Dedicato a tutte quelle persone che non sono state ricordate come avrebbero dovuto, e a tutti coloro che, ingiustamente, hanno sofferto per pensieri che non erano i propri.

            Norimberga. 1946, 11 gennaio.

Quando l’uomo entrò nella stanza lui era già lì. In catene, come un animale in grado di uccidere con il solo tocco. Lui sapeva quanto tutte quelle contromisure fossero inutili, e non era certo il tipo che rimane in silenzio di fronte quel genere di situazione.

-Non possiamo toglierle?- domandò in inglese alla guardia di fianco a lui. Sembrò capire la frase solo per metà, ma forse era la metà utile, visto che gli porse un paio di chiavi con una smorfia di disgusto dipinta sul volto.

-Le sue condizioni sono state accettate,- rispose la guardia in francese, parlando lentamente per essere capito al meglio. Fissava l’uomo come si fa con bestie esotiche allo zoo. -il processo inizierà domani. Quando avrà finito dovrà chiamarmi, la scorterò fino alla sua stanza.-

-Grazie.- rispose nella stessa lingua allungando un minuscolo sorriso. La guerra non era finita da molto, e i sorrisi venivano usati con estrema parsimonia. Non appena la guardia uscì dalla cella, Matthew rilassò il volto, spostandosi verso il prigioniero e sistemando tutti i documenti che teneva sotto il braccio sinistro. Era un tedesco di bell’aspetto, nonostante il periodo di prigionia e l’assenza di cure. I capelli biondi erano diventati lunghi e disordinati, la barba incolta e gli occhi azzurri stanchi. Teneva il capo chino e fissava il tavolo di fronte a sé, come se una lama dovesse decapitarlo da un momento all’altro. Matthew, da parte sua, aveva un aspetto che si sarebbe definito ordinario, per usare un eufemismo. Capelli neri tirati all’indietro, barba corta e ben curata, un paio di occhiali tondi di fronte le pupille marrone scuro e un completo di tale colore. -Devo chiederle scusa per il mio tedesco, ma non ho avuto mai molto tempo per studiarlo. Inoltre, con la guerra, tutti gli insegnanti erano alla ricerca di traduttori. Per il vostro codice… Enigma, dico bene?-

Il soldato tedesco sbuffò una risata, alzando lo sguardo ma tenendo la testa immobile. -Lei sa molte cose per stare qui a parlarmi con tanta leggerezza.-

-Abbiamo vinto, ma se ha una pistola nella manica e mi spara le farò comunque i complimenti. Parlo come i soldati della mia patria e di quelli alleati mi hanno permesso con le loro battaglie.- continuò. Le scuse non erano necessarie, il suo tedesco era ottimo. Senza troppi scrupoli si avvicinò immediatamente all’altro, aprendo tutti i vincoli con le due chiavi ricevute. -Io sono il suo avvocato.-

-Mi hanno dato un avvocato?- domandò confuso.

Io le ho fatto avere un avvocato. Nessuno si è offerto di difendere un nazista, quindi… eccomi qua, in Germania, con un sacco di gente che vuole uccidermi.-

-Vogliono ucciderla?-

-Oh sì. In Inghilterra questo problema non ce l’ho normalmente. Ma una voce come questa correrebbe in fretta ovunque, per cui tutti sanno che sono l’avvocato del Diavolo nazista.- si sedette di fronte a lui, lasciando i fascicoli che teneva sottobraccio sul tavolo. -Direi di presentarmi: mi chiamo Matthew Oswald, ho trentadue anni, non ho mai toccato un’uniforme militare e vivo a Londra. Sono il primo legale di Winston Leonard Spencer Churchill, forse lo conosce, è probabilmente il più importante politico della storia moderna, se non di tutta la storia mai conosciuta dall’uomo.-

-Dimentica Adolf Hitler.-

-Ho detto politico, non codardo tiranno.- corresse Matthew aprendo uno dei fascicoli. -Ricorda? I soldati mi hanno permesso di parlare così eccetera eccetera. Se si chiede come faccio ad avere tutte queste affermazioni è perché conosco i segreti del primo ministro come il volto di mia nonna, riposi in pace.- Tirò fuori dal taschino una penna, e cominciò a scrivere su un blocco di appunti lì di fianco.

-Perché quel ciccione vorrebbe darmi il suo migliore avvocato?- Il suo tono rimaneva calmo, non curante di quello che sarebbe successo il giorno successivo. Il capo, lentamente, si stava alzando.

-Non lo vuole. Per la prima volta dall’inizio della mia carriera mi ha chiesto di perdere e non mi ha augurato… niente.- Il tedesco alzò un sopracciglio, poi Matthew continuò. -Lui mi augura buona fortuna, poi io rispondo che la fortuna non esiste. Lui dice che la fortuna è l’unica cosa che ci servirebbe, riferendosi alla guerra mentre era in corso, e io concludo dicendo che la fortuna non ci aiuterebbe mai, per questo ci sono io. Ripetevamo questo rituale ogni mattina, quando dovevo entrare in tribunale quello stesso giorno. Accadeva molto spesso…-

-Non crede nella fortuna?-

-No.- sospirò alzando lo sguardo finalmente dai suoi appunti e facendo riposare la mano. Guardò gli occhi sopra la pelle violacea: lo aveva messo a suo agio. -Lei si chiama Otto Schmidt, soprannominato il Diavolo del terzo Reich. Lavorava nell’ombra, al servizio diretto del Fuhrer, e sembra aver organizzato ogni singola morte all’interno dei vostri “campi di lavoro”.- riassunse enfatizzando particolarmente le ultime due parole. -Vorrei essere sincero con lei, signor Schmidt: lei mi fa paura, e molta.-

-Come mai?-

-Ci sono circa duecentocinquanta imputati nazisti in questo processo e solo uno si è dichiarato colpevole: lei.-

-Esatto.-

-Una delle cose più stupide che abbia mai sentito. Potrebbe avere i migliori avvocati della Germania, ma non ne ha chiesto nessuno.-

-Nessuno si è proposto.-

-Dichiararsi colpevole può scoraggiare.- commentò incrociando le braccia. -Posso solo immaginare come si senta. Lei mi vede come il suo peggior nemico ma al momento sono l’unico che può aiutarla.-

-Perché?- chiese infastidito Otto.

-Perché sono l’unico che vuole farlo. Sono l’unico che, nonostante tutto, crede che tutti gli uomini siano uguali, e che tutti meritino pari opportunità di fronte la legge. La corte è formata anche da persone cattive che vogliono la sua morte e lotteranno come gli americani in Normandia per farlo. Io sono l’unico in grado di affrontarli con qualche possibilità di vittoria, ma lei mi sta togliendo le carte dalle mani con questo genere di affermazioni.-

-Io non tradirò il mio credo. Non ho intenzione di mentire. Loro vogliono che muoia come un codardo, io voglio farlo come le mie medaglie mi descrivono.-

-E io non voglio farla morire, come la mettiamo?- domandò beffardo.

-Ci sono vie per vincere?-

-Ci sono sempre vie per vincere.- spiegò. -Sono morte molte milioni di persone, la giuria si sentirà sotto pressione e farà il possibile per essere imparziale, o almeno lo ha fatto fino ad adesso. Il processo, per quanto possibile, sarà equo.-

-E dimmi, secondo te io merito questa possibilità?- domandò Otto.

-È rimpianto quello che sento? Perché di fronte a una corte potrebbe essere un vantaggio.- E riprese a scrivere, rapidamente e senza sosta. Lo sguardo però non seguiva le dita o la penna, ma era puntato in un angolo del foglio.

-Cos’è che non vuoi dirmi? Vieni qui a fare qualcosa che non farebbe nessun altro, a parlare come un folle, a liberarmi e farneticare di speranze dove non ci sono. Pretendi che io mi fidi di te… va bene, lo farò, ma voglio risposte anche io. Farci domande a vicenda non è utile.-

Lui sorrise, come a voler dire “e va bene”. Si rilassò sullo schienale della sedia e si tolse gli occhiali, piegando le asticelle e lasciandoli con poca cura sopra i molti fogli, che dopo le varie letture si erano sparpagliati su tutto il tavolo. -Io sono ebreo.- Dicendo quelle parole non riusciva a guardarlo negli occhi, occupati a osservare l’angolo basso della stanza. A quella semplice frase l’uomo si drizzò sulla sedia, afferrando i pomelli alla fine dei braccioli con visibile tensione. Il pensiero si era capovolto, adesso era lui a fissarlo come se stesse per ucciderlo a mani nude. -Anche se ultimamente sto continuando sempre più a dubitare della mia fede. Non che ciò mi eviti al vostro pensiero, suppongo. In ogni caso io sarei costretto alla schiavitù fino alla morte. Tramite intossicazione in quelle dannate docce, come una cavia da laboratorio.-

-Forse.- ragionò Otto, distendendosi di poco. -Insomma, tu mi sei inferiore, è un dato di fatto. Molti medici, molti uomini di cultura pensano questo, anche se da adesso in poi lo negheranno. Insomma, tu puoi pensare che correre faccia bene, che oltre l’orizzonte, a ovest, ci siano le Americhe e che il nazismo sia sbagliato. Io posso pensare quello che preferisco.-

-Sono d’accordo con te su ogni fronte. Ma questo non ti autorizza a uccidere qualcuno. O a cercare di farmi infastidire a tal punto da perdere il mio comportamento professionale.-

-Allora manteniamo questo rapporto signor Oswald.- continuò, assumendo un tono distaccato. -Immagini che, nonostante il proprio aspetto, sia in grado di andare a letto ogni sera con una donna diversa. Il mattino seguente, mettendo a posto la sua casa, si rende conto che uno dei bicchieri da vino si è rotto nell’enfasi dell’atto: lei se ne preoccupa? Ci pensa dopo quello che è successo? Gli costruisce una tomba o si limita a buttarlo nel cestino?-

-Sta davvero paragonando un bicchiere a una persona?- chiese Matthew inorridito.

-Lei lo ha fatto con topi e non mi sembra di aver visto qualcuno entrare e ribattere. Ipotizziamo per un attimo che ci sia un topo, perché io li vedevo così durante il lavoro. Se un topo entrasse in casa sua, lei lo proteggerebbe con lo stesso accanimento che usa per me? Non mi sembra che i topi le abbiano mai fatto nulla di male.-

-Portano le malattie.- ribatté l’avvocato.

-Be’, sì, effettivamente la peste nel 1300 non è stato qualcosa di bello che hanno fatto questi piccoli roditori. Proviamo a pensarla così: io credo che tutte le malattie che potano i topi possano essere trasmesse anche dagli scoiattoli. Anch’essi sono roditori eppure se ne vedesse uno in un parco non lo caccerebbe via, ma proverebbe anche a avvicinarlo per dargli da mangiare o… non so, accarezzarlo. Sembrano così simili, ma il trattamento che i due ricevono sono talmente diversi da poter essere considerati opposti.-

-È davvero una bella tesi, ma non la aiuterà in tribunale. Io invece sì.- sussurrò Matthew riprendendo gli occhiali e inforcandoli. -Può scegliere se cercare di convertirmi o pensare a una strategia insieme a me, o per meglio dire indicarmi quale preferisce secondo i miei consigli.-

Dopo qualche secondo di silenzio, dovuto forse alla tensione che finalmente si stava facendo sentire nel tedesco, lo stesso si sporse in avanti. -Cosa direbbero i miei superiori?-

-Non credo direbbero qualcosa, saranno morti per la maggior parte o già condannati a tale sorte. Chiedo scusa, sto infierendo.-

-Penso che i soldati le abbiano permesso di farlo.-

-Normalmente chiederei un esame psicologico, per ottenere l’infermità mentale. Ma lei vuole vincere facendo sapere al mondo che un assassino resterà in vita. Possiamo provare facendo leva su qualcosa di buono che ha fatto in questi anni, durante il servizio. Ricorderemo alla corte che non devono scegliere pensando di avere di fronte solo un comune nazista, ma un soldato che seguiva degli ordini e che ha fatto anche del bene.-

-Senza dire quanto io credessi in quegli ideali?-

-Non dire e mentire sono molto differenti. E prima che lei venga chiamato a deporre, quando, molto probabilmente, glielo chiederanno, avrò pensato a una strategia per evitare che sia costretto a rispondere. So che non ha intenzione di mentire, ma allora deve dirmelo ora: ha deciso di morire o vuole rischiare?-

-Cosa ho da perdere? Al contrario di lei, comodo sulla sua poltrona, io non ho motivo di non accettare.-

Matthew sospirò. -Mio padre mi ha detto che se fossi venuto qui a fare quello che sto facendo non sarei dovuto tornare a casa. Churchill mi ha promesso di accusarmi di tradimento e che in tribunale le mie abilità non torneranno comode per risolvere ciò. Non avrò una donna ogni sera, una famiglia e, molto probabilmente, neanche un lavoro, quando avrò finito qui. Ha ragione, lei è quello destinato a perdere tutto.- Sbuffò una risata. -Nessuno pensa agli avvocati, ma non ho ancora capito il come mai.- Ci fu qualche secondo di silenzio, poi Matthew prese un altro foglio, posando sopra la penna e pronto a scrivere. -Ci serve qualcuno a cui abbia fatto del bene nel corso di tutta la sua vita. Durante il servizio, non le è mai capitato di… non so… essere utile a qualcos’altro, oltre che a uccidere?-

-Persone che mi sono grate? Suppongo non debbano far parte del regime…- Sembrò pensarci su qualche secondo, fissando fermamente un angolo del tavolo. -Quell’uomo che l’ha portata qui dentro, dovrebbe essere un francese. È stato fatto prigioniero su mio ordine.-

-Bene, quindi l’ha risparmiato. Vedo che i suoi compiti erano molto vari… insomma, un singolo uomo che dipendeva da lei.-

-Singoli uomini dipendono da me. Ogni singolo numero passava sulla mia scrivania prima di andare oltre. Sa che vuol dire? Non ero mai troppo lontano da quei numeri. Volevo essere io a prendermi la responsabilità.-

-Perché?- domandò Oswald, forse con tono troppo duro.

-Nessun altro l’avrebbe fatto, neanche il fuhrer.- rispose, poco più che un sussurro. -Crede che lascerò le mie idee alla fine del processo?-

-Personalmente lo spero, ma se vuole passare il resto della sua vita come un nazista faccia pure.- concluse Matthew cominciando a raccogliere i documenti. -Stasera penserò a una linea di difesa, lei, domani, deve solo assicurarsi di non parlare e di non risultare inopportuno.-

-Avrei ancora due domande, prima che lei vada.- L’avvocato posò le cartelle sul tavolo e si tolse gli occhiali, guardandolo dritto negli occhi. Se la guerra aveva alzato delle barriere, Matthew Oswald non si stava facendo molti problemi a buttarle tutte giù. -Perché ha accettato il mio caso?-

-So che Otto Schmidt non è il suo vero nome. Non deve dirmelo, e francamente non voglio sapere cosa le hanno detto succederà in tal caso. So che è l’equivalente di un “John Smith” in Inghilterra, o almeno lo sembra, e mi preoccupa quello che potrebbero fare a un uomo di cui il nome dovrebbe essere ricordato. Non per motivi buoni, si intende. Vogliono che lei sia dimenticato, e io, dalla mia parte, voglio sapere chi c’è dietro questo piccolo gioco di potere.- Il tedesco annuì un paio di volte. Dopo alcuni secondi aveva distolto lo sguardo. -La seconda domanda?-

-Ha detto di star dubitando della sua fede. Come mai?-

Prima di rispondere Matthew si alzò, fece alcuni passi e aprì la porta, affacciandosi all’angusto corridoio. La guardia più vicina era parecchio distante, non li avrebbe sentiti. La fermò dal venire nella sua direzione con un gesto della mano e, quando fu sicuro che non li avrebbe raggiunti, si chiuse la porta alle spalle. -Al mondo ci sono sempre state persone che si credono furbe, e durante la guerra sono stati in molti a fare causa contro il governo britannico per un proprio tornaconto personale, esigendo soldi o proprietà e sperando di averle gratuitamente con una causa, certi che sarebbe stato qualcosa di facile.- spiegò riavvicinandosi al tavolo.

-Non ne ho mai sentito parlare.-

-Merito mio.- Si lasciò cadere sulla sedia. -Dopo un’ennesima causa, uscendo dall’ufficio del primo ministro, erroneamente prendo dei fogli con delle istruzioni per i militari. Un errore preceduto da molti altri, quei fogli non dovevano neanche trovarsi a Londra. Comunque, Enigma era già stato decifrato e noi sapevamo le vostre mosse. Appena tornato a casa, mi accorsi che quei documenti erano istruzioni per comportarsi di conseguenza ai vostri attacchi. Ce n’era uno, in una contea vicino Oxford, un bombardamento su alcuni ettari di campi. Riconobbi l’area, ci viveva un mio amico, ebreo anche lui. Le istruzioni? Non agire. Ogni controffensiva era ben calcolata, per assicurarci che non ve ne accorgeste, e farlo in quel momento sarebbe stato troppo rischioso. Ma la vita del mio migliore amico dipendeva da un “no” di fianco una stringa di codice morse. Quindi, presi del bianchetto, la mia macchina da scrivere e cambiai l’ordine. La sera stessa riportai il fascicolo, dicendo di non averlo aperto. Fu semplice, quasi liberatorio, e l’idea di essere scoperto non mi venne neanche in mente. Era così facile, anche un bambino l’avrebbe capito. In quel momento, premendo solo due pulsanti e facendo apparire due caratteri su un foglio di carta, io, anche solo per un momento, sono stato Dio. Me lo sentivo, e in fondo l’ho sempre saputo: non è stato Dio a vincere la guerra. Sono stato io, Turing, Churchill, alcuni proiettili piazzati al posto giusto, la fiala di cianuro nella tasca di Hitler… tanti fattori materiali. Non c’è bisogno di credere in Dio per vivere, e io adesso non credo di averne più bisogno. Se questa cosa la consola, Otto, allora sì. Io ero ebreo, e grazie alla guerra ora non lo sono più.- Abbozzò un sorriso, uno di quelli che non usava da parecchio. -Si starà chiedendo come mai io le abbia detto tutte queste cose. Be’, non credo che qualcuno le crederà se decidesse di dirle in giro.- Ci volle qualche attimo prima che si alzasse, prendesse le cartelle sul tavolo, e si dirigesse verso la porta. -Ci vediamo domani, in aula.- sussurrò senza guardarlo, uscendo e chiudendosi la porta alle spalle. Il sorriso se n’era andato senza avvisare non appena uscito dalla porta, dando il muto segnale alla guardia che scattò di nuovo e Matthew non la fermò. Prese un profondo respiro.

I suoi secondi come Dio erano finiti da tempo e sapeva che non ne avrebbe avuti altri. Per la prima volta in vita sua, però, sentì il desiderio di pregare. In quel preciso punto, in quel corridoio umido e poco curato. Serrò i pugni e prese a camminare, superando la piccola stanza in cui aveva passato i dieci minuti più pesanti della sua vita, ripromettendosi di dormire. O quanto meno provarci. Ma quel peso attaccato al cuore non avrebbe reso le cose facili.

  • Racconto di Max Casagrande