Salve Scriptiani!

Dopo un periodo di pausa (chiedo perdono!), ecco finalmente un nuovo articolo per la rubrica “Lo Scrittore Artigiano”, che ho l’onore di curare insieme a Liliana.

Ciò di cui vorrei parlare oggi è il magnifico mondo delle descrizioni.

Per come la vedo io, le descrizioni sono la versione narrativa dei visori VR. Invece che mettersi degli occhialoni, il lettore semplicemente si immerge nelle parole, e si ritrova nel cuore della storia, fianco a fianco coi protagonisti, o per lo meno, si ritrova nella scena con un punto di vista privilegiato. La descrizione di una storia è tutta la sua parte sensoriale, che va ben oltre il visivo: non facciamo solo vedere, ma stuzzichiamo la mente. Uno scrittore può suggerire odori, sensazioni sulla pelle, rumori vicini o lontani, sapori. Possiamo anche far sentire il battito di un cuore, il freddo o il caldo. Insomma, la descrizione ci risucchia dalla nostra poltrona, e ci trasporta in mondi lontani!

Quindi, cari scrittori e aspiranti tali, sarete tutti d’accordo nell’affermare che la descrizione è una parte molto importante della scrittura, molto potente.

E da grandi poteri, si sa, derivano grandi responsabilità: così come la pagina bianca, non dobbiamo affrontare nemmeno la descrizione a cuor leggero.

Come tutti saprete, ci sono descrizioni e descrizioni. Ci sono quelle estremamente minuziose,  ci sono quelle poverissime e, infine, ci sono descrizioni che sono “vie di mezzo”.

Citando King in On Writing:

Una descrizione labile lascia nel lettore una sensazione di disorientamento e miopia. Una descrizione massiccia lo seppellisce sotto una montagna di dettagli e immagini. Il trucco sta nel trovare un felice equilibrio.

“Disorientamento e miopia”. Una descrizione povera altro non è che gettare personaggi e dialoghi nel nulla cosmico. Il lettore sa che succedono cose, ma non comprende appieno il contesto in cui si svolgono; sente parole, ma non il modo in cui vengono pronunciate.

“La descrizione massiccia ci seppellisce in una montagna di dettagli e immagini”; verissimo ma, secondo me, il problema di una descrizione massiccia è che più che immergerci o seppellirci, ci tira fuori dalla storia. Siamo così impegnati a costruire nella nostra mente l’immagine che l’autore vuole trasmetterci, che non ci siamo più dentro. Siamo lontani, siamo nella nostra stanza con il libro in mano intenti a vestire il personaggio di turno, o ad applicare tutte le decorazioni a un portone di legno. Insomma, non va. O meglio, magari per alcuni va, per alcuni lettori questo funziona e piace. Ma a mio avviso, per quella che è la mia idea di scrittura e per come scrivo io, questo estranea. Estranea, e rompe il ritmo narrativo.

Quando scrivo voglio che il lettore sia costantemente dentro la storia. Voglio che sia accanto ai miei protagonisti, voglio che veda ciò che vedono loro, in maniera immediata.

E quindi?

In medio stat virtus. Il “felice equilibrio”.

Ovviamente non saprei dire quale sia la ricetta per la perfetta descrizione equilibrata, ma posso sempre dire cosa funziona per me, anche in base al feedback che ho da parte di chi mi legge. Uno dei motivi infatti per cui piace Fiori di Vetro sono proprio le descrizioni: semplici ma essenziali, che fanno vedere, fanno sentire, immergono il lettore nella scena e nella sua atmosfera. Lo predispongono a quello che succede, e a quello che succederà.

Come faccio?

Dato che “non lo so” non è una risposta accettabile, il primo step che seguo è forse il più scontato: mi affido ai cinque sensi.
Cosa vedo, cosa sento, che odore c’è nell’aria, qual è la sensazione sulla pelle, e spesso, anche il sapore che si sente in bocca.
Una volta che ho risposto a queste domande, il secondo step sicuramente riguarda l’atmosfera di una scena, ovvero, ciò che voglio che il lettore “provi”. E qua, signori miei, scatta la magia, perché in base al mood, vado a scegliere il senso predominante, e decido quale senso invece “spegnere”.

Esempio. C’è un capitolo in Fiori in cui i bambini si avventurano da soli nella notte.
Volevo trasmettere un senso di estrema vulnerabilità, e ovviamente di paura. Sfruttando il fattore oscurità, ho “spento” la vista, o meglio ancora, l’ho resa distorta, rendendo il paesaggio solitamente assolato e familiare della savana qualcosa di sconosciuto, deformato. E, come se giocassi con un mixer sensoriale, ho di conseguenza alzato il “volume” dei suoni. Come vi sentireste se foste al buio in un territorio selvaggio, circondati da scricchiolii, versi di animali selvatici potenzialmente pericolosi, con solo di tanto in tanto l’intuizione di un movimento nell’oscurità, e magari il lampeggiare di un paio di occhi gialli? Non credo a vostro agio. Se poi ci avventuriamo nell’interpretazione fanciullesca e fantasiosa di certi rumori, dove la paura reale si fonde ad una paura immaginaria, l’effetto è ancora più efficace.

Ma basta semplicemente la scelta dei sensi e dell’atmosfera a creare una descrizione equilibrata? No, assolutamente no!

Qua subentra quello che è il cuore più profondo della descrizione, ovvero la fiducia.
La fiducia dello scrittore nelle capacità del lettore.
Fiducia che spesso manca allo scrittore delle descrizioni massicce.

Chi scrive apre ad altri la porta di accesso al proprio mondo.
Le descrizioni massicce sono immagini imposte, curate a tal punto che l’immaginazione del lettore è solo uno strumento passivo che legge e costruisce la volontà dello scrittore.
Le descrizioni equilibrate sono quelle che sì, immergono il lettore nel mondo dello scrittore, gli fanno sentire l’atmosfera, ma lo rendono attivo nella creazione dell’immagine e dell’ambiente stesso e degli stessi personaggi.

Come? Dando, appunto, fiducia alla fantasia di chi legge.

A me non interessa descrivere Jawahir nei minimi particolari. Io dico che è una guerriera tribale, dalla pelle scura, e con dei tatuaggi in volto. Tanto mi basta per dare l’input al lettore per creare la sua Jawahir, con i tratti che ritengo necessari. Ho piena fiducia che lui sia in grado, ain base a ciò che conosce, di elaborare un’immagine soddisfacente del personaggio. So che se è una guerriera, non la immaginerà mingherlina e fragile e, se la sua fantasia è abbastanza sviluppata, le metterà pure qualche cicatrice addosso, ricordo di qualche avventura nella savana, o incontro troppo ravvicinato con un animale. Sa che è una donna di una tribù: sicuramente le applicherà anche dei gioielli di osso, forse la immaginerà vestita di pelli o stoffe grezze, o forse la visualizzerà persino nuda. Magari la vedrà coi capelli lunghi, o forse una pettinatura riccissima, o magari la vedrà con mezza testa rasata. A me non interessa, a me basta che sappia che Jawahir è una guerriera nera con tatuaggi in viso che raccontano una storia. Il resto è un gioco a due, è un incontro di due menti, di due fantasie.

La descrizione comincia nella fantasia dell’autore, ma dovrebbe finire in quella del lettore.

(S. King – On Writing)

Stessa cosa con gli ambienti. Se ad esempio devo descrivere un paesaggio nordico, innevato, e parlo di un bosco, posso parlare semplicemente di… bosco, o “alberi”. Sono sicura al cento per cento che il lettore non si immaginerà delle palme.

Qua ci si ricollega anche alla questione delle parole oneste. Spesso e volentieri infatti la semplicità e l’onestà del lessico, aiutano anche a essere più diretti e al tempo stesso più evocativi nella mente del lettore.

A riprova di ciò, riporto l’incipit di uno dei capitoli di Fiori di Vetro.

La foresta era grande, verde, intricata.

Semplicissimo. Essenziale. Trasmette tutto ciò di cui avevo bisogno.

Chi legge sa costruire da solo la foresta. Sa che è grande. Sa che è verde (vista-senso predominante), e sa che è fitta -intricata appunto, e quindi difficile da attraversare. Con una frase elementare, metto il mio lettore al fianco dei miei esploratori, uomini “piccoli” in un posto grande, con alberi grandi, verde in ogni direzione, sconosciuto. Come direbbe George Clooney sorseggiando caffè, what else?

Ma attenzione, questo non significa che uno non debba scrivere qualcosa di particolarmente poetico, o non fare ricorso a metafore di sorta, anzi. Solo, come sempre, bisogna trovare il giusto equilibrio.

Abbiate quindi fiducia nel lettore: lui del resto ripone in voi la sua nel momento in cui sceglie di leggervi, e molto probabilmente ha più esperienza di voi. Quindi non limitate la sua fantasia, anzi, alimentatela! Fate in modo che la vostra storia diventi una sorta di base universale che possa essere immaginata in maniera attiva e sempre diversa a seconda di chi la legge.

Fate in modo che la vostra storia sia viva nella mente altrui, e non un’immagine fissa e immutabile.

Siate scrittori fiduciosi!

Da Rebecca è tutto, alla prossima Scriptiani!