Ursar guardava il cadavere del suo nemico. La testa, troncata di netto da un unico, preciso fendente della sua spada a lama larga era volata lontana nella neve, descrivendo un’ellissi scarlatta nel cielo limpido.
L’ennesimo sfidante caduto sotto la sua furia ferale.
Ora, indifferente, il guerriero osservava la macabra scena. Aveva perso il conto della vite strappate. Quand’è che la morte aveva perso di significato per lui?
Combattere era la sua vita, non una scelta ma una necessità delle lande ghiacciate se si voleva sopravvivere.
Ma non era per sé stessi che si combatteva in quelle terre, si combatteva per gli dei. Famelici come i lupi dell’inverno, chiedono tributi per saziare la loro brama di anime. In cambio offrono a pochi prescelti destini di grandi conquiste e gloria immortale.
Dove sono ora gli occhi degli dei? Non sentiva neanche più i sussurri perseguitori dei suoi nemici morti; era stato abbandonato anche da loro? Forse era destinato all’oblio. Non c’era onore per chi veniva dimenticato anche dai propri nemici.
Cosa doveva fare per meritarsi l’elogio degli dei?
Sputò stizzito sul cadavere e fece per allontanarsi. Un brillio rossastro richiamò la sua attenzione sul terreno intorno al morto. Il sangue non si era diffuso in una pozza caotica attorno al corpo, era sgorgato dalla ferita in una moltitudine di rivoli formando una chiara figura. Un albero.
Ursar osservò stupefatto il segno mistico. Era forse giunto il richiamo dei Voraci?
Una risata gutturale, più simile ad un ululato, proruppe dalla gola del guerriero. Solo un posto venne in mente ad Ursar: l’albero dell’impiccato. Se voleva adempiere al suo destino immortale doveva percorrere il sentiero del cacciatore e inginocchiarsi di fronte allo Spezzato.
A grandi falcate si allontanò dalla vallata.

Nel tragitto verso nord si interrogò a fondo sul significato della chiamata. Lo avrebbero accolto tra di loro come loro pari? Oppure avrebbero messo alla prova la sua forza? Nessuna sfida era troppo grande per Ursar, oblio dei padri, si ripeteva orgoglioso nella mente.
Uno sfortunato villaggio si ritrovò sulla via del guerriero e Ursar non perse l’occasione per bagnare ancora una volta la sua spada nei cuori dei deboli. Al capo villaggio, come da tradizione, strappò un occhio come trofeo. Dopotutto, non sarebbe stato educato presentarsi di fronte agli dei senza un dono.
Rinvigorito dal massacro, si rimise in marcia.

L’albero dell’impiccato marciva su un’altura ghiacciata, esibendo orgoglioso i molti corpi bluastri, dondolanti nel freddo vento.
C’era spazio per tutti su quell’albero, diceva un vecchio detto e Ursar si ritrovò a pensare che era un termine molto appropriato per quell’albero, vecchio quanto l’aurora.
Prima di raggiungere l’albero dovette superare una radura di pini neri, dove diversi lupi osservarono il suo passare, nessuno di loro provò ad attaccarlo. Lo scortarono silenziosamente fino alla rupe; l’inizio della scalata. Ora cominciava la vera sfida.
Sgranchì le dita delle grosse mani e con movimenti poco aggraziati ma sicuri cominciò l’ascesa.
La ripida parete offriva pochi appigli ed il ghiaccio peggiorava la presa ma il guerriero non demorse. Ogni volta che si sentiva scivolare imprimeva più forza nella fredda roccia. Ben presto il ghiaccio gli causò escoriazioni sulle mani, procurandogli fitte di dolore.
Si sollevò il vento. La spessa pelliccia proteggeva il guerriero dalle intemperie ma la sua instabile posizione avrebbe potuto essere fatale, diverse decine di metri lo separavano da terra.
Un suono gli giunse nel vento. Cominciò come qualcosa di indistinto ma accrebbe in fretta di intensità divenendo più chiaro. Le voci dei suoi nemici tornavano a parlargli. Volevano strapparlo dalla nuda roccia; farlo precipitare nell’abisso.
Ursar non sapeva dire se era l’aumentare della forza del vento a dare potere alle voci o al contrario.
«Bastardi!», imprecò nel freddo vuoto, «tornate a tormentarmi ora che la gloria mi attende? Non avrete la vostra sporca vendetta. Mai mi piegherò!». E con una blasfema promessa riprese la salita.
Le voci tacquero sconfitte.
Proseguì l’ascesa fino a quando le sue mani incontrarono un soffice terreno. Un manto nevoso gli indicò il raggiungimento della cima. L’albero attendeva poco più avanti.
Per nulla provato dalla fatica, si diresse a lenti passi verso la meta. In balia di una tempesta di sensazioni e domande.
L’albero attendeva su una collinetta circondata da pietre votive.
Un basso mugghiare, risvegliò in Ursar la furia animale. Un troll dei ghiacci avanzava brandendo una mazza, decorata di molti teschi scheggiati. La creatura nelle fattezze ricordava un toro con corna di cervo anche se si muoveva su due gambe.
«Mi volete mettere alla prova dunque?». Sguainò gioioso la grossa spada. Ruotò leggermente le gambe e caricò a testa bassa l’avversario.
Il troll sferrò un potente colpo circolare verso il volto di Ursar andando però a vuoto. Il guerriero scartò di lato, colpendo con la spada il fianco del troll, provocandogli un digrignare di denti.
Ursar, ansioso di sfruttare il momento di vantaggio, piantò i piedi nella neve e con un fendente mirò alla schiena del troll. La lama trovò la resistenza delle spesse ossa che fuoriuscivano dal corpo della creatura come un’armatura. Bestemmiò.
Con un salto si allontanò dal nemico, pronto a riprendere lo scontro.
Con un ruggito il troll si batté la mano libera sul petto e caricò. Era inaspettatamente veloce per quella stazza. Ursar si preparò ad attutire l’impatto con il suo corpo ma la forza bruta del troll prevalse ed il guerriero volò nella neve con qualche costola incrinata.
Sfruttò l’impeto del colpo per continuare a rotolare, evitando così un colpo inferto con il martello dall’avversario. Si rialzò sputando saliva e sangue.
Si susseguirono una serie di potenti colpi da entrambe le parti. Due bestie che combattevano.
Tuttavia, la forza bruta del troll alla lunga prevalse ed approfittando di un violento colpo che fece volare via la spada al guerriero, sferrò con l’altro braccio un pugno al volto di Ursar. L’impatto lo stordì, impedendogli di evitare la stretta del troll. Urlante di gioia la creatura lo strinse nelle braccia con l’intenzione di spezzargli la schiena. Muscoli nodosi si gonfiarono intorno al guerriero.
Ursar si sentì come soffocare. Tutti i muscoli del corpo erano concentrati nell’unico scopo di non farlo morire, non sarebbero mai bastati. Sentiva i polmoni bruciare per la mancanza di ossigeno; la mandibola contratta in una smorfia di dolore.
All’improvviso il mondo si tinse di rosso agli occhi di Ursar, vedeva tutto sfocato; non percepiva più nulla. Una furia demoniaca dilagò nel suo corpo martoriato. «I Voraci mi osservano!». Con un urlo bestiale afferrò la testa della creatura e con tutta la potenza che aveva in corpo gli tirò una testata sul muso. Il troll accusò il colpo tuttavia, la stretta non si allentò, ma nemmeno Ursar voleva mollare la presa. Facendo appello alle sue ultime energie infierì con forza crescente sul volto del troll con la sua testa. Una gragnola di colpi inumani investì la bestia. Il sangue cominciò a schizzare dappertutto. Pezzi di pelle si squarciarono sotto la furia del guerriero e presto si aggiunsero gli orrendi scricchiolii delle ossa.
La presa del troll cominciò ad allentare nel mentre le urla furiose di Ursar riverberavano tra le pareti ghiacciate della valle.
Con un ultimo gorgoglio il troll crollò al suolo, esanime; il volto maciullato.
Ursar si lasciò cadere in ginocchio, ansimante. Umide nuvolette di condensa attorniavano il suo volto. Le mani a graffiare il suolo, come a dire che nessuno l’avrebbe potuto portare via da là. Inspirò a fondo e si risollevò, volgendo lo sguardo all’albero.
Aveva superato la prova.

Si avvicinò all’albero e si inginocchiò. Estrasse l’occhio del capo villaggio dalla vecchia sacca di pelle. Prima i convenevoli, pensò.
Ai piedi dell’albero, una figura, diversa dalle altre, riposava nel sonno eterno. A differenza degli altri ospiti dell’albero questa non era stata impiccata. Ma come suggerivano le ferite, spezzata a metà. Non era un’ospite qualunque, era lì per dimostrare che anche una divinità può essere uccisa. L’albero era un monito di morte per tutti.
Ursar, posò l’occhio nella neve, rivolgendo la pupilla verso lo Spezzato. Poi attese in rispettosa contemplazione.
La neve cominciò a cadere in pesanti fiocchi. Un leggero vento dirigeva la bianca danza.
«Oblio dei padri», proruppe una voce nell’aria «giungi per adempiere al tuo destino?».
«Vivo per servire i Voraci».
Una risata soddisfatta accolse la sua risposta. Ursar vide dei lupi avvicinarsi di fronte a lui, li riconobbe come i lupi della foresta incontrati ai piedi della rupe. Il piccolo branco si posizionò in un semicerchio intorno al guerriero.
La fitta neve impediva ad Ursar di vedere bene ma poteva giurare di vedere una sagoma umana aleggiare sopra ogni lupo. Lo guardavano con occhi indagatori. C’era anche altro nello sguardo, forse, rispetto.
Lo Spezzato riprese a parlare. «Ti abbiamo scelto come messaggero della nostra fame. Il nord non è più adatto alle nostre… necessità. Porterai la nostra spada a sud; combatterai le più grandi battaglie della tua vita e mentre tu verrai innalzato tra i più grandi eroi del mondo, noi banchetteremo della vita di migliaia di deboli. Vai ora e non fermarti fino a quando il mondo intero non sarà bruciato nella tua ombra!».
Gioiosa trepidazione invase il corpo di Ursar. Non avrebbe deluso i suoi padroni.
Osservò svanire le figure nella crescente tempesta di neve. Una volta rimasto in compagnia del solo sguardo vuoto degli impiccati si alzò in piedi. L’occhio del capo villaggio era scomparso. Tornò sui suoi passi, fermandosi a raccogliere la spada vicino al cadavere del troll. La strada da percorrere sarebbe stata lunga.
Ora sapeva cosa doveva fare.

 

Racconto di Jacopo Masiello.