Con i punti chiave della scrittura drammatica alla mano, dovremmo essere pronti per buttare giù le prime righe della nostra pièce. Certo, chi ha in mente un soggetto potrebbe sembrare avvantaggiato, mentre a qualcuno la teoria non risulta sufficiente per riempire il foglio bianco a cui si trova di fronte.

Da dove si può trarre, quindi, l’ispirazione?

Per poter scrivere un testo destinato al teatro è bene, a parer mio, conoscere qualche linea generale dello sviluppo di questa disciplina nel tempo.

Di seguito, analizzerò dei momenti della storia del teatro per aiutarvi a trarre spunto per la vostra drammaturgia. Sacrificherò, per necessità, alcuni periodi magari accennandoli semplicemente oppure oltrepassandoli senza citarli, non per minor importanza ma perché non è mia intenzione sottoporvi delle lezioni di storia del teatro.
Ma vediamo cosa si può creare con qualche riferimento storico.

Seguendo un filo cronologico, il primo genere utile su cui soffermarsi è la tragedia greca: ci troviamo nell’Atene del V secolo a.C. e, all’interno delle Dionisie (le feste dedicate al dio Dioniso), vengono istituite delle gare che vedono come oggetto le rappresentazioni teatrali.

Perché qualcosa di così lontano da noi può essere fonte di ispirazione per il nostro testo drammatico? Come dicevo pocanzi, non tutti gli aspiranti drammaturghi potrebbero avere in mente un soggetto per la loro opera, ma se il nostro desiderio è proprio quello di scrivere uno spettacolo potrebbe esserci di fondamentale aiuto capire i nostri interessi e ascoltarli come guida per la nostra scrittura.

E allora, se ci dovessimo rendere conto di essere appassionati di storia antica o mitologia, ecco che abbiamo trovato la nostra strada.

Qual è l’origine del teatro greco?

Una rappresentazione ideale del Teatro Greco di Taormina.

Ci troviamo nei secoli antecedenti al V (tra l’VII e il VI a.C.), periodo in cui si registra un’evoluzione dell’epica fino alla sua scomparsa: il rapsòdo (cantore di componimenti poetici di carattere epico) prende parte alle grandi feste religiose cittadine raccontando le gesta degli dei e degli eroi per trasmettere agli spettatori esempi di etica e di leggi morali. Ma, ad un certo punto, il pubblico inizia a dimostrarsi insofferente e a sviluppare la necessità di assistere ad un nuovo modo di raccontare queste storie. Ecco, allora, che tragediografi come Sofocle, Eschilo ed Euripide propongono le prime forme di rappresentazioni teatrali.

Nel teatro greco infatti, se è pur vero che l’esigenza principale fosse quella di creare l’attesa e di vedere come si sarebbe svolta e conclusa la vicenda, non si racconta mai qualcosa di inventato.

È per questo motivo che reputo che il genere della tragedia possa esservi d’aiuto nella vostra composizione, perché siete già in possesso di un soggetto da sviluppare a cui manca la vostra interpretazione con la quale trasmettere un messaggio o una morale. Così, avrete anche voi un soggetto originale come punto di partenza per il vostro spettacolo.
Vediamo insieme le caratteristiche che per comporre una tragedia greca sul modello originale.

La tragedia segue una struttura specifica che si ottiene con una suddivisione netta tra i momenti destinati ai personaggi e quelli destinati al coro:

– il prologo introduttivo, in cui uno o due personaggi, contestualizzano ed introducono
l’azione
– la pàrodo, una parte cantata che segnala l’ingresso in scena del coro
– gli episodi in cui è suddivisa l’azione e che corrispondono, a grandi linee, ai nostri moderni
atti. Essi vengono collocati subito dopo la pàrodo perché il termine epeisódion sta ad
indicare l’ingresso dei personaggi subito dopo a quello del coro. Successivamente, però,
assumerà un significato più tecnico riferendosi ad una scena che ha un inizio e una
conclusione posta tra due canti corali.
– Gli episodi sono intervallati dagli stàsimi, momenti dedicati ai canti e alle danze che il coro
esegue quando si trova solo in scena, dopo l’uscita degli attori
– l’esodo, il momento in cui termina la rappresentazione e sia il coro che gli attori escono di
scena.

Anche i dialoghi tra i vari personaggi e tra i personaggi e il coro seguono una struttura fissa:

– lo scambio di battute dei personaggi si compone di una successione di discorsi recitati in
versi, i primi due da quaranta mentre gli altri da venti. Questa fase del discorso prende il
nome di rhéseis. In seguito troviamo la sticomitìa o la disticomitìa, cioè uno scambio di
battute più veloci e concise di uno o due versi per battuta
– la rhésis angeliké, invece, è il discorso informativo del messaggero che racconta al pubblico
fatti che non avverranno in scena, ma necessari alla narrazione perché, solo conoscendoli,
si può procedere con l’azione
– la monodìa e l’amebèo sono due momenti in cui gli attori non si esprimono recitando ma
attraverso un canto. Nel primo caso, il personaggio canta da solo mentre nel secondo caso
a cantare sono più personaggi, o i personaggi e il coro
– per ultimo troviamo il kommós, un canto caratterizzato dal lamento per il defunto o per
una situazione di estremo dolore.

Com’è noto, infatti, la tragedia greca ha sempre un finale drammatico. L’intento è proprio quello
di migliorare il pubblico attraverso la dimostrazione di come un esempio negativo venga punito o
mandato in rovina dagli dei.

Legato al genere tragico abbiamo il dramma satiresco che veniva rappresentato nella stessa giornata delle tragedie, al loro termine, con l’obiettivo di far scemare la tensione emotiva accumulata fino a questo momento della giornata. Non abbiamo notizie certe e molte informazioni a riguardo, ma è noto che si tratti di una rappresentazione decisamente più leggera e scherzosa, opposta a quella tragica, nonostante si componga delle stesse vicende e degli stessi personaggi: sulla scena è un coro di satiri che dialoga con i personaggi, coinvolgendo in una serie
di lazzi e sberleffi che sminuiscono la solennità e la dignità degli eroi.

L’altro importante genere di cui si compone il teatro greco è la commedia (da kómos, il corteo di uomini che, inebriati dal vino, al termine di un simposio si riversava nelle vite delle città intonando canti osceni o di amore), ulteriormente suddivisa in antica (Aristofane) e nuova (Menandro).

Queste due sottocategorie sono determinate dalle tematiche affrontate: nella commedia antica, che segue un filone più impegnato, ritroviamo delle invettive, anche violente, contro personalità di spicco della vita politica e culturale di Atene. La commedia nuova, invece, si interessa maggiormente a tematiche più quotidiane capaci, quindi, di far identificare gli spettatori con i personaggi; si parla di amore, di famiglia e di amicizia.

Per quanto riguarda la struttura del testo, ritroviamo la stessa apertura della tragedia con prologo e pàrodo. La differenza si nota nell’agone epirrematico, uno scontro tra due personaggi o tra un personaggio e il coro al quale segue la paràbasi, il momento in cui il coro resta solo sulla scena sfilando e danzando davanti al pubblico. È la parte più caratteristica di questo modello teatrale perché il coro si esprime in prima persona sottoponendo agli spettatori delle riflessioni strettamente legate all’attualità ateniese del tempo. Seguono le scene episodiche in cui l’eroe si scontra con dei personaggi minori e l’esodo, la parte conclusiva dove gli attori e i coreuti lasciano
la scena prendendo parte ad una festosa processione che celebra il trionfo dell’eroe.

Come per la tragedia, anche il fine della commedia è quello di migliorare il pubblico ma, in questo caso, attraverso il riso e mostrando situazioni grottesche e comiche che mettono in risalto la piccolezza degli aspetti negativi.

Proprio per il fine dei due generi teatrali che vi ho appena descritto, bisogna tenere presente che l’aspetto principale del teatro greco fosse la parola e che, quindi, l’attore risultasse solo un “veicolo” per far ascoltare il testo agli spettatori. Infatti, gli attori dovevano essere ben visibili e, per far sì che il ruolo che interpretavano fosse ben riconoscibile anche al pubblico seduto più lontano, si munivano di maschere utili, anche, a far sentire meglio quello che veniva detto dai vari personaggi. Un ultimo aspetto degno di nota che riguarda i personaggi è la scelta degli attori: indipendentemente dal ruolo maschile o femminile, nell’Antica Grecia le donne non recitavano mai perché la presenza femminile in una professione veniva rifiutata e ritenuta contraria al loro decoro e alla loro reputazione.
Per concludere, qualche accenno sullo spazio teatrale.

Quando si pensa al teatro greco è inevitabile immaginare il modello architettonico dei teatri di Taormina, Siracusa, Rodi e via discorrendo, costruiti sul declivio di un colle per sfruttare il più possibile lo scenario naturale dato che non esistevano ancora le scenografie.

Subito ci salta all’occhio che questi luoghi presentano una divisione in due zone, quella riservata al pubblico e quella per lo svolgimento dello spettacolo. Gli spettatori sedevano nella càvea, un emiciclo composto da gradoni in cui non esisteva una suddivisione dei posti in base al ceto sociale, fatta eccezione per le sedute in prima fila che venivano riservate alle figure strettamente correlate con la rappresentazione (ad esempio il tragediografo o commediografo che l’aveva composta). La parte destinata alla pièce, invece, si componeva dell’orchestra, dove si posizionava il coro mentre gli attori si posizionavano proprio tra il coro e gli spettatori.

Infine, oltre agli attori, in scena venivano collocate alcune macchine come la mekané, ovvero un gancio attaccato ad una gru che serviva a far entrare in scena il deus ex machina (personaggio che risolveva la situazione) e l’ekkuclema, una piattaforma rotante molto voluminosa che girava per far spostare i personaggi. Questa macchina veniva utilizzata anche per una precisa ragione drammaturgica: in scena e soprattutto davanti agli occhi del pubblico non potevano essere rappresentate scene come omicidi e suicidi nonostante fossero previsti dal testo.