Cara Volpe, non cercare. Non guardare, non volere. È già un caso se sei viva, la tua vita è ormai un mistero. Cosa cerchi di ottenere? Tu non vedi, sei diversa. Guarda dietro: non hai coda. Il tuo pelo è tutto sporco, la tua voce tanto rotta. Le tue amiche stanno avanti, a osservare le tue pene. E di te si fanno beffe, tutte a ridere distanti. 

Se tu ancora ormai ci provi, al talento puoi puntare. Tu sei brava con le zampe, e le zanne hai fuori il muso, sai cercare, sai trovare, tante lepri per le fauci. Guarda guarda, ce n’è una, quatta quatta dietro l’erba. Prendi, azzanna, ormai è tua, e mostrarla potrai ora.

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Fu felice la mia infanzia, dopotutto. Non mi posso lamentare. A scuola andavo bene, mi veniva spontaneo studiare, e leggere. Leggere è sempre stato il mio rifugio. Nonna mi portava sempre qualche lettura da sgranocchiare, qualcosa di suo, che leggeva anche lei. Così per un certo periodo sul mio comodino c’erano Ragazzi di Vita e Harry Potter, I Malavoglia, L’Isola del Tesoro, La Noia, Lo Hobbit. Non che ci capissi poi danto da alcune di queste letture, ma mi aiutavano a distrarmi. Mamma non leggeva mai, non aveva tempo. Le medie erano arrivate con tanta fatica, anche se io, in verità, non avrei mai voluto crescere.

Era un fenomeno inutile, pensavo. Che sensazione strana, il corpo che si allunga, il bacino che si allarga, protuberanze che crescono dove non vorresti, acne, pelle grassa, peli e umidi umori, fiumi di sangue su lenzuola immacolate. Orrore puro. Spesso mi guardavo allo specchio e vedevo un’altra persona, un’altra me. Quella bambina si allargava e si allungava senza controllo, voleva segarsi le gambe, il bacino, le spalle. Così cominciò a fare sport, forse fin troppo. Voleva contenere, inglobare, ricompattare. 

Lunedì e Mercoledì e Venerdì atletica leggera, Martedì e Giovedì karate. Quanto era bello correre fino a farsi quasi stramazzare il cuore. Quanto era rinfrancante fare i kata, dare i calci ai pow, imparare nuove e complicate leve articolari. Anche tornare a casa con il naso gonfio dopo lo sparring lo era. Perché poi Mamma aveva una scusa per parlarmi della sua giornata. 

Ero alle medie e mi sentivo una roccia. Ora sono soltanto l’ombra sbiadita di quella ragazzina.

 

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Ho male al braccio.

Sopra i miei occhi il soffitto è blu, come Nonna l’aveva fatto ridipingere prima che venissi a vivere qui. La stanza è piccola, ma basta a contenermi. Un letto a una piazza e mezza, un armadio, una cassettiera con specchio, il balcone che dà sulla via laterale. Non mi affaccio quasi più. I piccioni ci avranno fatto un nido di merda. Mentre mi sveglio sento il sudore appiccicato ai miei vestiti del giorno prima, non so che ore sono, ma dall’esterno sembra esserci movimento. Una bici che passa, una madre che schiamazza chiamando il figlio piccolo. Gaspare! Si quieta poi in un istante, interrotta dallo strombazzare di una fiat panda che passa di filata. Qualcosa chiama. Sali marinu, accattativi lu sali chi ci voli. La nenia si ripresenta così ogni giorno, un uccello che grida al vento, il parlottare scomposto sul marciapiede. I bambini, che oggi vanno a scuola, tre anni fa erano ancora con i nonni, o tra le mura di casa a giocare, o alla materna a pasticciare coi colori. Qualcuno è anche nato quando io sono rimasta qui, qualcuno è uscito Fuori. Il soffitto è blu come il mio animo smarrito. 

Chissà com’era svegliarsi presto, avere un compito da svolgere ogni mattina, andare a scuola o a lavorare. Non lo ricordo più. Forse qualche alzataccia per raggiungere le aule affollate di Diritto Romano. Mamma voleva che studiassi quella roba, così ho fatto. O no. Il mio compito oggi è riuscire ad alzarmi dal letto. Che vita grama! Forse devo anche finire quell’articolo per le migliori ricette dell’Autunno 2014. Ho fame di pizza. 

Metto un piede nudo sul pavimento. La mattonella è gelida e io tremo. Non sono adatta a stare in questo mondo. Questo mondo è un abisso che ogni giorno mi fa affogare e i giorni mi scivolano via dalle mani, freddi e ormai distanti. Cosa ero prima ormai è lontano. Ero una bella persona. Forse, sì, no. Ero una persona diversa, capace di sognare, capace di amare, capace di provare emozioni. Le emozioni non sono più mie, non fanno più parte di questo corpo inerme, sono il vento che è rimasto dopo il tifone estivo. E in fondo vorrei diventarlo, quel vento. Come nuvole sul cielo di ciani, vorrei sparire e sfilacciarmi, vorrei gridare. 

Ammazzata dalla pioggia, sento il mio petto chiudersi, non respiro, non vivo. Porto una mano su quel vuoto che comprime la mia carne, le costole si stringono e artigliano il cuore e i polmoni. Respiro, non respiro, butto aria, la ricaccio dentro. Comincio a graffiarmi la faccia. L’aria mi erode la gola e la testa gira, davanti ai miei occhi i colori si sfumano, le forme non esistono. Così porto la mano buona alle ginocchia, le ginocchia contro la pancia, il petto. Dondolo sul letto per riuscire a contenermi, ma l’ossigeno non passa. Le orecchie fischiano in suoni distorti e terrificanti, davanti a me passa qualcosa. È come una sagoma, una faccia bianca. È un attimo, una sola frazione di secondo insignificante, eppure la vedo, e grido. Grido con tutte le mie forze. Finalmente è tornata. Respiro, sì, respiro. 

Il suono che odo subito dopo essere riemersa è un trillo lontano che si fa sempre più insistente. Continua così da tanto tempo, ma non me ne sono accorta prima. Suona suona e poi bussa. Due nocche ben piazzate sul legno della porta. È il campanello.

Quando piano mi alzo è come se fossi tornata da un lungo viaggio in treno, un Frecciarossa. Uno Shinkansen. Un giro della morte sulle montagne russe. 

Apro ancora stordita.

Sono venuto a portarti dal medico per l’ingessatura, ansima.

Suonavo da mezz’ora, credevo non ci fossi, ma poi mi sono ricordato. Tu non esci mai, dice.

No, io non esco mai.