

“Io non avevo gli occhi storti come Huldah, né il perenne cipiglio di Shunammite, e non avevo le sopracciglia quasi inesistenti di Becka, però ero incompiuta. Avevo la faccia di pasta, come i biscotti di Zilla, la mia Marta preferita, che li faceva apposta per me, con due uvette al posto degli occhi e per denti dei semi di zucca.”

 

“Di fatto, detestavo Baby Nicole da quando avevo dovuto scrivere un tema su di lei. Mi ero beccata un sei per aver scritto che le due squadre avversarie la usavano come pallone, e che sarebbe stato meglio per tutti restituirla.”

I tasselli si aggiungono gli uni agli altri e possiamo avere un’idea più armonica di ciò che avviene.

Ciò che rimane il punto di forza della scrittura di Margaret Atwood è però l’uso del narratore inaffidabile. Non sappiamo mai se stiamo leggendo o meno la verità. Rimaniamo sempre col fiato sospeso fino alla fine ed è questo il bello.

Conclusioni

Questo è il dipinto dei nostri tempi e del pericolo del nostro passato che spesso, volenti o nolenti, tendiamo a dimenticare. Perché come spesso ci viene ricordato:

“Nulla muta istantaneamente: in una vasca da bagno che si riscaldi gradatamente moriresti bollito senza nemmeno accorgertene.”