«Il giorno seguente non morì nessuno.»
Incipit de Le intermittenze della morte.

Ci sono libri che vanno letti nei momenti giusti. Le intermittenze della morte, romanzo del 2005 scritto dal Premio Nobel portoghese José Saramago, è uno di quelli che in questo brutto periodo risultano una lettura azzeccata. Non so quali siano gli altri, in tutta sincerità. I librai propongono vecchi romanzi talmente lungimiranti da risultare più profetici di una puntata dei Simpsons, o testi nuovi di zecca incentrati su questa crisi non ancora finita, ed è probabile che qualcuno azzardi a proporre al pubblico un saggio di denuncia contro il dilagare di libri pubblicati più velocemente di un coccodrillo. Io invece ho preso un libro a caso dalla libreria di casa mia. Era stato comprato dopo il successo che Cecità aveva riscosso tra gli altri volumi su quel ripiano della Billy, e aspettava il momento giusto per essere letto.

Le intermittenze della morte è il libro giusto perché ritrae una situazione che in molti aspetti è simile, seppur opposta, a quella che stiamo vivendo oggi, e lo fa con l’ironia non troppo sottile di Saramago. È una lettura per risollevare il morale, cosa che non ritengo fuori luogo, e per aiutarci a vedere le banalità di cui è vittima l’uomo anche – o soprattutto – nei momenti peggiori.

Trama

Da un giorno all’altro, in una nazione di cui non si fa il nome, la gente smette di morire. Chi è in punto di morte, tale rimane. Le malattie non scompaiono, le ferite non si rimarginano, non ci sono casi di resurrezione, ma semplicemente, nessun essere umano riesce a trapassare. Al di fuori dei confini della nazione la vita va avanti e si conclude normalmente.

La reazione iniziale del popolo, vedendo raggiunto il traguardo della vita eterna, è di grande entusiasmo. Tutti sono felici e orgogliosi, e la bandiera nazionale sventola da ogni finestra e su ogni balcone. Questo sentimento però si spegne presto, quando ci si accorge delle catastrofiche conseguenze che la mancanza di morte sta portando. Le agenzie di pompe funebri e le compagnie assicurative, che parevano imperi intramontabili, vedono crollare i propri affari. Gli ospedali e le “dimore del felice occaso”, le case di riposo, si riempiono di gente in fin di vita e anziani, e molti cittadini sono costretti a convivere con parenti che vegetano in un eterno limbo.

In questa crisi mai vista prima, la nazione cade nelle grinfie della “maphia”, che si impone come miglior soluzione per risolvere i problemi che affliggono i cittadini. Per esempio, si occupa di trasportare i moribondi oltre il confine, così permettendogli di trapassare.

Le intermittenze della morte durano alcuni mesi, finché la morte stessa non annuncia, con una lettera viola, che a breve riprenderà il normale svolgimento delle sue mansioni. O quasi. Dopo aver mostrato ai cittadini della nazione cosa significhi avere la vita eterna, decide di cambiare un po’ il suo modo di operare. Da quel momento in poi le persone di quella nazione si vedranno recapitare, una settimana prima di morire, una lettera viola che ne annuncia l’imminente dipartita e consiglia di usare il tempo a disposizione per risolvere le proprie questioni in sospeso.

Il nuovo sistema della morte sembra funzionare bene, almeno finché una lettera, indirizzata a un violoncellista, non torna indietro per ben tre volte. La morte sarà allora costretta ad abbandonare il suo ufficio per indagare su questa misteriosa e scomoda faccenda.

Analisi e temi principali

Sullo stile generale di José Saramago non posso discutere molto, avendo letto solo una minima parte della sua opera. Comunque anche ne Le intermittenze della morte, così come in Cecità, troviamo una scrittura fuori dai canoni. C’è quel minimalismo che si manifesta nell’uso della punteggiatura, limitata a punti fermi e virgole, nella fusione tra dialoghi e narrato, nel rifiuto di dare un nome a personaggi e luoghi. Ma è un minimalismo che paradossalmente si trasforma in caos e può creare confusione nella mente del lettore. La scrittura di Saramago non è fatta solo di piccoli bocconi, ma anche di lunghissime frasi, in cui le virgole fanno le veci delle parentesi, che dilagano in pagine fitte di caratteri, creando quello che si definisce un wall of text. Nonostante ciò, una volta presa confidenza con gli arzigogoli sintattici di Saramago si riesce a capire cosa scrive, e anche che dietro questa apparente confusione ci sono assoluto controllo e padronanza.

Come si può evincere dalla trama, Le intermittenze della morte parte da una premessa fantasiosa, inverosimile e assurda. Un po’ come Cecità, ma stavolta trattando l’espediente narrativo con molta più ironia e sarcasmo. La morte è la protagonista di questo libro, ma non il tema centrale, così come in Cecità non è la mancanza della vista. Il perno è sempre l’uomo, le sue paure e debolezze e il suo modo di affrontare difficoltà e catastrofi. Così non si filosofeggia sulla morte, ma si scherza sull’umanità. La morte stessa, intesa non come concetto ma proprio come essere (lo scheletro coperto da un lenzuolo e armato di falce), viene umanizzata. Così le si affibbiano le stesse caratteristiche di un essere umano, e se si analizza la morte si vede nient’altro che una donna a cui manca la carne sulle ossa.