Scrivere una storia non è mai facile: non si sa mai come partire e poi, rotta la paura del foglio bianco, bisogna sempre ponderare bene la costruzione del testo, tanto nella parte grammaticale che in quella contenutistica. Bisogna fare attenzione a tante cose nello scrivere una storia, ancora di più se si vuole inserire questa storia in un contesto più ampio. E anche Omero ha dovuto fare questo lavoraccio!

La mitologia è più antica delle prime vere opere scritte, e queste sono resoconti di tradizioni mitologiche ben più antiche. E dovendo queste opere rapportarsi con un già fin troppo vasto repertorio di storie, i loro autori hanno dovuto inserire le loro creazioni in un contesto particolarmente affollato. L’Iliade non è un’eccezione.

Ma da che mondo è mondo, le nostre mitologie hanno ispirato topos letterari, creato Archetipi, raccontato la nascita e la caduta di interi mondi e universi… quindi magari farsi un bel viaggio nel contesto mitologico potrebbe aiutarvi non solo nel farvi capire come immergere meglio la vostra storia in un mondo più grande e realistico ma anche darvi valide ispirazioni per elementi da inserire in quello che scrivete.

Detto questo, vediamo di analizzare la “lore” dell’Iliade, la prima grande opera di Omero, ammesso e non concesso che sia mai esistito.

La parola “lore” è diventata di uso comune nel vocabolario italiano negli ultimi tempi, specie grazie ad opere, letterarie o anche videoludiche, che hanno basato buona parte della loro narrazione alla cosiddetta “trama ambientale”, ovvero ciò che riguarda il mondo in cui ambientata la storia e non direttamente il protagonista.

Ma di “lore” è infarcita anche l’Iliade: forse tutti voi saprete che la Guerra di Troia è stata un conflitto sanguinoso tra Achei e Troiani durato per ben 10 anni… ma forse non saprete che l’Iliade racconta solo 51 giorni di quel conflitto. Gli altri 3599 giorni di guerra sono non persi nell’oblio, ma affidati ad altre fonti, esterne, precedenti ma anche successive all’Iliade. Così come anche i prodromi che hanno condotto alla Guerra di Troia, le sue cause più lontane eppure più pregnanti.

E, volendo fare una grossa, enorme, gigantesca approssimazione… beh, è stata tutta colpa di Zeus.

Ora, la colpa è di Zeus sotto molteplici punti di vista e, per non tediarvi troppo, cercherò di dare una struttura schematica a questa sorta di accusa. Il mito racconta che la Guerra di Troia fosse, probabilmente, un tentativo di Zeus di sfoltire il troppo numeroso genere umano. Questa versione del mito ce la riferisce Platone, che parla di questo “piano” come un suggerimento dato al padre degli dei greci da Temi, una titanide, zia e compagna di Zeus, e dalla dea Momo, dea degli scherzi.

Non sarebbe la prima volta che Zeus rivolge delle attenzioni distruttive al genere umano, basti ricordarvi che è Zeus a provocare il diluvio universale made in Greece lasciando salvi Deucalione e Pirra. Ma addirittura ci potrebbe essere una motivazione ancora più oscura e malsana che avrebbe spinto Zeus: la paura dei semidei.

Secondo Apollodoro infatti, Zeus avrebbe avuto paura dell’enorme numero di semidei e progenie dal sangue divino che si stava spargendo sulla Terra: in effetti, ad essere onesti, la maggior parte dei protagonisti più celebri della Guerra di Troia sono semidei o discendenti di un dio, al 90% di Zeus stesso!

E siccome Zeus avrà pure fatto finta di essere un sovrano illuminato ma sotto sotto condivideva col padre e col nonno la folle paura di essere spodestato da un suo discendente (motivo per cui mangiò per intero Temi, sua zia e compagna, quando questa era incinta di Atena per paura che la figlia lo spodestasse), una bella guerra fratricida sarebbe stata una buona scusa per liberarsi da eventuali minacce.

Mi si potrebbe benissimo chiedere: ma la situazione era davvero così grave? C’erano davvero così tanti semidei? La risposta è: si, più di quanti ne possiate immaginare.

Zeus e Leda

Clitemnestra, moglie di Agamennone, e Elena, moglie di Menelao e poi amante di Paride e casus belli, erano entrambe figlie di Zeus, nate dal rapporto del padre degli dei, sotto forma di cigno, e Leda. La donna partorirà dopo questo rapporto due uova (ah, il mito! Ndr): da una nasceranno i Dioscuri, Castore e Polluce; da un’altra invece Clitemnestra e Elena.

A loro volta, anche Agamennone e Menelao erano imparentati con Zeus: erano nipoti di Pelope, a sua volta figlio di Tantalo (protagonista dell’omonimo supplizio), a sua volta viglio di Zeus, il che rendeva Zeus stesso il trisavolo dei due re achei.

Odisseo, o Ulisse se preferite, era per parte di madre nipote di Autolico, il più grande ladro mai esistito poiché aveva ereditato il dono da suo padre, il dio dei messaggeri e dei ladri Ermes, a sua volta figlio di Zeus. Ecco che anche Odisseo è il “tris-nipote” del buon vecchio Zeus.

Aiace Telamonio e suo fratello, figli di Telamone, erano nipoti di Eaco, uno dei tre famosi giudici dell’Oltretomba e anche lui figlio di Zeus, facendo dei due guerrieri achei (ricordo che Aiace era il secondo più forte dopo Achille dalla parte dei greci) bis-nipoti di Zeus. Ma Eaco era anche il nonno di Achille, poiché padre di Peleo, re dei Mirmidoni. Ma con Achille la faccenda si complica alquanto e forse proprio con lui si conferma la paranoia di Zeus.

Achille

Come forse saprete, Achille è figlio di Peleo, re dei Mirmidoni, e Teti, una nereide… ma Teti era stata, fino a poco tempo prima di conoscere Peleo, un’affezionata amante di Zeus. Ma un giorno l’oracolo di Delfi predisse che il figlio di Teti avrebbe superato in ogni senso possibile la gloria del padre. Zeus, accecato dalla paura, non solo scacciò Teti dal suo fianco, ma combinò un matrimonio con un mediocre eroe greco, per l’appunto Peleo, che aveva la sola particolarità di possedere una sorta di spada invincibile alla strega di Excalibur.

Fu così che nacque dunque Achille, e in realtà a voler scendere nei dettagli, si potrebbe andare avanti quasi all’infinito a sottolineare i legami di parentela, ma per il momento ci fermeremo qui. Voglio però farvi presente un ulteriore motivo per cui la guerra di Troia scoppiò: i re Achei, per la maggior parte, avevano un legame di fratellanza tra loro, siglato con una avventura mitologica di una generazione precedente a quella dell’Iliade: l’impresa degli Argonauti.

Molti padri degli eroi protagonisti, come il padre di Odisseo, quello di Aiace, ma addirittura lo stesso re Nestore, il re più anziano che parteciperà alla guerra di Troia, furono tutti compagni di Giasone sull’Argo, insieme ad altri eroi molto importanti, tra i quali c’è addirittura, anche se per un brevissimo periodo, il possente Ercole, il più grande di tutti gli eroi greci.

Con Ercole, notoriamente il più celebre dei semidei figli di Zeus, si apre l’ultima parentesi sulla presenza dello zampino divino nella Guerra di Troia, passando però brevemente dall’altro versante della guerra, per l’appunto la città di Ilio.

Ganimede, che diventerà la costellazione dell’Acquario

Se siete stati tutti attenti a scuola, saprete che Ilio (o Troia) era una città circondata da mura particolarmente alte e resistenti, che tennero l’assedio e non lasciarono mai passare nessun nemico prima dello stratagemma che rese famosa questa guerra e il suo ideatore. Tali mura erano di origini divine e, tanto per cambiare, furono costruite grazie all’ingerenza di Zeus.

Dovete sapere che Zeus, ad un certo punto della sua vita e circa un secolo prima (il tempo in questi casi è molto relativo) della Guerra di Troia, si innamorò del principe troiano di nome Ganimede, figlio di re Troo e il più bell’uomo sulla Terra al momento. E si, Zeus era bisessuale. Era un dio, poteva fare tutto quello che gli pareva, d’altronde. Se avete problemi con questo, parlatene con la sua folgore.

Zeus fece rapire Ganimede e, in pegno di quel “dono”, concesse al re Troo dei magnifici cavalli di natura divina. A questo punto ci tocca andare avanti di due generazioni.

Ai tempi del re troiano Laomedonte, nipote di Troo, ci fu un tentativo di colpo di stato all’Olimpo: Era e Poseidone, aiutati da altri dei, cercarono di rovesciare Zeus. Il colpo di stato però fallì, e Zeus punì il fratello Poseidone a dover lavorare agli ordini di Laomedonte per costruire le mura di Troia. Il re, tra l’altro, promise anche a Poseidone di dargli in dono i famosi cavalli ricevuti per il rapimento di suo zio.

A lavoro concluso e costruite le alte mura, Poseidone chiese il suo pagamento, ma Laomedonte glielo rifiutò; con una reazione giustificata ma non proprio pacata, Poseidone scatenò un mostro marino contro la città. Il caso volle però che Ercole fosse nei paraggi e il re Laomedonte gli chiese aiuto, promettendogli in pagamento sempre gli stessi cavalli. Ercole sconfisse il mostro, ma neanche lui ricevette il suo pagamento, cosa che lo portò a giurare vendetta.

Ercole

Alcune settimane dopo, il figlio di Zeus tornò a Troia con 18 navi greche piene di soldati, tra cui la neonata stirpe dei Dori (originatasi dai 50 figli avuti da Ercole con 49 delle 50 figlie di Tespio… storia lunga) e i compagni Argonauti, ma praticamente da solo sfondo i cancelli di Troia, rase al suolo la città e uccise Laomedonte e tutti i suoi figli, lasciandone in vita solo uno: Podacre.

Furibondo, ma non intenzionato ad uccidere l’unico testimone di quella tremenda vendetta, Ercole minacciò Podacre, decretando che semmai un’altra volta le armate greche avessero messo piede nella città di Troia, di questa non sarebbe rimasta pietra su pietra.

Ecco che nasce l’inimicizia tra Troia e le città stato Achee, in un ricordo in realtà ancora vivido ai tempi della guerra al centro dell’Iliade. Podacre prenderà un altro nome da quel momento in poi: essendo stato risparmiato, egli fu chiamato “il salvato”… Priamo in originale, il re di Troia ai tempi dell’Iliade, padre di Ettore, Paride, Cassandra e di un’altra ventina di figli.

Ecco in che panorama si colloca l’Iliade, ecco quali miti hanno PRECEDUTO l’opera di Omero, e questa è solo la punta dell’Iceberg di una “lore” che viene troppo spesso dimenticata e che, proprio per questo, rende meno plausibile un racconto mitologico che invece ha radici troppo profonde per essere viste. Ma non è finita qui, perché oltre ai prodromi, dobbiamo raccontare i dieci anni di guerra non raccontati nell’Iliade e, credetemi, la follia è appena iniziata!