Domepalgo guidò per dieci ore filate dopo essere fuggito dalla necropoli. Il furgone faceva più fumo dal cofano che dal tubo di scappamento, e la tanica sputava ormai le ultime gocce di carburante. Con gli occhi scavati dal sonno e la pelle arsa dal sole desertico, arrivò in un piccolo villaggio dove fece rifornimento di benzina e acqua potabile. L’atmosfera pareva tranquilla in quel posto, anche la pompa erogava annoiata. Il Conte propose con un tono imperativo di stazionare per una notte in un motel, ma il maggiordomo riteneva più considerato fermarsi a riposare nel mezzo un paio d’ore e poi ripartire. La loro pelle era ormai lontana dagli artigli e dalle zanne, ma Domepalgo non era tranquillo. Era come se qualcosa avesse continuato a seguirli dalla notte prima, l’invisibile ombra di un’impalpabile presenza alla quale non si poteva dare un nome. Paranoia, diceva Branavanghe. Ne era sicuro perché provava le stesse sensazioni, ma pensava che fosse soltanto la strizza che tardava a passare.

Avevano parcheggiato sotto un albero e ora Domepalgo si riposava. Lui guardava quel sarcofago maledetto, quell’immota pietra nel retro del furgone a cui dava un immenso valore, un valore che non si poteva calcolare in vite umane. Assunto il momentaneo ruolo di guardia, teneva tra le tremanti braccia una carabina che, se adoperata, gli avrebbe fatto fare un metro indietro per ogni colpo sparato, ma c’era bisogno di dare almeno una parvenza di pericolosità. Qualche cittadino incuriosito, infatti, cominciava ad avvicinarsi, a lanciare occhiate poco furtive. L’unica persona a dare veramente fastidio però fu il prete. Questi, avendoli riconosciuti per quello che erano (tombaroli) gli veniva incontro lanciandogli anatemi e smuovendo minacciosamente l’aria con una grossa croce. Domepalgo fu svegliato da un allarmato ceffone del Conte e vedendo il cattolico aggressore nello specchietto retrovisore, mise in moto e scappò dalla croce come un vampiro.

Arrivati a *, città portuale dalle strade sempre affollate di mercanti, operai, turisti e bestie al pascolo, i loro animi si rasserenarono. Niente può far sentire più al sicuro del fitto traffico e dell’ignorante folla di una grande città. Solo una volta vennero interrogati da una pattuglia stradale, ma avevano con loro inoppugnabili documenti che gli attestavano il permesso di violare fino a venti tombe ed espatriare fino a due tonnellate di reperti archeologici. Più difficile sarebbe stato spiegare al direttore del museo perché fossero tornati da soli, senza gli uomini che gli erano stati “prestati” in cambio di qualche bomboniera da mettere nelle loro teche. Il problema fu risolto passando oltre e dirigendosi subito al porto, dove la loro nave li aspettava ben ancorata e con i marinai ubriachi. Sarebbero riusciti a tornare in Melmerigia sani ma non salvi, perché si portavano dietro il più grosso dei loro problemi.

Al terzo giorno di viaggio il capitano Rugalunga andò a bussare alla porta di Branavanghe grattandosi la testa. Trovò il Conte che confabulava con il suo maggiordomo mentre questi gli estirpava i peli nasali. Non intendeva disturbare sua altezza, ma quella mattina gli uomini si erano svegliati di malumore, lamentandosi che nelle ultime due notti dei fastidiosi incubi gli avevano disturbato il sonno. Il Conte gli assicurò che né lui né il suo maggiordomo avevano mai studiato i disturbi del sonno, e quindi gli sarebbe stato impossibile aiutarlo in qualsiasi modo. Forse, se si fossero dati meno all’alcol e più alle tisane, avrebbero goduto di sonni tranquilli come i loro. Il capitano ignorò il sarcasmo con un rauco verso e l’avvertì che tutti erano concordi nell’incolpare di quel problema il loro bagaglio. Fu scacciato dalla cabina assieme alle sue superstizioni. Se a lui e ai suoi uomini non andava a genio dormire con un sarcofago maledetto sulla nave, che si calassero con le lance in mare e tornassero a casa con quelle. Una lancia fu calata, infatti, con Branavanghe, Domepalgo e il sarcofago a bordo. L’imbarcazione, sotto gli sguardi increduli che calavano dalla nave, restò a galla nonostante l’enorme peso, e sotto la guida esperta di Domepalgo navigò l’ultimo tratto verso le coste della Melmerigia.

Sulla lancia il Conte confessò che neanche lui aveva dormito bene in quelle notti, e il maggiordomo disse che lui stesso non era stato risparmiato dagli incubi. Non riuscivano a dire chiaramente cosa avessero visto, ma concordavano che una qualche indistinta figura gli era apparsa in sogno, nascondendosi dietro immaginari angoli come a spiarli.

Il loro ritorno in patria suscitò un certo scalpore, mitigato per mera fortuna da una tragedia accaduta il giorno prima (l’improvvisa sparizione del famoso Lazabelio il bambino cipolla), che tenne distratta tutta la nazione per ben cinque giorni. I parenti del Conte, che stavano già valutando il marmo da usare per la sua gloriosa lapide, se lo videro arrivare così, su un legno marcio e con un macabro bagaglio appresso, e ne furono piuttosto feriti. Molti lo reputarono uno sconsiderato, un pazzo, e avrebbero smesso di fargli visita. Lui non se la prese. L’unico suo pensiero fu quello di ficcare il sarcofago – sudato cimelio di quella tragica ultima spedizione – nella sua cantina e dimenticarsene completamente. Da quel giorno il Conte Branavanghe accettò la propria vecchiaia e si ritirò a vita privata, non uscendo quasi più di casa. Per qualche mese si aspettò che qualcuno lo venisse a cercare per chiedere spiegazioni sulla scomparsa di un’intera spedizione archeologica, ma questo non successe. Forse le sabbie del deserto, smosse dalle stesse forze capaci di rimettere in piedi vecchi scheletri, ne avevano fagocitato sia i corpi che la memoria.