Il sole cominciava a intiepidire i tetti di Rincollina, un’allegra città dell’entroterra melmerigiano nota per la sua architettura tardo-barzotta. I piccioni tubavano sonnacchiosi e pian piano abbandonavano i pertugi delle torri per andare a beccare qualche mollica nei bar, prima di iniziare la loro lunga giornata d’ozio. I vecchietti uscivano dalle case ordinate e si appostavano alla fermata del bus, pronti a girovagare senza meta nelle pancione di quei mostri affumicatori. Qualcun altro faceva qualche altra cosa, ma questa storia non parla di Rincollina, quindi sorvoleremo serenamente su ulteriori dettagli della vita cittadina.

Una delle tante persone che ancora non si erano destate era un tale Coronnilio Trelaffio, giovane uomo domiciliato al secondo piano di una vecchia palazzina del centro storico, sopra l’appartamento di sua nonna Uofilma. Con lui conviveva il gatto Baffolampo (protagonista di una miriade di fantastiche avventure che, ahimè, non avranno spazio in questo romanzo) e probabilmente diversi altri animaletti poco notabili e privi di dati anagrafici. Quella mattina, mentre simpatici raggi ultravioletti attraversavano le tapparelle per mettere in risalto il danzante pulviscolo, Coronnilio si agitava sotto le coperte del suo lettone, preda di chissà quale incubo.

Al culmine degli eventi che stavano prendendo atto nel suo inconscio, egli aprì gli occhi. Col respiro affannoso e il cuore che gli percuoteva lo sterno, fissò lo sguardo al soffitto e subito ne fu inorridito; non per le macchie di muffa, che lo tappezzavano ormai da una vita, ma per  qualcosa che non siete ancora tenuti a conoscere. Le coperte volarono da una parte, Coronnilio schizzò via dall’altra, spiaccicando la schiena contro la porta. Guardò di nuovo il soffitto e d’un tratto si calmò. Con le mani sul viso, sussurrò un’imprecazione.

Dopo avere ispezionato un’ultima volta la stanza, andò a prendere il cellulare sul comodino. Controllò l’orologio e imprecò di nuovo: si sarebbe dovuto alzare un’ora prima. Vide che non c’era nessun messaggio in attesa d’essere letto, e sospirò. Poi notò che aveva attaccato il caricabatterie a una ciabatta spenta e imprecò ancora. Cercò di assumere un aspetto decente più in fretta che potè, saltando dentro un paio di jeans e infilandosi dentro una felpa grigia dalle maniche mordicchiate. Indossata la sua vecchia giaccia di pelle marrone, ne perquisì a fondo le tasche per assicurarsi che nulla mancasse, quindi uscì sul pianerottolo e scese le scale in punta di piedi, cauto come una spia. Fu vano il suo tentativo di uscire di casa inosservato, poiché la porta del primo piano si spalancò facendogli venire un colpo, e una vecchina dallo sguardo minacciosamente calmo lo interrogò su quella fuga mattutina. Coronnilio, ripresosi dal secondo spavento del giorno, indossò le scarpe e le disse che doveva incontrare il suo amico Eccapindo. Sarebbe tornato nel pomeriggio. Poi scese giù di fretta, gridando una risposta affermativa, poco prima di uscire dal portone, quando la nonna gli chiese se avesse mangiato. Era una sporca menzogna, ma non poteva fare altrimenti.

Il cielo era azzurro e sgombro di nuvole, in quel giorno di novembre, ma l’aria ancora fredda e le strade bagnate dalla pioggia della notte precedente. Questi potrebbero sembrare dettagli inutili, ma fu guardando il cielo che Coronnilio intinse un piede in una pozzanghera e fu quindi costretto a compiere il resto del tragitto con una scarpa che faceva ciaf ciaf. Quel buffo rumore attrasse lo sguardo di una ragazza che stava acquistando dei kiwi. Lo scintillio del sole sul bordo degli occhiali di quella ragazza venne percepito da Coronnilio con la coda dell’occhio, ed egli si girò. I loro sguardi si incrociarono per pochi attimi, gli individui si sorrisero reciprocamente, poi a lei fu intimato di pagare i kiwi e lui inciampò sul marciapiede. I due non si rividero mai più per il resto delle loro vite, ma il sorriso di uno sconosciuto alla mattina è sempre piacevole e Coronnilio fu un po’ meno nervoso del solito quel giorno. Ecco perché le descrizioni meteorologiche non sono sempre inutili.

Coronnilio ciaffava sereno e il suo amico Eccapindo Brebbagno lo aspettava seduto fuori dal bar “Il femore” fumando Gastercheens e lisciandosi il pizzo. Quando l’atteso arrivò, l’attendente lo rimproverò di essersi fatto aspettare per ben cinque minuti, quella faccia di culo. L’altro rimase perplesso, convinto che l’appuntamento fosse per un’ora prima, ma  fortunatamente erano arrivati entrambi con un bel po’ di ritardo. Dopo i soliti convenevoli e quattro insulti, i due ordinarono del caffè, quindi approfitteremo dell’attesa per parlarvi brevemente di loro.

 

Coronnilio

Coronnilio era un giovane senza grandi progetti per la vita, se non quello di non diventare troppo vecchio. Si era diplomato all’Istituto Nazionale di Studi Generici e dopo un paio di anni sabbatici spesi a guardare serie televisive e mangiare wafer aveva trovato impiego presso un restauratore di sedie a dondolo. Seppur tra alti e bassi, guadagni altalenanti e oscillante entusiamo, il lavoro era andato benino fino a quando il proprietario non cominciò a soffrire di mal di mare e decise di vendere tutto e andare in pensione. Coronnilio fu lasciato in mezzo a una strada, ed ecco perché quel mattino s’era alzato prima del solito: c’era la speranza di trovare lavoro.

 

Eccapindo

Eccapindo aveva fatto le scuole medie assieme a Coronnilio, ma dopo quelle, piuttosto che continuare gli studi e rischiare di finire come il suo amico, s’era messo a lavorare per la ditta di traslochi della madre. Già da un anno l’azienda era passata nelle sue mani, ché sua madre aveva cominciato a lagnarsi del mal di schiena. Gli affari andavano abbastanza bene, tanto che, vistolo in difficoltà, aveva proposto al suo caro amico Coronnilio di lavorare un po’ con lui, ed ecco perché quel mattino s’era alzato prima del solito.

Poggiando la tazzina del caffè, ormai vacante, sul dorso di un cane che passava di lì, Eccapindo esplicò al commensale la sua proposta di lavoro. Costui però titubava, non sapendo dove poggiare la sua tazzina, ma anche perché temeva di non essere adatto a quell’impiego. Aveva le mani sempre sudate, aveva difficoltà a evitare gli spigoli e non era mai riuscito a spostare un mobile senza farlo cadere. Eccapindo non gli permise di scassargli ulteriormente le palle con quelle scuse da pigrone e insistette quasi tenacemente; era pur sempre lavoro, erano soldi, e gli avrebbe dato un paio di guanti professionali. Coronnilio alla fine alzò le spalle e accettò mal volentieri: le sedie a dondolo non lo avevano certo abituato a compiere certe fatiche.

Una volta accordati sugli affari, i due amici appicciarono delle sigarette e passarono un altro paio d’ore al bar a valutare le ragazze che passeggiavano.