Senti senti, cara Volpe…

Senti senti, cosa scrivo? Duecento pagine di questa schifezza e sono ferma da un anno. Chissà chi ancora la legge. Non mi arrivano più notifiche da qualche mese, si saranno tutti stancati di aspettare me. E ci credo! “Fosca”, che razza di nickname del cazzo mi sono scelta, ma a cosa stavo pensando? Le parole ora ce le ho tutte in testa, eppure non escono fuori, non riesco a metterle dentro la tastiera. Che strana cosa. 

Aspetta, aspetta, ce n’è uno che chiede. 

»Enzo: Ehi, ciao, non aggiorni da un po’. Tutto bene?

»Fosca: Sì, scusami, sono in un periodo allucinante al lavoro, ma conto di finire il capitolo per la prossima settimana. Mi dispiace doverti fare aspettare ancora.

Mentre chiudo il pc con una sola mano mi si para addosso un senso di colpa incolmabile, la scrivania è piena di scarabocchi. Disegni appallottolati, qualche schizzo di personaggio. Volpe mi saluta col muso affilato, gli occhi rossi e indagatori, è lo stesso disegno che ho allegato nell’ultimo capitolo. Sembra il tratteggio di un bambino, eppure è così che lo volevo. 

Ehi, merdina, mi chiama uscendo fuori dal foglio. Ho la testa pesante tra le braccia, il corpo adagiato sul piano, lo guardo distratta mentre quello si mette a fare un fracasso infernale con le mie cose. 

Hai giurato. Hai giurato che avresti finito la storia. Sei lenta, vergognati. Mi hai lasciato in mezzo al bosco da solo. Ah, che fine avrà fatto Ermellina?

Dai, ti ho detto che prima o poi la finisco.

Me lo hai detto sei mesi fa.

Sì, è vero, e prima o poi la finirò.

Quando, eh? Quando sarai già sotto terra? Ti ho vista, sai, l’altra volta, non credere di potermi fregare così. Tu non…

Suona il campanello, ma non aspetto nessuno. Sarà la posta? Il libro della Allende? Oh, ma sì, la vicina. La vicina deve pagare l’affitto del mese.

Arrivo.

Anche perché sto agli sgoccioli.

Cammino a passo svelto, la mano libera la catenella dal binario, apro la maniglia in modo naturale. È tardi, è già il tre, dico a testa bassa, ma lei non c’è.

Scusami, sono passato a vedere come stavi. Disturbo, chiede Cappellino Rosso. Ancora lui. 

Sto bene, grazie, stavo lavorando.

Ah, ecco, mi spiace averti disturbata. Ti ho portato, ehm, ho portato del pollo. 

Alza la mano mostrando con uno sguardo ebete la busta bianca e gocciolante di grasso, in cui l’immagine grottesca di un polletto giallo alza il suo pollice opponibile ricavato dall’ala. L’odore di carne arrostita e spezie inebria le mie narici e quasi mi sento svenire. Arraffo la busta con la mano buona e guardo dentro come un animale affamato. Lo scruto coi miei occhietti da procione, ha i vestiti spiegazzati, una giacca a vento, i capelli tutti bagnati di pioggia. Si dev’essere fatto una bella corsa, e ancora bussa alla mia porta e mi offre del cibo. È avvelenato?

Io, eh, sei sicuro. Sì, insomma, ho visto che non avevi niente in dispensa e così. Così che, i soldi ce li ho, te lo pago. No, no, figurati. Allora grazie.

Annuso la preda e già non resisto. Fanculo, ho troppa fame. Con la testa ancora dentro la busta cammino verso la mia stanza, mi siedo in terra appoggiata alla parete. Quando tocco l’estremità della coscia di pollo la mia mano si unge, il grasso penetra nei miei polpastrelli. Azzanno il volatile assaporando la sua carne polposa, aglio, rosmarino e pepe risalgono con una zaffata, sotto la lingua il sale mi inonda, il sapore arriva e riempie la bocca tutto insieme. Sento interi universi crearsi dentro al mio palato e tutto si inonda d’oro, l’oro di questa pelle croccante e deliziosa. Deglutisco e mi lecco le labbra, ancora famelica.

Lui mi vede. Non mangiavo qualcosa di caldo da chissà quanto. Lui mi vede. Il tempo si ferma dentro al mio stomaco, il cuore rallenta, non sono più sola, non adesso. Lui mi ha vista. Con le mani ancora impiastricciate mi alzo di scatto e lo punto coi miei occhi di quercia morente. Mi hai vista?

Non sembra però osservarmi davvero, guarda avanti sulla scrivania scombinata. I  fogli, che a me appaiono come scarabocchi, per lui celano un segreto primigenio, un tesoro nascosto.

Li hai fatti tu, chiede. Sì, sono i miei person…

Mi guarda. Lo guardo. Tu sei “Fosca”, quella Fosca. Non è vero. Non è vero! È un anno che aspetto il nuovo capitolo. In… in che senso. Si avvicina e mi punta gli occhi da assassino addosso. Tu devi scrivere, scrivi, mi dice scrollandomi le spalle. E io rimango lì come un sacco vuoto a farmi shakerare. E a te che importa, chiedo esasperata, scostandogli le mani, cerco di non dare a vedere il mio disagio, guardo di lato. Mi importa perché la storia mi piaceva… mi piace, ti ho pure scritto un commento l’altro giorno, hai visto. Ho risposto. 

Quindi sei Enzo.

Zeno.

Sì, Zeno. Puoi toglierti dalle scatole? Gentilmente, potresti andar via, grazie per il cibo.

Il cibo che il gatto sta cercando di sgraffignare infilandosi dentro la busta. Lo vedo e sbuffo tutto il mio malessere, tiro via il sacro alimento dalle sue unghiette affilate come rasoi e quasi ci azzanniamo per quell’ambito bottino. Piccata, vado a conservarlo dentro al frigo: il mio tesoro. La bestia mi segue miagolando un: eddaaai. Non cedo alle sue lusinghe. 

Ehi, senti, ti serve un gatto, chiedo. Questo qui non caccia manco le blatte e non è nemmeno buono per il brodo, quindi accomodati. Lo dico ad alta voce ma lui sembra non avermi sentito, mi giro verso la mia stanza e Zeno non c’è. È già andato via, quindi. Meno male. Il gatto mi guarda alzando un sopracciglio di vibrisse. Dammi una scatoletta. La vita scorre come al solito, non c’è niente di nuovo.

***

Penelope.

Sentivo la sua voce arrivare da un luogo lontano, poi aprii gli occhi e lei era qui, non se n’era mai andata. Stava seduta sulla poltrona, le caviglie gonfie che cercava di tenere su uno sgabello, le rughe che erano molte di più di quelle che avrebbe dovuto avere. Niente capelli. Una volta erano così voluminosi, lucidi e mossi a coprirle le spalle, il volto morbido e raggiante, odorava di buono. Di saponetta. Ora la vedevo marcire in questo trono scomodo, i dolci occhi incavati tra le pieghe delle occhiaie, la carne che non aveva più. Sembrava si stesse disfacendo a poco a poco e io non potevo più afferrarla con le mie mani, la vedevo andar via. Mi inginocchiai con la testa sul suo grembo, sangue del mio sangue, cosa ti ha fatta imputridire? È un veleno che riempie le vene, corrode i tessuti, macina le ossa. Cosa posso fare per te? Cosa potrei fare per farti star bene? La testa mi girava e mi doleva, ero inerme, inutile, non servivo più a niente. La guardai andarsene e un filo di voce accarezzò le mie orecchie, accostai il viso. 

Il silenzio mi gelò lo stomaco, la vita andò via in un attimo. È tanto difficile venire al mondo, e tanto facile andarsene, avrei potuto star qui abbracciata a Nonna per il resto dell’eternità. Sarei potuta uscire e non tornare più. Sarei potuta rimanere in questa Casa, per sempre.