Un grosso furgone sostò davanti casa di Coronnilio. La carrozzeria era bianca e anonima, perché gli economici adesivi erano volati via col vento, ma nell’abitacolo si vedeva chiaramente la figura di Eccapindo, messo lì a far capire di che si trattava. Era molto presto e l’autista non si stupiva di vedere il marciapiede deserto, quando invece ci avrebbe dovuto trovare Coronnilio già ad aspettarlo, d’altronde lui era pure cinque minuti in ritardo. Ormai lavorava con l’amico da più di un mese e aveva imparato a non aspettarsi troppo: sapeva che gli veniva difficile alzarsi la mattina e che doveva avere molta pazienza con lui. Fino ad allora Coronnilio si era già rotto un anulare e un alluce con due mobili diversi, per non parlare di quelli di cui aveva arrotondato gli spigoli a forza di sbatterli per le pareti. Eccolo scendere, con gli occhi mezzi chiusi e tremante di freddo. Che si sbrigasse, quel cretino, prima di essere svegliato a sberle! Eccapindo ci andava giù pesante col suo amico, e quello stava quasi sempre al gioco, ma quel giorno gli mancavano le energie. Che aveva fatto tutta la notte, invece di dormire, si era dato all’onanismo? No no, aveva dormito, ma gli incubi lo avevano fatto svegliare presto e pure male. Povero bambino! Beh, si svegliasse lui con una tarantola sul letto. Eccapindo non fu sicuro di capire: di che parlava? Coronnilio gli disse di camminare, intanto, che poi glielo spiegava.

Giustamente avevano un lavoro da fare, e le chiacchiere le avrebbero serbate per il tragitto o le pause caffè. C’era da andare al porto a prendere un antico clavicembalo il cui recupero era costato molto sudore e molto liquore alle erbe ai tre uomini che se ne erano occupati. Ora, quel tesoro sonante doveva essere consegnato al signore che aveva messo in moto tutta quella baraonda: il conte Alnatardo Branavanghe di Montenarchio, già apparso nel precedente capitolo e del quale ci sarebbe un bel po’ da dire, ma non prima che i due operai lo raggiungano presso la sua decrepita magione.

Nel frattempo, torniamo a ciò che si raccontarono proprio loro mentre procedevano verso il deposito del Porto di Voncisballe (occhio, c’era un bel po’ di strada per arrivarci, e non si parlò solo di quello che segue). Innanzitutto Eccapindo volle capire di cosa stesse parlando prima Coronnilio, cos’era quella minchiata della tarantola? Era serio: svegliandosi se l’era ritrovata sul letto e dopo qualche strizzata d’occhi era scomparsa. Ovviamente non era vera, ma lo spavento sì, tanto che aveva fatto pure saltare in aria il gatto Baffolampo con un gridolino di quelli che scappano quando ti schizzano dell’acqua gelida addosso. Eccapindo aveva bisogno di altre spiegazioni, perché gli stava già diagnosticando un grave guasto al cervello. Era una cosa normale, lo rassicurò l’amico, mica c’era bisogno di andare dal neurologo! Era abbastanza informato, Coronnilio, perché gli capitava molto spesso di risvegliarsi con allucinazioni da lasciare tracce nelle mutande. Erano semplicemente strascichi di incubi che, in una fase intermedia tra il sonno e la veglia si confondevano con la realtà. Un fenomeno noto, forse legato ad ansie e… e qui l’amico lo interruppe, adducento come causa certa semplicemente l’essere un coglione. Coronnilio, ricordandosi che Eccapindo non reggeva discorsi troppo lunghi (dal minuto in su), lo mandò a fanculo e aspettò che fosse quello a prendere un altro discorso. Ovviamente sprecarono qualche parola per lamentarsi della sfacchinata che li aspettava, anche se Coronnilio mostrava un leggero entusiamo all’aspettativa di poter accarezzare anche solo l’involucro di un antico clavicembalo, strumento che lo affascinava sin da quando aveva imparato a pronunciarne il nome. Che se lo ficcassero lì dove sicuramente non sarebbe passato, il clavicembalo, lui e il Conte. Eccapindo non apprezzava queste raffinatezze, e lo mostrava in modo piuttosto coerente.

Possiamo senza alcun rimorso sorvolare su quello che accadde nelle due ore seguenti, così da evitare di dover riportare nel testo tutte le bestemmie uscite dalla bocca di Eccapindo nel momento in cui dovevano caricare il grosso collo nel furgone. Diciamo solo che Coronnilio non era proprio portato per i lavori pesanti e ciò creava difficoltà in qualsiasi trasloco, figuriamoci quindi ora, trattandosi di un oggetto probabilmente preziosissimo destinato a qualcuno la cui cattiva parola poteva significare il fallimento della propria impresa.