Cara Volpe, spesso hai pianto, per tua mamma, tu l’hai chiesta. L’hai richiesta nei tuoi occhi. Occhio a occhio la volevi, a guardare le tue cose. A guardare le tue lepri, zitta zitta tu sei stata. Tanto tempo certo hai perso, per cercarle, quelle prede. Cara Volpe, tu l’hai fatto, niente niente è più lo stesso. Cara Volpe, spesso hai visto. La sua inedia t’ha colpita. Guarda guarda, ora zitta, tutto questo non val niente. Lascia stare, cara Volpe, tu sei carne per i vermi.

Cara Volpe, cosa fai? Non cercare, non volere. Non provare ad affannarti. Ora, vedi, lei ti morde. Tu l’hai fatta indispettire.

***

Gialli erano i palloncini nella sala da pranzo, le candele profumate sul lungo tavolo laccato. Dentro la nostra piccola casa si udiva solo il suono della TV accesa e lo sferragliare delle stoviglie in cucina. Mamma stava preparando una bella cenetta, Nonna era seduta sul divano a leggere un libro, non la voleva mica in cucina, non in quella giornata speciale. Era il suo compleanno. Mamma aveva ventisette anni, adesso. 

Era alta come un pero, secca e bionda, gli occhi a mandorla ma severi. Non le somigliavo per niente. A volte mi guardavo allo specchio per cercare di visualizzare il volto di un padre che non conoscevo. Fronte larga e naso a patata: tutto qui. Forse anche solo per guardarlo un po’, stavo lì per ore.

La nostra dimora era splendida e linda come non lo era mai stata, ci teneva a far bella figura con i suoi colleghi. Aveva organizzato tutto: dagli inviti scritti a mano e in bella calligrafia, al menù raffinato a base di pesce. Il tonno fresco che guizzava dentro la bacinella, immerso negli aromi più deliziosi. Gli scampi che giacevano supini e allineati sulle teglie con le schiene ammollicate, pronti all’infornata. I polpi già lessati che si adagiavano molli sul marmo del piano, in attesa di essere addobbati di prezzemolo, carote e finocchio. Una grossa pentolaccia forata in cui chicchi di cuscus già incocciati attendevano di essere uniti al brodino della ghiotta.

Com’è buona la cipolla che si scioglie nell’acqua calda, e i miei sogni, che belli, sembrano di carta. Annusavo placida come un cucciolo affamato annusa la sua porzione. Guardavo la tavolata bianca, non una grinza fuori posto in tanto candore, lo scintillare delle posate così lucide e secche. Mancava qualcosa, qualcosa di ancora più bello, così presi un’arancia. Nonna distante, sorrideva. Erano rimasti una dozzina di stuzzicadenti sul ripiano, Mamma non vedeva, era occupata con la crema al marsala. Sezionai il frutto in due parti identiche e le appoggiai in due piattini diversi. Con gli stuzzicadenti infilzai entrambe le cupole di quel frutto colorato, sangue d’agrume schizzò il mio vestitino a fiori. I piccoli pomodori, sfere d’amore, s’impilavano adesso dentro a quella testa di porcospino assieme al basilico, alle olive nere e alle mozzarelle. Erano perfetti! Quali centrotavola divini per quella festa noiosa! Li misi, tutta contenta, sulla grande tavolata e chiamai Mamma a gran voce. Guarda, mamma, guarda cosa ho fatto, è un regalo per te, per la festa. 

Urlò come un cigno ammazzato e le mani portò ai miei capelli. Disgraziata, guarda cosa hai fatto, hai rovinato la tavola, e il tuo vestito, oddio. Non si spreca così il cibo, sai quanto mi è costato. Sai quanto ho dovuto spendere per fare bella figura. E ora che si fa. 

Tirava e tirava le mie trecce e io ingoiavo le mie lacrime speziate. 

Ferma, Alba, così le fai male. Supplicava Nonna, e lei si girava pizzicata. Non sono affari tuoi. 

Ora li mangi, Penelope. Li mangi tutti.

 

***

 

Ho fame.

Nella pancia vuota qualcosa gorgoglia e i crampi mi attanagliano. Non è stato questo a farmi svegliare. Che ore sono? 

La stanza è piena di cianfrusaglie e vestiti buttati alla rinfusa, non la pulisco da forse un mese. È così piena, ma vuota di calore. Le finestre sono chiuse come ho chiuso i miei occhi alla vergogna e al desiderio, mi guardo intorno e qualcosa mi vede, ma la sua coda è attorcigliata alla mia caviglia e il suo respiro è pesante. Ben svegliata.

Squilla il telefono. Può essere soltanto una persona in questo momento. Non mi va di rispondere, ma devo, so che devo. E non posso sottrarmi. 

Pronto. Tesoro, hai mangiato. Sì. Non è vero. Ho invitato la mia collega e abbiamo fatto la pasta con le lenticchie. Comunque, devi mangiare a orari più regolari, sai che ore sono. No. Sono quasi le otto di sera, ma dormivi, sì. No. E non rispondermi a monosillabi, mangia e pensa a Nonna che avrebbe voluto che tu mangiassi regolarmente tutti i giorni, fallo per lei. Che c’entra Nonna, adesso. Ho comprato nuove tendine per la tua cameretta, Carla si è sposata ieri, sai, ma perché non torni ogni tanto. Ho da fare. E cosa. C’è una bottega qui vicino, cercano commesse. Eh, capirai. Sì. Lucia, la tua compagna di banco, ha appena partorito, comunque, ora devo andare da un mio cliente, stammi bene, tesoro. Ciao. 

Mentre la cornetta si posa sento come un odore di cernia risalire su per il pavimento. Accosto la testa. Gli effluvi risalgono fin dentro alle narici e io mi spalmo, piano piano, sulla superficie liscia e polverosa. Sento del buono inondare il palato, la bocca farsi di un sapore avvolgente. Mi sento piena. Sono sazia di questo sacro cibo che mi riempie fin dentro ai muscoli, ora non ho più fame. Sto bene così. La bocca mastica una sostanza morbida e dolce, ci sono mandorle e cioccolato glassato all’esterno, non ha quasi più colore, l’ho trovata qui. Chissà quanto tempo avrà o da quanto tempo mi sarà caduta. Importa poco adesso. Il mondo è mio e mi appartiene, la Casa è mia e mi appartiene, io mi appartengo. Sono sola in tutto l’universo. 

Distinguo i colori del paradiso che mi sono creata, di blu e di ghiaccio, fino al soffitto. Guardo le mie mani, rami di vite. Livida cianotica in questa mia pelle. Sto bene così.