I mattoni per la creazione di una grande storia (volendo) potrebbero essere dedotti anche solo dai lettori/spettatori più appassionati, vergini di tutti quei tecnicismi che caratterizzano il mondo dello Storytelling da “addetti ai lavori” (per così dire).
Riflettiamoci su tutti assieme: di cosa abbiamo bisogno per scrivere una grande storia?
Beh, molto probabilmente avremo bisogno di una vicenda accattivante, di un intreccio significativo, di una caratterizzazione dei personaggi fatta ad arte, di colpi di scena sconvolgenti, di un setting studiato per bene e, come ultimo condimento, di un finale degno che lasci tutti quanti a bocca aperta (oppure annegati in un mare di lacrime salate).

Tutto questo è vero, e di base questi mattoni narrativi possono essere tranquillamente intercambiabili (nel senso che ognuno di loro può esistere a prescindere dall’altro).
Ora, non vorrei, almeno qui e adesso, dilungarmi troppo nell’analizzare a fondo ognuno di questi fattori, perché essi sono quasi imprescindibili dal nostro lavoro. Tuttavia, i punti su cui vorrei soffermarmi oggi sono altri, spesso molto trascurati sopratutto da aspiranti narratori o creativi alle prime armi, che più di ogni altra cosa bramano mostrare al mondo l’originalità delle loro idee (e fidatevi di me, non è questo il segreto per conquistare un lettore, anche perché di originale, oggigiorno, c’è rimasto davvero poco).

Personalmente credo che una storia diventi veramente efficace quando, oltre a raccontare la vicenda che ci viene presentata, racconta anche un po’ la storia del lettore che la sta leggendo (che sia chiaro, non si parla di infrangere quarte pareti o cose simili, o almeno non in questo articolo). Una storia che, quindi, racconta la vicenda di ognuno di noi.

E come facciamo a raccontare questa storia? La risposta è molto più semplice di quanto si possa immaginare.

 

Gli Strumenti per narrare su più livelli

Avete mai sentito da qualcuno appena uscito dalla sala cinematografica, oppure da un tizio su un cineforum online, o semplicemente da un vostro amico appassionato di libri, fumetti e videogame come voi, dire la frase: questa storia funziona su più livelli?
Probabilmente se siete amanti della narrazione sarà uscito fuori anche da voi, una volta tanto.

Anzitutto, però, occorre fare una piccola premessa.
Come fin troppo spesso mi capita, quando uso termini che esistono anche in Narratologia, spesso questi ultimi indicano cose diametralmente opposte (o quasi) a quelle a cui mi voglio riferire.
Infatti, in ambito tecnico quando si parla di livelli narrativi ci si riferisce principalmente ai differenti tipi di narratore e alle differenti interazioni che essi hanno con la storia. Nella maggior parte dei casi si parla di primo livello in relazione a un narratore intradiegetico (ovvero quando il narratore è coinvolto direttamente nella vicenda narrata, questo spesso coinvolge le opere scritte in prima persona) che interagisce coi personaggi presenti nel primo livello, raccontando loro una storia, ed entrando quindi in metadiegenesi, che viene considerata di secondo livello (?).

Bene, tralasciando le mie personali considerazioni sulla magistrale bravura della lingua italiana nel rendere complicatissime cose semplicissime (di base, una metadiegenesi è un “racconto nel racconto”) e tralasciando il ruolo del narratore intradiegetico ed extradiegetico (materia d’approfondimento per articoli futuri) voglio soffermarmi su ciò che intendo io personalmente per Narrazione su più Livelli.

Per far questo dovremmo analizzare alcune figure retoriche e meccanismi narrativi specifici, nella fattispecie tratteremo di come funziona il Sottotesto e come si adoperano saggiamente Allegorie e Metafore (arriveremo al dunque, abbiate fede).

Il funzionamento dell’Allegoria è ben mostrato in questo quadro di Giulio Romano: “Allegoria dell’Immortalità

Cos’è il Sottotesto?

L’origine del termine, per motivi che presto vi saranno ovvi, viene dal teatro. Per Sottotesto si intende tutto ciò che resta celato sotto le parole dette, per lo più sotto le battute di dialogo tra due attori/personaggi. Visivamente è un concetto che traspare in maniera più chiara rispetto al linguaggio scritto (ma noi siamo qui per questo) e il Sottotesto rappresenta un po’ tutto ciò che orbita attorno alla sfera del linguaggio non verbale, del non detto.
Un “Buongiorno” (che letto così è uguale per tutti), interpretato in maniera differente da due attori con un background e una caratterizzazione magari opposte, trasmette due messaggi totalmente differenti tra loro. Una persona allegra che ha appena vinto alla lotteria non dirà “buongiorno” come potrebbe dirlo un uomo reduce da un lutto, uscito di casa solo in quel momento, dopo giorni di auto-isolamento.
Mentre nel cinema, nel teatro, tutto questo si può evincere senza mere spiegazioni in merito (dopotutto è questo il fondamento dello Show Don’t Tell) sulla pagina scritta è necessario che certe cose traspaiano tramite descrizioni dettagliate degli stati d’animo dei vari personaggi…

SBAGLIATISSIMO

Una descrizione dettagliata, a mio avviso, raramente ha senso all’interno del fluire della narrazione. Una descrizione dettagliata (per non risultare come mera pornografia visiva atta solo a nutrire l’ego dello scrittore in questione) deve essere sempre e solo una descrizione efficace, e fidatevi che le due cose sono molto, molto diverse tra loro (ma non è questo il momento di parlarne).

Come per una descrizione efficace, anche il Sottotesto deve essere mostrato solo al necessario, nel tempo e nel modo che permettano al lettore appena appena di coglierlo, di comprenderlo e di ragionarci sopra solo in un secondo momento.
Ma tornando alla nostra domanda principale, se il Sottotesto, quindi, può essere utile principalmente a mostrare stati d’animo, conflitti interiori e equilibri precari tra i vari personaggi della nostra storia, come può essere adoperato anche per coinvolgere il lettore stesso nella vicenda, e farlo sentire parte del tutto narrativo?

A tal proposito, mi sono preso la licenza di suddividere i Sottotesti narrativi in due separate macrocategorie: Il Sottotesto Diretto e il Sottotesto Indiretto.

A Teatro, l’impiego del Sottotesto risulta molto più evidente.

Differenze tra Sottotesto Diretto e Indiretto

Sottotesto Diretto.

Premettendo che (come già detto prima) il Sottotesto è un qualcosa che non viene mai dichiarato in modo esplicito, e quindi deve necessariamente scorrere tra le righe, trasparire inconsciamente, essere fruibile al lettore/spettatore senza venir spiattellato con tanto di cartello e luci al neon.

Premettendo tutto questo, parleremo di Sottotesto Diretto quando sarà (appunto) un diretto inserimento dell’autore, un tratto intenzionale e voluto, atto a far comprendere lati di un protagonista o di un personaggio all’interno della storia, e che quindi si limita ad agire entro i confini della narrazione stessa, senza travisarli. Il Sottotesto Diretto può essere adoperato per mettere in chiaro determinate problematiche inconsce, o magari per evitare argomentazioni e discussioni che (di base) ferirebbero il protagonista a livello emotivo, o ancora per gestire sentimenti contrastanti all’interno del protagonista stesso o per nascondere lati di cui il personaggio si vergogna chiaramente.

Nel pratico, vi riporterò alcuni esempi tratti dall’opera che sto concludendo, in modo tale da parlare esclusivamente per mia esperienza personale.

In relazione al mettere in chiaro problematiche inconsce, se (ad esempio) il protagonista sperimentasse un senso di inadeguatezza nei confronti della sua società, nutrendo magari anche un odio per essa, senza che egli ne sia pienamente cosciente, come potremmo far trasparire tutto questo, servendoci del Sottotesto Diretto?
Magari potremmo mostrare la sua frustrazione in episodi di rabbia sporadica, immotivata (apparentemente), o in efflussi emotivi negativi e attacchi d’odio verso qualcuno che, in quel momento, non ha nessuna colpa, oppure le sue paure potrebbero sfociare in forti momenti di emotività ed empatia per persone verso le quali il personaggio nutre una sorta di senso di appartenenza.
Allo stesso modo potremmo rivelare aspetti di cui il personaggio non vuole parlare (perché magari legati a eventi oscuri del suo trascorso) con frasi interrotte a metà, silenzi, sguardi persi nel vuoto quando qualcuno nomina qualcosa che riporterebbe alla mente del personaggio gli eventi traumatici che ha vissuto. Allo stesso modo, il personaggio potrebbe scegliere di allontanarsi quando si parla di un determinato argomento, e se sarete bravi non avrete nemmeno bisogno di giustificare quell’assenza, perché sarà coerente con quanto avrete (o non avrete) già mostrato di lui.
Utilizzare il Sottotesto Diretto per gestire sentimenti contrastanti è molto semplice.
A vostro favore potrebbero venire incontro delle situazioni presentate in un certo modo fino a quel momento e poi ribaltate completamente subito dopo. Facendo un esempio, potreste mostrare al lettore un personaggio che il protagonista odia a morte e picchierebbe a sangue alla prima occasione buona (pur non avendolo ancora fatto). Poi potreste introdurre una terza figura che, per un motivo o per un altro, pratica una violenza proprio su quel personaggio tanto odiato dal protagonista, facendo scattare in lui un senso di pietà per quella persona che, fino a poco prima, odiava a morte.
Questo risvolto aiuterebbe a mostrare un lato caritatevole ed empatico di un personaggio introverso, o esplicitamente anaffettivo.

In parole povere, il Sottotesto Diretto analizza tutte quelle sfere legate alla psicologia e al comportamento di uno o più personaggi che rimangono all’interno dei confini della narrazione, e dovrebbe essere utilizzato principalmente per comunicare con il lettore senza dover necessariamente spiegargli tutto, piuttosto evocando in lui le sensazioni e le emozioni desiderate.
Un modo semplice per esplicare gli aspetti del Sottotesto Diretto è mediante l’utilizzo di dialoghi tra i personaggi, nel caso di un momento corale, oppure di un flusso di pensiero evocativo nel caso di un momento intimo e solitario. Ad aiuto di questa forma di comunicazione (non si può negare) giunge la narrazione in prima persona, che da questo punto di vista risulta essere obiettivamente più efficace. Ciò non esclude, tuttavia, la possibilità di ottenere lo stesso effetto con una narrazione in terza persona. A tal proposito sarebbe più opportuno inserire gesti e atti compiuti dal personaggio in esame, piuttosto che tentare di descrivere i suoi pensieri mediante un flusso di parole.

Sottotesto Indiretto

Dunque, se quindi il Sottotesto Diretto rimane confinato nella sfera del personale e agisce sempre e solo entro i confini della storia, contrariamente il Sottotesto Indiretto agirà, oltre che all’interno del testo, anche sulla percezione della realtà del lettore stesso.

Il Sottotesto Indiretto, per ovvie ragioni, non può essere esplicitato (nemmeno sotto le righe) in maniera troppo evidente, perché rischierebbe di sfondare la quarta parete e rivolgersi in modo troppo diretto (per l’appunto) al lettore.
Quindi come fare per comunicare al lettore un determinato messaggio, a coinvolgerlo sul personale senza doverlo fare attivamente?
A nostro soccorso giungono due figure retoriche ai più ben note, l’Allegoria e la Metafora.

Per Allegoria, si intende il riportare a una dimensione reale un concetto astratto che abbia un determinato significato, concretizzare con elementi fisici un qualcosa che rientra nella sfera dell’invisibile (per esempio le emozioni). Utilizzata spesso, oltre che nella poesia e la prosa, anche nella pittura e nelle arti visive .

 

Per Metafora si intende la sostituzione di una parola entro una frase che non corrisponde al significato della parola stessa, spesso risultando fuori contesto dal periodo stesso, ma che tuttavia ne condivide le associazioni semantiche, ad es. “Quell’uomo è una roccia” sta a indicare una persona particolarmente forte da un punto di vista fisico o emotivo.

Prima di procedere al come e al perché una narrazione pregna di Sottotesto Indiretto possa essere efficace, vi cito le parole dello Scrittore Saggista Jonathan Gottschall tratte dal suo ultimo libro: L’Istinto di Narrare:

“Durante la fruizione di una finzione narrativa i nostri neuroni si attivano nello stesso modo in cui si attiverebbero se davvero dovessimo compiere la scelta di Sophie o se stessimo facendo  una doccia in pieno relax e improvvisamente un killer strappasse la tenda.”

Dunque, partendo dal presupposto basilare secondo il quale: raccontando una storia stiamo raccontando noi stessi, e raccontando noi stessi stiamo raccontando l’essere umano, il funzionamento del Sottotesto Indiretto diventa quasi scontato.

Facendo leva sulle nostre emozioni, sulle nostre paure, sul nostro senso di riscatto o su quelle di un determinato target di lettori che abbiamo accuratamente individuato, ci serviremo del Sottotesto Indiretto per veicolare messaggi universali, parole ed emozioni che inconsciamente tutti sperimentiamo, desideri che tutti vorremmo veder realizzati, e nel momento in cui il protagonista della nostra storia sconfiggerà il cattivo non sarà solo lui ad averlo fatto, ma anche noi. La storia, quindi “funziona su più livelli” in quanto agisce contemporaneamente oltre che sul versante narrativo, anche su quello personale, psicologico e cognitivo del lettore, smuovendo in lui sentimenti, facendolo interrogare su quesiti e spronandolo a delle riflessioni universali.

Portare esempi concreti del funzionamento del Sottotesto Indiretto richiederebbe un articolo a sé (che infatti ci sarà), in quanto in esso sono presenti sia i funzionamenti Archetipici dell’Inconscio Collettivo (pur non necessariamente tirando in ballo gli Archetipi stessi) e vengono tirate in ballo determinate suggestioni, risvegliate nel lettore mediante l’utilizzo (appunto) di una o più Allegorie.

Brevemente, potremmo ragionar sul funzionamento dell’Allegoria partendo da un presupposto molto semplice: L’Eroe che combatte il Drago.

Cos’è un Drago? È solo un mostro alato che sputa fiamme ? Cosa rappresenta il Drago? Quali paure e quali timori ancestrali risiedono in esso? E l’Eroe che lo fronteggia, come riesce a trovare il coraggio di combattere contro ciò che lo spaventa di più? Come fa ad avere la meglio sul suo Nemico?

Il Drago, a seconda di come decidiamo di raccontarlo, potrebbe essere inteso semplicemente come un gigantesco rettiloide, oppure come (appunto) l’Allegoria di un qualcosa di più, entro di sé può celare un significato nascosto, non dichiaratamente rivelato dall’autore, ma che in qualche modo traspare e viene carpito dal lettore. Se, ad esempio, il Drago di turno fosse lo strumento utilizzato dal despota di turno, per soggiogare le popolazioni del pacifico regno di turno, allora sconfiggere il Drago significherebbe anche sconfiggere lo strumento di oppressione di cui quel despota si fa artefice. Seguendo questo filone, il Drago potrebbe essere l’Allegoria di una televisione oppiacea, di una censura mediatica, di un militarismo oppressivo (e sto portando in esame gli esempi più semplici).

Il Drago è da sempre una delle figure allegoriche più controverse

Come vi ho detto prima, analizzeremo tutto questo in modo approfondito nel prossimo articolo, in cui mi soffermerò su due grandi esempi, fornendovi maggiori dettagli riguardanti il funzionamento del Sottotesto Indiretto e su come (volendo) esso si possa agganciare anche al Sottotesto Diretto, permettendoci quindi di veicolare un messaggio universale tramite un’esperienza personale, volutamente inserita a trattata dall’autore.

Detto questo vi do appuntamento al prossimo articolo delle rubrica, cari Scriptiani.
E come sempre, Buona Creazione!