Era una tiepida mattina d’Aprile quando, cheta nel mio giaciglio di piume, mi accingevo a compiere i miei stiracchi giornalieri. Il sole aranciato filtrava debolmente dalle persiane e dalla finestra aperta si sentiva un rapido frullare d’ali. Nel tempo di due sbadigli un grosso piccione viaggiatore si era appollaiato sul davanzale, tubando convulsamente la sua fastidiosa litania. Attaccato alla zampa sinistra recava un sottilissimo foglio di papiro giallo.

«Ebbene, chi mi smuove dal mio lento oziare?»

Srotolai la pergamena svogliatamente leggendone il testo ad alta voce. Perché quando lo fanno nei film è figo.

Cara Liliana,

è il tuo collega dall’altra parte dell’isola che ti scrive. Perdona il vetusto mezzo con cui ti contatto, ma ieri ho morso il mio telefono per sbaglio mentre mangiavo un panino. Prima di continuare ti prego di pagare il piccione per il servizio reso o continuerà a beccarti la finestra ogni giorno.

Ficcai due grosse molliche di pane dentro al becco del volatile e quello, di tutto piglio, cominciò a starnazzare e a planare via. Prima che potessi voltarmi la sua sagoma nera era già aldilà dell’orizzonte. Continuai a leggere.

Brava. Dunque, ti mandavo questa missiva volante per comunicarti che a causa di una tempesta magnetica sul mio balcone gli aggeggi tecnologici in mio possesso hanno avuto una crisi isterica, smettendo di funzionare. Vista l’urgenza di continuare il nostro condiviso lavoro letterario, ti invito a compiere un sacrificio e recarti presso la mia magione per poter lavorare analogicamente.

Ti aspetto con ansia e ho comprato dei biscotti.

A presto.

Leonardo  

Strabuzzai gli occhi dalla sorpresa: in tante lune che conoscevo il mio collega non si era mai presentata l’occasione di lavorare nella sua città natia e, in effetti, erano parecchi giorni che non si faceva vivo per compiere i suoi doveri, lo smargiasso. Così approfittai della bella giornata per partire di tutta fretta. Agguantai i miei pochi stracci e il mio ukulele a due corde e partii alla volta della città M.

Non fu un viaggio facilissimo, anche perché il mezzo che mi trasportava era un catonzo arrugginito della seconda guerra mondiale, dissotterrato accanto a un campo di mine inesplose. Per cui immaginate i buchi per l’aria. Passai il tempo a guardare i campi sterminati di carrubbe e a contare le mucche.

Arrivata a destinazione mi accolse una città bella come un presepe e sita su una collina. Guardai in alto, sulla cima, ove una magione spettrale e fumosa mi salutava da lontano. I miei occhi da bambina si abituarono presto alla luce accecante del sole, alto fino al picco pur se era già pomeriggio inoltrato.

«Dunque è qui che vive», osservai entusiasta.

Chiesi indicazioni a un vecchio che passava di lì, ma quello mi parlò in una lingua che io non compresi. Poi indicò in alto su una lunga scalinata.

Dopo cinquecentoquarantaquattro scalini arrivai finalmente al portone. Cercai di bussare, ma al mio tocco leggero quello si aprì, quasi comandato. Un feroce latrare mi scosse dall’interno.

«Avanzi!»

Certa di aver capito bene mi avvicinai quatta quatta nell’oscurità più totale. Man mano che avanzavo cautamente i miei occhi si abituavano ben presto alla tenebra. Così scorsi una sagoma seduta e avvolta in una nuvola di fumo. Non appena feci un passo in quella direzione si palesarono distintamente uno strano cane paggetto e una bestia dalle fauci taglienti come le zanne di uno squalo.

«Ehm… Leonardo?», feci al vuoto dell’oscurità. E mi accorsi anche del grasso gatto pezzato che si faceva le unghie sulle sue gambe.

«Benvenuta, Liliana.» rispose la figura facendo volare via il felino,«Sì, sono io. Cercati pure una sedia e mettiti comoda.»

Mi accomodai titubante su un grosso fungo marrone e dalle falde larghe che cresceva proprio vicino alla scrivania di legno indiano.

«Hai detto che avevi i biscotti.»

«Il tempo verbale è azzeccato, li avevo… ora ho solo un cane col mal di stomaco.»

Sospirai rassegnata spostando lo sguardo sui due loppidi così diversi tra loro.

«Beh, allora, cominciamo a lavorare. Hai almeno le penne?»

«Ti sembro un pollo?»

«Dal sedere si direbbe… eh vabé, insomma… non vorrei perdere altro tempo, per cui ne approfitterò per farti qualche domanda. Dovevo giusto scrivere un articolo per Scripta ma non avevo idee sensate.»

«Allora fattene venire una insensata, per esperienza ti dico che sono le migliori! Posso aiutarti a pensare a qualcosa?»

Mi grattai il capo, scompigliando i capelli tanto arruffati per il viaggio, poi risposi quasi avendo un’illuminazione:

«Qual è la cosa più difficile da fare quando si inizia un racconto umoristico?»

«Personalmente, il mio problema iniziale è convincermi che la mia idea potrebbe davvero far ridere qualcuno. Quindi riuscire a scrivere dell’umorismo che non scada nel banale. Per fare questo è sicuramente utile sforzarsi di non pensare soltanto a quello che potrebbe far ridere il lettore, soddisfare solamente il suo senso dell’humor, ma riuscire a esprimere il proprio personale senso dell’umorismo mettendo in conto che potrebbe far rabbrividire la gente. Perché una sfida importante è anche riuscire a far comprendere al lettore il proprio malato senso dell’umorismo e alla fine farglielo piacere. E questa è la vera soddisfazione.»

«Dalla tua esperienza in merito, cosa consiglieresti a chi vuole iniziare a scrivere una storia di questo tipo?»

«Di sbronzarsi prima di cominciare a scrivere. Ehm… stavo scherzando. Bambini, non fatelo!» Bevette un gran sorso di vino prima di continuare. «Un consiglio che darei sarebbe quello di non fossilizzarsi solo su un tipo di umorismo. Per esempio scrivendo Alodrinco avevo cominciato abusando del nonsense (anche perché lo stavo scrivendo per non annoiarmi), ma dopo mi sono reso conto che per andare avanti senza nauseare con l’eccesso di bizzarro c’era bisogno di utilizzare altri tipi di espedienti. Per questo poi ho virato, a volte, su elementi dark e parodistici. Non usare un nonsense nudo e crudo ma riuscire anche a far emergere ciò che ci può essere nella realtà di tutti i giorni, tranne il giovedì. In questo senso gli anni di formazione su Nonciclopedia mi hanno aiutato tanto.»

«Come si evolve un’opera così?»

«Evitando di creare una semplice serie di avvenimenti casuali senza che la trama abbia dei risvolti validi. Scrivendo mi sono reso conto che c’era anche questo rischio (per la mia totale mancanza di metodo) e quindi per questo motivo dalla semplice storiella che avevo cominciato ho cercato di svilupparne la narrazione sino a creare qualcosa che, nonostante l’apparente scopo di far ridere e basta, avesse anche una trama decentemente solida e maturasse e in maniera soddisfacente, non lasciando la sensazione di aver letto soltanto un mucchio di cretinate. Ci sono riuscito? No.»

«In che modo si racconta una storia del genere? Ci sono delle tecniche particolari da mettere in atto?»

Probabilmente. Bisogna curare il modo in cui si racconta sia al livello stilistico che dal punto di vista dell’intreccio. Per esempio creare dei contrasti tra ciò che si scrive: usare un tono serio quando si descrive qualcosa che in realtà non lo è, drammaticizzare scene ben poco drammatiche oppure trattare in modo molto leggero scene crude. Bisogna sapere come mostrare i personaggi, esporne soprattutto i difetti. Ogni tanto ci si può anche permettere di prendersi gioco del lettore per esempio ripetendo le stesse parole in un paragrafo, o inventare parole che non ricorderanno mai.

«Ci sono autori ai quali ti sei ispirato per la creazione delle tue storie o che consiglieresti di consultare?»

Personalmente la mia ispirazione è “multimediale”, non mi sono ispirato soltanto consultando opere letterarie ma anche a opere videoludiche. Per esempio la serie di Monkey’s Island. Ma gli autori che mi hanno più influenzato sono sicuramente Calvino e Douglas Adams. Nella seconda parte di Alodrinco infatti i riferimenti sono abbastanza palesi. Il cinema è stata anche una grande fonte: Monty Python, per citarne uno.

«E Stefano Benni? Dicono che hai uno stile molto simile al suo…»

Sì, ho cominciato a leggerlo dopo che me lo hanno detto.

«L’ironia può anche essere un mezzo per esorcizzare la monotonia del reale?»

Beh, direi proprio di sì. È per questo motivo che ho incominciato a scrivere queste cose: ero annoiato. L’ho anche trovato un mezzo utile per parlare di argomenti che invece sarebbero stati troppo pesanti da trattare.

***

Alzai la testa dal taccuino su cui stavo furiosamente scrivendo e lo vidi già colto da un sonno profondo. Mi meravigliai di quanto facilmente riuscisse ad addormentarsi quando poco prima stava ancora parlando. Sospirai e attesi il giungere cheto della notte. Le prafidonzole volavano leggiadre sopra i cieli di cemento.