Salve, cari Scriptiani!

Inauguro con oggi questa nuova Rubrica: Lo Scrittore Artigiano.

In questo blog avrete sicuramente letto molti aneddoti interessanti sul tessuto delle storie: gli archetipi e gli stereotipi dai quali partire, la struttura psicologica dei personaggi che si vuol creare, l’impalcatura che vogliamo dare al nostro mondo e il saggio utilizzo delle parole.

Cos’è, quindi, Lo Scrittore Artigiano? È un contenitore che si occuperà di offrire consigli su come ben strutturare le fondamenta della propria opera scritta. Si parlerà delle differenti tecniche di storytelling, della progettazione pre-stesura, della struttura, dei registri linguistici e delle regole fondamentali della grammatica italiana.

Quello che vi voglio proporre adesso è la partenza dalle basi. La costruzione passo per passo di una narrazione efficace e che abbia un filo logico dall’inizio alla fine. Sia chiaro: non voglio fare tutorials, non sono una docente di scrittura creativa o una professionista del campo, ma voglio portarvi qui – tra queste mie manine – la mia modestissima esperienza che, negli anni, ho maturato con la narrazione.

Scrivo da quando ne ho memoria, probabilmente dal giorno in cui ho imparato a tenere in mano una penna. Ma prima di allora mi dilettavo ad ascoltare le storie che mi raccontava mia nonna. Erano racconti del folklore siciliano, nudi e crudi, talvolta spaventosi, che tenevano viva la mia curiosità, mi aiutavano a ingollare qualche boccone e non mi facevano dormire la notte!

Con il tempo ho voluto scriverle io certe storie. Qualcosa che tenesse il lettore con il fiato sospeso, qualcosa di tremendo ma terribilmente reale. Probabilmente è nata da lì la mia passione per il grottesco e il fantastico.

Eppure tanti sono stati gli errori che ho commesso. Una volta mi bastava aprire il quaderno,una moleskine o una pagina di word sul pc per dar vita a un racconto o a un romanzo così, di getto. Senza pensare. Senza tener conto della pianificazione, dello studio e della ricerca a monte. Per questo motivo molte mie opere sono finite a riempire i cassetti, incompiute. Le mie storie successive, quelle che ho finito, pubblicato sul web o tenute per me, le ho sempre prodotte con una struttura ben definita in testa e tra le varie carte che ammonticchiano la mia scrivania. Perché noi autori siamo un po’ architetti e un po’ muratori: dobbiamo essere certi che un’opera abbia delle solide fondamenta prima di accatastare cemento e mattoni. Altrimenti tutto il baldacchino crolla e ci ritroviamo con un nulla di fatto.

Quindi, prima di partire in quarta, pensiamoci un attimo. Rilassiamoci, leggiamo qualche autore della grande letteratura che ha fatto la storia e poi chiediamoci:

Perché?

Perché vogliamo raccontare una storia?

Bella domanda, eh? Eppure un aspirante scrittore o chi si ritiene già tale deve subito essere in grado di dirlo con chiarezza. Non importa se la risposta potrà sembrare scontata o banale all’inizio. È lecito farsi questa domanda e capire. Capire noi stessi prima di tutto. C’è chi scrive per esorcizzare i propri demoni, chi lo fa per narrare un passato altrimenti difficile da raccontare a voce. C’è chi mette nero su bianco la propria voglia di uscire da una quotidianità altrimenti troppo grigia. Ma il “Perché” che dobbiamo trovare per noi deve essere valido anche per chi ha deciso di leggerci. Scrittori si è, prima di tutto, se si ha qualcuno disposto a scrutarci dentro.

Diceva Italo Calvino, parlando della costruzione di uno dei suoi libri:

Quando ho cominciato a scrivere Il visconte dimezzato, volevo soprattutto scrivere una storia divertente per divertire me stesso e possibilmente anche gli altri; avevo questa immagine di un uomo tagliato in due ed ho pensato che questo tema dell’uomo tagliato in due, dell’uomo dimezzato fosse un tema significativo, avesse un significato contemporaneo: tutti ci sentiamo in qualche modo incompleti, tutti realizziamo una parte di noi stessi e non l’altra.

 

Cosa?

Di cosa vogliamo parlare?

Che sia la crescita di una giovane donna in un’ambientazione fantastica e lugubre, l’avventura di un gruppo di guerrieri e alcuni bambini in una savana incontaminata, oppure l’epopea di un cacciatore di gattopolli alla ricerca del cervello perduto, l’importante è che diamo il giusto peso alle vicende. Ogni avvenimento non viene per caso, ogni tassello deve essere riposto con cura. Due sono le sagge signore a cui dobbiamo obbedire: coerenza e buon senso. Interessatevi, documentatevi, leggete! E soprattutto, per citare qualcuno prima di me: siate onesti con voi stessi. Volete davvero intessere il profilo psicologico di un gerarca della gestapo e tesserne le vicende in un romanzo storico quando, di storia, non ne capite un’acca?

Diceva sempre Italo Calvino sul romanzo di Beppe Fenoglio:

Una questione privata […] è costruito con la geometrica tensione d’un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando furioso, e nello stesso tempo c’è la Resistenza proprio com’era, di dentro e di fuori, vera come mai era stata scritta, serbata per tanti anni limpidamente dalla memoria fedele, e con tutti i valori morali, tanto più forti quanto più impliciti, e la commozione, e la furia. Ed è un libro di paesaggi, ed è un libro di figure rapide e tutte vive, ed è un libro di parole precise e vere. Ed è un libro assurdo, misterioso, in cui ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro, e quest’altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perché.

 

Come?

In che modo la raccontiamo, questa bella storia?

Parlo degli stili della narrazione, ma anche dei punti di vista. Il narratore è onniscente, nascosto, omodiegetico o eterodiegetico? (No, non sono strane abitudini alimentari, che vi pare?!) Il punto di vista è totalmente incentrato su un protagonista principale o varia? C’è una sola voce o ce ne sono tante? E poi: vogliamo usare la prima, la terza o, addirittura, la seconda persona? La narrazione è al presente o al passato? Vogliamo fare un miscuglio di tutto questo e sperimentare? Eh, oh, quante domande! Ma calma, ci pensa Calvino nelle Città invisibili (di nuovo):

Chi comanda al racconto non è la voce: è l’orecchio.

Quel che penso io è riuscire a trovare il giusto equilibrio e soprattutto scegliere il “Come” in base alle esigenze della storia. Fatevi guidare dalle vostre sensazioni, leggete ad alta voce e – soprattutto – carpite l’essenza dei vostri personaggi prima di ogni altra cosa. Prima ancora di creare l’ambientazione, se vogliamo! Ma questa è un’altra storia, e un altro articolo.

Spero di avervi dato qualche spunto interessante. Per ogni critica, considerazione personale o insulto a mani basse ci sono sempre i commenti. Alla prossima!