Il furgone di Eccapindo arrancava sulla vecchia strada che saliva verso Montenarchio, era l’unica che c’era e forse la peggiore di tutta la Melmerigia. Da molti anni andava avanti una disputa territoriale tra i due comuni di Montenarchio e Rincollina su quel tratto, col risultato che nessuno dei due ci aveva più speso uno smergo per mantenerlo in buono stato. Dunque i due ragazzi viaggiavano sballonzolando sui dossi, e le buche, prese col giusto ritmo, facevano andare su e giù il plettri del clavicembalo in una ridicola melodia. Quando finalmente si scorse una lingua d’asfalto quasi nuova, segno che ci si avvicinava a Montenarchio, il furgone dovette deviare su una mulattiera che lo avrebbe condotto al castello del conte Branavanghe.

Non era davvero un castello, figuriamoci, ma era certamente la casa più grande e vecchia in quella contrada, da lì l’appellativo. Era un casone di campagna che il padre del Conte aveva acquistato, assieme al titolo nobiliare, grazie a una copiosa vincita al gioco d’azzardo. Un alto muro di pietra muschiata circondava la proprietà e la magione non poteva scorgersi prima di aver attraversato un lungo e tortuoso viale che tagliava il giardino ricco di alberame vario ma poco curato, tetro teatro che descriveremo meglio quando Coronnilio sarà costretto ad attraversarlo per fuggire dall’orribile situazione in cui si troverà più avanti.

Davanti all’ingresso della casa, allertato da Scalpello, il grosso cane da guardia, stava il maggiordomo Domepalgo. Quando vide avvicinarsi il furgone aguzzò la vista per capire di che si trattasse, sperava fosse un’ambulanza venuta a prendersi il Conte per portarlo in un ospizio, ma sappiamo benissimo che non era così, e presto si dovette rassegnare all’evidenza anche lui. Masticandosi nervosamente la dentiera, aprì le due ante del portone e con un gesto invitò i due operai a entrare. Messi i piedi a terra, quei due si lasciarono andare ai necessari sgranchimenti articolari, accompagnati da ruvidi versi, e si guardarono un po’ intorno prima di aprire il portellone del furgone. Coronnilio fu confortato dalla fresca e limpida aria di montagna, e affascinato da quell’atmosfera di isolamento e abbandono, aveva spesso sognato di scappare dalla fetida aria cittadina per vivere in un posto del genere. Eccapindo, al contrario, si sentiva soffocare il cuore lì, e si chiedeva come cazzo ci si potesse vivere, a lui il senno lo avrebbe abbandonato presto.

In quel luogo abbandonato da Dio, questi non fu costretto a sentire le bestemmie e le ingiurie che gli furono rivolte mentre il pesante clavicembalo veniva scaricato e poi trasportato nel lussuoso salotto del conte Branavanghe. Varie catastrofi vennero scongiurate solo grazie all’accortezza di Eccapindo, poiché Coronnilio, già di per sé abbastanza imbranato, era ora pure distratto dall’interno della casa. Più che un’abitazione, sembrava un museo, così piena di anichità, reliquie, trofei di caccia e altri bottini. Alcuni di questi valevano sicuramente più di tutta la casa. Il Conte aveva avuto, fin da giovane, i fondi monetari e il tempo di crearsi una collezione immensa, così ricca da far gola a molti musei sparsi nel mondo ma, specialmente, alla sua figlia ed erede Fanelarda. Ma di lei parleremo meglio quando entrerà in scena.

Quando Eccapindo e Coronnilio entrarono nel salotto, videro un uomo abbastanza giovane seduto di fronte al camino, intento a leggere un libro e fumare la pipa. Risaltava una certa eleganza in lui, nonostante indossasse ancora la vestaglia, forse erano i baffi bene incerati. Costui parve non accorgersi di loro due, né che lo avessero salutato con quel tono un po’ canzonatorio tipico di chi ti fa visita senza essere stato invitato. Ora diamogli noi qualche attenzione, mentre Eccapindo e Coronnilio disimballano lo strumento davanti al guardingo Domepalgo.

Il Sig. Ratorbio

L’uomo di fronte al camino era il Sig. Ratorbio, sfaccendiere di professione proveniente nientepopodimeno che dalla capitale. Sfaccendiere sta a significare che il Sig. Ratorbio guadagnava denaro facendo assolutamente nulla per gli individui e le famiglie più facoltose della Melmerigia. Ora, per esempio, si trovava a casa del Conte in veste di “ospite di cortesia”, ovvero persona assunta per occupare le stanze della casa con lo scopo di farla sembrare meno vuota e far sentire in compagnia l’anziano padrone. La casa era grande e, ovviamente, il Sig. Ratorbio non era l’unico ospite di cortesia. Ce n’erano almeno altri quattro. Almeno perché, a giudicare dai rumori che si sentivano la notte in soffitta, era probabile che qualcuno stesse nascosto lì, umano o grosso ratto che fosse. Il Sig. Ratorbio, comunque, si annoiava un pochino in salotto per via della totale mancanza di qualcuno con cui scambiare quattro chiacchiere, ma se la passava senz’altro meglio di Dolbanno, che stava estate e inverno in giardino, a cuocersi la testa o ghiacciarsi le natiche.

Dolbanno

Dolbanno era un bel ragazzotto con un breve passato nel mondo della moda. Prometteva molto come modello, con quella faccia da manichino che aveva stava bene con qualsiasi indumento, ma certi problemi lo costrinsero a cambiare mestiere. Innanzitutto, il flash delle fotocamere lo rendeva aggressivo, e più di un fotografo se l’era visto saltare addosso con uno sguardo allucinato sul volto. Questo problema era stato il pretesto per troncare la sua carriera, ma sotto sotto, molti avrebbero sopportato gli improvvisi attacchi di follia tranquillamente, non era niente di nuovo, mal sopportavano invece i suoi capezzoli. Sì signori, perdonate l’uso di certe parole, ma questo ragazzo possedeva dei capezzoli esageratamente grandi e turgidi, tanto che sporgevano anche attraverso i maglioni. Fu un sollievo per tutti togliersi l’imbarazzo di fargli indossare reggiseni imbottiti durante le sfilate. Torniamo alla villa Branavanghe, però, che era continuamente circumnavigata dall’intirizzito Dolbanno. Il ragazzo tentava di riscaldarsi un po’ così, e ne approfittava per fermarsi qualche secondo davanti al finestrone della biblioteca per spiare quella ragazza che se ne stava tutto il giorno lì a girare pagine su pagine.

Dlasdra

Dlasdra, la ragazza della biblioteca, era forse l’unica ospite di cortesia a trovarsi perfettamente a suo agio lì dov’era stata piazzata. Amava i libri di qualsiasi genere, dalla letteratura anglosassone a quella dello Zimbabwe, dai saggi di architettura a quelli di zootecnica. Sempre col naso ficcato tra due pagine, la si chiamerebbe la tipica divoratrice di libri. A sentirla apostrofare così da qualcuno che non la conosca, si proverebbe un leggero disagio pensando all’imbarazzo di quella persona una volta venuta a sapere della sua peculiare condizione; chi invece, pur conoscendola, usasse lo stesso termine, sarebbe da considerare un cretino convinto che per il bene dell’umorismo si possa fare ironia sulle sventure altrui, giammai! Dlasdra soffriva di picacismo, un disturbo alimentare che porta all’ingestione di sostanze difficilmente classificabili come alimenti. In quel caso lei, in una biblioteca, era come un topo in un granaio. Del suo segreto, lì, era a conoscenza solo Dolbanno, che abitualmente la guardava sospirando, ma non lo avrebbe mai svelato a nessuno. Il giorno che il maggiordomo avesse trovato tutti quei libri con gli angoli smangiucchiati, comunque, è lecito pensare che avrebbe semplicemente chiamato un disinfestatore. Era già abituato ad avere topini in giro per casa, e a sentire la povera Renascalfa che stendeva la sua voce fino alle più alte ottave ogni qualvolta che ne vedeva l’ombra.

Renascalfa

Renascalfa, a differenza degli altri suoi colleghi, non aveva fissa dimora in una stanza in particolare. Vuoi perché il personale era diminuito rispetto ai bei tempi andati, vuoi perché c’era pure bisogno di animare un po’ la casa con qualcuno che vi passeggiasse dentro, costei era sempre in giro tra i corridoi, e non mancava di fare pure visita al Conte o a qualcun altro degli ospiti. Era una donna ben matura ma piuttosto piacente, e camminava così bene, su quei tacchi, che anche chi non l’avesse mai vista ne sarebbe subito stato attratto solamente sentendola arrivare. Cercava sempre di mantenere il suo ammaliante sorriso sul volto, ma gli ovvi dolori alle gambe la facevano penare non poco. Per questo approfittava di ogni passaggio dal salotto per accomodarsi davanti al camino a riposarsi un po’ e rilassare gli arti. Il Sig. Ratorbio la accoglieva giovialmente, finalmente qualcuno con cui scambiare quattro parole! Sapeva, la stanca Renascalfa, che in realtà sedendosi accanto a lui non avrebbe fatto altro che scatenare un lungo monologo di sfogo autoreferenziale, ma pur di potersi riposare un po’ ci si era abituata. Quando proprio non ne poteva più, scappava in cucina, dove la signora Anepocchia aveva sempre qualcosa per tirarle su il morale.

La signora Anepocchia

Domepalgo e Anepocchia, l’uno dedito alla cura della persona del Conte e l’altra a quella della casa, erano gli ultimi rimasugli della folta schiera di personale che una volta lavorava in quel luogo. Le ormai minime necessità del Conte e i tagli alle spese effettuati dalla figlia Sinefalga, avevano portato a una drastica riduzione della servitù. Come Domepalgo, però, Anepocchia non si sarebbe mai dovuta preoccupare di perdere il lavoro, almeno finché il Conte respirava ancora. Era praticamente cresciuta in quella casa, e in quella cucina, quando ancora vi lavorava sua madre, aveva imparato il mestiere tanto bene che da grande non aveva neanche avuto il bisogno di chiedere di rimanere a lavorare per il Conte. Quella grande donna, come la chiamava il padrone di casa ogni volta che gli veniva recapitato il suo brodino preferito, aveva dedicato la sua intera vita alla casa dei Branavanghe. Forse per questo non aveva mai preso marito, o forse perché tutti gli uomini che aveva incontrato non s’erano meritati altro che le poderose sberle di quelle mani abituate a impastare pane e spezzare ossa. Raramente la si vedeva in casa fuori dalla cucina, perché passava il suo tempo tra quella e l’orto, dove Dolbanno, nel suo errabondare, la trovava spesso intenta a strappare tuberi dalla terra o rompere il collo a qualche coniglio.

 

E questa era tutta la gente che viveva, in quel momento, nella grande casa del conte Branavanghe. Ci perdoneranno i lettori se li abbiamo tediati con tali numerose, seppur stringate, biografie, ma ci sembrava più che dovuto. Qualche rigo a questi poveri disgraziati lo si doveva pur dedicare, non perché siano di vitale importanza per la storia, ma perché tra qualche capitolo saranno tutti morti, e questo ci sembrava il giusto modo di rendere omaggio al loro sacrificio.

Nel frattempo Eccapindo e Coronnilio avevano finito di sistemare l’allegro clavicembalo lì dove Domepalgo, improvvisatosi arredatore, gli aveva ordinato. Mentre Eccapindo, finito il lavoro, lottava contro il maggiordomo per farsi pagare in contanti anziché con un assegno, il trasognante Coronnilio passeggiava con occhi curiosi in giro per le stanze del piano terra. Quando passò davanti la porta della biblioteca vide una giovane donna che leggeva su una poltroncina. Non ne sapeva niente della famiglia del Conte, né di quella storia degli “ospiti di cortesia”, perciò s’immaginò nella sua testa che quella fosse la nipote del Conte, e quello in salotto magari suo padre. La figlia del Conte, in realtà, stava entrando proprio mentre lui, fuggito per miracolo da uno sguardo della ragazza, passava ora davanti l’ingresso per tornare da Eccapindo.

Sinefalga entrò prorompentemente in casa, strillando un allegro buongiorno in direzione di suo padre, che si trovava al piano di sopra e aspettava Domepalgo per il suo clistere mattutino. La donna, vedendo Coronnilio impalato davanti l’ingresso, fece ondulare la folta chioma e gli rivolse un buongiorno con un tono completamente diverso. Il ragazzo, colto in flagrante a gironzolare per casa, la salutò con un leggero cenno della mano e un improvviso rossore in viso. Chi era quel bel giovanotto, un altro “ospite” del padre? No no, era lì solo per consegnare il clavicembalo del Conte. Un clavicembalo! Sinefalga salì nervosamente le scale, e già dal primo gradino sbraitava contro il padre, che buttava soldi in stupidi strumenti che non avrebbe mai suonato e a lei aveva negato un nuovo fuoristrada, l’unico mezzo con cui si poteva facilmente venire a fargli visita.

Eccapindo, risolto il problema del pagamento, tornò da Coronnilio giusto in tempo per notare il sedere di Sinefalga che saliva le scale. Lui notava sempre queste cose, e non si trattenne dal fare complimenti ad alta voce che furono uditi anche dal maggiordomo, il quale protestò, arrivando di soppiato dietro Eccapindo, schiarendosi nervosamente la gola. Prima che i due se ne andassero volle fargli notare che Coronnilio non si era nemmeno premurato di pulirsi le suole delle scarpe, prima di metter piede in casa. Eccapindo si scusò per la mancanza di educazione di Coronnilio, adducendo che quello sarebbe stato il suo ultimo giorno di lavoro e che, prima di uscire, si sarebbe sicuramente pulito le scarpe. I due ragazzi stavano per essere espulsi di casa accompagnati da sommessi borbottii, quando fece la sua apparizione il Conte in persona. Sostenuto da un bastone d’ebano con pomello in avorio da una parte, e dalla figlia dall’altra, scendeva le scale strusciando a terra due pantofole di suricati per andare a vedere il suo nuovo acquisto. Che gli si offrisse qualcosa di caldo, a quei due ragazzi che si erano rotti la schiena per accontentare un suo capriccio.