Senti senti, cara Volpe, nata strana tu lo sei. In un cesto, guarda guarda. Di serpenti, quel bel cesto. Intrecciato, guarda guarda, con le foglie tutto intorno. E vera Serpe t’ha morsa una, ora ora avvelenata. E per questo, senti senti, la tua coda certo hai perso. Che sfortuna, cara Volpe! Che disgrazia, poveretta! La tua mamma non ti vuole, i tuoi amici non ti chiamano. Cosa cosa tu farai? Guarda guarda, è uno sbaglio, tutto tutto. La tua vita è uno sbaglio. Bello bello. Bello grosso!

Such a lonely day.

And it’s mine.

The most loneliest day of my life.

Non ancora mi sveglio, la testa vaga in memorie che credevo di aver abbandonato. Poco fa, sì, poco fa ero sulla soglia. Stavo pagando. Non ho pagato bene, non come si deve. È davvero un orrore per me non fare la brava. Riga dritto, diceva sempre Mamma. Non che Mamma sia morta, lo dice anche adesso. Me lo ripete, da lontano, per telefono. E lei è un’avvocatessa integerrima. Una di quelle donne tutte acchittate e con la scopa al culo che, poverina, s’è fatta da sola e mi ha anche cresciuta. Da sola. Aveva vent’anni quando mi ha avuta: una storia fugace con un suo collega all’università. Non ha detto nulla a nessuno, solo a sua madre. Non ha detto niente nemmeno all’uomo che l’ha messa incinta. È sempre stata una ragazza molto diligente, studiosa, calma e tranquilla. Non ha mai dato problemi di alcun genere, diceva Nonna. Eppure quell’avvenimento, capitato come un fulmine a ciel sereno, ha avuto su di lei l’effetto di un incantesimo. L’ha destabilizzata, l’ha rapita, l’ha scossa dalla sua vita morigerata. È diventata un’altra persona, almeno per quel breve periodo di tempo. Per anni ho sempre pensato che avesse per forza battuto la testa da qualche parte. Non mi spiegavo come lei, così compita e ferma, nelle sue posizioni e nei suoi movimenti, potesse invaghirsi di qualcuno e lasciarsi trascinare nella passione amorosa. Per anni ho pensato a mia madre non come un essere umano in grado di provare sentimenti, ma come un contenitore d’affettività programmata. Nasci, cresci, ti riproduci, accudisci. Un involucro di accudimento.

Mi chiamo Penelope non a caso. Sono la proiezione fisica della sua santissima fedeltà a un uomo che, forse, non esiste. E come fedele proiezione ho dovuto adattarmi allo scopo che mi è stato imposto. Però, anche in questa cosa, ho fallito.

Dopo la mia nascita è stato sempre più difficile per lei. Ha finito con grandissimi sforzi l’università ed è pure riuscita a superare l’esame di stato per l’avvocatura. Devo anche riconoscere che è stata una madre molto attenta. Se non c’era l’asilo, la scuola o Nonna, lei mi portava con sé. Ci alzavamo ogni mattina alle sei in punto, mi lavava, mi vestiva, preparava per me la colazione e già alle sette e trenta eravamo in auto. Ho imparato fin da subito ad attendere pazientemente fuori dalle aule dei tribunali, a leggere in silenzio le affissioni, a non lamentarmi troppo, a non parlare con gli sconosciuti, ma soprattutto ho imparato a vagare con la mente. È una cosa che faccio anche adesso per distrarmi. Un’abitudine che non mi ha mai abbandonata e che è stata la causa di parecchi litigi e incomprensioni. Tutti coloro che incontravo nel mio percorso di crescita, in un modo o nell’altro, hanno speso del tempo per farmelo notare. Ma io no, non sono cambiata. Ci ho provato ma niente, sono sempre stata una testa per aria e credo che lo sarò fino alla fine dei miei giorni. Che non sono poi tanti.

Riga dritto, diceva Mamma. Chissà se lo pensa ancora adesso, chissà se me lo intima da lontano, in silenzio, come se anche questa volta potessi leggere nella sua mente, prevederne gli ammonimenti. Chissà se adesso le va bene questa mia condizione. Sì che le va bene. Sono docile, sono la creatura più integerrima di questa terra. Sono come mi voleva.

Ricordo un episodio particolare della mia infanzia. Avrò avuto quattro o cinque anni, ero piccola e nervosa come un giunco. Un’estate come le altre. Dovevamo andare a un pranzo organizzato da una sua collega e faceva un caldo bestia. Sul ripido acciottolato che distanziava la panda da quella villetta di campagna, Mamma mi teneva per mano e mi trascinava su. Avanzavo controvoglia e già stanca sollevando appena i sandali di gomma da terra. Il sole aveva scurito la mia pelle, allora sana, naturalmente brunita, e i morsi di zanzara tappezzavano come una costellazione le mie cosce rinsecchite. Avevo un cappellino di paglia, uno di quelli a falde larghe, giallino, con un ridicolo fiocco rosa sul lato destro. Da sotto il cappello e da sotto la frangia che non stava mai al suo posto, io guardavo Mamma. Era intenta in una delle sue pantomime di controllo. Le labbra strette in una piccola fessura sulla faccia e gli occhi concentrati chissà dove, al di là del sentierucolo. Anche quella volta aveva detto: riga dritto, fai la brava. O forse lo sto solo sovrapponendo ad altri ricordi. L’unica cosa che veramente mi distraeva era un braccialetto di plastica che rigiravo tra le mani. Uno di quelli con le pietroline azzurre che si vendevano nelle bancarelle e che Nonna mi aveva regalato qualche giorno prima.

La Collega di Mamma era una donna bellissima ai miei occhi. Aveva tra i capelli il colore del sole e tra le labbra un sorriso di zucchero. Sempre ben vestita e pettinata. Non che Mamma non lo fosse, ma la Collega riusciva a esercitare sugli altri un fascino particolare, soprattutto sui bambini. Sembrava una fata. Mi incantavo sempre a osservarla e, soprattutto, quella volta avevo la possibilità di conoscere la figlia, mia coetanea. La Bambina coi Codini. I codini della bambina erano biondi e lisci come i capelli di sua madre e aveva lo stesso sorriso di zucchero. La Bambina coi Codini aveva anche un papà che era giudice. Che strana parola, quella. E che strane figure che erano i papà. Tutti alti alti e con i baffi a spazzola. C’era un curioso fenomeno negli anni ‘90: quando un uomo si sposava e aveva il primo figlio si faceva crescere i baffi a spazzola. I baffi del papà della Bambina coi Codini erano rossicci. Tutti e tre vivevano in questa grande casa bianca, come quelle che si vedevano nella pubblicità.

La Bambina coi Codini mi portava nella sua stanza, grandissima, con tante bambole e costruzioni con cui giocare. Ma soprattutto la Bambina coi Codini aveva un sacco di gioielli (finti), perline, milioni di perline, miliardi di perline, collane, braccialetti. Uno uguale uguale al mio. Non so che mi prese, ma d’improvviso pensai che era come se in quel momento io, con quel mio braccialetto tutto uguale, potessi infrangere qualche regola. E allora lo sfilai dal polso e lo misi in tasca, di nascosto. Non ci pensai più per tutto il resto del pranzo.

La sorpresa arrivò qualche ora dopo, al momento dei saluti. C’eravamo messe a scorrazzare per il corridoio, io e la Bambina coi Codini. Mamma mi prese per il braccio. Dai, è ora di andare, diceva, ma io facevo un po’ i capricci. E allora, a dimenarmi a destra e a sinistra, quel braccialetto era finito per uscire via dalla tasca. La Bambina coi Codini si era subito messa a strillare, indicandomi, e la sua mamma mi aveva lanciato una strana occhiata. Non riuscii mai a decifrarla, allora, ma ancora adesso la ricordo benissimo. Era disappunto? Pietà? Desolazione? Sì, era soprattutto pietà. Per la vita di Mamma, per la mia, per la vita che sarei riuscita a condurre o per dove, con fin troppi sforzi, sarei riuscita ad arrivare. Senza regole, senza un soldo, senza un padre.

Riga dritto, fai la brava. Per tutta la vita.

***

Mi sveglio e come un lampo mi riaffiora quella frase tra le labbra. Urlo. La urlo a me stessa, all’aria di questo posto, a questa scatola in movimento che sobbalza a ogni scaffa. Apro gli occhi e vedo un soffitto bassissimo, finestre che muovono il paesaggio, un giaciglio a forma di sedile posteriore, una testa che sbanda davanti. E poi luce, luce dappertutto. Luce che inonda la mia pelle biancastra, che avvolge me, tutta me, che si spara addosso ai miei occhi da talpa. Brucia. Sento le orecchie fischiare, la testa che scoppia, suoni e odori che credevo di aver dimenticato. Sono Fuori.

Sento come comprimersi la cassa toracica intorno a cuore e polmoni, non riesco a respirare. Divento gialla, rossa, viola, da tutte le parti.

Eppure urlo, ancora più forte, quasi a grattarmi la gola, a far uscire il vomito, la bile gialla. Un bolo scappa e macchia i tappetini dell’abitacolo. Le pupille guizzano a destra e a sinistra. Un’auto, io dietro, un guidatore. Cappellino Rosso. Mi ha rapita, mi ha sottratto dalla mia Casa, ha voluto costringermi a lasciarla. È una punizione, una tremenda punizione per la mia condotta disonesta. I cinquanta centesimi, non ho fatto in tempo. Ti prego, lasciami stare, riportami dentro, portami dentro. Urlo e mi dimeno. Lui quasi sbanda, accosta per farmi smettere. Si volta a guardarmi terrorizzato e finalmente vedo la sua faccia per la prima volta. Ha il viso di un bambino spaventato anche se, dalle piccole linee intorno ai suoi occhi di un ceruleo che non riesco bene a decifrare, potrebbe avere benissimo la mia età. Si calmi, signorina, è appena svenuta, mi dice. La porto all’ospedale.

Io scuoto la testa e il dolore arriva dopo, arriva tutto. È come una scarica elettrica che parte dal gomito e si dipana per tutto l’avambraccio. Un grosso martello pneumatico sta picchiando sull’osso. Ho il braccio rotto e sono Fuori. Sono Fuori.