La voce rimbalzò sulle bianche pareti della sala cilindrica e Moyson il Compositore seppe che anche i suoi fratelli avevano aperto gli occhi.

Il loro amico li guardava dal basso. Il fatto che fosse avvolto in un mantello consunto lo rendeva più simile all’immagine di Cardinale che Moyson aveva nei suoi ricordi individuali, piuttosto che a quella delle visioni. In queste ultime, il capo delle spie non sembrava proprio se stesso: una figura ingrandita da vesti ampie, bordate d’ermellino.

La risposta venne dal balcone accanto a quello dove si trovava il Compositore.

«Anche se già lo intuisci, Cardinale, ci tengo a dirti che venendo qui hai esaudito un mio intimo desiderio.» Cordis tese le braccia oltre il parapetto e la piattaforma sotto i piedi dell’ospite si staccò dalla parete. Il balcone fluttuò verso di loro con un movimento obliquo-ascendente. «Nutrivo tale desiderio da molto prima che la catastrofe avesse luogo. La nostalgia era cresciuta a dismisura dall’ultima volta che sei venuto qui e volevo vederti con i miei occhi materiali.» Concluse e si trovarono faccia a faccia, la Misericordiosa e Cardinale.

L’ospite baciò Cordis sul dorso della mano delicata, quindi fece un passo indietro e abbassò lo sguardo. Era malinconia quella che ora si vedeva sul volto dell’amico? Il Compositore non ci era abituato.

«Temo che…» Cominciò a dire Cardinale.

«Tutti temiamo.» Al di là della Misericordiosa, il Giustiziere pareva una statua scolpita a partire da una pietra bronzea; i lineamenti squadrati rafforzavano quest’impressione. «Qual è la natura dell’entità estranea? Istruiscici, vecchio compagno. Noi abbiamo fatto delle ipotesi.»

In meno di un attimo, l’inclinazione alla praticità di suo fratello li aveva portati al punto della questione. Moyson non poteva lasciar passare, non questa volta. «Suvvia, Iustus!» Disse. «Non cominciare con la solita sequela di domande! Cardinale è venuto per parlare con tutti e quattro, non solo con te. Forse i tuoi anni non ti sono bastati per capire che il nostro amico non starà mai alle tue regole?»

Sotto i baffetti di Cardinale era comparso un sogghigno. Ecco l’immagine dell’uomo che il Compositore aveva conosciuto!

Iustus emise un mugugno, ma non accennò al minimo movimento. Rimase lapidario.

«Nostro fratello sarà anche stato brusco», Gnonor lanciò un’occhiata alla sua destra, «però ha posto il quesito che negli ultimi giorni tormenta tutti e quattro.»

«Le visioni ci hanno mostrato fosche sagome in movimento», disse Cordis all’ospite. «I vacui contorni di esseri colossali sotto un cielo verde. Trascenderne la natura ci è impossibile, perché non appartengono a Ystoriel.» Quell’ultima parola non produsse eco, come se fosse stata pronunciata in aperta campagna.

«Gli Angeli», disse Cardinale. «Così furono chiamati quando invasero il mondo per la prima volta. Si tratta di creature ultraterrene che corrompono e annientano ogni cosa, nessuno sa per quale motivo. Ciò nonostante, diverse teorie si sono fatte strada nella mia mente.»

Gnonor fece un passo verso il parapetto. «Anche nelle nostre. Tuttavia appare chiaro che, almeno in questo momento, la ricerca delle soluzioni sia la cosa più importante.»

Cardinale annuì. «In primo luogo, il portale da cui sono venuti deve essere chiuso. È questo il motivo per cui sono venuto qui: il potere per compiere ciò non risiede che negli Ascesi. Le Cronache dei Savi riferiscono che, durante la prima invasione, il portale fu chiuso dagli Antichi Dèi, ma poiché essi sono ora morti, non possiamo far altro che adoperare la magia intrinseca del mondo, che voi sapete canalizzare.» Tacque, e il silenzio regnò per dei secondi lunghissimi dopo che la eco si fu dissipata.

«Parla chiaro, compagno.» Iustus scandì le parole sempre immobile, a capo chino, ma Moyson notò che i suoi occhi si erano accesi di una fiamma azzurra. «Tu vuoi che noi partiamo per chiudere un portale lontano miglia e miglia da qui. Non ci tireremo fuori da ciò, anzi, percepisco la determinazione rafforzarsi nell’animo dei miei fratelli. Eppure, non hai accennato all’eliminazione di queste creature.»

«Non spetta a te quel compito, Iustus», disse Cardinale, la fronte aggrottata. «Ci sono fatti di cui nessuno di noi cinque può avere certezza, essendo accaduti secoli e secoli prima della nostra venuta al mondo. Ieri, in concilio, il Savio Gatto Mewlbert ha confermato la veridicità delle leggende riguardanti Gohtzorn, il Dio dell’Ira. Pare che, con l’arrivo degli Angeli, un’antichissima forza si sia risvegliata in alcune persone.»

Quelle parole colpirono Moyson nel profondo. Lui aveva condiviso con i fratelli la stessa ipotesi che ora Cardinale diceva corrispondere alla realtà. Nessuno amava tanto quanto lui le vecchie storie, fonte d’ispirazione per gli artisti di tutte le generazioni. Cordis gli lanciò un’occhiata che diceva “ci hai visto giusto”.

«Partiremo subito alla volta del portale», disse il Giustiziere. «Ma non ti assicuro che dopo averlo chiuso lasceremo il lavoro pesante alle persone cui fai riferimento.»

Il rimprovero di prima si era rivelato vano contro l’indole dominante di Iustus, le cui parole non suggerirono nulla di buono a Moyson. «Non parlare a nome di tutti e quattro, Iustus.» Disse il Compositore. «Non ti rendi conto della perdita che subirebbe il mondo se anche uno solo di noi quattro dovesse morire?»

«Pensa agli Asgailiani che ogni giorno ti volgono preghiere.» Si poteva percepire un tremolio nell’intonazione della Misericordiosa. «Non puoi tradirli per il tuo orgoglio!»

Iustus voltò il capo a sinistra. «Gnonor, tu cosa ne pensi?»

«Gli Dèi Ciclici sono morti, e senza di noi non ci sarebbe più speranza per la vita in questo mondo.» Il Druido scosse il capo riccioluto. «Non condivido le tue intenzioni Iustus.»

«Meglio così», disse Cardinale.

A braccia conserte sul suo balcone, il Giustiziere rimase in silenzio per tutto il resto del confronto. Non vi era dubbio che, sotto le palpebre calate, gli occhi azzurri continuassero a fiammeggiare.

Moyson ebbe un brutto presentimento.

* * *

Il mare aveva catturato il verde del cielo.

A Gnonor parve di trovarsi di fronte a uno sconfinato acquitrino, pur senza vegetazione a giustificare quella tonalità. Sebbene mancasse meno di un’ora a mezzogiorno – il momento propizio per ciò che volevano fare – era possibile guardare il sole senza esserne abbagliati, tanto era pallido.

«E se l’incantesimo non riuscisse?» Gli occhi ambrati di Cordis erano persi sui flutti.

«In quel caso ci tocca rubare una nave», disse Gnonor. «Ma prima vale la pena tentare con il metodo che ci consente la maggiore rapidità.» Scambiò un’occhiata con suo fratello Iustus e con il capo accennò alle rocce sulla spiaggia. «Prendi quelle con la superficie più levigata.»

Il Giustiziere rispose con un mugugno di assenso e s’incamminò giù dal pendio. Anche l’armatura bianca di Iustus, come il mare che faceva da sfondo alla sua figura, sembrava aver assorbito il colore maligno che tutto sovrastava.

In quel momento, Gnonor temette che fosse troppo tardi, e che la terra non avrebbe dato risposta o si sarebbe rivelata debole. «Su, prepariamo il rituale», disse infine, e si allontanò dagli altri due fratelli. Si fermò in un punto dove l’erba era molto rada. Con l’estremità inferiore del proprio bastone, si mise a solcare il terreno, facendo attenzione a non interrompere il tratto e a tenersi fuori dall’area del cerchio che andava descrivendo.

Iustus tornò con la prima roccia; la teneva in spalla, come un padre farebbe con il proprio figlio, in questo caso un bambino pesante almeno un quintale. Gnonor gliela fece posizionare sul perimetro della figura, in direzione nord e con la parte levigata rivolta verso l’alto. Le altre pietre furono disposte seguendo il senso orario dei punti cardinali: est, sud, ovest. Coperta la posizione occidentale, Gnonor cedette il bastone a Cordis. «Adesso tocca a te», le disse. «Tra tutti e quattro sei la più abile con gli arcani ideogrammi.»

Presero posto ognuno su di una roccia, puntando con il corpo e con lo sguardo verso l’interno della circonferenza; la Misericordiosa dava di spalle al mare. Ella tracciò simboli nell’area col bastone: ideogrammi formati da molteplici segmenti dritti. La terra non recepiva altro linguaggio che il proprio.

L’ultimo simbolo fu il più complesso da tracciare, perché si trattava dell’ideogramma sacro, ovvero il nome che la terra dava a se stessa. Esso, come tutti gli altri caratteri di quell’idioma, non poteva essere pronunciato da nessuno. Tuttavia, il concetto che esprimeva poteva essere tradotto con la parola “Ystoriel”.

Il braccio di Cordis si arrestò e con la testa fece un cenno a Moyson, alla sua sinistra.

Subito il Compositore pizzicò le corde del Liuto Dorato e intonò una melodia senza parole. In quel momento, l’obbiettivo non era più comunicare alla terra – cosa già fatta per mezzo dei simboli nel cerchio – bensì attrarre la sua potenza con le giuste sequenze di note.

Gnonor, Iustus e Cordis tenevano le braccia in avanti, puntando il suolo con i palmi delle mani. Il canto del fratello ispirò pensieri di cose semplici, ed essi furono pervasi da una piacevole sensazione, come se la pesantezza accumulata nei secoli fosse in gran parte volata via dalle loro menti.

Man mano che andava avanti, il tema si evolveva, e suscitava in loro sentimenti sempre più intensi. La voce di Cordis si aggiunse a quella del Compositore, quindi toccò a Gnonor e infine al Giustiziere.

Il tempo passò senza che loro ne avessero cognizione, e l’energia cominciò ad accumularsi nei corpi e a defluire in terra attraverso le mani. Gnonor sapeva che la tensione avrebbe comportato dolore e debolezza a incantesimo concluso, ma ormai non poteva sottrarsi dall’armonia e, se anche lo avesse voluto, gli sarebbe risultato difficilissimo.

Moyson arrivò a toccare note altissime, sempre accompagnandosi con lo strumento, eccezionale a dir poco per il tipo di suoni che emetteva.

Avvertirono degli scossoni, ma le rocce su cui si trovavano non tremarono: infatti, il movimento era limitato all’area circoscritta. I loro occhi socchiusi non colsero che l’offuscata visione di terra che si sollevava. La magia stava riuscendo.

L’interruzione del canto avvenne in modo graduale.

Il suono delle onde tornò a regnare, ma dovettero passare diversi minuti prima che Gnonor fosse capace di spalancare gli occhi.

A pochi passi da lui, un golem alto circa trenta piedi si stagliava contro il cielo verde. Nonostante tenesse il capo chino, esso non vedeva né loro quattro, né le zolle di terra rovesciate durante l’evocazione, perché nel volto di pietra non si aprivano occhi. Eppure, sulla sua fronte erano incisi gli stessi ideogrammi tracciati sul terreno da Cordis, ossia la richiesta di portarli al di là del mare.

Moyson tornò a pizzicare le corde argentate, questa volta restando in silenzio. La musica che uscì dallo strumento era come una continuazione del tema precedente, ma aveva perso il crescente senso di pomposità in favore di una calma pregna di malinconia.

Nota dopo nota, la scritta sulla fronte del golem diventava bianca, splendente di una luce sempre più forte.

L’evocazione si mise in ginocchio e prese la roccia di Cordis in mano, con la Misericordiosa su di essa. Lo stesso fece con il Compositore. Per raccogliere Iustus e Gnonor utilizzò l’altra mano a mo’ di pala, sollevandoli da sotto.

L’evocazione si mosse. Un passo in avanti, due, tre, e sotto i suoi piedi di roccia la terra si spostò a formare un rialzo. Difatti, l’incedere del golem causava l’innalzamento di montagne, le quali crollavano pochi minuti dopo che il Servitore della Terra se le lasciava alle spalle. I Quattro videro meglio gli effetti di questo fenomeno quando si trovarono all’altezza della spiaggia, girandosi in direzione del pendio e dell’entroterra.

I fondali marini si sollevarono per lasciar passare l’entità di roccia e, in questo modo, i Quattro poterono attraversare le acque che li separavano dal continente.

Sebbene non fosse più necessario, Moyson continuò a suonare il liuto. Le note della melodia si mescolarono al brusio dei flutti e li accompagnarono nel viaggio verso la notte verde.

Racconto di Simone Orticelli