Se dovessi rivolgermi a voi pronunciando unicamente la parola teatro, sono sicura che la prima cosa che vi verrebbe in mente sarebbe la recitazione.

Il pensiero è del tutto lecito, dato che nel gergo comune teatro e recitazione vengono utilizzati come due sinonimi (se, ad esempio, doveste affermare di esservi iscritti ad un corso di teatro o di recitazione, in entrambi i casi, il vostro interlocutore capirebbe subito che andrete a frequentare delle lezioni per diventare attore).

Ma vi siete mai domandati cosa c’è alla base del lavoro attoriale? Credo fermamente che per poter condurre un’analisi su come si interpreta un ruolo sia necessario fare un passo indietro e realizzare che non esisterebbero rappresentazioni teatrali se non ci fosse chi si occupa della scrittura del copione, o più tecnicamente, della drammaturgia.

Uno spettacolo nasce dalla stesura di un testo drammatico, un prodotto articolato e che gode di una duplice natura. Pensiamo ad un qualsiasi testo della tradizione teatrale: è molto probabile che questo sia stato oggetto di studio nei programmi di letteratura del liceo e che sia ben radicato nelle vostre conoscenze, senza aver necessariamente assistito alla trasposizione scenica dell’opera. Ciò accade perché le tragedie greche, le commedie di Goldoni, le opere di Shakespeare, Pirandello e così via, godono di una propria autonomia anche “solo” come testo letterario, pur presentando una struttura che ci lascia intendere sin da subito che non ci troviamo di fronte a un romanzo, a una novella o a un poema. Ecco, allora, che alla funzione letteraria del nostro testo si accosta il richiamo alla dimensione scenica, suggerito dall’alternanza di didascalie e dialoghi.

È da precisare, comunque, che tutti i grandi drammaturghi citati poc’anzi avessero ben in mente di scrivere ai fini della rappresentazione scenica. Siamo davanti a casi di drammaturgia consuntiva, dove l’autore lavora e scrive a stretto contatto con un gruppo di attori che commissionano il copione per portarlo immediatamente in scena, ed è quello che succede anche ai giorni nostri. Intendo dire che oggi chiunque decida di scrivere una propria drammaturgia lo faccia con l’intenzione o la speranza di vederla rappresentata su un palcoscenico.
E allora vediamo come si scrive per il teatro. La risposta non è immediata perché la scrittura drammatica è un lavoro che si articola in diverse fasi. Quali?

Il primo passo da muovere verso la realizzazione di un testo drammatico è la stesura di un soggetto, una bozza della lunghezza media di due o tre pagine in cui si ha il compito di esporre il più chiaramente possibile le idee per il proprio spettacolo. Tale operazione è da compiere sempre, sia nel caso di una storia originale, sia nel caso di una storia commissionata, sia nel caso di un remake o adattamento. In questo modo, il progetto può già essere sottoposto al vaglio di un regista o di una compagnia di attori che ci diranno se siamo stati in grado di suscitare il loro interesse.

Trattandosi della fase embrionale dello spettacolo, questo scritto non sarà mai destinato alla pubblicazione e si avrà sempre la possibilità di rivederlo e rimaneggiarlo più volte in corso d’opera, fino alla versione definitiva della propria drammaturgia.

Attenzione, però, a non farvi trarre in inganno: già nella stesura del soggetto, infatti, è necessario avere in mente dei riferimenti precisi, quali la tipologia dello spettacolo, l’ambientazione, il numero dei personaggi. Quest’ultimo aspetto è fondamentale per capire parte dei costi della produzione (soprattutto nel caso di cast piuttosto ampi) e, di conseguenza, le probabilità in termini economici della realizzazione del progetto.

Stabilito il numero dei personaggi, si può procedere con la loro caratterizzazione. Tutti, protagonisti o no, vanno studiati allo stesso modo e con la stessa importanza e, indipendentemente dal fatto che questi siano frutto della vostra fantasia o che abbiate tratto ispirazione da persone reali, è fondamentale che siano credibili e ben contestualizzati nella storia. Dati anagrafici e descrizione dell’aspetto esteriore (caratteri somatici e annotazioni sulla gestualità e l’abbigliamento) faranno in modo che ciascuno sia ben riconoscibile e distinto dagli altri, e a noi risulterà anche più semplice individuare l’attore a cui destinare l’interpretazione di ogni personaggio. Alla caratterizzazione fisica, segue inevitabilmente quella psicologica che si costruisce delineando gli obiettivi e desideri dei nostri personaggi e che, oltre a permetterci di stabilire quali e quanti assumeranno il ruolo di protagonista, corrisponde al punto di svolta della nostra trama, ovvero il conflitto.

Uno degli aspetti che dobbiamo tenere bene a mente nel nostro spettacolo è quello di far vivere ai personaggi difficoltà di vario genere, in chiave drammatica o comica a seconda dei casi, perché necessitiamo di una causa capace di far insorgere l’azione. Bisogna sempre cercare di evitare la rappresentazione di situazioni lineari e armoniose perché è l’esistenza del conflitto a generare interesse e creare emozione nel pubblico, e questo può essere possibile solo se gli spettatori riescono a immedesimarsi con il personaggio e a riconoscere, quindi, il problema che egli affronta.

E’ opportuno, perciò, riferirci sempre a uno o più temi universali come l’amore, la morte, la ricerca di sé, il senso di vuoto perché chi guarda deve essere in grado di confrontarsi con quello che viene rappresentato. Il conflitto, poi, genererà una serie di azioni e interazioni tra i personaggi che determineranno, in base alla loro capacità o incapacità di superare gli ostacoli, l’esito positivo o negativo del nostro spettacolo.

Ora che la nostra storia è pronta, dobbiamo preoccuparci di darle una collocazione.

Dove vogliamo ambientarla?

Prima di procedere, però, vorrei fare una piccola precisazione: la questione dello spazio del teatro è andata sempre più complicandosi dopo la rottura delle convenzioni da parte delle avanguardie del Novecento, infatti i drammaturghi nostri contemporanei hanno a disposizione una vasta gamma di opzioni e ormai gli spettacoli teatrali vengono messi in scena non più solo nei teatri ma in piazze, luoghi commerciali, capannoni, aule scolastiche e via discorrendo.

Pertanto, cercherò di fare un’analisi piuttosto neutra della creazione dello spazio scenico.
Come per i personaggi, anche per i luoghi, abbiamo la facoltà di scegliere un posto del tutto immaginario o realmente esistente, o ancora, evocare una città o un paese delineandone solo qualche vaga caratteristica e per riuscire a focalizzare bene gli ambienti che avete in mente potete tranquillamente aiutarvi con qualche schizzo.

Disegnare la scena può aiutarvi a comporla meglio

Con i vostri disegni davanti agli occhi, infatti, potrà risultarvi anche più semplice capire dove e come collocare gli elementi di scena e come far muovere i personaggi.

Da questo momento possiamo iniziare a dare forma al nostro spettacolo. Prima di tutto dobbiamo riprendere in mano il soggetto iniziale e ampliarlo con tutti gli elementi che abbiamo sviluppato. Così facendo avremo una scaletta ricca di paragrafi per ogni cambio di scena, per il passaggio di tempo e per l’entrata e l’uscita dei nostri personaggi e questo schema sarà la base per la stesura del nostro copione: i paragrafi diventeranno le scene della pièce e a noi non resterà altro che articolarle con didascalie e dialoghi.

Le didascalie e i dialoghi sono il nucleo di ogni drammaturgia, gli elementi che rendono ciascun testo drammatico unico e originale.
Le prime, corrispondono a tutte le indicazioni che diamo riguardo la disposizione dello spazio (se si tratta di un esterno o di un interno, la disposizione dell’arredo scenico, i cambi di scena, la presenza o meno di fondali, inserimento di musiche o proiezioni) e le azioni dei personaggi (come si muovono sul palco, da dove entrano e dove escono, come e con chi parlano). Sono indicazioni di carattere strettamente funzionale redatte per il regista e gli attori ma, nel caso in cui la nostra drammaturgia dovesse diventare un libro, le didascalie possono rendere più agile la fruizione al lettore.

Per quanto riguarda i dialoghi, invece, avendo in precedenza strutturato nel dettaglio i nostri personaggi, dovremmo già avere stabilito il loro modo di parlare. Tenendo sempre a mente il contesto stilistico del nostro testo, possiamo decidere di farli parlare in un italiano perfetto o no, di attribuire un particolare accento o una lingua straniera. Possiamo utilizzare forme dialettali o, addirittura, scrivere l’intera drammaturgia in dialetto. In quest’ultimo caso, però, è fondamentale possedere un’ottima padronanza del dialetto scelto, altrimenti, ci ritroveremmo di fronte a delle imitazioni mal riuscite.

Importante è anche il registro, ovvero l’uso della lingua in relazione al contesto sociale. È sempre meglio calibrare il lessico ed evitare l’utilizzo di un linguaggio scurrile, ma non è del tutto bandito se si addice alle modalità espressive di un determinato personaggio.

L’importante è non esagerare.

Infine, per rendere del tutto efficace il nostro dialogo non basta aver chiari i contenuti di ogni scambio di battute, ma bisogna soprattutto essere in grado di cambiare punto di vista immedesimandosi in ogni personaggio e immaginando come possa reagire e rispondere alle parole del proprio interlocutore.

L’ultimo, ma non meno importante, aspetto del copione è il monologo: un discorso, senza scambio di battute, che il personaggio fa rivolgendosi al pubblico o ad altre persone presenti con lui sul palco e viene, solitamente, collocato in funzione di prologo e di epilogo della rappresentazione.

Attenzione, però, a non confonderlo con il soliloquio, uno dei maggiori momenti di intimità del personaggio che parla a sé stesso dando voce ai suoi pensieri.