Se avete bisogno di un elemento scatenante per dare l’avvio alla vostra storia, sappiate che la mitologia è piena di piccoli aneddoti che potrebbero aiutarvi. Nello scorso articolo avete visto quanto complessa fosse la situazione antecedente alla Guerra di Troia, quanti legami, quanti avvenimenti, quanti personaggi erano intrecciati l’uno con l’altro a tessere il canovaccio iniziale dell’Iliade.

Ora però  è il turno di dare un’occhiata al motivo scatenante, all’evento che ha dato il via all’inesorabile catena di accadimenti poi sfociati nel conflitto tra achei e troiani. Insomma, è arrivato il momento di un po’ di Discordia. Eris, se preferite il suo nome greco, alla quale bastarono solo due parole “Te Kalliste”, “alla più bella”, per scatenare un conflitto fratricida senza precedenti!

Ma andiamo con ordine. Come ho già spiegato, Zeus, in seguito ad una profezia, si affrettò a dare in sposa la nereide Teti all’ormai anziano Peleo. Tuttavia l’anziano re dei Mirmidoni non era personalità di poco conto, rimaneva pur sempre nipote di Zeus, e Teti era un’importante divinità marina, cosicché il loro banchetto nuziale fu enorme e fastoso e vi presero parte tutte le creature divine possibili… tranne una, non invitata.

Chi vorrebbe Discordia al proprio pranzo matrimoniale? Ovviamente nessuno, ma Discordia si offenderebbe se, tra tutti gli dei, proprio lei non venisse invitata! Andò proprio così, Teti infatti non invitò di tutte le creature divine proprio Eris, personificazione stessa della Discordia.

Eris

Eris è una trickster, particolare categoria divina che voi lettori di Scripta ormai conoscerete come le vostre tasche, ed Eris è una trickster dall’impareggiabile talento. Omero la paragona nell’Iliade ad una macchia d’olio: piccola in principio, ma che si espande in fretta e troppo velocemente. Da un piccolo gesto, Eris può generare il caos più totale, ed è proprio quello che farà nel bel mezzo del banchetto nuziale della dea Teti, gettando tra tre dee particolarmente volubili la famigerata mela d’oro, il Pomo della Discordia, che, come la parola su di esso diceva, andava assegnato alla dea “più bella”.

La mela, per sventura dei semidei, Achei e Troiani, finì tra le dee Era, signora dell’Olimpo, Afrodite, dea dell’Amore, e Atena, dea della Guerra e della Saggezza, che subito litigarono tra loro per decidere a chi di loro spettasse quella mela. Un litigio lungo anni, tanto che alla fine fu chiesto a Zeus di fare da arbitro. A sua volta Zeus, su consiglio del figlio Ares, lasciò la decisione ad un ragazzo favorito dal dio bellicoso, il giovanissimo Paride, erede inconsapevole al trono troiano.

Paride

La storia di Paride è piuttosto particolare: uno degli ultimi figli di Priamo, che tuttavia aveva una progenie a dir poco numerosa (si contano, tra legittimi e illegittimi, oltre 50 figli!), ebbe come condanna per la vita la visione profetica tanto di sua madre Ecuba che di sua sorella Cassandra (si, la Cassandra delle profezie catastrofiche a cui nessuno credeva, era troiana nonché figlia di Priamo), che insieme avevano visto morte e distruzione per Troia se Priamo avesse risparmiato quel bambino.

Priamo non uccise Paride, ma a malincuore lo abbandonò su una rupe, con in mano solo un sonaglio. Fu trovato dunque dal pastore Agelao (anche se qui ci sono alcune versioni differenti sul ruolo di Agelao, secondo Apollodoro una specie di “Cacciatore” di Biancaneve ante litteram) e da questi cresciuto, nonostante fosse evidente, dalla bellezza e dalla forza fuori dal comune, che il giovane fosse di stirpe nobile (vi ricordo, per amore di completezza, che in Grecia vigeva l’ordine di idee del “kaloi kai agatoi”, ovvero del “bello e bravo”, quindi Paride, nobile di nascita, doveva essere per forza straordinariamente bello e abile in tutto).

Paride ben presto dimostrò la sua forza, domando un toro della mandria del suo padre adottivo che in realtà era Ares stesso (che da allora in poi scelse il giovane come suo favorito), e dimostrando poi il suo valore sbaragliando, più per fortuna che per effettiva superiorità fisica, tutti i figli di Priamo, suoi fratelli inconsapevoli, nei giochi funebri di un parente di Priamo, e fu solo grazie ad Agelao, che mostrò il sonaglio con cui fu abbandonato il bambino al re di Troia, che il giovane fu riconosciuto e si salvò dal linciaggio organizzato da Ettore e dagli altri figli di Priamo.

Poco prima di questo evento, e quindi del riconoscimento a principe troiano, Paride dovette quindi fare da giudice alle tre dee per scegliere la più bella. Era promise al giovane il potere di governare la terra; Atena la saggezza che mai nessun uomo avrebbe potuto possedere; Afrodite gli promise ciò a cui nessun uomo è potuto, può e potrà mai resistere: la più bella donna del mondo, pronta a cadere ai suoi piedi al primo sguardo, innamorandosi alla follia di lui e solo di lui.

E quindi la mela andò ad Afrodite (viene da pensare se Ares non avesse previsto tutto proprio per favorire la sua amante storica, dandole un giudice a lui fedele!), e la dea, qualche tempo dopo, fece in modo che Priamo inviasse il figlio in una missione diplomatica a Sparta, ove Elena, già moglie di Menelao, e Paride si conobbero. Paride violò la sacra ospitalità dei greci e rapì Elena, portandoselo a Troia, facendola diventare sua moglie, con la benedizione strappata controvoglia dello stesso Priamo. Il destino di Troia era ormai scritto, così come quello di Paride, Elena e dei cinque figli che i due concepiranno (Agano, Bugono, Corito, Ideo e una figlia, Elena).

Menelao, offeso in maniera irreparabile, corse da suo fratello Agamennone, re di Micene nonché probabilmente il più importante dei basileus greci, il quale richiamò tutti gli altri basileus di Grecia per programmare l’attacco e l’inizio della guerra contro Ilio. Le cose non andarono però come forse Agamennone si aspettava.

Innanzitutto molti re, principi ed eroi greci non ne volevano sapere nulla di andare in guerra, primi tra tutti Ulisse e Achille.

Il primo si finse pazzo, cominciando ad arare i campi e gettandoci sopra il sale, farneticando e urlando. Palamede, re di Nauplia, si recò dal re di Itaca e pose dinnanzi al suo aratro il giovanissimo, appena nato, Telemaco, figlio di Ulisse e Penelope, e questo ovviamente si fermò per non travolgere l’infante, svelando però la sua sanità mentale e dovendosi arrendere all’idea di partire per la guerra; il secondo invece arrivò addirittura a travestirsi da donna per non farsi riconoscere, ma stavolta fu Ulisse stesso a scoprire l’inganno, porgendo a delle fanciulle, tra cui era nascosto Achille, varie ricchezze. Il Pelide adocchiò subito una spada e così Ulisse lo smascherò. C’è da dire però che Achille non si era nascosto per poca voglia di combattere, bensì per placare il dispiacere della divina madre, consapevole che il figlio sarebbe morto se avesse assediato Troia.

Alla fine i più valenti principi greci furono radunati, tra di essi abbiamo oltre a quelli su citati anche l’anziano Nestore, l’ultimo argonauta rimasto ancora in attività, Aiace Telamonio e Teucro suo fratello, Aiace Oileo, un barbaro rozzo e irrispettoso degli dei, Diomede, vassallo di Agamennone e protetto da Atena stessa, e alcuni altri.

I preparativi furono ultimati e i greci e la loro flotta partirono… sbagliando destinazione!

I greci finirono per sbarcare a svariate leghe di distanza da Troia, sull’isola di Misia ove regnava Telefo, uno dei tanti figli di Eracle, che i greci incautamente attaccarono. Alla fine gli achei prevalsero e Achille sconfisse Telefo, infliggendogli una ferita si può dire magica, che non guariva mai, con la sua lancia. I greci furono costretti ad andare via e tornare in patria, ma Telefo, che non trovava pace, li seguì, consultando l’Oracolo di Delfi per sapere come guarire la ferita. Verrà fuori che solo la lama che l’aveva ferito poteva guarirlo, così Telefo si recò da Agamennone, questo in compagnia di Ulisse, e lo pregò che gli venisse data la lancia di Achille per guarire dalla terribile ferita. Ulisse recuperò la lancia e guarì Telefo, che a sua volta insegnò agli achei la vera rotta per raggiungere Troia.

Il sacrificio di Ifigenia e il salvataggio di Artemide

Otto anni dopo (e con la maledetta rotta giusta a disposizione!) gli Achei furono di nuovo pronti ma il mare divenne una tavola a causa di un gesto sacrilego di Agamennone: il re miceneo aveva infatti ucciso una cerva sacra ad Artemide, adirandola, e il mare avrebbe ripreso la sua normale attività solo se il re avesse sacrificato sua figlia Ifigenia lì dove si erano ritrovati gli achei, ovvero in Aulide.

Agamennone, a malincuore e sotto numerose pressioni, fu costretto ad acconsentire e alla fine, per levare il padre da quella situazione, fu la stessa Ifigenia a gettarsi tra le fiamme della pari sacrificale. Proprio per questo Artemide le permise di vivere, sostituendola con una cerva e teletrasportandola, se mi passate il termine, in Tauride, dove divenne una sua sacerdotessa.

I greci dunque partirono e arrivarono a Troia, cominciando una guerra lunga oltre dieci anni, una guerra dalle dimensioni ciclopiche originatasi da una sola, modestissima parola.

Facciamo tutti un bell’applauso ad Eris per l’efficienza con cui ha provocato il massacro lungo dieci anni! Rimandiamo all’ultima parte di questo trittico la descrizione proprio di questo decennio quasi del tutto sconosciuto e il destino di chi, nel bene o nel male, ha preso parte a questa battaglia.

Piccolo spoiler: alla fine non ci sarà nessun vincitore.