L’alba.
Dalla caverna emanava un puzzo micidiale, quasi fosse la bocca spalancata di un gigante con l’alitosi. Sarebbe stato perfetto se la creatura che vi si nascondeva fosse stata fetida e basta. No, il basilisco sputava veleno e la sua rugosa pelle di rettile secerneva tossine in continuazione.
Beleia stava affilando il suo arpione sulla soglia dell’antro, il sibilo della cote sul ferro amplificato dalla grigia cavità. Larias lo udiva mentre si aggirava nel verde. Quando la mistica si era avveduta di essere a corto d’olio per la lampada, lo aveva mandato alla ricerca di rami secchi nel sottobosco. La primavera aveva rinnovato e riempito di vita ogni cosa, ma i rimasugli dell’inverno e delle stagioni passate rimanevano. Appena ebbe tanti rami da tenerli stretti al petto con entrambe le braccia, decise di fare ritorno.
Larias trovò la sua tutrice proprio come l’aveva lasciata, china sull’arma, i capelli scuri che sfioravano il ferro cadendo in avanti, quasi celando il suo viso puro. Certi, nel volgo, la scambiavano comprensibilmente per una dama, eppure si sbagliavano.
Non manifestava timore, anzi, quando lo vide avvicinarsi alzò il capo ed elargì uno dei suoi materni sorrisi.
«Bravo il mio ragazzo» disse con voce musicale. «Solo gli dèi sanno quanto è profonda questa grotta. Preghiamo di uscirne prima di metà giornata.»
“Preghiamo di uscirne e basta.” Non potè che pensare Larias.
«Sei agitato.» Era un’affermazione. Di rado Beleia aveva bisogno di porre domande.
«Questo ha ammazzato tanti uomini. Li ha avvelenati e li ha uccisi per mangiarseli…» Le aveva sentite le parole che erano uscite dalla bocca dell’oste il giorno prima, nel villaggio in cui si erano fermati a pernottare. La bestia aveva seminato il terrore qua e là nella zona. Ed era grossa, grossa quanto un carro sovraccarico di fieno, a detta del popolino. Tante altre storie orribili aveva udito nell’ultimo paio di giorni.
«…Una strategia che adoperano anche molti uomini, se ci pensi. E c’è una cosa che hanno in comune uomini e basilischi, lo sai qual’è?»
Subito ebbe una risposta inevitabile: «Muoiono?»
«Stai diventando perspicace.»
Se quell’indovinello scontato doveva tranquillizzarlo, ebbene, non ci era riuscito.
«Tu non devi far altro che mantenere la luce» riprese lei «quando ci rimane la metà dei rami, solo allora torniamo indietro, intesi? In ogni caso dobbiamo uscire con la sua testa.»
Larias sospirò.
«Va bene.» Dovette rassegnarsi, ma sapeva che lo avrebbe rimpianto.
Beleia gli porse la pietra focaia e l’acciarino.
Più ci si addentrava, più cresceva il tanfo. L’aria sapeva di sterco e di morte, ed era un fardello per il naso.
Beleia camminava davanti a lui per l’irregolare corridoio di pietra, un lembo del mantello che dondolava a ogni passo. Aveva fatto girare l’indumento attorno al capo, in modo da accorciarlo ed evitare strappi. Una cappa azzurra con strisce ondulate verdi. «I colori sono quelli del Nar» raccontava sempre Beleia, «il fiume che mi ha visto nascere, il più lungo e il più largo.» Le descrizioni che ne faceva suggerivano qualcosa di immenso, ma bisognava mettere in conto che, quando la sua tutrice aveva visto il Nar per l’ultima volta, era molto piccola. Larias avrebbe voluto constatare ciò che diceva con i propri occhi, ma era lontano, molto, molto a nord, e c’erano un sacco di battaglie da quelle parti.
A momenti c’era bisogno di scendere bruschi dislivelli stando accorti ad appoggiare i piedi. Altre volte ci si doveva arrampicare su qualche grossa roccia. In tutto ciò, l’umidità era onnipresente.
Adottarono mille precauzioni. Il metodo di illuminazione era decisamente scomodo. La luce era buona: accendevano due rami alla volta. Tuttavia, il legno secco si consumava presto e ogni volta dovevano fermarsi ad accendere due nuove fiamme, prima che le precedenti si estinguessero, per giunta. Decisero che i mozziconi di legno carbonizzato, che Larias disseminava dietro di sé, avrebbero indicato la via del ritorno. Questo a patto che non consumassero tutta la legna. Un’eventualità terrificante. Rimanere senza luce era l’ultima cosa che volevano, con quel mostro lì dentro. Beleia sapeva che c’era, lo aveva sentito. «C’è qualcos’altro in quest’aria» aveva osservato «Un alchimista ha fiuto per certe sostanze, ricordalo Larias.»
Spesso avevano avuto a che fare con il veleno di basilisco. Era tra le cose che la mistica comperava da un tale che chiamavano Il Guercio, quando si ritrovavano a passare per i Colli Verdi. Un fluido mortale, che non lasciava tracce nel sangue. Tuttavia, molti non sapevano che, se filtrato e unito ad altre sostanze, fungeva da ottimo rimedio per la febbre o anche da sonnifero. Larias si riteneva fortunato a conoscere queste cose.
Nella roccia si aprivano molteplici passaggi. I più erano visibilmente vicoli ciechi, altri invece li imboccarono seguendo il cattivo odore.
Due o tre volte, o forse anche di più, si ritrovarono a dover tornare indietro. Ciò accadeva quando notavano che l’odore si affievoliva o addirittura cessava di esserci, oppure quando scoprivano che un corridoio, profondo in apparenza, conduceva a un ennesimo punto morto.
A ogni angolo che giravano, Larias aveva la paura matta di ritrovarsi davanti il mostro con le fauci rosse di sangue, spalancate per sedarlo e divorarlo.
Invece, ciò che trovarono fu uno sbocco nella parete della montagna.
«Bene, se il basilisco è vicino ci servirà meno combustibile per il ritorno.» Proferì Beleia.
Uscirono alla luce del sole. A valle, la città di Troncone appariva come una chiazza grigia e marrone nella verde piana. La struttura che torreggiava sulle altre era il tempio, con i suoi quattro campanili bianchi. Una campana per ciascun dio. Di dèi ce ne erano un’infinità, ma quelli erano i più grandi. Grandi dèi li chiamavano.
Più in là, sulla sommità di un colle, Larias notò un’altra struttura, grigia e munita di torri. Era più tozza e meno slanciata rispetto al tempio, ma di certo molto più grossa. Beleia la indicò. «Il castello di lord Narugal. È lì che siamo diretti.»
Il momento soleggiato durò poco. Subito tornarono a immergersi nelle tenebre.
Proseguirono ancora per minuti indeterminati.
Fu all’ingresso di un’ampia apertura, l’origine di tutto il tanfo, che trovarono il basilisco. Avevano seguito il suono strusciante della massiccia coda sul pavimento di pietra e lo scroscio di acqua. Dietro la deforme massa verdastra che era il suo corpo, doveva esserci una grande pozza. Non riuscivano a vederla, ma solo così si spiegava la presenza del rettile.
Cosa comune trovare basilischi presso luoghi umidi. Beleia diceva che erano soliti fare il nido nelle paludi o sulle sponde di acquitrini e piccoli laghi, in modo da sorprendere uccelli e altri animali appostandosi sott’acqua. Solo che questo aveva deciso di appostarsi in una caverna, e che il suo pasto sarebbero stati gli uomini.
«Dannazione! È girato.» La mistica parlò con un filo di voce.
«Quindi?» Azzardò Larias, irrequieto. Adesso distingueva i battiti del proprio cuore.
«Quindi non posso accecarlo.» Lo disse come se rispondesse a se stessa. «Dobbiamo indurlo là dentro» Beleia alzò il braccio per prendere
l’arco lungo dietro la schiena. «Così che possiamo entrare e guadagnare spazio.» Sfilò un dardo dalla faretra.
Larias le afferrò il braccio «E se si volta e viene dritto verso di noi anziché entrare?»
«Persino i ratti sono più intelligenti di questi bestioni. Se non ci vede non sa che ci siamo, ci basta rimanere qui nascosti. E comunque sia, quando lo colpisco, fugge, stanne certo.»
Larias, invece, era certo che avrebbe seguito la fonte di luce, e che per loro sarebbe stata la fine.
Fu questione di secondi. Beleia incoccò, tese, lanciò.
Il dardo andò a conficcarsi nel molle ventre del rettile, le sue zampe anteriori e posteriori si mossero d’impulso. Larias non credeva che un corpo tozzo e appesantito come quello potesse muoversi con tanta rapidità.
Il basilisco si voltò per venire loro incontro.
Larias cominciò a pregare, mentre osservava la scena da dietro lo scudo roccioso. Non riusciva a distogliere lo sguardo, pur desiderandolo a ogni martellata del suo cuore.
Gli occhi della creatura. Se ne vedeva prima uno, poi l’altro, uno e l’altro mentre avanzava spostando il peso e la testa a sinistra e a destra per muoversi. Erano occhi gialli, due strette fessure aguzze per pupille.
Beleia non si lasciò sfuggire l’occasione. Si alzò, incoccò un’altra freccia, tese.
Ci fu un momento di silenzio e di gelida attesa. Il mostro si era fermato. Stava fissando Beleia, l’occhio rivolto verso lei. Scrutava per raccogliere l’informazione di intrusi nella sua tana.
Larias udì una parola: «Nar», quindi un repentino spostamento d’aria.
Ciò che vide fu rosso, poi la massa verdastra in preda a spasmi fu inghiottita dalle tenebre. Nel mentre, la grotta tremava tutto attorno a lui. Qualche secondo dopo, vide solo grigio, udì solo silenzio.
«Muoviamoci.» Fu un sussurro da parte della mistica.
L’alone di luce si spostò nel varco. Acqua, ossa e fetore: uno schifo immondo. In un angolo c’era un cadavere marcescente, la testa in acqua, un braccio era scomparso, le budella anche.
Quando la luce lo raggiunse emise un sibilo. L’occhio destro del basilisco era esploso lasciando il posto a un fiume di sangue. Le due frecce dall’impennaggio corvino parassitavano l’animale, che ora raccoglieva le forze al lato opposto dell’ampia grotta. Stava facendo strusciare la coda sul pavimento di pietra. Era nervoso.
Beleia incoccò e tese.
Il dardo mancò l’occhio, andandosi a conficcare appena sotto, non troppo in profondità: aveva beccato le dure scaglie.
La creatura si spinse in avanti con immensa furia.
“È finita.” Larias gettò un urlo. Si girò d’istinto per fuggire, lasciando cadere i rami.
Udì il tintinnio di catene, un’altro suono attutito seguito da un gorgoglìo.
Mentre correva a perdifiato, Larias sbirciò indietro, senza capire nulla. Ora, il respiro affannoso dominava nelle sue orecchie. Proseguì ancora per qualche metro, poi si fermò nell’oscurità.
Voltandosi, vide una scena terrificante, surreale. La catena dell’arpione penzolava tra la donna e l’animale, la cui gola era stata perforata dall’acuminato rostro di ferro, da parte a parte. Si scorgeva la punta uscire dall’attaccatura tra la testa e il lungo collo rugoso del basilisco. Sangue nerastro zampillava davanti e dietro, sgorgava dalle fauci spalancate e dai punti già colpiti. La lucertola gigante si sforzò a emettere un rantolio sommesso, quindi crollò in avanti con l’occhio sbarrato.
Beleia tirò la catena, facendo venir fuori il rostro. Poi indicò le rudimentali torce che avevano permesso a Larias di vedere. Giacevano a terra, ancora non estinte. «Accendine altri due, si stanno consumando.» Il tono perentorio di quell’ordine parlava chiaro: lo stava rimproverando.
Riconobbe di essere stato uno sciocco a scappare lasciando cadere i rami. Se si fossero spenti mentre il basilisco caricava, e con tutta quell’acqua ce lo si poteva aspettare, sarebbero rimasti al buio e probabilmente sarebbero morti entrambi, Beleia prima, lui dopo.
Se invece fosse scappato con le torce, la sua tutrice non avrebbe potuto prendere la mira e…
Fece come gli era stato ordinato, restando muto mentre Beleia prelevava il veleno servendosi di guanti e di un coltello speciale, e seguitava a recidere il capo del rettile. Riuscì a riempire cinque fiale di letale liquido giallastro, il resto si disperse sul pavimento della caverna. Dopo aver ripulito con precauzione l’arma che li aveva salvati, ripose tutto nel proprio sacco a spalla.
Non risultò difficile ritrovare lo sbocco di prima.
Avrebbero dovuto fare il giro della montagna per riprendere le cavalcature, ammesso che si trovassero ancora dove le avevano legate.
Si lasciarono alle spalle la morsa dell’oscurità, immergendosi nel caldo abbraccio del sole.
«Perfetto» sentenziò Beleia, guardando in alto con una mano a proteggersi gli occhi. «Esattamente metà giornata.»