Correva per un’oscurità avvinghiante, una vuota desolazione di morte e paura.

Stavolta non fuggiva da un basilisco, ma da qualcosa o qualcun altro: ignorava quale fosse la vera natura dell’entità. Ogni suo desiderio era rivolto alla salvezza.

Cedette alla tentazione di guardare indietro. Due fiamme, come gli occhi rossi di un qualche demonio, lo scrutavano nel buio pesto di quel luogo. Non riuscì a capire se si stessero avvicinando, o se fosse lui ad andare nolente incontro a esse.

In un attimo divennero due colonne di fuoco e, prima che potesse muovere un dito, fu un unico incendio tutto attorno a lui. Un incendio che lo arrostiva, lo scarnificava. Presto di lui non sarebbe rimasto altro che cenere. E dietro quella cortina di vampe vermiglie, c’era sempre l’entità in perenne osservazione.

Qualcosa lo scosse.

La voce di una donna fece breccia nelle sue orecchie; lo stava chiamando per nome: «Larias…»

 

Aprì gli occhi.

Beleia era accanto a lui, una mano poggiata sulla sua spalla. «Alzati Larias», lo scosse. «È ora di andare.»

Dovette mettere assieme un po’ di forze e di volontà per staccarsi dal materasso. Non si sorprese a ritrovarsi sudato fradicio.

«Ti ho preparato pane e formaggio. Mangia e va’ a sciacquarti: non ci presenteremo da Deros Narugal con la puzza addosso.»

Il nome del Lord Fuco lo convinse ad alzarsi.

«Vado giù a preparare i cavalli. Non farmi aspettare troppo, ci vediamo fuori dalla stalla.» Detto questo, la donna se ne uscì dalla stanzetta con i sacchi-bagaglio sul dorso.

Larias trovò cibo e acqua sul tavolo. Acqua da bere, non per lavarsi. Per quella avrebbe dovuto riempire la tinozza che Beleia aveva riposto in un angolo. Era ancora bagnata sul fondo: la mistica aveva già provveduto a sé stessa.

La colazione durò pochi minuti, ma riuscì a fargli acquisire il vigore necessario per l’imminente cavalcata.

Beleia aveva scelto un buon ostello; Larias si era rallegrato dell’assenza di cimici e di sospettose macchie sulle coperte.

Una volta che fu sceso, dopo aver prelevato l’acqua dal pozzo, si fermò nel bagno comune, anche quello una grazia degli dèi se c’era.

Si tolse i vestiti di dosso e cominciò a sciacquare per bene tutto il corpo.

Mentre si asciugava e si rivestiva, pensò al giorno precedente. Non si era ancora del tutto riappacificato con Beleia, dopo aver messo a rischio la vita di entrambi nella grotta. Percepiva un certo distacco quando lei gli si rivolgeva. In realtà, non lo aveva rimproverato apertamente, ma il tono di voce, lo sguardo, la gestualità lasciavano intendere.

“Devo parlare con lei e scusarmi.” Appurò.

Non appena fu pronto, uscì dal bagno e dall’ostello per fronteggiare la giornata.

 

Larias montò in sella a Carruba, il suo ronzino, e stette al seguito di Beleia, torreggiante in groppa a Brina, uno stallone grigio dal manto puntellato di bianco.

Attraversarono Troncone con gli occhi dei passanti puntati su di loro. Qualche grinzosa vecchia, un mendicante, dei bambini dagli abiti lerci, uomini e donne affaccendati nelle mansioni giornaliere si fermarono per guardarli passare, anche solo per un attimo. Certo scambiavano la mistica per una dama: Beleia dava l’impressione di nobiltà, ed era giovane o, quanto meno, appariva come tale. Infatti, sebbene lei affermasse di avere quasi trent’anni, in apparenza ne dimostrava venti, o anche di meno. Spesso Larias si ritrovava a pensare che, per l’età, la sua tutrice avrebbe potuto metterlo al mondo e crescerlo come una vera madre.

I passanti cedettero il posto a qualche sporadico contadino nei campi. Gli ultimi, a loro volta sparirono in favore degli alberi costeggianti il sentiero collinare.

Larias contò fino a dieci, quindi spinse Carruba di fianco a Brina.

«Bel…», richiamò con titubanza l’attenzione di lei. «Ieri, nella grotta… non dovevo scappare. Perdonami, sono stato un idiota…»

«L’importante è che tu abbia riconosciuto l’errore.» La donna abbassò lo sguardo su di lui con un sorriso. «Non posso biasimarti troppo: in fin dei conti, l’angoscia stava divorando anche me. Ricorda Larias, al mondo non esiste uomo che sia sempre coraggioso, o pavido del tutto.»

«Allora non sei arrabbiata?» Osò domandare.

«Con te? Ti dirò la verità: sì, lo sono, ma non più di quanto lo fossi ieri. Ciò che è fatto è fatto, basta che non si ripeta.» Gli lanciò uno sguardo di ammonimento. «Se mi vedi nervosa ti garantisco che è per l’incontro di oggi, non per un errore di ieri. Dalle persone non sai mai cosa aspettarti, men che meno dai blasonati.»

 

La fortezza dei Narugal, detta l’Alveare in gergo, era composta da un corpo centrale e tre torrioni.

Si fermarono davanti al portale della cinta muraria. Sopra la chiave di volta spiccava lo stemma della casata in uno stendardo: un’arnia circondata da un trio di api, il tutto in campo giallo miele.

Beleia si fece di fianco a lui. «Quella in alto è l’ape regina, le altre due sono fuchi.»

«Sono proprio fissati con le api…» Bisbigliò Larias.

«Quando siamo dentro non sognarti neanche di dire una cosa del genere. Lascia parlare me e rispondi solo se interpellato.»

Larias annuì.

Si avvicinarono agli uomini di guardia al portale. Il cancello era aperto.

«Salute a voi, chiediamo di vedere il lord o chi per lui.»

«Qual è il motivo della visita?» Domandò uno dei due con voce aspra.

«La taglia sul basilisco, voi sapete quale.»

«Venite a esternare lamentele o cosa?» La rimbeccò quello.

«Veniamo con la testa della bestia.»

Sul volto di ambo le guardie si allargarono sorrisi beffardi, che misero in mostra i loro denti storti. «E lo hai ucciso tu, oppure il ragazzo?» fece l’altro.

A Larias non garbò affatto la superficialità di quei corpulenti cafoni.

Beleia, per contrario, non parve scomodarsi. Si limitò a scaricare un sacco da Brina e a mostrare il voluminoso contenuto ai due. I loro ghigni si tramutarono in smorfie di disgusto. «Lasciateli passare!» Urlarono ai loro compagni, di servizio al portone principale della struttura.

Dopo aver consegnato i cavalli allo stalliere, sgattaiolarono nella fortezza con il solo sacco. Si ritrovarono in un disimpegno, accogliente e arredato di buon gusto. Di lì accedettero alla sala delle udienze, sviluppata in lunghezza, luminosa per via delle abbondanti vetrate e ornata da splendidi arazzi, raffiguranti perlopiù scene di caccia.

Il lord stava già ricevendo qualcuno, spaparacchiato sul sopraelevato scranno. Una figura robusta dai prosperosi baffi castani e dalla fronte spaziosa non poco. La voce di uno dei due ricevuti si stava levando nella sala; una parlata umile, quasi rozza.

«Fatevi avanti solo quando vi chiama lord Deros.» Sussurrò loro uno degli armigeri.

Strano che non avessero chiesto i loro nomi e la loro provenienza per annunciarli. Magari Lord Fuco non badava troppo alle formalità.

«…È stata una brutta mazzata.» Stava dicendo la voce. «Appena è arrivata la pioggia e ci siamo ritirati dai campi, quelli sono arrivati e si sono presi gli avanzi dell’inverno. Anche quattro vacche sono sparite, e pecore e porci. Uno di loro doveva essere una qualche razza di stregone perché ci ha distrutto il mulino intanto che gridava ai demoni. Io e molti altri lo abbiamo visto e sentito dalle nostre case.»

«Cosa avete visto?» La figura sullo scranno pose la domanda con evidente disinteresse.

«Mio signore, noi non vorremmo…» L’altro dei due protese le braccia in avanti.

«Ci ha lanciato le saette addosso con un sortilegio!» Disse brusco quello di prima.

Ci fu un grugnito da parte di Deros. «Il mulino è stato colpito da un fulmine?»

«Sì, mio signore.»

«Ed è bruciato?»

Fecero cenno di affermazione con il capo.

«Dunque, se non ho intuito male, voi volete il denaro per ricostruirlo…» ci fu un momento di silenzio. Larias vide che Lord Fuco teneva una mano sulla fronte, massaggiandosela. «Su, spiegatemi perché dei briganti dovrebbero fare una cosa simile. Cos’è che avete detto? Vi hanno mandato i fulmini con la stregoneria? Bracner!»

«Sì, mio signore?» Fu una voce roca e senile a rispondere.

«È possibile ciò che dicono questi due coloni? Si possono lanciare i fulmini con la magia?»

«Ne dubito fortemente, mio signore.»

Larias scivolò lungo la parete di fondo: voleva vedere com’era fatto.

Avanzato di qualche passo, riuscì ad adocchiarlo. Seminascosto da una colonna, dietro un banchetto di legno ai piedi del rialzo, sedeva un grinzoso vecchietto dalla barba bianca.

«Avete sentito il mio consigliere?» Il lord lo indicò. «Cosa vi fa pensare che accoglierò la vostra richiesta?»

«Mio signore…» mormorò il più discreto «noi abbiamo sempre pagato i nostri tributi.»

«Bracner, controlla la situazione tributaria nella contrada di Acqua Ricca.»

«Subito. Allora, vediamo un po’…» Bracner prese a spostare fogli di pergamena di qua e di là sulla superficie del banchetto, finché non ne portò uno dinnanzi agli occhi per esaminarlo. «…Tutto in regola.»

«Sorvolando il come e il perché il mulino abbia preso fuoco» Deros Narugal tornò a rivolgersi ai contadini. «Sappiate che questa volta non troverete un muro tra me e voi. Dopotutto, non risulta che abbiate mancato dei vostri doveri verso la legge, e questo vi salva. Tuttavia, che una cosa del genere non accada una seconda volta, o potrei prendermi qualcosa di più del regolare tributo, sono stato chiaro? E risparmiatemi le vostre sciocche superstizioni. Partirete accompagnati da un manipolo di miei uomini, affinché si accertino che il mulino non sia funzionale. Vediamo cosa si può fare entro mezza estate. Per oggi ritenetevi miei ospiti.»

Gli uomini di campagna ringraziarono il signore, si piegarono in un inchino e uscirono scortati da un paio di armigeri. Larias potè vederli in volto mentre passavano: uno appariva pressoché anonimo, l’altro aveva il muso storto e il naso aquilino.

«Avanti i prossimi.»

Frattanto che lui e Beleia si facevano avanti, Lord Fuco stava già rivolgendosi a loro: «Per favore, non venitemi a raccontare balle anche voi.»

Si inchinarono.

«Niente balle mio signore.» Beleia rovesciò il contenuto del sacco sul pavimento della sala. Spade venivano sfoderate con scatti metallici tutto attorno a loro. «Solo fatti.»

«Fermi.» Deros Narugal si scollò dallo scranno, il palmo della mano rivolto in avanti.

Scese tre gradini, camminò verso di loro, si accovacciò accanto al capo reciso del basilisco, chiazzato di sangue nero raggrumato.

«Mio signore, non…»

«Lo so cosa non devo fare.» La interruppe Deros.

Stette a contemplare la testa per qualche secondo, finché non sussurrò tra sé e sé: «Beh… adesso ci credo che era grosso come una carrozza.» Ridacchiò sotto i baffi e si rimise in piedi. «E voi sareste…»

«Beleia del Nar, e lui è Larias.»

«Il tuo scudiero?»

“Ci risiamo” pensò Larias.

«No mio signore, io non sono…» Bel non fece in tempo a concludere.

«Oggi a pranzo conoscerai mia figlia Nelylis.» Tuonò il signore. «“Dama Miele” la chiamano.»

 

Li sistemarono nella Torre del Fuco Est, dove delle serve portarono i loro bagagli. Una volta che furono pronti, degli altri attendenti li scortarono nella sala da pranzo, ariosa, luminosa e confortevole, come praticamente tutto là dentro.

Lord Fuco li annunciò ai convitati riferendosi a Beleia con i titoli di dama e di Macellaia del Mostro. La sua tutrice smentì il primo titolo, facendo levare un sussulto di delusione generale.

Deros seguitò a introdurli alla sua nobile famiglia, servendosi di tutte le formalità circostanziali. La signora sua moglie, Ilessa, era più alta del marito, se anche di poco. I capelli le fluivano sulla schiena e sul petto in riccioli biondi, il suo sorriso scavava due fossette nelle guance.

Oltimor era un giovane uomo di vent’anni, gli occhi color nocciola della madre e i capelli castani del padre. «Lui è l’aspirante politico della famiglia.» Deros diede leggere pacche sulla spalla di suo figlio. «Al momento frequenta la biblioteca del tempio, ma presto lo manderò a studiare legge alla Scuola di Teretras. La sua gemella purtroppo non è qui. Mia figlia Flosella è andata sposa a lord Murcos di Doppialtura, dopo che l’anno scorso è rimasta vedova del suo primo marito, Perrit del Calice Blu.»

Difficile mettersi nei panni della ragazza, sposata a vent’anni con un uomo che, valoroso condottiero un tempo, ormai era solo un vecchio con numerose ferite di guerra.

Venne il turno della figlia più piccola. Larias stentò a credere che fosse una diciottenne. Prima che suo padre la presentasse, le avrebbe persino dato la sua stessa età, ovvero quattordici anni. Nelylis aveva un fisico aggraziato, snello e non era neanche troppo alta. Il suo viso, cosparso di lentiggini, ospitava un piacevole naso all’insù e due occhi acquosi, come quelli di suo padre. I capelli erano biondi e lisci; li portava legati in una coda di cavallo. Lord Fuco informò che sarebbe partita la settimana a venire per un torneo a Città del Calice.

Dama Miele fu molto riverente e affettuosa, al punto che baciò Larias sulla guancia, con sua grande sorpresa.

«Infine» fece Deros «Avrei piacere nel presentarvi Segivos, il mio primogenito, ma da due giorni è a caccia sulle montagne, e non sappiamo quando tornerà. Lei è sua moglie, lady Ginycia dei Cerisin.»

Zigomi alti e lunga treccia di capelli ramati, Ginycia rivolse loro un modesto sorriso, a seguito del quale tornò ad acquisire un’espressione austera, glaciale. Se Larias fosse stato ricco, avrebbe pagato per incontrare suo marito il Pungiglione Rosso, erede dell’Alveare.

 

Larias ebbe l’onore di sedere insieme ai cortigiani. C’era Bracner il consigliere e l’anziana maestra d’armi, una donna di nome Derri. Conobbero Calleino, figlio illegittimo di lord Deros, un giovanotto con i capelli neri e la battuta sempre pronta. Larias giudicò che potesse avere suppergiù l’età di Oltimor. Merrodis, un tarchiato cavaliere di mezza età, si presentò come il castellano dell’Alveare. Accanto a lui stava suo figlio Cilter, lo scudiero di Nelylis. Il ragazzo non riusciva a star fermo sulla propria sedia, e il padre doveva correggerlo in continuazione.

A una lunga tavolata sedevano gli altri ricevuti di quella mattina: una decina di campagnoli, compresi i due contadini di prima, tre corpulenti fabbri e il loro apprendista, mercanti, cacciatori e svariate figure dal mestiere irriconoscibile a occhio. Larias non si fece sfuggire sguardi torvi, incuriositi o confusi a lui diretti.

La cucina servì salumi e formaggi accompagnati da immancabile miele, zuppa di farro e carote in qualità di prima portata, frittata di uova d’oca a seguire, uccelletti speziati, insalata mista e dolcetti al miele.

Tutti chiedevano la narrazione della loro impresa. Beleia parlò di come avessero seguito le tracce della bestia, delle indagini, del viaggio. A quanto pare il racconto incuriosì Nelylis, che lasciò la piattaforma dei nobili per unirsi al gruppo di ascoltatori. Larias fu costretto dal suo stomaco ad abbandonare la frutta, non solo perché aveva mangiato a sazietà, ma anche perché ora si stava disquisendo dei resti umani nella grotta, dell’uccisione della bestia, del suo aspetto e del liquido che avevano raccolto. Da quel punto, la narrazione della storia si tramutò in un’accesa discussione.

Merrodis, in particolare, si dimostrò alquanto sospettoso. «Vedrà presto la testa.» Gli disse Beleia «Non ho dubbi che lord Deros la farà imbalsamare. Lei, cavaliere, ha mai visto un basilisco?»

«Certo che l’ho visto, ciò che non mi torna sono le dimensioni.» Il castellano si accigliò «Questi occhi non hanno mai contemplato una belva di quella mole.» Ingollò del vino.

«Gli dèi possono tutto.» Bel non si scomodò a fornire una risposta più articolata.

«A proposito di dèi» il cavaliere castellano si asciugò i baffi con un tovagliolo. «Quali sono i tuoi, Beleia del Nar?»

«Ma che razza di domanda è?» Calleino si prese gioco di lui con una risata. «Lungo il Fiume conoscono i nostri stessi dèi, o sbaglio?»

«Li conosciamo.»

«Hai sentito? Ti conviene mettere da parte il vino, Merro.» Il bastardo gli allontanò il fiasco da davanti. «Pensi che se la testa fosse stato un falso, mio padre non lo avrebbe notato?»

Merrodis, le gote rosse, puntò un dito contro Calleino. «Non mettere in gioco la mia fedeltà, Calabrone. Ciò che è fatto con la stregoneria può illudere chiunque, e tu…»

«Cavaliere!» Vociò Nelylis. «Ti impedisco fare insinuazioni sui nostri ospiti. Beleia e Larias, perdonatelo. Vi prometto sul mio onore che non verrà detto male di voi finché alloggerete nel castello di mio padre. Quanti altri uomini, donne, bambini ci avrebbero rimesso la vita, se il basilisco non fosse morto! Mi piacerebbe sapere un po’ di più sul vostro conto. Venite dal nord? Chi avete servito, e come? Non temete di raccontare il vero.»

«Il nord è solo il luogo in cui sono nata, non dove risiediamo. Noi non viviamo in pianta stabile da nessuna parte.»

«E il ragazzo? Anche lui è nato a nord?» Domandò cortese il vecchio Bracner.

«Se intendi a nord di qui, sì. Tuttavia, lui preferisce che non si spendano parole intorno alle sue faccende personali, dico bene Larias?»

«Dici bene.»

«Sotto questo punto di vista siete più che compresi.» Il bastardo del Fuco sorrise rassicurante. «Piuttosto, parlateci della vostra occupazione.»

«Per campare offriamo ai signori perlopiù medicinali, furfanti morti o vivi…» Beleia andò avanti a menzionare nobili e a raccontare aneddoti del loro passato, finché non arrivò il momento di lasciare la sala da pranzo.

 

Larias trascorse il pomeriggio a esplorare la fortezza in compagnia di Cilter, dal quale apprese la leggenda dell’Ape Regina e dei suoi due fratelli, e le gesta di ardimentosi eroi della casata. Discussero il coraggio del Pungiglione Rosso, la generosità di Nelylis e la bellezza di Flosella, condivisero battute e si sfidarono a duello con dei bastoni nel giardino. Il divertimento durò fino al tramonto, quando un’attendente venne a chiamare lo scudiero. I ragazzi si salutarono e Larias risalì la Torre Est.

Beleia non aveva abbandonato la stanza da quando si erano divisi dopo pranzo. Era rimasta a trasmutare il veleno di due delle cinque fiale riempite. Il tavolo della stanza, relegato a piano da lavoro, ospitava boccette colme dei sonniferi e degli infusi medicinali appena prodotti, i tre contenitori di veleno avanzato e le due fiale vuote, rimasugli di erbe sminuzzate, un filtro e un coltellino. Bel tappò con cura ogni recipiente e ordinò gli strumenti nella cassetta scompartita. «Ti sei divertito con il figlio del castellano?» La donna prese a ripulire la mensa dagli scarti vegetali.

«Cilter è un tipo simpatico; mi ha raccontato un sacco di storie sui Narugal. Lo sai che l’Alveare è stato fondato da una donna guerriera?»

«Una donna del mio popolo, non c’è altra spiegazione. Il loro nome contiene anche la parola “Nar”.»

«Non ci avevo pensato.» Mormorò.

«Molte casate derivano dagli antichi Shteleth, Larias. Eppure, tutti hanno obliato la nostra cultura, scordato i nomi originali degli dèi…» Ci fu un lampo di malinconia nei suoi occhi. Solo un lampo, fugace ed evanescente. «Il passato è passato. Dobbiamo affrettarci a decidere quale sarà la nostra prossima meta, nel caso Deros voglia congedarci domani con l’argento. Tu che dici? Cambiamo direzione o proseguiamo verso sud?»

Larias non era allettato dalla prospettiva di partire. Il castello dei Narugal era un luogo assai piacevole. «Tra non molto a sud farà caldo da squagliare. A essere sincero, preferirei andare al fresco.» Disse con pigrizia.

«E fresco sia. Si cavalca in direzione est, verso i Monti della Colonna.»

 

La cena arrivò e sparì nelle loro pance. Beleia fu colpita in fretta dalla sonnolenza e, dopo aver spento le candele, piombò a peso morto sul giaciglio. Larias indugiò a lungo accanto a una finestra, contemplando la città a valle. I campanili del tempio si ergevano su tutto il resto, come giganti di pietra bianca scurita dalla notte. Il chiarore delle stelle si contrapponeva all’oscurità, donando a tutto, nella stanza e fuori, un aspetto affascinante, enigmatico.

Infine, si impose di andare a letto. Ripensò alla giornata e a quelle precedenti, alle avventure e disavventure passate, i suoi pensieri migrarono verso le persone che aveva conosciuto e abbandonato, facce che forse non avrebbe più rivisto. Gli occhi stavano per serrarsi su tali pensieri quando…

Un rumore.

Girò il capo a destra. Beleia dormiva sotto le coperte del suo letto, la beatitudine nel suo volto resa distinguibile dal chiarore astrale. Fu quando guardò a sinistra che vide una scena degna di un incubo: da un’apertura sotto il tavolo stava venendo fuori qualcosa di vivo. Larias sobbalzò dentro di sé, ma un qualche dio lo fece rimanere immobile. Quello stesso dio egli pregò, mentre si sforzava di tenere gli occhi semichiusi per non farsi scoprire sveglio. Una figura ammantata di nero strisciò fuori dal pavimento con una lanterna e si erse davanti al tavolo nel più intenso dei silenzi. L’individuo frugò nella cassetta che sopra vi poggiava e, in una manciata di secondi, sparì come era entrato. Lo stesso rumore di prima si ripeté alla chiusura del passaggio segreto, quando la lastra che lo tappava si andò a incastrare nel piancito. Seguì la quiete, non più quella rassicurante calma che aveva preceduto l’agghiacciante evento, ma un silenzio carico di incertezza, di inquietudine.

Riuscì a mettersi in piedi. Prelevò una lanterna dall’incavo di una parete, l’accese e si inginocchiò accanto al tavolo. Esaminando da vicino il pavimento, s’avvide che, ai vertici opposti di una mattonella, c’erano due minuscole crepe dalla forma irregolare. Vi inserì gli indici: l’interno delle fessure sembrava fatto apposta per piegare le dita, in maniera tale da far leva verso l’alto. Dovette tirare con molta forza perché la lastra si disincastrasse dal suo posto.

Il passaggio si apriva su dei pioli che conducevano in un abisso nero. Chi era il ladro? Che cosa aveva preso? La risposta alla seconda domanda pensava di averla, ma gli fu confermata solo quando aprì la cassetta, e vide che mancava una fiala di ciascun liquido, veleno compreso. Intuì che doveva trattarsi di qualcuno che a pranzo aveva ascoltato il loro racconto.

Doveva seguire il ladro, capire chi fosse e che intenzioni aveva. Doveva impedire che il veleno venisse utilizzato per chissà quale osceno delitto. Sottrasse dalla cassetta il coltello più grosso e appuntito, dopodiché si calò dentro con diverse candele integre e un acciarino. Non pensò ai possibili esiti di quell’atto, ma se avesse indugiato ancora per qualche secondo, il malfattore l’avrebbe fatta franca.

La discesa fu più breve di quanto credesse. Si ritrovò in un corridoio e lo attraversò fin quando non fu costretto a girare a sinistra. Ce la mise tutta per muoversi silenzioso e rapido al tempo stesso, come un gufo che si getta sulla preda, solo che, in quella situazione, la preda poteva diventare lui. Scese qualche gradino, poi il corridoio cominciò a curvarsi e lui si ritrovò in cima a una rampa di scale a chiocciola. Guardò in basso e avvistò un debole lucore che proseguiva nella discesa. Da quel punto in poi, dovette essere cauto nel tenersi a distanza, nel procedere solo quando la luce davanti a lui fosse scomparsa dietro un angolo più lontano. Nel frattempo, si ricordò di Beleia, che ancora dormiva beata nella stanza. Una parte di Larias avrebbe voluto che fosse lì anche lei. Cominciò a preoccuparsi di ciò che sarebbe potuto accadere, eppure, continuava a proseguire spinto da uno sfrenato senso di coinvolgimento.

A destra e a sinistra, nelle pareti dell’infinito corridoio, si aprivano passaggi più stretti, ciascuno culminante in una scala a pioli. Alla fine, la luce deviò a dritta, in uno di quei pertugi. Attese che l’ignoto nemico avesse terminato l’ascesa, dunque, si mise a contare. Non appena giunse al cento afferrò un piolo e salì. Più in alto si arrampicava, più riusciva a distinguere con chiarezza una voce, la voce di un uomo che parlava in tono accusatorio. Raggiunta la botola rimase in ascolto; poteva discernere le sue parole.

«…Davvero credevi di avere successo con questo tuo folle piano? Credevi che non sarei riuscito a far parlare i tuoi sicari?» Larias non riuscì ad associare quel timbro grave a chicchessia.

«E soprattutto» Disse l’uomo irato. «Credevi che con me morto saresti riuscito a ottenere qualcosa?» Fece una pausa. «Mai avrei pensato che avresti preso la strada della gelosia. Mi sono sempre preoccupato di te, non ti ho mai reputato inferiore a nessuno, ma da oggi tu sarai il “Calabrone” anche per me.»

Calabrone? Merrodis aveva usato quella parola per riferirsi a Calleino.

Larias non ci stava capendo nulla. Voleva alzare la mattonella per capire cosa stesse succedendo, ma il timore lo frenava.

«E ora confessa!» Abbaiò l’accusatore. «Che cosa contengono quelle fiale?»

Non udì alcuna risposta.

«Avanti! Parla!»

«Va bene, va bene… parlo! È veleno! Metti giù la spada, Segivos, per gli dèi!»

Segivos… quel nome poteva benissimo appartenere a qualcun altro ma…

Adesso cominciava a collegare i pezzi della discussione. Calleino… dunque era lui il ladro!

«Non metto giù un bel niente finché non mi dici dove lo hai preso.»

Larias alzò la mattonella sulla propria testa. Era il momento.

«Hai sentito? Voglio una risposta!»

«Lo ha rubato a me.» Si tirò fuori dal pavimento.

Segivos il Pungiglione Rosso abbassò la spada lunga. Indossava un farsetto giallo e nero; una cappa color verde foresta gli ricadeva sulle ampie spalle. Due uomini in tenuta da caccia, archi sul dorso e spade corte alla mano, tenevano fermo Calleino, il bastardo. Lo stesso uomo che a pranzo aveva difeso lui e Beleia dalle accuse del castellano, era tenuto in ginocchio dall’erede dell’Alveare.

«E tu chi sei, ragazzo?» La guancia di cavalier Segivos era attraversata dal solco di una cicatrice, la quale arrivava a spaccargli il labbro superiore.

«Mio signore, io sono Larias. Per questa notte sono ospite di vostro padre insieme alla mia tutrice.»

«Cosa ci facevi con il veleno?» Fu una domanda secca.

«La mia tutrice è un’alchimista. Ci ha impiegato tutto il pomeriggio per la trasmutazione. Ecco, in questa fiala grande c’è il veleno grezzo.» Indicò la refurtiva sul tavolo. «Questi altri sono prodotti raffinati, medicine per lo più.»

«Dove sarebbe questa donna di cui parli?» Si intromise uno dei due cacciatori.

«Dorme nella Torre Est. Calleino è entrato nella nostra stanza mentre ero sveglio e…»

«Va bene, ho capito.» Il Pungiglione si girò verso il fratellastro, il cui viso sbiancato faceva risaltare i grifagni occhi verdi, e contrastava con la mantella corvina. «Ti assicuro che pagherai cara la tua sfrontatezza.» Lo additò minaccioso. Non esitò ad assestargli un sonoro ceffone. «Conducetelo nelle mie stanze e legatelo mani e gambe. Io vi raggiungo più tardi.»

Calleino contestò, si divincolò, ma i due lo presero di forza tappandogli la bocca e si affrettarono fuori dalla porta.

La faccia di Segivos perse pian piano la tonalità del furore. «Forza ragazzo, prendi ciò che ti appartiene e andiamo dalla donna-alchimista. Desidero parlare con lei.»

 

Le luci del primo mattino filtravano dalle variopinte vetrate nella sala delle udienze, rendendo l’ambiente più piacevole di quanto già non fosse.

«Ecco, prendete.» Il signore dell’Alveare porse alla mistica un sacchetto risonante di monete. «Mi auguro ci possiate perdonare.»

«Accetta questo dono, Beleia del Nar.» Segivos le offrì una spada lunga infoderata.

Lei la prese sui palmi delle mani e si piegò in un inchino. «Ti ringrazio, cavaliere.»

Dunque, il Pungiglione si girò verso Larias e si tolse la spada dal fianco. «Questa è la lama che porto con me quando vado a caccia. Ha tolto la vista a decine di fuorilegge, compresi i sicari del mio fratellastro. Prendila Larias.» Stordito dalla stanchezza, accolse tra le mani il fodero verde dell’arma. «La tua testimonianza è stata fondamentale. Mi raccomando, stai sempre vigile!» Parole sprecate in quel momento. La spada era poca cosa: tutto ciò che Larias voleva era sdraiarsi da qualche parte e dormire. Si sarebbe coricato dovunque, persino su un giaciglio di marmo.

«Mio signore Deros» disse Beleia. «Potrei permettermi di chiederle dove ha deciso di collocare il suo bastardo?»

«L’ho fatto rinchiudere in un cubicolo nella Torre dell’Ape Regina. In base a come si comporterà nei prossimi giorni, deciderò se allontanarlo o meno dalla fortezza.» Gli occhi di Deros incrociarono quelli di Larias. «Ora però, vi conviene tornare nella vostra stanza, altrimenti il ragazzo mi cade sul pavimento!»

 

Risalendo le scale della torre, quasi si scontrarono con Nelylis che stava scendendo.

«Beleia, Larias, vi stavo cercando!» Larias si ritrovò stretto nell’abbraccio della dama. «Ho saputo quel che è successo stanotte. Stai bene?»

«Non preoccuparti, mia dama. Sono solo molto stanco.»

«Mio padre vi ha già dato il congedo, per caso?»

«No, non ancora.»

«Ottimo.» Si staccò da lui. «Tra cinque giorni partirò per Città del Calice. Volevo chiedervi se vi piacerebbe unirvi alla mia scorta.»

«Certo che ci piacerebbe.» Beleia parlò prima che lui potesse aprire bocca.

«D’accordo allora. Corro ad avvisare mio padre. Buon riposo!» La giovane dama proseguì nella discesa.

«Bel». Adesso, oltre che spossato, Larias era anche confuso. «Dove sta il Calice Blu?»

«A est.» Disse in un soffio. «Tutto secondo i nostri piani.»