È l’autunno la stagione migliore per morire. L’autunno dove l’aria diventa lieve, passa addosso che nemmeno la senti e ascolti solo il respiro della pioggia. L’autunno che infiamma le foglie, i miei occhi, i capelli. Annuso il cielo carico d’acqua e mi sento bene, sento una corrente che sinuosa si muove dentro di me. Non ho paura. Ora non ho paura di lasciarmi.

Così vedo il gorgo chiamarmi dentro, mi attira come un’amante misteriosa ai suoi piedi di gelo. Il vento è una sciarpa di ghiaccio dietro la mia nuca, lì dove la vita inizia e la vita finisce, e dove il tempo ha smesso di danzare. Due minuti ancora e l’avrò già terminato: non me ne resta che un’innocua manciata a ballarmi nello sterno. Eppure adesso ne vorrei un po’ di più. Un po’ di più per guardarmi intorno e guardarmi indietro. Indietro però ho lasciato la cenere. È passato un anno da quella volta in cui tutto è iniziato, ma ancora mi sembra ieri.

Cosa stavo facendo?

Mi vedo proprio ora. Sono lì in quella Casa che è la mia gabbia, una bella, bellissima gabbia. Fossi rimasta un altro po’ in più non saremmo arrivati a questo punto. Ma ormai è tardi, sono già morta. Sì, dicevo, la Casa. La Casa è anche la mia fortezza, mi ripara dal freddo e dalle persone curiose, mi fa respirare. La Casa mi protegge dal Fuori. Il Fuori è nero, di un nero agghiacciante. La Casa è luce. La Casa ha le finestre sbarrate. Il Fuori vive di ricatti, di mostri e di artigli. Il Fuori non è lì per me e io non sono lì per lui. Non ci sono per lui da tre anni. Da tre anni ho lasciato il Fuori per vivere dentro, dentro la Casa e dentro di me.

Qui ho solo me, io e i miei pensieri. Io soltanto se non contiamo quella specie di gatto informe che ho ereditato da Nonna assieme alla Casa. Lui non ha nome o forse lo aveva. Ma adesso non ha nome perché non sto di certo a chiamarlo. Se ci penso anche io sono una donna senza nome adesso. Non mi chiama più nessuno. Un vero peccato perché il mio nome mi piaceva tanto. Penelope. Penelope sa di lepre, di fumo e arrosto, sa di inchiostro nero. Penelope vive in questa Casa, punto.

Sono sola da tre anni. Da tre anni ho lasciato il mondo per stare raccolta con me stessa. Il mondo mi ha fatto male, ha logorato la mia pelle, mi ha sfidata, ha lacerato i muscoli, il fegato e il cuore. Non metto un piede fuori dalla soglia, non vado a fare una passeggiata al parco, non prendo i mezzi pubblici, non guido, non vado a fare la spesa, non mangio al ristorante o vado a fare shopping. Non mi taglio i capelli dalla parrucchiera, non corro in ufficio o all’università, non metto piede in ospedale, non vado dal medico. Non ballo, non canto, non parlo con nessuno. Perché in fondo qui ho tutto quello che mi serve. Sto bene così.

Sono Penelope, un quarto di secolo, e qui sto bene. Se voglio fare una passeggiata mi basta percorrere i centoventi metri quadri del mio appartamento, se voglio guidare un’autovettura c’è GTA, se voglio fare la spesa mi basta ordinarla per telefono. I miei vestiti sono sempre gli stessi da tre anni, ma poco mi importa dato che da qui non uscirò. L’unica volta che esco è per andare al bancomat dietro casa, ma ci vado di notte così nessuno guarda. I capelli me li taglio da sola, non è troppo difficile, e se mi viene la febbre mi basta stare sotto le coperte, prendere una pillola e aspettare che passi. Non ho bisogno di nessuno. Nell’appartamento a fianco, ora di mia proprietà, abita una ragazza che mensilmente mi passa un affitto di trecento euro. Certo, bastano appena per le bollette, ma riesco comunque a non morire di fame. Delle volte cerco di arrotondare scrivendo articoli per alcuni blog. Mi pagano meno di un centesimo a parola per riempire una pagina bianca di consigli inutili o ricette di cucina. Un minestrone di merda condito di cavoli e retorica. Sto bene così.

In ogni caso scrivere mi riesce bene, forse è proprio l’unica cosa che so fare. Ho pure provato a costruire un romanzo una volta, giuro, ma era talmente ingarbugliato che ho perso completamente il filo della storia e l’ho lasciato lì a marcire in qualche angolo del desktop. Parlava di una Volpe assassina che diventa vegana dopo essersi innamorata di una affascinante Ermellina. Una bella idea, sì? Eppure mi sono bloccata da un anno. Congelata, kaputt. Chissà se riuscirò a finirla prima o poi, il tempo di certo non mi manca. Eppure sembra esaurito da sempre. A volte la vedo, sapete? La Volpe. Mi compare in sogno, sotto la doccia o mentre guardo la tv. Mi appare mentre sto mangiando o scrivendo un articolo e mi esorta a completare la storia prima di venire dimenticata. Provo una gran pena, davvero, a saperla intrappolata in quel romanzo. Però non ho voglia di continuare né possiedo l’ispirazione giusta al momento. Anche io come la Volpe sono intrappolata, ma l’ho deciso da sola. Il mondo è fatto di gabbie, piccole e grandi, e siamo tutti incastrati l’uno dentro l’altro. Gabbia grande che mangia gabbia piccola, come una matrioska. Sto bene così.

Mi passa il tempo come lame ritorte, in questa casa. Mi passa e non me ne accorgo. Quando apro gli occhi possono essere le sei di mattina o le quattro di notte, le giornate si allungano. Non capisco quale sia il sole e quale sia il buio alle volte, alle volte mi sento malata. Non mi alzo dal letto. Non mangio per ventiquattro ore, non mi lavo i capelli, non faccio nulla di nulla. Alle volte bussano, sì, dall’altra parte. Toc toc, sulla porta. Guardo dallo spioncino: è la ragazza a fianco, prendo i soldi, chiudo, non saluto. Bussano di nuovo, toc toc. Il pacco da Amazon è arrivato: i manga di Devilman, prendo, chiudo, non saluto.

Fuori si sente lo scalpiccio frenetico degli Altri che vivono. Gli Altri non sono me. Sono persone incanalate nel flusso, incasellate, incastrate perfettamente nel tessuto sociale. Io ho abbandonato quel flusso da tanto tempo, forse da prima di chiudermi in Casa. O forse non ci sono mai entrata. Forse la gabbia l’avevo già. Sto bene così.

Mi passa la vita e non me ne accorgo. Certi giorni potrei stare a guardare tra i buchi della serranda finché non mi addormento, o leggere finché non mi addormento, o giocare a League of Legends finché i miei compagni non mi urlano attraverso le cuffie. È gente che una volta frequentavo nel Fuori, e altri che non ho mai visto. Di alcuni conosco solo la voce. Certi sono anche stranieri. Il mio inglese fa schifo e l’ho imparato su Discord. Sto bene così.

Il Fuori oggi è una lastra di grigio, liscia e informe. Le foglie degli alberi secchi cadono con apatia, morte dalla noia. Passa uno studente nervoso, una macchina bianca. Passa il gatto, salta e gratta sulla finestra, lo faccio entrare, chiudo. Oggi il cielo non ha nuvole, è una di quelle giornate in cui si potrebbe andar Fuori, in cui si potrebbe vivere. Per davvero. Oggi voglio morire. Ci ho pensato tanto negli ultimi mesi, ci ho pensato da qualche anno. Ci penso in continuazione. Vivere dentro mi è soltanto servito a prolungare la mia agonia, vivere dentro non è vivere. Ma io sto bene così.

Oggi me ne andrò. Guardo il mio riflesso nell’acqua della vasca che ho preparato: capelli lisci e sottili, scuri come le quercie, pelle secca, occhi che sono baratri. Non ho più forme. Mi infilo dentro tutta vestita. L’acqua calda rilassa le mie spalle contrite, i seni piccoli come limoni, mi scorre attraverso e alleggerisce le mie colpe. È come stare avvolti in una placenta, la testa rimane a pelo, vigile. È il mio unico contatto con la realtà. La finestra è aperta, il gatto può uscire ancora, lo vedo salire sul davanzale. Mi guarda con quei suoi occhi affilati e gialli. Cosa fai, mi chiede. Poi chi mi darà da mangiare. Vai Fuori, non mi importa, si prenderanno cura di te. Tu te la cavi, te la cavi sempre, io no, io sono già morta. Mi inabisso.

I miei polpastrelli tastano la lama che è sul bordo, sento una scarica elettrica attraversarmi il braccio, la afferro senza farmi male, con delicatezza, come se fosse l’ultimo atto di riconoscenza verso questo mio corpo stanco. Il dito trema lisciando l’affilatura, mi serve solo un taglio, forse due, lì lungo i rami di vene dell’avambraccio, e il fiume uscirà tutto intero. Rosso cupo come una rosa. Il mio corpo galleggerà in questo lago di fiori, sarò bellissima. Sto bene così.

Toc toc, di nuovo la porta. Non possono, non possono trovarmi o mi salveranno, io mi salverò. E non voglio. Esco di corsa, quasi scivolo con i miei piedi bagnati, mi aggrappo agli asciugamani, me li avvolgo addosso come fossero coperte, due metri e sono già sulla porta. La finestra dello spioncino si spalanca sul mio occhio nudo: un cappello rosso, Bottega di Mario. È la spesa, non ricordavo di averli chiamati. Apro una fessura appena sufficiente per metà del mio viso. Non ho ordinato niente, dico. Oggi niente. C’è l’acqua, signorina, ieri ero  con la moto e non l’ho consegnata, non potevo, ricorda. Sì, dico, la poggi pure lì fuori, poi la prendo. Poi. Sono due euro e cinquanta, non paga la consegna. Prendo la manciata di monetine che è lì sul piattino nel mezzotondo, nemmeno le conto e le metto in mano al ragazzo delle consegne.

Lui le afferra piano, come se avesse paura di sfiorarmi le dita. Sono un animale selvatico agli occhi degli Altri. Gli guardo il pugno chiuso, sono mani grandi, le unghie corte leggermente ricurve all’insù. Sono carine. Chiudo la porta, arrivederci. Sento i passi che si allontanano sulle scale, il portone è sempre aperto e non lo chiude mai nessuno, entrano i cani a ripararsi dalla pioggia. Mi guardo la mano: cinquanta centesimi. Porca merda. Ehi, ragazzo, ho dimenticato i cinquanta centesimi, mi scusi. Ehi, mi scusi, può risalire. La mia voce sottile non attraversa la porta, lui non può sentirmi. Da dentro il petto si ode una eco di tamburi, una tromba d’aria che mi chiude la pancia. I cinquanta centesimi, i cinquanta centesimi. Io sono corretta, io pago, io non sono una ladra, penso. Penso e la mente mi si annebbia, le parole vagano le une sulle altre, uno sciame di lettere insensate. Centesimi, soldi, pago, scorretta, non lo puoi fare, riga dritto, riga. Spalanco la porta che cigola rumorosa. I cinquanta centesimi, balbetto.

Lui si volta a guardarmi, la bocca spalancata, è spaventato, è come se avesse visto un fantasma. Rimane lì sulla soglia del portone, Cappellino Rosso. Avanzo leggermente. I soldi, dico, io pago sempre. Lo so, mi risponde. Noto un tremito nella sua voce, non vedo i suoi occhi. I piedi senza scarpe toccano il pavimento del pianerottolo, ma quando scendo il primo gradino perdo l’equilibrio, l’acqua sulla pianta mi fa scivolare. Attraverso la rampa di culo, saranno tre metri. Ma poi il corpo va avanti, la faccia per l’aria. Così frappongo un braccio per non tagliarmi sugli spigoli. È peggio, e di molto. Sento un toc come quello sulla porta ma più forte, non capisco nulla e cado riversa. Quando il dolore si propaga lungo l’arto me ne accorgo quasi in ritardo, osso rotto, svengo. Sto bene così.