La vecchia senza denti fu imbracata e calata nella cripta con una corda, come una povera capra data in pasto a qualche feroce belva in una gabbia. Ma le capre erano in realtà gli altri, quelli che, meno impediti nei movimenti, scendevano con la scala in quel buco di morte. L’ingresso era infatti soltanto una stretta botola messa quasi a caso nella necropoli, come un tombino in un quartiere di palazzine abusive. Sotto la superficie si allargava una caverna ampia, fredda e silenziosa. Una tomba esagerata per un solo uomo, ma si sa che in tempi antichi si compensava alle proprie mancanze con le grandi tombe piuttosto che con le grandi automobili. Qualcuno accese i fari, facendo sorgere dalle tenebre il grosso coperchio rotondo che, con i suoi otto metri di ampiezza, sigillava impeccabilmente l’ultimo giaciglio del padrone di casa. Se fossimo stati lì anche noi, ammesso di avere avuto il fegato di calarci in quell’oscuro pertugio, avremmo presto spostato i nostri sguardi dalla superficie incisa del coperchio al resto della caverna. Quasi a sostenere l’enorme cupola con la loro schiena, sette mostruose statue circondavano il sepolcro. Giganteschi guardiani che, piegati dal peso della roccia, si sporgevano verso il coperchio posandovi sguardi minacciosi, attenti che chi vi riposava al di sotto non provasse a uscire. Uno zoo di pietra terrificante, neanche in carne e ossa quelle bestie avrebbero tanto intimorito gli astanti: il Coccodrillo, il Cobra, il Leone e il Leopardo, l’Avvoltoio, il Rinoceronte e l’Ippopotamo, tutti lì a guardare mentre le scimmie si preparavano a profanare la tomba.

Il conte Branavanghe sbraitò, stanco che tutti si guardassero intorno. Ordinò, a quei quattro operai che l’avevano aiutato a scendere, di tornare su e aspettarlo. A tagliare il nastro rosso, per così dire, sarebbero rimasti solo lui, il maggiordomo Domepalgo e Ioapro, che apparentemente aveva in mano le forbici. Ora era lei a dare ordini, però: quegli altri dovevano mettersi di lato e lasciarle fare il suo lavoro. Chissà cosa si aspettavano i due tombaroli! Un rituale di sangue, in cui la vecchia si sarebbe svenata per abbeverare qualche dio della morte emofago che, in cambio, le avrebbe restituito un altro corpo marcio? O una macabra danza senza veli che avrebbe fatto uscire il morto da sotto quella pietra per unirsi a lei? La fantasia volava nella mente del Conte, che pure poteva evitare di usare certi toni verso Ioapro, visto e considerato che lui non aveva un aspetto tanto migliore.

Comunque no, non fu necessario ricorrere alle arti magiche per far prendere aria al morto. D’altronde, quando mai si lanciano incantesimi per aprire un coperchio? Solitamente basta avere due buoni polsi, e la vecchia aveva i migliori della Terra. Rimboccate le maniche, infilò le dita sottili e ossute nel quasi impercettibile spazio che separava il disco di pietra dal resto del pavimento. Il gracile e vetusto corpicino parve riempirsi d’un tratto di una nuova energia quando Ioapro fece presa sul coperchio e cominciò a tirare. I muscoli, che parevano quasi atrofizzati, ora si gonfiavano fino a strappare la veste, e gli occhi, non più spenti, si iniettavano di sangue e sporgevano dalle orbite. Buttò fuori l’aria con un grido che lacerò le orecchie del maggiordomo, l’unico lì ad avere ancora un buon udito, e quasi coprì lo stridere del coperchio che girava. Dopo il primo sforzo, che sbloccò il sigillo, la vecchia sfruttò le sue ultime forze per lanciare l’affare in un giro che lo fece sollevare da terra. Et voilà, la tomba era aperta e il Conte aveva pure trovato il più grande e antico coperchio avvitabile del mondo.

La vecchia certo non aspettò che si assopisse lo stupore sussurrato del Conte e di chi guardava dall’alto. Pretese subito il suo assegno e, senza cerimonie, scomparve così com’era venuta. Toccò agli operai spostare il coperchio con corde, argani ed ernie. Sotto di esso nient’altro che un ennesimo buco, profondo giusto un paio di metri. Nonostante i sorrisi a trentadue denti, lo spettacolo là sotto non pareva tanto allegro. Decine di corpi inscheletriti riempivano la tomba, forse vittime sacrificali, forse amici e parenti di colui a cui era intestato il sepolcro, colui che dormiva, molto più comodamente, in un nero sarcofago elegantemente istoriato posto al centro di quell’orgia di ossa. Il Conte ordinò che il contenitore venisse subito issato fino alla superficie e approfittò dei minuti che ci vollero a legarlo per accarezzarlo fino a renderlo lucido come la sua testa. Alnatardo Branavanghe aveva finalmente raggiunto l’ultimo traguardo della sua vita; conclusa una ricerca durata decenni, era giunta per lui l’ora di ritirarsi in pace nella sua magione, finché una serena morte non fosse sopraggiunta. Gli sarebbe piaciuto.