Il Vespro di Ystoriel - Scripta
Cronache di Ystoriel

Il Vespro di Ystoriel

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by Scripta Blog

JAASET.
Il giorno del Cataclisma di Farayen.

Bahir Ra’ed si trovava nel maktab, quando la sua casa fu scossa dalle fondamenta fino al tetto. I rotoli di pergamena e di prezioso papiro crollarono giù dagli scaffali e alcune ampolle si frantumarono sul pavimento. L’uomo barcollò fino alla finestra, si sporse e alzò lo sguardo. Il cielo temporalesco era fitto di nubi di un insolito colore verdastro. Dall’interno della casa proveniva il vociare angosciato della servitù.
Così ha inizio. Oh, Aset, abbi misericordia.
Si avvicinò alla maschera di Sekhma che lo attendeva poggiata sulla scrivania e il bronzo lucidato gli restituì il suo riflesso. Un uomo dall’aspetto comune eccetto che per gli occhi di differenti colori: uno marrone, l’altro azzurrissimo.
Bahir sfiorò il metallo con dita tremanti: l’Aspetto della Volpe. Sorrise appena, all’idea che proprio quell’animale fosse toccato a lui. Lo faceva pensare a Deva. Decise di considerarlo come un buon auspicio.
Volpina.
Sfilò la tunica nera da medico e indossò quella rossa dei sacerdoti, poi si sedette per allacciare i sandali.
«Bahir!» La porta si aprì di colpo e Deva entrò nella stanza. I suoi occhi corsero lesti al disordine causato dal terremoto. «Stai bene?»
«Sì, bene» mentì l’uomo. Aprì la bocca per chiederle se nel resto della casa fosse tutto a posto, ma si trattenne. Volpina aveva altro da dire.
«Ti attendono al Grande Tempio.» La voce di sua moglie era gelida, gli occhi arrossati.
Bahir annuì di nuovo. «Riferisci che sto arrivando.»
Deva non si mosse. «Ho visto i soldati che scortavano i primogeniti.»
L’uomo si alzò in piedi con un sospiro e le si avvicinò.
«Non devi farlo, Bahir» disse lei, brusca, come per dargli un ordine.
Non vorrei farlo, Volpina.
«Non c’è altra scelta.»
«Macellare bambini non ci salverà!» Il grido acuto si ridusse a un singhiozzo spezzato.
«Che può saperne una Sibanthi?» ringhiò l’uomo. Poi allungò una mano sul viso di lei, vinto dalla tentazione di asciugarle una lacrima. «Perdonami, Deva, ma non c’è altro modo. L’Ascensione richiede un grande prezzo.»
La donna scostò il volto affilato, sottraendosi alla sua carezza.
«Sono felice», sibilò «di non averti dato figli.» Poi scomparve giù per le scale.

KERKINTA.
Due giorni dopo il Cataclisma di Farayen.

Argeus stava in piedi sulle mura, appoggiato al parapetto. Accanto a lui erano schierati i pochi uomini che gli erano rimasti. Il suo sguardo indugiò su di loro per qualche momento. Erano tutti dei buoni compagni.
Ysauros, Kyril, Corban, Alexios.
Su quei visi, il comandante lesse soprattutto paura e disperazione.
Sessanta piedi più in basso, i cittadini di Kerkinta correvano a destra e a sinistra, sciamando come insetti ai piedi di un gigante mostruoso. Perfino i soldati lanciavano via le armi, gridando di terrore. Molti crollavano a terra e venivano calpestati o erano trascinati via dalla follia dei cavalli.
Aretha, salvaci!
Il mostro camminava verso di loro, distruggendo le abitazioni, calpestando i vivi e i morti. Il suo corpo non aveva mai due volte la stessa forma, come se fosse fatto di nebbia. Soltanto una cosa non cambiava mai: aveva un torso simile a quello di un’immensa statua e, proprio al centro, vi era incastonato un masso color madreperla.
La voce squillante di Corban si levò al di sopra del frastuono. «Guardate là!»
Qualcuno, un ragazzo, si era fermato ad affrontare il gigante.
Argeus vide il folle raccogliere da terra un grosso sasso e scagliarlo verso il petto della creatura. Lo strano corpo dell’essere tremò e si agitò come fumo nel vento. Fu solo per un istante, poi cambiò forma. Al posto della testa si aprì una voragine irta di denti aguzzi, al posto delle dita crebbero falci ricurve. Un’unghiata colpì il ragazzo in pieno petto e lo scagliò contro un muro. Il giovane rimase immobile, come un fantoccio disarticolato. Solo allora Argeus riconobbe il figlio di Thetis. L’uomo ruggì di dolore. E intuì qualcosa.
La pietra! La pietra è il suo cuore! Dobbiamo distruggerla!
Si aggrappò a quella speranza come un naufrago a un pezzo di legno. Avevano baliste e catapulte, armate con massi da tre talenti. Avevano lance e giavellotti.
Oh Dea, fa che bastino!
«La pietra», gridò ai tiratori. «Mirate alla pietra!»
Le baliste colpirono una, due, sette volte. Finalmente iniziarono a formarsi delle crepe sulla superficie della roccia. Argeus era sicuro che il mostro stesse urlando di dolore. «Continuate! Continuate a colpire!»
Sta funzionando!
Ma non bastava, non ancora. Avevano ormai scagliato tutti i massi, ogni giavellotto e dardo. La creatura si protese sopra di loro.
Il comandante inspirò a fondo l’aria caliginosa. Sfiorò la spada alata che ornava il pettorale dell’armatura e rivolse una preghiera ad Aretha, l’ultima della sua vita. La Dea, ormai, non esisteva più. Non c’era prodigio che potesse aiutarlo. L’uomo, però, si sentì confortato: una strana calma si impadronì di lui e il cuore impazzito rallentò.
Prese una leggera rincorsa, le pupille fisse sul bersaglio. Sollevò la lancia al di sopra della spalla destra e la scagliò con tutta la sua forza. Il movimento attraversò dorso, gomito e mano, fluido come un colpo di frusta. «Per Aretha!» La punta metallica si conficcò dritta nel cuore del gigante.
Ci fu un lungo scricchiolio, uno schianto e la pietra andò in frantumi. La creatura stridette così forte che i soldati si accasciarono a terra, le mani premute sulle orecchie sanguinanti. Poi il mostro si chinò su Argeus e lo sollevò, stringendolo in pugno. Il comandante sentì le costole sbriciolarsi.
Perché? Perchè è ancora in piedi?
Il gigante urtò le mura, la nebbia del suo corpo sibilò e spumeggiò. Si udì un boato e tutto quanto crollò in un’ondata di detriti, polvere e fumo. Argeus non riuscì più a respirare.
Non è servito a nulla. La città è perduta.
Il buio gli riempì la mente, il sangue la gola.

SEVNIKA.
Tre giorni dopo il Cataclisma di Farayen.

Le fiamme sgorgano dalle mie mani, dense come olio. L’esplosione richiude il maledetto portale. Ho vinto la mia ultima battaglia. Ma Loro torneranno, torneranno.

Sonja si svegliò di soprassalto e slacciò con furia la camicia. Uno strano simbolo triangolare le bruciava in mezzo al petto, tra i seni. Provò a sfregarlo con le dita, singhiozzando forte.
No, no! Che cos’è?
Qualcuno l’aveva maledetta. Uno dei Sibanthi, forse. Anzi, quello strano mercante che le aveva venduto lo specchio. Le aveva fatto i complimenti per le sue trecce bionde.
No, è il sogno. È colpa del sogno.
Quando si affacciò alla finestrella, capì di avere ragione. La città bruciava come un gigantesco falò, tanto che la ragazza ne avvertì il calore sulla pelle. Le fiamme avevano avvolto le case vicine e danzavano nell’oscurità: lingue rosse alte almeno trenta piedi. C’era un fetore orribile, di carne abbrustolita.
Come ho fatto a non svegliarmi prima?
In mezzo al fuoco, camminava una creatura colossale. Il suo corpo lattiginoso mutava di continuo, stagliandosi contro il cielo. Sonja l’aveva già visto molte volte, nei suoi incubi. Sotto il tocco della creatura le case crollavano e i muri si scioglievano come burro.
La ragazzina si lanciò giù per le scale, in preda al terrore. «Mamma! Kostia!». La porta di casa era aperta, la stanza già invasa da un fumo denso. Il corpo di sua madre giaceva sugli ultimi gradini, con una pozza scura attorno alla testa rotta.
Mamma!
Sonja represse un urlo e crollò in ginocchio accanto a lei. Vide che gli occhi erano un poco socchiusi, lasciavano intravedere una fessura bianca.
«Mamma» bisbigliò, strattonandole il braccio. «Mamma, svegliati!» Sua madre non si mosse. Sonja le prese il fazzoletto dalla tasca e cercò di asciugare il sangue che sgorgava dalla ferita, ma, più lo tamponava, più ne usciva fuori. Il fazzoletto divenne rosso. Anche i capelli biondi erano diventati tutti rossi.
Oh Dei, oh Dei.
Sonja si rialzò a fatica. Tremava così forte da non riuscire quasi a camminare. Il respiro era un sibilo irregolare, da animale braccato. Strisciò fino all’entrata e guardò fuori. La casa di Zalev era avvolta dalle fiamme, sentiva le voci dei suoi figli che ululavano come un branco di cani.
«Aiuto», mormorò, a nessuno. «Aiuto, aiutatemi.»
Certamente sarebbero arrivati. La guardia cittadina, i soldati. Come potevano non farlo? Qualcuno aveva portato via Kostia, aveva fatto del male a mamma!
La ragazza barcollò fuori di casa. «Aiuto, vi prego! Qualcuno mi aiuti!»
Dalla porta di Zalev uscirono cinque creature. Non erano esseri umani, non più. Avevano corpi contorti, pieni di artigli e aculei.
Sonja gridò. Non sapeva cosa fare. Il simbolo sul petto le faceva male da impazzire. Strinse forte i denti per reggere a quel dolore ribollente, insopportabile. Sentì la mente sbiancare, la pelle ardere.
Ma che cosa…
Dal suo corpo proruppe una fiammata che divorò i mostri attorno a lei. Quattro crollarono in cenere, ma l’ultimo le balzò contro, la afferrò per la camicia da notte e la gettò a terra. Si protese in avanti e spalancò le fauci in un orrido sorriso, colmo di denti aguzzi e luccicanti. Era finita.
Oh, Dei! Aiuto!
Sonja strillò con tutto il fiato che aveva in gola, poi qualcuno guizzò addosso alla creatura. La prese per il collo e glielo torse con uno scrocchio. La strappò da terra e la scagliò sull’acciottolato, morta.
La ragazzina non riusciva ancora a smettere di tremare. Si rialzò piano, aiutandosi con le mani. «G-grazie.»
«Come ti chiami, bambina?» Lo sconosciuto le rivolse un sorriso dolorante. Aveva gli abiti a brandelli e un ginocchio ferito, che perdeva sangue fino a inzuppargli gli stivali.
«Sonja.»
L’omone le si avvicinò zoppicando. «Io sono Beryn.»
Sonja si accorse del simbolo triangolare che brillava sul grosso avambraccio.
Ma quello è…
Anche Beryn doveva aver notato il suo, perché la sua espressione si era fatta ancora più triste.
«Perdonami, Sonja. Io non vorrei chiedertelo, ma devi venire con me. Ho bisogno del tuo aiuto.»

LANDEN.
Cinque giorni dopo il Cataclisma di Farayen.

Squalo, grondante di sangue e sudore, uscì dalla Locanda del Gatto in mezzo a un coro di rispettosi saluti. Jack lo vide annuire più volte in segno di ringraziamento e dirigersi verso la scala che portava in casa sua. Per un attimo, pensò di andarsene via.
No, deve saperlo da te.
La maga alzò lo sguardo. Il cielo notturno era illuminato da una luce verdastra, simile a quella che talvolta brillava sulle Isole dell’Inverno. Il Vespro Viridiano.
E tu che non ci credevi!
Quello che stava succedendo nel Continente era un cazzo di incubo divenuto realtà.
Scalò un gradino dopo l’altro, serrando i denti. Arrivata in cima, inspirò a fondo e bussò alla porta.
Dall’altra parte ci fu un grugnito di fastidio, poi l’uscio si aprì. «Jackie.» Squalo le rivolse un sorriso stanco.
«È troppo tardi?»
Lui scosse il capo e fece un passo indietro per lasciarla entrare.
L’unica stanza era ordinata e spoglia, come quella di un soldato, come se ci fosse soltanto accampato. Jack si guardò attorno: il tavolaccio, due sgabelli sgangherati, un baule, un catino, il pagliericcio in un angolo. La vista di quelle poche cose le diede uno strano senso di tenerezza. Si sforzò di sorridergli. «Allora, hai vinto?»
Squalo annuì. «Però guarda, il bastardo mi ha graffiato.» Mostrò le unghiate che gli solcavano il collo, appena sopra la clavicola.
«Graffiato? Che razza di fichetta!» Jack fece una risatina e gli si avvicinò.
Tornò subito seria. «Senti, sono venuta a dirti una cosa.»
Lui inzuppò una pezza nel catino e iniziò a togliersi di dosso il sangue del suo avversario. «Lo so, Sevnika è bruciata. Me lo ha detto Tomm.»
La maga boccheggiò. «Mi dispiace tanto, Markov.»
L’uomo tornò a immergere lo straccio. Jack rimase in silenzio, a guardare l’acqua che si colorava di rosa.
Digli qualcosa, cazzo.
«Non vado laggiù da tanto tempo, la mia famiglia non c’è più. Questa è casa mia, ora» disse invece Squalo, sommesso, come se fosse a lui a doverla consolare.
Jack gli si strinse contro il petto umido per un lungo momento, circondandogli il torso con le braccia. Sentì il suo fiato caldo sulla nuca. Le stupide lacrime le pizzicavano gli angoli degli occhi. «Sarà meglio pulire quei graffi.»
Si sciolse dall’abbraccio e trovò l’aceto di mele al solito posto, nel baule vicino al letto. Ne versò un pò sulla ferita e sulle nocche ammaccate di Squalo. Lui storse il viso. «Anch’io ho una cosa da dirti.» Prese fiato, come un nuotatore prima del tuffo. «Ho trovato un passaggio su una nave diretta nelle colonie a Nord. Salperà tra due giorni. Fa’ i bagagli. Vieni via con me.»
«Tu… vuoi scappare?» Jack aggrottò la fronte liscia.
«Voglio portarti in salvo.»
Dannazione, Markov.
La ragazza scosse la testa. «Prima o poi arriveranno e basta. Nessuno può mettersi in salvo.»
L’uomo piantò i pugni sul tavolo, di nuovo brusco. «Non è giusto, Jackie. Non adesso.»
No, non è giusto, cazzo.
Jack deglutì di nuovo le lacrime. Gli si avvicinò ancora di più, premendo il seno contro il petto di lui, baciandogli le labbra, mordendolo. Aveva bisogno del conforto del suo corpo.
«Almeno prometti che ci penserai.» Squalo trasse un respiro dolente, ringhiante.
Jack cercò di slacciargli la cintura. «Promesso.»
Ci fu un debole tintinnio quando lui sganciò la fibbia e le guidò la mano dentro i calzoni. La ragazza lo sentì mormorare qualcosa in bephigran, a occhi chiusi. Poi Squalo la spinse sul tavolo. Con una manata gettò a terra straccio e catino e l’assalì, strappandole i vestiti di dosso.

INVERSTORM.
Sette giorni dopo il Cataclisma di Farayen.

L’Alto Arcanista Kitgard avanzò spedito verso la Sala del Consiglio, ansimando come un mantice. La camicia di seta gli si era appiccicata alla schiena e gli mancava il fiato in maniera terribile. Si chiese se fosse colpa del caldo, del sovrappeso o della paura fottuta che le ultime notizie gli avevano messo.
Il soffice tappeto yaziriano attutiva il rumore dei suoi passi e le finestre erano state oscurate con dei drappi, perciò l’intero corridoio era immerso nel silenzio e nella penombra. Herenvar ne indovinò subito il motivo.
Atelweyld.
Fu come se lo avesse evocato. «Arcanista Kitgard.»
Il mago udì la voce dietro di sé e si girò di scatto. «Lord Reggente.»
La semioscurità permetteva al vampiro di stare a volto scoperto, gli occhi di brace che spiccavano sul pallore cereo.
Atelweyld gli si accostò. «È sempre un piacere.» Sorrise appena, posandogli sul braccio le lunghe dita. «C’è proprio una cosa di cui devo parlarvi. »
Herenvar lanciò uno sguardo nervoso in direzione della sala. «Temo che siamo in ritardo.» E cazzo, se lo erano! Pregò i Quattro che il Savio non fosse offeso.
«Riguarda la vostra giovane amica, l’apprendista di Haynes…»
Il mago sobbalzò. «Cosa avete scoperto?»
Atelweyld ritrasse le dita dal suo braccio. «Siamo davvero in ritardo, e avete guai più grossi a cui pensare.» Fece un altro tenue sorriso, riuscendo a non mostrare troppo i canini appuntiti.
Dev’essersi esercitato.
Herenvar fu costretto a ingoiare il proprio disappunto. «D’accordo. Ne parleremo dopo.» Scacciò via il pensiero di Nalevh con una smorfia amara.
Tanto stiamo tutti per morire.
Si spolverò la manica, là dove il tocco del vampiro aveva lasciato una traccia polverosa.
«Cipria», spiegò il Reggente «Per la luce.» Drappeggiò il mantello sulla spalla destra con studiata noncuranza e varcò la soglia.
Herenvar entrò appena dopo di lui. Anche nella Sala del Consiglio tutte le finestre erano state coperte da pesanti tendaggi, in modo che nessun raggio di sole potesse filtrare all’interno. A illuminare l’ambiente, comunque, bastava il grandioso lampadario. Il mago trovò l’atmosfera quasi luttuosa.
Si intona all’argomento del giorno.
Cardinale si trovava a capotavola, nel posto dell’Alto Arcanista. Come al solito, nessuno glielo fece notare. Alla sinistra di Sua Eccellenza, il mago riconobbe due facce note: Dama Elinor, una vera vipera, e Myralgard Rosk, un gran figlio di puttana.
La mezzelfa si alzò subito in piedi. «Miei signori.» Si esibì in una perfetta riverenza e sfoggiò un sorriso così radioso da apparire quasi sincero.
Rosk, invece, si soffiò via dalla fronte un ciuffo di capelli rossi e rimase dov’era. Il viso accaldato di Herenvar si fece vulcanico.
Il bastardo arancione crede di stare ancora a Farayen.
Avrebbe voluto ricordargli che non c’era più nessuna fottuta isola, nessuna Farayen, nessun Re da tenere per le palle.
Solo allora udì un colpetto di tosse e si accorse del Savio, accomodato alla destra di Cardinale. Stava seduto come un essere umano e aveva le dimensioni di un bambino di due o tre estati. Herenvar sprofondò in un inchino. «Ben arrivato, Savio Mewlbert. Come state?»
«Non c’è male, per la mia età» rispose il gatto, lisciandosi i baffi candidi. Una pila di cuscini gli consentiva di raggiungere un’altezza dignitosa e di poggiare le zampe anteriori sulla superficie del tavolo.
Herenvar prese posto tra lui e Lord Atelweyld. Quando si mise seduto, sentì il sontuoso farsetto tendersi pericolosamente sulla pancia. Maledì a bassa voce il nuovo sarto.
Cardinale indicò gli ospiti con un cenno del capo. «Arcanista, Lord Atelweyld, sarà meglio non perdere altro tempo. Queste persone hanno importanti novità da riferirci. Dama Elinor, parlate pure.»
La mezzelfa raddrizzò le spalle superbe e si schiarì la gola. «Come già sapete, Kerkinta è stata distrutta. Siamo stati attaccati da un essere gigantesco, in grado di mutare forma.»
«Il Triste Creatore», gnaulò Mewlbert, drizzando il pelo.
«Tuttavia, vi porto una buona notizia», continuò Elinor con un accenno di sorriso. «I paladini di Aretha ne hanno distrutto il cuore.»
Rosk aggrottò la fronte lentigginosa. «E a che è servito?»
«A loro, nulla.» La mezzelfa lo degnò appena di uno sguardo, continuando a rivolgersi soprattutto a Cardinale «Ma l’Angelo è stato ucciso a Sevnika, quattro giorni fa.»
«È impossibile», intervenne Atelweyld, sollevando le sopracciglia. «Nessun mortale potrebbe farlo.»
Mewlbert agitò la lunga coda. «Sono stati dei “Marchiati”, è ovvio.»
Gli eredi di Gohtzorn! Ma allora…
Herenvar strabuzzò gli occhi. «Dunque le leggende sono vere?»
«Certo che sono vere», replicò il gatto, stizzito. «Le ho scritte io!»
Elinor allungò un braccio verso Herenvar. «Ci tenevo a mostrarvelo: un frammento del cuore dell’Angelo.» Gli posò nel palmo della mano una pietra simile a un opale.
Il mago incrociò gli occhi gialli di lei, freddi come quelli dei felini o dei rettili. «Vi ringrazio, Signora.» Rigirò più volte la pietra tra le dita, poi la posò sul tavolo. Sembrava che al suo interno vorticasse del fumo. «Dove sono ora queste persone?»
La mezzelfa scrollò appena la testa. «Non sono sopravvissute.» Tutti, perfino Rosk, si incupirono per qualche istante. «Ma sappiamo che ne esistono altri.»
Herenvar sentì riaccendersi nel petto un barlume di speranza. «Dobbiamo trovarli, riunirli, rintracciare quelli che vivono nei nostri territori.»
Cardinale sorrise. «Mi occuperò di questo, Arcanista. Dama Elinor e Mastro Rosk mi aiuteranno con le loro… organizzazioni.» Non appariva affatto spaventato, ma quasi compiaciuto, come un gatto davanti a un caminetto.
«Parte di loro dovrà essere impiegata per rinforzare i nostri confini», riflettè Atelweyld, ad alta voce. «Gli altri dovranno essere inviati nel Continente. E resta il problema del Portale.»
Herenvar annuì. «Secondo le Cronache dei Savi, furono gli Antichi Dei a richiuderlo, l’ultima volta.»
Il vampiro si girò verso Mewlbert. Gli occhi scarlatti lampeggiarono. «Credete che i Quattro potrebbero farlo?»
«Come posso saperlo?» sibilò il gatto. «L’ultima volta non esistevano Ascesi.» Quel vecchio bisbetico proprio non sopportava di non sapere qualcosa.
A Herenvar sfuggì un sorriso. «Dovreste parlarci voi», disse a Cardinale. «Vi daranno ascolto.»
Forse abbiamo una possibilità.
«E se non funzionasse?» Rosk era impallidito.
Il Savio assottigliò su di lui lo sguardo verdognolo. «Che domanda stupida, giovanotto. Ovviamente saremmo condannati.»

 

Racconto di Melissa Negri.