La giornata non sembrava promettere bene, nonostante fosse estate. Il cielo era macchiato da nuvole violacee che, strillando furiose, minacciavano pioggia e suggerivano a Coronnilio di non indossare il costume quel giorno. Poco male, tanto lui era piuttosto impegnato a pulire una mitragliatrice a canne rotanti e non aveva tanta voglia di bagnarsi il sedere in spiaggia. D’altronde era pure quasi ora di pranzo e, mentre i suoi genitori confabulavano sotto il tavolo, seccati che Coronnilio non avesse finito i compitini estivi (diamine, non ci andava più a scuola!), la nonna cercava di cucinare un pollo che però non ne voleva sapere di infilarsi nella pentola. Lui continuò a concentrarsi sul suo lavoro, ma la difficoltà che aveva nel rimontare quel mortale aggeggio (dove andava messo il microfono?)  fece ribollire nei suoi intestini una rabbia animalesca, e quasi stava per gettare tutto all’aria se Eccapindo non lo avesse chiamato dal soggiorno. Strano, non ricordava ci fossero tutte quelle sedie a dondolo, né quella vecchia libreria che il suo amico insisteva per spostare. Non aveva memoria del mobile, ma chissà perché, sapeva che dietro c’erano sempre un sacco di ragnatele e questo lo faceva desistere dal muoverlo. Eccapindo però insistette imprecando e Coronnilio lo aiutò per non farlo esplodere in un’eruzione di turpiloquio, ma non appena accennarono un movimento, la libreria cadde e si sbriciolò in mille pezzi di legno marcio. Ma era possibile, gridava Eccapindo, che quel cretino di Coronnilio non riuscisse a non far danni? Il povero sbadato traslocatore era affranto e mortificato, lo avrebbe licenziato! Che pensieri assurdi… che senso aveva preoccuparsi dei mobili quando l’indomani, se ne era appena ricordato, ci sarebbe stata l’Apocalisse? Era per questo che la nonna preparava il brodo di pollo, no? Qualcosa però accadde che gli fece dubitare di poter partecipare all’evento biblico, e pure soltanto succhiare un sorso di brodo. Dal mucchio di detriti lignei si sollevò un grosso ragno, grande quanto un cane e con zampe allegramente colorate come lance da giostra. Con le gambe molli, come se avesse avuto ossa di gomma, Coronnilio provò a fuggire dall’abnorme aracnide, ma quando arrivò in cucina per chiedere alla nonna di prendere il mestolo da guerra, la traiettoria della sua corsa sghemba si intersecò con quella del pollo che fuggiva dal ribollente pentolone. Il pennuto spiccò il volo e lui capitombolò al suolo; il ragno zampettava velocemente nella sua direzione e presto gli saltò addosso.

Il grido d’orrore attraversò le dimensioni e accompagnò Coronnilio oltre il risveglio. Era fuori dall’incubo, ma sapeva, per esperienza, che l’incubo non era ancora finito. Come un coccodrillo in cerca di prede, fece emergere gli occhi dalle coperte a scrutare l’orribile visione che gli si presentava, e vide il mostro sul suo letto. Con un patetico grido si infilò sotto le coperte e, involtandosi in esse, rotolò sotto il letto. Sicuro d’essere completamente sveglio abbandonò l’involucro e ispezionò la stanza per confermare l’assenza di qualsiasi abominevole creatura. Baffolampo aveva assistito alla pantomima del suo padrone, come ogni volta, e non potè fare altro che commiserarlo e tornare a detergersi le parti intime con la rasposa lingua, che solo dopo avrebbe usato per dargli il buongiorno.

Era ancora presto per vestirsi e fare cose, tanto valeva starsene un altro po’ a letto a rimuginare sulla vita. Perché, ultimamente, gli capitavano quegli incubi? C’erano le volte in cui cadeva in un sonno profondo e privo di qualsivoglia visione, ma quelle altre volte in cui sognava, il suo mondo onirico era popolato da ributtanti insetti, feroci pantere e altre creature che avrebbe preferito non avere intorno. Certo, quando poi si svegliava, questi incubi li ricordava con un sorrisetto da babbeo, sussurrando quanto fossero fichi, dopo tutto. Nonostante la paura, sogni adrenalinici erano sicuramente migliori di quelli strampalati e senza senso, quel miscuglio di scene casuali che vengono dimenticate all’istante quando si aprono gli occhi. Per non parlare di quei sogni… beh, appunto, meglio non parlarne. Il subconscio può creare strane cose quando viene sguinzagliato nel mondo dei sogni.

Questa volta deviamo da quello che fece Coronnilio dopo essersi alzato, meglio non fargli perdere tempo, giacché aveva un bus piuttosto importante da prendere. Non era il mezzo in sé a essere importante, piuttosto la destinazione. Vedete, il giorno che aveva portato il clavicembalo al Conte, quello, offrendogli ospitalmente un tè importato a piedi direttamente da un contadino dello Sri-Lanka, si era messo a chiacchierare riguardo le varie chincaglierie lussuose che si teneva in casa. Il discorso poi era deviato, in seguito alla curiosità di Coronnilio, sugli “ospiti di cortesia” del Conte. Branavanghe era stato contento di parlare anche di quello, raccontando con rammarico come uno di essi, assegnato alla sala dei trofei e delle armi, aveva drammaticamente rassegnato le proprie dimissioni immolandosi su un’antica picca romana, rovinandola in modo irreparabile. Vi era quindi un posto vacante in quella stanza, posto che in un moto d’entusiasmo era stato offerto a Coronnilio. Costui era subito precipitato in un abisso d’imbarazzo senza fondo, sia per i complimenti che erano stati fatti verso la sua persona fisica, sia perché per sua natura era un essere schiavo dell’indecisione cronica e quindi poco propenso a fare scelte su due piedi. Alla fine, però, spinto dal divertito Eccapindo e attratto dalla vetusta atmosfera del luogo, aveva accettato l’incarico.

La decisione di Coronnilio non era stata presa bene dai suoi parenti, specialmente da nonna Uofilma. L’anziana vedova si rifiutava di mettersi a carico Baffolampo, aveva troppo da fare per badare a quel gattaccio demoniaco. Fu grande l’apprensione della madre e del padre, che già una volta lo avevano visto andar via di casa per stare da solo. Avrebbe potuto aiutarli a condurre il negozio di intimo femminile, ma non ci voleva mettere piede in quel posto. Stava a disagio in mezzo alle mutande per donna e poi, quand’era piccolo, una signora gli era svenuta addosso mentre lui cercava di slacciarle il reggipetto che la stava soffocando; per quindici minuti era rimasto sepolto sotto quel vecchio ammasso di tessuto adiposo. Certi traumi non si lasciano alle spalle molto facilmente.

Aveva respinto qualsiasi argomentazione contraria al suo nuovo lavoro fuori sede. Perplessità e preoccupazioni erano state smontate usando i semplici e oggettivi fatti. Si spostava di neanche quaranta chilometri per un impiego che era tutto il contrario di lavoro pesante e che, finalmente, rendeva giustizia a un pregio che non aveva mai pensato di possedere: la bella presenza. Certo, proprio la casa del Conte aveva almeno sei chilometri di niente da ogni lato, e il padrone di casa era un personaggio ben noto per le sue inusuali abitudini, per i lunghi viaggi da cui tornava sempre meno sano di mente e per la sua presunta dieta a base di sangue umano. Questi, però, erano fatti che Coronnilio ignorava, e d’altronde conoscerli non gli avrebbe fatto cambiare idea.

I denti battevano come nacchere mentre Coronnilio e famiglia si abbracciavano alla stazione del bus. Si passarono in rassegna mutande e calzini, gli si ricordò di mangiare e di stare molto attento a un indefinito “non si sa mai”, fu colpito da una pacca paterna e infine lasciato salire a bordo. L’imbarazzante intervallo di tempo che sempre separa il momento in cui si sale su un bus e quello in cui questo parte – quando il vetro del finestrone impedisce di parlare con chi sta giù sul marciapiede e la stazionarietà del mezzo rende precoce qualsiasi gesto di saluto – passò presto, e Coronnilio oltrepassò la linea del “via” di un’avventura terrificante.