Davanti a me le pareti sono bianche, un chiarore che mi avvolge e mi ripara. Siedo sulla fredda lettiga, odore di alcool e pulito. Tremo, ma non so bene cosa fare. Il medico mi parla e non so cosa rispondere, non so cosa dire. Le parole escono titubanti dalla mia bocca. Per quanto tempo non articolo una frase completa? Per quanto e quanto tempo non ho parlato con qualcuno?

Se tocco qui ti fa male, chiede, apportando una leggera pressione sull’avambraccio. Non molto, dico. Se proviamo a ruotare, puoi, guarda, provaci, ti fa male, chiede ancora. E l’urlo strozzato che non trattengo risponde alla sua domanda. Non ho mai sopportato niente di più doloroso, penso. Non ci sono mai arrivata, non ci hanno mai provato. E forse non è poi così orribile. Ricorda, penso, volevi tagliarti le vene con una lametta. Che idiota.

Cosa ci faccio qui?

Mi agito d’improvviso, manco non m’avessero già vista. Cosa sono agli occhi di queste persone? Vesti sporche e scombinate, una faccia vuota, braccia e gambe rinsecchite. Sono una venticinquenne nel corpo di una vecchia barbona. Il cielo mi sembra grigio fuori dalla finestra, la testa mi gira e gira tutto anche dentro di me. Ricordo di aver vomitato e la nausea risale. Un cumulo di macerie sembra scuotersi dentro al mio stomaco, carne secca e rigaglie putrefatte, come se avessi azzannato la polpa di qualche strano animale, così, coi miei dentini da latte. 

Porto le mani a coprirmi il viso.

Non mi guardate.

Signorina, dovremmo mettere una stecca sul braccio, per farlo stare fermo, dice. Cosa si è fatta, è grave allora, è rotto, parla quell’altra voce che ho già sentito. Mi volto e vedo ancora lui, mi ha portata qui. Qui non ha più il suo cappellino rosso, Cappellino Rosso, e sembra che i suoi capelli non sappiano più che direzione prendere, talmente li ha per aria. Lo guardo. Mi guarda. Che cazzo vuoi, adesso? Non lo dico, ma vorrei tanto urlarglielo in faccia, e forse lo capisce perché abbassa lo sguardo come un bambino, si gratta la barba. Dai, non volevo essere così scortese. Non ho nemmeno detto nulla.

Entra una ragazza carina da quella porta bianca, capelli castani raccolti in una crocchia, occhi neri, indossa una tuta verde e potrebbe avere la mia età, ma lei è viva. Sorride. Sorrido. O forse è una bella smorfia. Ora ti sistemo il braccio, faccio piano, eh, tranquilla.

Mi fido, è tanto carina. 

Tranquilla.

Prende il polso con entrambe le mani e poi scatta. Sento di nuovo quella scarica elettrica dipanarsi per tutto il mio braccio. Urlo, forte. Sempre più forte. Non riesco a controllarmi. È come se un esercito di elefanti stia calpestando il mio arto mentre cento nani picchiettano i loro martelli da guerra sull’osso. Poi si ferma e il dolore scema a poco a poco. Stronza. 

In macchina guardo fuori dal finestrino. Non ci sono, non c’è niente, sono sola. Non c’è nessuno, il mondo non esiste, non esiste più niente. Mi rannicchio con le gambe sul petto, lui guida. Non dice, non parla, e forse è meglio così. Vorrei rintanarmi sotto terra, dentro il nero del mio Dentro ma sono ancora Fuori e il petto si chiude. Questa città è un’aliena, non è mia, non la conosco. Quei palazzi dalle facciate chiare mi guardano con occhi di finestre e bocche che divorano corpi ingessati, gli uccelli non gridano sui fili di rame. Manca l’aria. Qualcosa passa sui marciapiedi imbrattati di nero, sono sagome in movimento come sciami di vespe, sembrano andare tutte nella stessa direzione, ma il tempo passa in modo razionale. Ecco cosa succede quando il mondo mi passa Dentro. Dentro me non succede niente ma Fuori cambia tutto. Sembrano passati secoli. Trattengo qualcosa tra la gola e la faccia, gli occhi si imperlano di gocce trasparenti. Il braccio fasciato mi guarda come monito della mia imprudenza.

Lui chiede.

Tutto bene, mi sembri agitata. Non rispondo. Non devi preoccuparti, dice, una volta mio fratello si è spaccato il femore giocando a calcio ed è stato a letto sei mesi, il braccio guarisce in fretta, stai tranquilla. E poi sei giovane.

Ah, davvero? Non rispondo, la fronte appiccicata al finestrino, il mio sguardo vola.

Signorina, li hai diciotto anni, sì. Mi volto a fissarlo di scatto e uno strano bruciore mi erode lo sterno. Lo guardo con occhi pazzi. Cosa vuoi da me? Cosa? Non fiato.

Lui guarda la strada, non sembra averci fatto caso. Perché dovresti essere a scuola, continua, tua madre lo sa, chiede. Ha lo sguardo accigliato, le sopracciglia a spazzola che si acuiscono ai lati del naso. Appena arriviamo a casa la chiamiamo, eh.

Ho venticinque anni, dico, mentre le mie spalle prima tese ora si sciolgono. Lo guardo incredula. Il suo volto si fa di porpora.

Scusa. Eh. Eh eh. Ride in maniera nervosa, quasi non riuscendo a controllarsi. Hai la mia età, ride, che stupido. È che non li dimostri, sei così piccola. No, nel senso, volevo dire… hai una corporatura minuta. 

Una volta avevo un po’ più di muscoli, penso. Vabé, tanto tempo fa. Non fa niente, dico, non è il caso che ti scusi. Controllo le parole, una per una, come se uscissero fuori da una pressa. Conto fino a dieci prima di emettere fiato. Ho detto bene? Ho sbagliato un verbo? Poi lo guardo per ricevere una conferma, ma lui annuisce soltanto. Ho detto bene, sì.

Quando arriviamo il gatto mi aspetta davanti al portone, non se n’è mai andato. Mi guarda sospettoso coi suoi occhi affilati. Ce ne hai messo di tempo, piagnucolona. Ehi, vedi di fare meno lo spiritoso o niente più scatolette.

Con chi ce l’hai, chiede Cappellino Rosso, mi osserva con un leggero e bianco sorriso. Stupido gatto. Ci avviamo per le scale. Il felide ci segue e si infila quando subito apro la porta. Che rottura di scatole! Non fosse stato per Nonna non lo avrei tenuto.

Casa è rimasta la stessa, c’è l’ingresso col mezzotondo pieno di monete, il salone con ancora i mobili di Nonna, il divano lacero su cui il gatto si affila le unghie come passatempo, la TV che non si accende mai, odore di chiuso, quadri che non vedono luce. Stanze in un corridoio labirintico. La mia stanza. Non uscirò più da lì. Mai più. Ho scordato qualcosa.

Ehi, senti, se ti serve qualcosa, qualsiasi cosa, chiama. Io abito sopra la bottega, ci sto niente a venire. Ma non c’è nessuno in casa, chiede.

Abito da sola.

Ah, capito, beh allora…

Mi dirigo in cucina e lui mi segue per un po’, faccio finta di non sentirlo. Perché non se ne va? Ehi, senti, ti ringrazio per quello che hai fatto, per avermi portata in ospedale, davvero, ma ora, scusa, devo farmi il pranzo, non mangio da un giorno. O forse due?

Dentro al pensile c’è un barattolo di lenticchie, lo prendo con una mano e cerco di aprirlo, invano. Do un calcio a una sedia.

Lascia, faccio io, conclude aprendo lo scrigno di vetro. Devi tornare in ospedale per il gesso. Il medico ha detto tra una settimana. Ci vai sola, chiede.

Alzo le spalle, ma che vuole?

Senti, tu, Cappellino Rosso…

Zeno, dice.

Sì, Zeno (che nome strano!), Penelope. Io sono Penelope.

Piacere, Penelope.

Grazie, davvero, ma ora è il caso che tu te ne vada. Stammi bene, eh.

Faccio aria con la mano libera, lui indietreggia un po’ ma fa come gli è stato chiesto, va verso la porta. Non mi giro neanche. 

Vabé, allora ciao.

Ciao.

Sento schioccare dietro di me, piano piano, come se non volesse più disturbarmi. Si chiude.

Finalmente sola.