Mi alzo con il cuore pesante quanto un macigno e qualcosa che gravita ancora sopra al mio braccio spezzato. Il gesso sta lì a fasciarlo, atroce memento. Il dolore sembra l’unica roccia a cui io possa aggrapparmi, mi ricorda che sono ancora viva, che respiro e che è tutta colpa mia.

In questi giorni non ho fatto altro che fissare inerme lo schermo del computer, non ho nemmeno più scritto articoli. La scadenza era l’altro ieri. Mi sento una merda, ma non posso farci niente. È solo il dolore a farmi vegetare, solo quello per sentirmi ancora dentro qualcosa di vero. Su quel gioco online a squadre a volte ci ho perso intere giornate, e nottate, ora riloggo per la prima volta dopo tanto tempo. Sento le solite voci su Discord, il chiacchiericcio abituale di chi è concentrato a far bene la lane. Ah, Penny, sei tu, chiama una voce dall’altro lato. Ciao, Furio, mi affretto a dire, desiderosa di attenzioni come un randagio, ma quello continua con le sue cose. Una volta mi avrebbe salutata in modo più caloroso, o forse mi sbaglio. Forse mi creo immagini mentali della gente che conosco. Dall’altra parte c’è Ettore, ma sembra non essersi accorto di nulla. Ehi, dico, scusate se non c’ero, ma mi sono rotta un braccio. Ah, sì, fa male, chiedono. No, adesso no. Cazzo, Furio, ci vengono addosso, scappascappascappa. Ieri mi hanno messo il gesso, ehe, è stato divertente perché il medico ha cominciato a fare lo stupido. Oh, prendi la torre, la torre. E poi gli ho cavato gli occhi dalle orbite. Continua, non farti ammazzare. Ho immolato il suo corpo a Satana e ornato il mio collo con le sue viscere.

» xxSkullKid621xx: Ehi, Penny, da quanto tempo! Dove sei stata?

» Penny: Ciao Skull… eh, ho fatto un cazzata e sono caduta. Ora devo stare con il braccio ingessato per un mese.

Non credo di averlo mai sentito parlare, lui scrive in chat e basta.

» xxSkullKid621xx: Che sfiga! Beh, mi spiace, ma senti: la scrivi ancora quella storia là?

» Penny: Quale?

» xxSkullKid621xx: Quella strana, quella della Volpe.

» Penny: Ah, te la ricordi…

» xxSkullKid621xx: Eccerto, voglio sapere come finisce!

» Penny: Mah, ci ho un po’ perso le speranze.

» xxSkullKid621xx: Forza e coraggio!

Oh, smettetela di mandare messaggi in chat, voi, con le notifiche non riusciamo a concentrarci.

» xxSkullKid621xx: Beh, allora ciao, Penny. Stammi bene!

» Penny: Ci sentiamo!

xxSkullKid621xx si è disconnesso.

***

La sera passa lieve, non c’è niente da fare da queste parti. Niente spettacoli da apericena, mostre di qualche artista d’avanguardia, pub lerci in cui rintanarsi per bere buona e fresca birra alla spina. Le schitarrate stanche di chi ha suonato tutta la notte ma non lesina coraggio. Guardare queste mura mi basta, ma a volte è come se qualcosa possa scaraventarsi addosso a me. Beh, potrei sempre morire male. Un lampadario in testa, o una serie di coltelli affilati che cadono dal pensile. Scivolo, fuori la vasca, e sbatto la nuca contro un sanitario, bem! Che immagine paradisiaca! Gli occhi vuoti al soffitto di muffa, braccia e gambe per aria ad agitarsi nella loro agonia, e poi rosso a spillare. Dagli occhi, dalla bocca e dal cuore. Mi vedo già distesa su un letto di giacinti consumati, le mani giunte e la bocca socchiusa. Dentro le palpebre trasparenti la colla sporge a ornare le ciglia, pregano un dio loro solo per me, ma io non ho ricetto. Né in questa vita, né in altre. Sulla lapide scriveranno: “Penny, Penelope, la pennivendola”. Ah ah ah.

La sera passa coi suoi orrori e io gemo mentre lo stomaco si contorce, rannicchiata di lato come un feto stanco. Se ho fame vado in cucina, penso. Penso, ma non ne sono sicura. Non sono sicura di avere qualcosa da mangiare. Da quanto tempo non faccio la spesa? Ho campato degli ultimi rimasugli di cibo da asporto per un bel pezzo, non muore nessuno se ordino un’altra pizza. Forse il mio fegato. Rovisto nei cassetti, ciarpame infernale, stoffe lacere. Il signor denaro ha lasciato questi lidi da un pezzo, e io ho bisogno di lui. Sulla prepagata volano farfalle; il senso del dolore. Macero il disgusto per questa mia condizione, sono al verde e non me ne ero accorta, il gatto cerca di svignarsela il prima possibile. Qualcuno avrebbe detto: cibo d’emergenza che scappa dalla finestra. Ottimo, Penelope, sei un asso del risparmio, una dama del focolare, una povera e piccola merda sul cucuzzolo dell’esistenza.

Lei non mi ha pagato. Lei, la stronza dirimpettaia. È tutta colpa sua. Ora vado a chiederle i soldi. Ora vado. Sì, mi alzo, tutta compita, con gli arti secchi e la schiena dritta, le chiappe strette. Vado a dirgliene quattro, vado a gridarle i miei diritti (in nero). Vado e glielo dico. Mi pianto davanti all’ingresso e la mano si ferma poco prima di piegare la maniglia. Non ci vuole niente, devo solo aprire questa cazzo di porta e andare a bussare di fronte. È una sciocchezza. È una cavolata, ma sudo, eh, sì. Allora perché sudo? Fa caldo, non ho aperto tutte le finestre, l’aria non passa e sento un abisso pesante dentro di me, mi faccio di piombo. Magari un’altra volta.

Volpe ride alle mie spalle, il gatto è tornato solo per farsi beffe di me. State zitti, tutti!

Poi è come se qualcosa si fermasse, sento un tuono, un botto che si dipana dal basso e per tutto il corridoio oltre la porta. Non viene da me, è Fuori. Qualcosa urla. No, ti prego, no, non farmi male, ti giuro, sarò brava, ti prego. L’ultima invocazione è strascinata all’aria di questo spazio, sento la sua voce farsi più sottile e graffiata, la sento piangere, è come se la stessero picchiando. Sento forti i colpi sulla sua pelle. Qualcosa dentro di me si smuove, non so cosa, ma è una sensazione che ho già provato. Così spalanco la porta e con un balzo felino sono lì davanti. Batto i pugni, il gesso sulla sua porta e mugugno forte qualcosa, tipo: ehi, lasciala stare.

Passa qualche minuto di silenzio eppure poi lei apre. E c’è. Col volto tumefatto e gli occhi gonfi di pianto, ma è sola. È sola e mi dice: tutto a posto.