Nel frattempo, ma qualche anno prima, il Conte e la sua squadra di archeologi e picozzai erano riusciti, dopo mille fatiche, a tirare fuori il sarcofago. Avevano scoperto tardi, infatti, che quello era più largo del buco che doveva attraversare per salire in superficie. Rimandarono a più tardi i vari grattamenti di capi, menti e altre parti del corpo, e si armarono di pazienza e martelli pneumatici fino a ottenere il risultato desiderato. Solo quando il pesante fardello funebre fu caricato su un vecchio camion arrugginito poterono finalmente darsi ai bagordi; anche il Conte, nonostante l’età, si regalò un cicchettino, che pure non l’aiutò a mettere su neanche mezzo sorriso. C’era infatti un archeologo, suo collega di vecchia data, che negli ultimi anni era diventato particolarmente superstizioso, e tutta quella faccenda gli aveva dato pruriti insopportabili. Non bastavano i sali, gli incensi e i portafortuna a farlo stare calmo, e pensiamo che chiunque di noi avrebbe tratto timori e tremori da quel lugubre luogo. Tra tombe, cubicoli e cripte, immerse nella notte scura e attraversate dallo strisciante silenzio del deserto, qualunque uomo di buon senso avrebbe subodorato maledizioni in ogni angolo, figuriamoci chi, come un esperto archeologo, era anche capace di leggerle a chiari simboli ovunque!

Branavanghe reagiva freddo e noncurante agli avvertimenti dei morti, sicuramente perché accecato dal proprio obiettivo, ma anche in lui una piccola superstizione si faceva strada tra gli intestini. Sicuramente il caro amico aveva ragione a dire che sarebbero dovuti partire immediatamente, a costo di lasciare le attrezzature sul luogo e attraversare sabbie e rocce taglienti nel cuore della notte, ma era pur vero che doveva dare un po’ di tregua a quei quindici uomini che ora bevevano sulla cassa del morto. Alla fine licenziò l’amico, mandandolo a bere pure lui qualcosa, e decise di attendere il giorno. Nella sua vita era passato da centinaia di posti spaventosi come quello, e non si sarebbe lasciato artigliare proprio ora dallo spettrale disagio, lui che quelle ossa ammuffite le mangiava a colazione.

Gli irrispettosi festeggiamenti cessarono presto e il silenzio tornò a regnare sull’accampamento, interrotto solo dai passi dei quattro uomini armati (gli unici sobri) che proteggevano il prezioso reperto. In una tenda grande e confortevole, il Conte e il suo vecchio amico cercavano di reprimere l’ansia giocando a dama accompagnati dal pesante respiro del maggiordomo, immerso in un sonno sereno e fiducioso, o semplicemente noncurante. La notte trascorreva pian piano e le pedine venivano ingurgitate col fiato sospeso, come pop-corn durante la visione di un film dell’orrore. Come nelle più banali pellicole del genere, d’un tratto il silenzio venne lacerato da un grido subito soffocato, e i cuori balzarono nei toraci dei due giocatori arrivandogli fino in gola.

Si udì un vociare sommesso, erano le guardie che si agitavano e trasformavano il loro pigro passo in un concitato calpestio sulla rena. Paralizzati dal terrore, i due archeologi non riuscirono a far altro se non stare ad ascoltare gli agghiaccianti suoni che descrivevano la scena che stava prendendo atto oltre il sottile tessuto del loro alloggio. I ruggiti di due animali differenti strapparono dal sonno la maggior parte della squadra, coloro che non ebbero la fortuna di perire nel sonno. Gli spari e le grida delle guardie scatenarono il panico e il caos avvampò nel campo come una fiamma bagnata dalla benzina. I passi affrettati di coloro che tentavano di scappare fecero tremare il terreno, e l’improvviso tacere di quei piedi, susseguito da urla disperate, faceva rizzare i canuti peli del Conte e del suo vecchio amico. I due pensarono che forse non gli sarebbe accaduto niente se fossero rimasti dentro la loro tenda, ma un viscido sibilo li contraddisse. Dietro di loro, come sbucato dal terreno, un grosso cobra, ritto all’altezza dei loro occhi, li guardava frustando l’aria con la sua linguaccia biforcuta. Il Conte emise un rantolo di terrore e il serpente si preparò a rispondergli sputandogli il suo veleno in faccia, ma una mano lo afferrò per il collo, e una lama saettò nella semi-oscurità e gli tranciò di netto la testa. Il fido Domepalgo, che fino all’ultimo pareva immerso nel sonno più ignorante, si era mosso come un fulmine per salvare il Conte, e solo dopo aveva aperto gli occhi e chiesto cosa stesse succedendo. I due anziani colleghi seppero dirgli soltanto che era qualcosa di molto brutto, ma non avevano avuto l’ardire di sporgere il capo fuori dalla tenda per vedere.

Atteso che la morte sarebbe strisciata da loro così come li avrebbe aspettati fuori, il maggiordomo impose loro di seguirlo, perché, qualsiasi cosa stesse accadendo, loro dovevano fuggire. Fu quindi Domepalgo, allora con molta più energia e coraggio nel corpo, a guidarli fuori, e il primo ad assistere all’orrore che si stava compiendo. Gli uomini armati sparavano nel buio, non facendo altro che bucare la roccia, e chi non aveva niente con cui difendersi correva disperato in cerca di un nascondiglio. Un paio di uomini provarono a mettere in moto un fuoristrada, ma dal nulla apparve un rinoceronte che, lanciatosi a folle velocità contro il mezzo, lo fece ribaltare e poi lo schiacciò come una lattina. Alcuni, che si fermavano per guardarsi intorno e capire dove gli conveniva scappare, venivano improvvisamente tirati a terra e allora il suono delle loro grida si mescolava a quello delle carni lacerate. Una di queste scene accadde davanti agli occhi del Conte, e subito dopo un ruvido coccodrillo dagli occhi sanguinanti emerse dalle tenebre e si lanciò verso di lui con le fauci spalancate. Domepalgo ebbe la prontezza di raccogliere un attrezzo e ficcarglielo in bocca per impedirgli di richiuderla, dunque si trascinò dietro il Conte e il suo vecchio amico gridando con ferocia parole d’odio verso i morti che, nonostante il chiasso, stavano lì intorno a dormire.

Pareva uno zoo impazzito! Un leopardo gli balzò di fronte mentre scappavano e gli mostrò zanne bianchissime pronte a sporcarsi col loro sangue. Là dove non potevano agire il coraggio e i riflessi di Domepalgo, però, entrava in campo qualcos’altro. Che fosse fortuna o l’intervento di qualche altra volontà, non si sapeva, fatto sta che un inutile proiettile distrasse il felino e questi balzò sull’odioso uomo che aveva osato bucarlo. Loro continuarono a correre. Un leone dalla criniera grondante di sangue li guardava dall’alto di una sporgenza, un ippopotamo si imbrattava le zampe schiacciando i corpi degli uomini, un avvoltoio calava non visto dal cielo notturno per strapparne i visi.

Arrivarono con almeno un infarto in corso alla camionetta su cui era stato caricato il sarcofago e, nonostante il pericolo, vi si appoggiarono un attimo per riprendere fiato. Era la maledizione della tomba, diceva il vecchio amico del Conte, non avrebbero dovuto profanarla. Ora i guardiani s’erano risvegliati e non sarebbero scomparsi finché quel maledetto cadavere non fosse tornato al suo posto. Il maggiordomo era però convinto che non fosse conveniente mettersi a discutere di etica in quel momento delicato, e dopo aver caricato il Conte sul sedile passeggeri, mise in moto la camionetta. E quell’altro voleva andarsene o restare lì a farsi uccidere? Era in preda alla follia, l’amico del Conte. Invece di salire a bordo anche lui, afferrò il sarcofago e cominciò a tirarlo e strattonarlo, senza riuscire a smuoverlo di un millimetro. Domeplago tentò di convincerlo a lasciar perdere, che si sbrigasse a salire, che dovevano scappare! Troppo tardi, pesanti passi felpati venivano verso di loro. Il leone scattò ruggendo e sarebbe riuscito a serrare le fauci intorno alla gola dell’archeologo se una marea di ossa non lo avesse improvvisamente travolto. Riemersi dai loro tumuli o caduti dai loculi, centinaia di scheletri, mossi da chissà quale forza, forse la stessa che ci fa alzare dal letto quando abbiamo impegni incombenti, stavano attaccando ora le bestie.

Un mucchio di secchi morticini, però, non poteva fare molto contro il possente felino, e presto questo si liberò dal fastidio e puntò nuovamente gli occhi su coloro che stavano derubando ciò che lui doveva proteggere. Domepalgo accese il motore e partì sollevando una nuvola di sabbia e trascinandosi il vecchio amico del conte che, appeso al sarcofago, tentava ancora di tirarlo giù. Quando il Conte e il suo maggiordomo riuscirono ad abbandonare la necropoli, quell’altro non si sentiva e le sue dita non erano più serrate al mortuario contenitore.

Erano ormai al sicuro, lontani dai bestiali guardiani che volevano divorarli. Il Conte si era addormentato e Domepalgo guidava ora più tranquillamente. Di tanto in tanto si girava verso il cassone e guardava l’oscuro sarcofago. Allora esistevano davvero le maledizioni! Ed era valsa la pena di far morire tutti quegli uomini per tale macabro trofeo? Ed era cosa buona portarselo dietro assieme alle sue maledizioni? Pensava, Domepalgo, che forse avrebbe dovuto buttarlo fuori dal mezzo come voleva fare l’altro archeologo, ma sapeva quanto il Conte ci tenesse. Sperò che eventuali sfortune sarebbero accadute soltanto al vecchio padrone, e continuò a guidare verso la civiltà.