Solo una singola lacrima erano riusciti a versare quegli occhi rinsecchiti. Neanche a spremerli si sarebbe ottenuto di più. Ora con fatica quella goccia cercava di farsi strada tra le incavate rughe del viso, nella speranza di riuscire a fuggire e andare a inumidire la sabbia. Un lembo di seta, però, la tolse di mezzo prima che potesse cadere.

Il paziente Domepalgo era abituato ormai da molti anni ad asciugare e detergere il viso del suo anziano padrone. Aveva un fazzoletto per ogni tipo di secrezione, ma mai avrebbe pensato di dover asciugare una lacrima. Pensava che gli occhi del vecchio fossero così secchi perché lo era anche l’anima, ma forse quel giorno un’emozione era riuscita a toccare anche il suo cuore.

La vecchia cariatide incartapecorita compiva il suo ultimo viaggio. No, il maggiordomo non stava portandolo a farlo sopprimere come un cane malato. Stavano per tornare a casa, a Montenarchio, dopo essere riusciti a esaudire il desiderio di quell’uomo in ogni caso prossimo alla dipartita. In gioventù, il conte Alnatardo Branavanghe aveva fatto molte di quelle spedizioni. Era stato un esploratore appassionato, sempre in giro per il globo a cercare nuova roba antica. Tutti si erano sempre stupiti del suo talento archeologico, del fatto che tornasse sempre a casa con non meno di un paio di sandali preistorici nella valigia. Innumerevoli scheletri nell’armadio avevano i musei della Melmerigia, e tutti grazie al conte Branavanghe.

L’età però lo inseguiva come un tenace sciacallo, e ogni giorno gli strappava un pezzo di vita. Succede così a ogni uomo, ma il Conte era ricco e viziato e non lo sopportava tanto facilmente. Quell’anno aveva deciso, contro la volontà dei medici e dei parenti, di compiere un’ultima spedizione, di trovare l’ultimo reperto prima di finire nella tomba. E in una tomba era presto finito, ma non la sua. Per quattro mesi, tra le sabbie dell’Africa, aveva inseguito un fantastama. Un fantasma che lo tormentava da anni. I suoi assistenti e il maggiordomo lo pregavano di desistere, di tornare a casa. Dicevano che era troppo anziano, che non avrebbe trovato niente. Insomma, si erano rotti le palle di stargli appresso, ma la pagnotta dovevano pur buscarsela.

Branavanghe, sordo a qualsiasi preghiera, aveva continuato a cercare, a costo di rompersi un femore. E alla brutta faccia di chi gli diceva di starsene a casa a riposare, aveva fatto quanto meno la più grande scoperta dell’anno. Sotto metri di rena la necropoli di una civiltà estinta sulla cui esistenza aleggiavano molti dubbi. Lui l’aveva trovata, grazie al suo fiuto per le cose morte, e ora i suoi uomini l’avrebbero depredata prima che qualcuno venisse a girarci un documentario. Il vecchio però non era interessato a raccogliere urne, ossa e gioielli di gente a caso. Quello che cercava era sigillato in una camera in particolare, chiusa da una inamovibile roccia scavata di avvertimenti e maledizioni spaventose. Quando Branavanghe espresse il capriccioso desiderio di aprire la tomba, alcuni uomini del posto che gli facevano da guida cominciarono a gridare e a piangere per scongiurarlo a desistere. Ma erano solo dei pigri e lui lo sapeva. Toccò anche a loro picconare.

Gli operai faticarono per sette giorni ma il grosso sigillo di pietra non dava alcun segno di cedimento. Si decise allora di chiedere assistenza a un esperto di demolizioni, che riuscì a far fischiare le orecchie a tutti per altri sette giorni, senza scalfire minimamente la pietra. Su quella tomba c’era un incantesimo più potente di qualsiasi esplosivo, diceva l’esperto di occultismo. Ci voleva il sacrificio di cento vergini! Lo cacciarono via e continuarono a grattarsi i menti davanti alla tomba, cercando soluzioni razionali a quel cimiteriale enigma. Effettivamente, però, c’era ben poco di razionale, e se ne accorsero quando fece la usa comparsa una misteriosa vecchia donna.

La trovarono una mattina davanti all’ingresso degli scavi. Preoccupati che prendesse freddo o che si facesse male le misero addosso una coperta e un casco giallo, senza che lei battesse ciglio. Non si sapeva quale fosse il suo nome e fu ribattezzata Ioapro, perché fu quella l’unica cosa che disse quando si trovò faccia a faccia con il Conte. Molti risero e il capo degli scavatombe gli porse mazzetta e scalpello con fare goliardico, anche Ioapro rise con gli unici due denti che possedeva e gli fece cadere gli attrezzi sopra un alluce. Cominciarono a prenderla più su serio.

Lei apriva, c’erano cose brutte dentro, ma lei apriva. Lei apriva, ma per una cifra esorbitante, e siccome sapeva che gli uomini sono più propensi a pagare per una scommessa che per un lavoro, la buttò sul gioco d’azzardo. Tutti risero di nuovo (a parte il Conte) e accettarono, e ora lei passa le sue giornate a bere Margarita su una spiaggia tropicale.