Un ragazzo arrivò di corsa al Caffé Piorerdreffo e gettò un fagotto di stoffa su un tavolo. Cinnemargo, che stava seduto a quel tavolo a far colazione, prese un altro sorso di vino liquoroso e posò il bicchierino. 

«È il gatto morto?»

«Sì», disse il ragazzo accomodandosi. «Però non aprirlo qua, o penseranno che l’ho ammazzato io.»

«Investito?»

«Come hai chiesto tu. Mi sono alzato all’alba per trovarne uno fresco, ho pure visto chi è stato. Un prete.»

«Beh! Anche gli uomini di chiesa si sono lasciati corrompere dalla velocità assassina. Chissà se ce l’ho un cappello da prete a casa. Sì, penso di sì.»

«Cinnemargo.»

«Che c’è, Lisecronio? Mi sembri ansioso.»

«Sì, lo sono. Mentre venivo sono passato davanti alla galleria di Nebrelassio, e da lì mi sono messo a correre.»

«Che buffone! Non te, ma quell’altro. Che hai visto di tanto sconvolgente?»

«Un tuo quadro.»

Cinnemargo si alzò di scatto e batté le mani sul tavolo gridando, la sua voce tuonò per tutta la Via degli Artisti.

«Quale quadro?»

«Non lo so!»

Lisecronio si strinse al petto il gatto morto, per proteggerlo dalla furia del suo amico.

«Non l’avevo mai visto prima, ma c’era la tua firma sopra. So che non hai mai voluto avere niente a che fare con quel tipo, e quindi mi sono allarmato. Chi glielo avrà potuto vendere?»

«Chissà. Ma aspetta… hai detto di non averlo mai visto prima?»

«È possibile?»

«È più probabile che sia un falso, ma andiamo subito a vedere.»

Cinnemargo strinse i pugni e si incamminò a grandi passi lungo la via. Lisecronio gli andava dietro reggendo il fagotto senza vita. Fecero meno di trecento metri e arrivarono davanti a una bottega che vendeva oggetti d’arte e cianfrusaglie. Sull’insegna era scritto “futurariato”, ma tutto in maiuscolo. Il locale esponeva nelle due vetrine un po’ della merce che vendeva e qualcosa messa lì per far spazio da qualche altra parte. Molti erano oggetti indecifrabili, uno era una piccola tela in una cornice, in pratica un quadro. Nel dipinto, una sogliola gigante sorvolava nella notte una città fatta di palazzi alti e squallidi, e la illuminava con due fasci di luce che sprigionava dagli occhi. In basso a destra c’era la riconoscibile firma di Cinnemargo. L’artista si inginocchiò sul marciapiede e appoggiò le mani sul vetro.

«È bellissimo» disse con lo sguardo perso tra le pennellate. Poi si girò verso Lisecronio, con il viso contratto dalla rabbia. «Ma io non l’ho mai dipinto.»

Si alzò ed entrò nella bottega aprendo la porta con più forza di quanto fosse necessario. Il violento scampanellio avvertì il proprietario – in quel momento stava sistemando dei libri stampati sessant’anni dopo – che stava entrando una persona infuriata, e sapeva benissimo chi.

«Nebrelassio!» gridò l’artista, travolgendo un manichino. «Razza di imbroglione, siano maledetti questi abiti improbabili e i tuoi quadri falsi!»

Il futurario si voltò, sorridendo all’artista sia con la bocca che con i sottili baffetti. Cinnemargo si fermò e lo guardò in cagnesco, con le mani sui fianchi. Aspettava una reazione di Nebrelassio, che lo salutò porgendogli una mano ipocrita.

«Buongiorno, Cinnemargo. Hai visto cosa sono riuscito a recuperare? Ti piace?»

«È un falso», rispose l’altro, ignorando la sua mano tesa. «Questa pagliacciata del futurariato è andata troppo oltre. Distruggi qua e ora quella cosa, o sporgerò denuncia per plagio.»

Ostentando sicurezza, Nebrelassio mise quante più dita potè nelle tasche del panciotto e cominciò a dondolare sui talloni.

«Plagio? Falso? Quel quadro porta la tua firma, scritta dalle tue mani! D’altronde, quando l’ho preso, ho trovato anche un attestato di autenticità. Non ti fidi? Chiama tutti gli esperti che trovi, scommetto quello che vuoi che confermeranno che quel quadro è fatto con le tue linee, le tue pennellate e i tuoi pigmenti.»

«Quel quadro non è mai uscito dal mio studio, farabutto. Non dirò mai di averlo dipinto.»

«Oh, di sicuro non puoi ricordarlo.»

«Che cosa intendi?»

Nebrelassio passò accanto a Cinnemargo e andò a prendere l’opera incriminata. Con delicatezza la portò davanti al presunto autore e gli mostrò il retro della tela. C’era scritta una data che lo fece accigliare.

«Millenovecentotrenta… che significa?»

«È l’anno in cui questo quadro è stato dipinto. Lo scrivi sempre, non è vero?»

«Sì, ma mancano ancora degli anni al millenovecentotrenta. La tua trovata è ridicola, Nebrelassio. Nessuno sano di mente crederà mai che vendi  merce proveniente dal futuro.»

«Va bene», disse il mercante andando a rimettere a posto il quadro. «Sei libero di non credermi e di denunciarmi, se vuoi. Oppure puoi riprenderti il quadro, ti farò un prezzo di favore.»

Cinnemargo fece un passo avanti, ma venne tirato per un braccio da Lisecronio.

«Non ne vale la pena, Cinni. Andiamo a parlare con un avvocato.»

«Hai ragione» disse l’artista agitando un pugno verso il mercante. «Ti faremo fallire, Nebrelassio. Andrai a vendere la tua immondizia al mercato delle pulci!»

I due uscirono e andarono via, mentre il mercante agitava le mani in un saluto di scherno. Girarono per Corso Malmenarsi, andavano verso lo studio di un avvocato a cui Cinnemargo aveva fatto un ritratto.

«Non ti preoccupare, amico mio» disse Lisecronio mettendogli una mano sulle spalle. «Vedrai che la verità verrà fuori.»

L’artista si fermò e si voltò verso di lui, con gli occhi lucidi. Schiuse le labbra per dire qualcosa, ma si bloccò un attimo guardando il fagotto che teneva ancora tra le braccia.

«Getta via quel gatto, Lisecronio. Non ho più voglia di dipingere, oggi.»

Il ragazzo fece pochi passi e buttò l’involucro rigonfio in un bidone dell’immondizia. Subito ci fu un certo trambusto nel contenitore, il gatto schizzò fuori e corse via miagolando. Lisecronio, sconcertato, andò a guardare nel bidone per assicurarsi che fosse lo stesso gatto che ci aveva messo lui.

«Non ci posso credere, pensavo fosse morto!»

«Lascia perdere il gatto, Lisecronio, e guardami. Tu dici che la verità verrà fuori, ma è proprio di questo che ho paura. Vedi, io davvero non ho mai dipinto quel quadro, ma non posso escludere con sicurezza che sia, in effetti, una mia opera.»

«Quello che dici non ha senso.»

«Lo ha, se consideriamo la realtà con una mente più aperta. Forse il futurario è un ladro, ma non un falsario. In ogni caso, andiamo a parlare con l’avvocato.»

 

***

Lisecronio era fermo in cima alle scale del tribunale. Muoveva solo la testa, a destra e sinistra, perché non sapeva da che parte sarebbe arrivato l’artista. Cinnemargo arrivò da sinistra con un’andatura sostenuta, e raggiunse il suo assistente.

«Sei energico e risoluto, oggi. Non ti vedevo così da molto tempo.»

«Hai ragione. In questi mesi ho camminato con lo sguardo basso e il cuore gonfio di risentimento, ma oggi è arrivata la resa dei conti.»

Cinnemargo prese Lisecronio sottobraccio e insieme entrarono nell’edificio. L’avvocato li aspettava all’ingresso dell’aula, asciugandosi la fronte imperlata di sudore. L’artista notò subito una certa preoccupazione nel suo sguardo e gliene chiese il motivo.

«Dobbiamo cambiare strategia», disse l’avvocato.

«Che intendi dire?»

«L’accusa di plagio potrebbe non reggere. Forse, se ammetti la paternità dell’opera, Nebrelassio potrebbe essere accusato di furto o riciclaggio.»

Cinnemargo afferrò l’avvocato per il colletto della camicia e se lo portò tanto vicino al viso da poter sentire l’olezzo del suo dopobarba.

«Avrei dovuto immaginare che eri un pessimo avvocato, quando mi chiedesti di ritrarti di tre quarti per avere il venticinque per cento di sconto.»

Poi mollò la presa e andò a sedersi su una panca del corridoio, con il viso tra le mani macchiate di colore.

Il processo fu lungo e complesso, quindi lo riassumeremo senza alcuna drammatizzazione. L’avvocato del futurario portò prove inconfutabili che La sogliola sulla città di notte – così era stato intitolato il quadro da un giornalista poco fantasioso – era stato in effetti dipinto da Cinnemargo. L’artista era piuttosto noto, e nove esperti d’arte su dieci confermarono che quell’opera conteneva tutti gli elementi del suo stile e della sua tecnica. Inoltre c’era l’attestato di autenticità, datato millenovecentotrenta, che conteneva le loro stesse firme. Infine, la prova più schiacciante: l’impronta di un pollice di Cinnemargo. Provata l’autenticità dell’opera, bisognò stabilirne la provenienza, cosa che creò abbastanza confusione. Nebrelassio ci mise un po’ a convincere il giudice che si trattava non di un’opera futurista, ma proveniente dal futuro. Il viaggio nel tempo era un’idea poco ammissibile, a quei tempi, ma tutti gli elementi portati in aula non facevano che confermare quella ipotesi. Cadeva così l’accusa di plagio, ma poteva ipotizzarsi il reato di furto? E poteva l’artista pretendere che l’opera gli venisse restituita o retribuita? Il primo punto fu presto risolto. Nebrelassio non volle dire nulla su come e quando si fosse procurato il quadro, ma il suo avvocato convinse il giudice che, se un reato c’era stato, non poteva essere stato commesso che dopo il millenovecentotrenta, rendendolo di fatto impunibile. La legge, infatti, non poteva essere applicata post-attivamente, perché era molto probabile che un reato, se punito in anticipo, non sarebbe stato mai commesso, e ciò significava averlo punito ingiustamente. L’avvocato di Cinnemargo disse che l’opera era stata, in ogni caso, contrabbandata, non essendoci la prova di alcuna transazione legale. Ma non si poteva stabilire, in effetti, con che modalità Nebrelassio fosse venuto in possesso dell’oggetto, e anche quell’accusa cadde. Si ammise dunque l’ipotesi che il futurario l’avesse “trovata” e “recuperata”, ma aveva ora il diritto di tenerla, o avrebbe dovuto restituirla al suo autore? Di fatto Cinnemargo non aveva mai posseduto quell’oggetto, quindi non aveva senso restituirglielo. Per quanto riguardava una retribuzione, il giudice fu d’accordo con l’avvocato difensore sul fatto che se Cinnemargo non aveva mai svolto il lavoro, non aveva senso che questo gli venisse pagato. Però era anche chiaro che la presenza di quel quadro, lì e in quel momento, avrebbe comportato una futura perdita economica all’autore, dato che nel millenovecentotrenta avrebbe potuto creare solo un doppione senza valore. Il giudice, in questo caso, venne incontro all’accusa. La sentenza stabilì ciò: Nebrelassio era assolto da tutte le accuse, ma il quadro sarebbe stato sequestrato e distrutto, perché era giusto che la carriera dell’autore seguisse un corso lineare e naturale.

Pareva che ognuna delle due parti in causa avesse avuto la sua dose di sconfitte e vittorie, ma solo il futurario sembrava soddisfatto, uscendo dal tribunale. Cinnemargo era invece molto cupo, e guardava con astio Nebrelassio che si allontanava assieme al suo avvocato.

«Odio quell’uomo», disse stringendo una mano sulla spalla di Lisecronio.

«Non lasciare che ti rovini la giornata, Cinni. Non dargli questa soddisfazione. D’altronde abbiamo vinto noi, no?»

«Dici? Bah… Ho voglia di bere, Lisecronio, andiamo al Piorerdreffo

«Sì, buona idea. Ma prendiamo un’altra strada, per cortesia.»

Raggiunsero il caffè in silenzio e bevvero una bottiglia di vino senza dire una parola. Fu Lisecronio il primo a dire qualcosa, dopo un breve balbettio dovuto all’alcol.

«Io capisco che devi elaborare la situazione, Cinni, ma così mi fai preoccupare.»

L’artista aveva il capo chino e guardava a terra. Quando udì la voce del suo amico alzò lo sguardo, aveva gli occhi arrossati e lucidi.

«Io sono davvero preoccupato, Lisecronio.»

«E da che? Dopo questo precedente non penso che Nebrelassio farà di nuovo qualcosa del genere.»

«Ciò che temo è un’altra cosa: che io non riuscirò a fare di nuovo qualcosa del genere.»

«Che intendi?»

«Quel quadro! Riuscirò a dipingerlo, ora che l’ho visto? Qualcosa, nel futuro, deve avermi dato l’ispirazione per farlo, ma dopo quello che è successo l’avrò di nuovo? O proverò solo a fare una copia di ciò che ho visto?»

«Penso che dobbiamo aspettare qualche anno per saperlo.»

«Non lo so… lo spero. Ma vedi come già ho perso un quadro per colpa di quel farabutto?»

«Ma no, quel gatto sarebbe comunque scappato.»

«Vorrei essere sicuro quanto te, Lisecronio. L’unica cosa di cui sono certo, ora, è che dobbiamo prendere un’altra bottiglia.»

 

***

«Non riesco ancora a credere che il famoso Cinnemargo mi stia facendo un ritratto!»

«E io non riesco a credere che la bella e dolce Oldapranda stia posando per me.»

I due erano in un ricco salotto, a casa della ragazza. Lei era sdraiata sul divano, mentre l’artista, seduto su una poltrona, riportava le sue graziose forme su un blocco da disegno.

«Negli ultimi anni non ho avuto un pomeriggio più bello di questo», disse l’artista ripassando sui fianchi della ragazza.

«Oh, per fortuna non posso arrossire più di così! Ma dimmi una cosa, caro artista. Terrai per te quel disegno, vero?»

«La tua immagine meriterebbe di occupare una parete intera. Ma, se ci tieni alla discrezione, lo terrò tutto per me. Mi farà compagnia nelle notti più buie e solitarie.»

«Conservalo tu, e aggiungilo alla tua perversa collezione.»

Il rumore del portone principale che si richiudeva interruppe l’imbarazzante scambio di ammiccamenti. La ragazza si alzò di scatto e indossò una vestaglia.

«È mio padre», sussurrò. «Sai cosa fare.»

«Vuoi che gli chieda ora la tua mano?»

«Stupido, va’ via come sei venuto!»

«Ma per venire mi sono arrampicato su per la finestra. Se salgo ancora finirò sul tetto!»

«Allora fa’ il contrario e gettati, mascalzone.»

Cinnemargo ripose fogli e matite nella sua borsa di pelle, baciò sulla guancia Oldapranda e uscì dalla finestra. Il giardiniere gli aveva prestato una scala, perciò non fu necessario buttarsi nel vuoto. Andò, con passo allegro, verso il Piorerdreffo, dov’era sicuro che Lisecronio lo aspettava. Era passato un anno esatto da quando Nebrelassio aveva esposto la Sogliola, e l’artista ormai non aveva più l’ansia passando davanti alla sua bottega. Non ci aveva più visto alcun quadro, solo i soliti strani oggetti dall’aspetto inutile e anacronistico. Quel giorno, però, la bottega era chiusa e sprangata, e l’insegna non c’era più. Cinnemargo non potè fare a meno di espellere dell’aria dal naso. Pensò che il futurario fosse andato in bancarotta, e ciò lo rese ancora più allegro di quanto non lo fosse già.

Lisecronio era seduto in fondo alla sala del Caffè Piorerdreffo, intento a leggere un libro. Cinnemargo si lasciò andare su una sedia e ordinò una bottiglia di Fango d’Orlappiana, un vino forte e opaco.

«Amico mio, finalmente una giornata allegra!»

«Certo, in compagnia della tua innamorata. Comincio a essere un po’ geloso, Cinni.»

«Pensavi che un giorno avrei chiesto a te di sposarmi?»

«No, ma temo che l’amore, prima o poi, ti renderà irreperibile agli amici.»

«Baggianate! Piuttosto, sei passato davanti alla bottega di…»

«Ho visto, è chiusa. Lo hanno visto partire con due carri pieni di roba, quindi è probabile che abbia trasferito i suoi affari altrove.»

«Mi sembra un altro ottimo motivo per festeggiare!»

Presto si unirono altre persone a Cinnemargo e Lisecronio. Erano altri pittori, scultori, poeti, o semplici ubriaconi senza particolari talenti. Era sabato, dunque la serata fu lunga e allegra. Verso le due di notte l’aria all’interno del Piorerdreffo era ormai una massa di fumo bianco. L’artista e il suo amico uscirono barcollando da quella nebbia tossica e, dopo un abbraccio, si diressero ognuno alla propria casa.

Cinnemargo camminava barcollando, stringendosi al petto la borsa con i suoi disegni, e sorrideva. Mentre si avvicinava alla sua via, però, lo colse l’inquietudine, perché cominciò a sentire dei passi venire appresso ai suoi. Si guardò alle spalle e vide un uomo vestito di scuro, col volto coperto dalla falda di un cappello. In una situazione normale avrebbe subito chiesto spiegazioni, pronto a tirare qualche pugno, ma in quel momento si reggeva a malapena sulle gambe rammollite dal vino. Il suo passo claudicante si fece più rapido Si frugò nelle tasche e impugnò la chiave di casa, pronto a infilarla nella toppa. L’altro uomo continuava a seguirlo con calma, senza dare segni di ostilità. Quando lui arrivò al portone di casa quello lo chiamò.

«Cinnemargo!»

L’artista si girò e vide lo sconosciuto venirgli addosso. D’istinto mise avanti le mani per proteggersi, e chiuse gli occhi. Quando li riaprì l’uomo era svanito, e tra le sue mani c’era un oggetto rettangolare avvolto in della carta da imballaggio. Cinnemargo si guardò attorno. La strada si muoveva come una barca tra le onde della tempesta, ma era vuota. Salì nel suo appartamento, gettò la borsa su un tavolo e si sedette su una poltrona, con in mano il pacco dello sconosciuto. Al tatto si intuivano in modo chiaro i bordi di una cornice.

L’artista fumò due sigarette, una dopo l’altra, camminando con passo nervoso per tutto l’appartamento. Poi prese il pacco, abbandonato sulla poltrona, e lo scartò. Era un piccolo dipinto a olio. Raffigurava un gatto morto, steso su un tavolo, davanti alla ruota di un’automobile. Appeso al perno della ruota, a ricadere sul fianco dell’animale, c’era un crocefisso d’oro. Cinnemargo sentì il legno della cornice scricchiolare soto le dita.

L’artista, pervaso dall’ira, non sentì più la sbronza. Senza neanche mettere la giacca, uscì di nuovo e corse verso casa di Lisecronio. Per strada, in quella parte di Voncisballe, non c’era quasi più nessuno. Nell’aria risuonava solo l’eco dei passi frettolosi di Cinnemargo. Quando arrivò all’edificio dove il suo amico aveva un alloggio, cominicò a prendere a pugni il portone. A svegliarsi per prima fu la padrona di casa. Non era una di quelle persone che chiedono chi è prima di aprire la porta. Piuttosto, prima apriva e poi menava col suo bastone di quercia. Il legno si fermò appena in tempo prima di colpire la testa di Cinnemargo. Riconosciuto l’artista, la signora lo fece entrare subito.

«Che succede, signor Gribolieri? La vedo tutto trafelato, qualcosa non va?»

«Affatto!» disse Cinnemargo, e corse subito su per le scale.

Lisecronio, che aveva sentito tutto il trambusto, lo aspettava sulla soglia della porta. L’artista gli consegnò il dipinto ed entrò, andandosi a sedere su un divano.

«Me lo hanno consegnato questa notte, mentre tornavo a casa.»

Lisecronio richiuse la porta ed esaminò il quadro.

«Ma questo è…»

«Sì, è quel quadro che non ho mai dipinto. E guarda la data!»

«È dell’anno scorso, che significa?»

«Non lo capisco. Come fa a esistere nel futuro, se l’anno scorso non l’ho dipinto?»

«Beh, ma se non fosse successo quel guaio, lo avresti fatto, no?»

«Certo, ma il futuro deve seguire il passato e il presente reali, non quelli ipotetici. O sbaglio?»

«Non penso, Cinnemargo. Ma a me gira un po’ la testa, e non riesco a starti dietro con i ragionamenti. Forse è un falso.»

«No, no. A parte che al posto del cappello da prete c’è un crocifisso, è esattamente come l’avevo immaginato io. Ma chi poteva sapere che avrei dipinto esattamente questo? E soprattutto, che senso avrebbe creare il falso di un quadro che non esiste? Questo è uno sfregio peggiore che esibire un dipinto dal futuro.»

«E perché?»

«Perché mi mostra qualcosa che avrei potuto fare, ma che non ho fatto. Questo è il quadro di un me che avuto la possibilità di dipingerlo , capisci?»

«Forse. Ma cos’hai intenzione di fare ora?»

«Domani si aprirà la mia mostra no? Farò esporre pure questo. Così, quando Nebrelassio verrà a sapere che l’ho esposto, capirà che mi ha fatto solo un favore. Tiè!»

«Bravo, bravo», disse Lisecronio dondolando la testa. «Ma io sto crollando, Cinnemargo. Ti dispiace riprendere il discorso domani? Dormi pure sul divano, se vuoi. Ti porto una coperta.»

L’artista accettò l’invito del suo amico, d’altronde non avrebbe avuto la forza di scendere le scale senza ruzzolare. Dormì sereno, e l’indomani mattina si svegliò privo di rabbia, ma con la testa stravolta. Nulla che un altro cicchetto non potesse risolvere.

Dopo colazione Cinnemargo e Lisecronio andarono a casa dell’artista. Recuperarono la sua borsa e qualche soldo per passare la giornata in giro, dunque si diressero alla galleria in cui si sarebbe tenuta la mostra. Arrivando, videro una certa ressa davanti all’entrata.

«Non doveva aprire nel pomeriggio?» chiese Lisecronio grattandosi le tempie.

«Infatti! Il signor Mibronzio dovrà spiegarmela, questa.»

I due tagliarono la folla ed entrarono in galleria sotto sguardi curiosi. Il curatore, non appena li vide, gli venne incontro con le mani avanti.

«Cinnemargo, non ho potutto trattenere la folla!»

«Dovrebbe avere un po’ più di carattere, signor Mibronzio. Ma non fa nulla, si vede che il pubblico mi apprezza. A proposito, tenga, le ho portato un quadro da appendere?»

«Un altro?» chiese il curatore, sudando copiosamente. «Spero che non sia scandaloso come quello che ho trovato stamattina!»

«Ma che sta dicendo?»

«Ma quel ritratto, Cinnemargo! Me ne sono accorto stamani, mentre aprivo la galleria assieme alla donna delle pulizie. Dovevi vedere come si è esaltata, quella. È colpa sua se è venuta tutta questa gente: non ha potuto fare a meno di andare a spargere la voce.»

Cinnemargo non capiva di cosa stesse parlando. Gli mollò Gli effetti del progresso su chi non ne usufruisce e seguì la fila che si inoltrava nella galleria. Era tutto un mormorio finché non arrivò alla parete su cui era appesa l’immagine che aveva suscitato tanto clamore. Era il ritratto di Oldapranda, lo stesso che aveva fatto il giorno prima. Ora stava appeso là, mettendo in mostra le grazie della sua amante e della figlia di una delle famiglie più conosciute e rispettate del paese. D’un tratto i sensi di Cinnemargo si ottusero. Non gli arrivavano più le voci di tutti quei curiosi, nelle orecchie aveva solo un fischio acuto. E gli occhi si perdevano nei dettagli del disegno, non riuscendo a mettere a fuoco nient’altro. La sua mente rimase così intorpidita, finché non si sentì chiamare da una voce lontana, ma familiare.

«Cinnemargo… Cinnemargo!»

Era Oldapranda che lo chiamava, era dietro di lui. L’artista si girò e la vide con gli occhi pieni di lacrime di vergogna. Lei gli diede un ceffone talmente forte da farlo girare di nuovo verso il disegno. Cinnemargo gridò e lo strappò dal muro, poi lo fece in mille pezzi. Oldapranda nel frattempo fuggì fuori. Lui provò a seguirla, ma lei era già sulla sua automobile, e se lo stava lasciando indietro assieme a una nuvola di polvere. Lisecronio gli si avvicinò.

«Che hai fatto, Cinni?»

L’artista frugò nella borsa e prese il blocco da disegno. Dentro, c’era ancora il ritratto di Oldapranda.

«Nulla.»

 

***

Il rombo del tuono non riuscì a coprire del tutto il rumore di vetri infranti. L’uomo si mise a sedere sul letto, con la bocca semiaperta. Ora si sentiva solo lo scrosciare della pioggia e l’ululato del vento, che si credeva un lupo. Prese un revolver dal cassetto del comodino. Un lampo fece brillare la canna. L’uomo si alzò e andò verso la porta, col dito che tremava sul grilletto. Fuori dalla stanza c’era un corridoio buio e vuoto, percorso da una corrente gelida. L’aria veniva dal salotto, assieme al rumore dell’acqua che il vento spruzzava sul pavimento. Entrò cauto, dando sempre la precedenza all’arma. Un altro lampo accese il cielo, e su una poltrona apparve una sagoma immobile. Il tuonò che seguì fece un lungo duetto con la pistola. L’uomo girò l’interruttore della luce e guardò l’intruso. Era pallido e privo di lineamenti, e l’unico buco che aveva in faccia era quello scavato da uno dei proiettili.

Un fruscio attirò lo sguardo perplesso del  futurario verso una tenda. Cinnemargo usciva dal suo nascondiglio, fradicio dalla testa ai piedi. Anche lui aveva un revolver, con cui indicò il manichino che giaceva sulla poltrona.

«Hai sprecato tutti i colpi su quel disgraziato. Ora butta quella pistola inutile.»

Nebrelassio fece un passo indietro, con un sorriso incredulo sul volto, e andò a sbattere contro la cornice della porta. L’arma gli cadde dalle mani. Cinnemargo non indugiò oltre con le parole e gli andò addosso con un passo lungo esattamente quanto la propria gamba. Un pugno ben assestato sulla mascella fece crollare il futurario come una capra spaventata. L’artista lo accomodò su una sedia, lo immobilizzò con delle corde e gli tappò la bocca con lo stracciò più sporco che trovò. Nel compiere queste operazioni notò che al collo dell’uomo c’era una catenella che reggeva una chiave. La prese e uscì nel corridoio. C’erano molte porte, e Cinnemargo girò diverse maniglie prima di trovarne una chiusa a chiave. Allora usò la chiave di Nebrelassio ed entrò in uno sgabuzzino ingombro di alcuni degli oggetti anacronistici che il futurario teneva in negozio. Ne esaminò alcuni, ma non diede particolare interesse a nessuno. Piuttosto si concentrò sull’unico mobile che c’era nella stanza. Era un armadio di noce, stretto ma profondo e dallo stile molto semplice. Cinnemargo lo aprì, ma sentì Nebrelassio lamentarsi, nell’altra stanza, e andò da lui.

«Giusto in tempo, futurario.»

Afferrò la sedia per lo schienale e la trascinò fino alla stanza con l’armadio stretto. La sistemò di fronte al mobile, poi estrasse la pistola e appoggiò la bocca della canna tra gli occhi di Nebrelassio.

«Ho alcune domande da farti, ma è ovvio che devo toglierti quella pezza dalla bocca. Se quando lo farò, griderai, io ti sparerò. Hai capito?»

Il futurario annuì, e Cinnemargo gli liberò la bocca.

«Voglio capire come hai fatto ad avere i miei dipinti e i miei disegni. Mentre eri svenuto ho trovato questo strano armadio pieno di quadranti e con una sedia dentro. È una macchina del tempo?»

«Oh, dannato artista irascibile! C’era bisogno di aggredirmi per farmi domande? Potremmo parlarne da gentiluomini, ho pure del buon vino in casa!»

Gli occhi di Cinnemargo mostrarono la sclera insanguinata.

«Qua non c’è nessun gentiluomo! Non ti rendi conto di quanto i tuoi scherzi mi abbiano danneggiato? Perché mi hai fatto questo?»

Nebrelassio, nonostante la contusione, mostrò un sorriso beffardo. Almeno con lato destro della faccia.

«Mi è sempre piaciuto scherzare, lo sanno tutti. Un giorno ho avuto l’occasione di farmi beffe di uno dei tanti artisti pieni di sé che girano per Voncisballe, e l’ho colta al volo! Non prenderla sul personale, Cinnemargo. Piuttosto, togliamoci da questa situazione imbarazzante. Liberami, e facciamo finta che non sia accaduto nulla.»

«Vai al diavolo! Non posso credere che hai rovinato la mia carriera e mi hai allontanato dalla donna che amo solo perché hai avuto l’occasione di farmi uno scherzo.»

«E invece sì, ah! Allora, mi liberi?»

Cinnemargo lo guardò a bocca aperta.

«Ma che razza di movente è?»

«A che mi serve un movente? Non ho mica ammazzato nessuno!»

«Va bene, ho capito che sei pazzo. Ora rispondi alla domanda di prima: questa è una macchina del tempo?»

«Sì, ti piace? L’ho vinta a un’asta tre anni fa. Era tra i beni dello scomparso professor Brapenurgo, un grande esperto di fisica. Ovviamente nessuno aveva capito di che si trattasse, io stesso l’avevo scambiata per un qualche tipo di camera iperbarica. Poi, tra gli appunti del professore, ho trovato le istruzioni per usarla. Purtroppo non funziona tanto bene, come vedi i quadranti sono bloccati su una data e non si possono regolare diversamente.»

«E tu, con una macchina del tempo a disposizione, non hai avuto un’idea migliore che rubare cianfrusaglie e… i miei dipinti. Avresti potuto vivere nel futuro, oppure avvertire noi del presente dei guai che ci aspettano. Avresti potuto vincere la lotteria! E invece, mi pare che tu ti sia un po’ limitato.»

«Il futuro in cui sono stato non mi ha dato tutte queste occasioni. Dovresti farti un giro e vedere con i tuoi occhi. Potresti approfittarne per recuperare le tue preziose opere d’arte. Ma torna presto, non voglio rimanere qui legato come un salame.»

Cinnemargo guardò la macchina del tempo e sorrise, poi si girò di nuovo verso Nebrelassio. La sua espressione era tornata cupa.

«Non mi importa più niente dei miei quadri. Sai cos’ho fatto prima di venire qui? Ho organizzato una grande mostra, riuscendo a metterci anche i quadri già venduti. Poi, prima che aprisse, li ho ammucchiati e ho fatto un bel rogo.»

«Ah! E poi sarei io quello strano.»

Fuori, il temporale non si dava tregua. Un potente lampo illuminò per un secondo il corridoio. Cinnemargo si voltò verso la porta, con lo sguardo perso oltre la soglia. Poi tornò a guardare il futurario e digrignò i denti in un sorriso allucinato. Alzò la pistola e la puntò contro il viso di Nebrelassio, non più beffardo ma deformato dalla paura.

«Sta per arrivare un altro tuono.»

 

***

Con gli occhi spalancati e inespressivi, l’artista guardava oltre la sottile striscia di fumo che risaliva dalla bocca della pistola. Il futurario aveva la testa gettata all’indietro e un buco sanguinoso tra gli occhi. Sulla parete colava ancora il sangue della vittima.

Un giornalista dedito alla cronaca, ma con una vena più poetica, avrebbe scritto più tardi, in riferimento alla scena del delitto: “Se si mettesse una cornice quegli schizzi di sangue, si potrebbe dire che quello sarà l’ultimo quadro dell’artista”. Fu considerata una frase inopportuna, banale e tutt’altro che veritiera. Inoltre, era ancora troppo presto perché nascesse l’espressionismo astratto.

Un altro tuono scosse Cinnemargo dalla catalessi. La sua mano lasciò cadere la pistola, mentre il resto del corpo sussultava percorso da un brivido. L’artista abbandonò la stanza per andare nel salotto. Guardò attraverso la finestra che aveva rotto, senza sporgersi. Il temporale cominciava ad allontanarsi e la strada, due piani più sotto, sarebbe presto diventata silenziosa.

Cinnemargo tornò indietro e iniziò a esaminare la macchina del tempo, ma la presenza di Nebrelassio, nonostante avesse smesso di parlare, pareva renderlo nervoso. Così trascinò il cadavere nel corridoio e si chiuse a chiave nello stanzino. Si guardò intorno e vide un quaderno posato su uno sgabello. Lo prese e lo sfogliò, erano le istruzioni per usare la macchina del tempo. Le seguì attentamente. Collegò la macchina a una presa elettrica, la avviò girando un interruttore, entrò e chiuse il portello. Un lampadina illuminava l’interno.

C’erano dei quadranti che indicavano l’ora attuale e altri valori sconosciuti all’artista. Tramite due manopole si potevano impostare dei valori etichettati come “cicli” e “versione”. Cinnemargo provò a girarle, ma erano bloccate. L’artista allora tirò una leva e la macchina cominciò a emettere un ronzio, mentre la luce all’interno si faceva sempre più intensa. Da fuori si videro solo fumo e scintille, poi la corrente saltò con un botto. Dentro la macchina non c’era più nessuno.

Cinnemargo ora era al buio. Spinse il portello e barcollò fuori dalla macchina, ma non era più a casa del futurario. Si trovava in un piccolo seminterrato, debolmente illuminato dalla luce grigiastra che entrava da una finestra bassa e larga. Alle pareti erano appoggiati numerosi scaffali, uno di questi era crollato sul pavimento. Sulle mensole non c’erano molti oggetti e le scatole, sparse per terra, erano tutte aperte e parzialmente svuotate. Cinnemargo si guardava intorno, con le mani sui fianchi.

«Ecco dove si riforniva Nebrelassio.»

Andò a premere un interruttore posto vicino all’ingresso, ma non si accese nessuna luce. Allora tornò alla macchina del tempo e si abbassò per osservarla. Era accesa, eppure non c’era nessun cavo di alimentazione.  

Cinnemargò esplorò un po’ la stanza. In un angolo, sul pavimento, c’era un mucchio di carta da imballaggio stracciata. La stessa con cui erano avvolti alcuni quadretti sistemati su uno scaffale. Cinnemargo osservò a lungo gli involucri, lesse i titoli scritti sulla carta, ma non toccò nulla. Piuttosto si interessò alla stretta rampa di scale che avrebbe dovuto portarlo fuori. Un mucchio di detriti la rendeva inagibile. Dal lato opposto della stanza, a un paio di metri d’altezza, c’era una lunga finestra dai vetri opachi. Cinnemargo afferrò uno degli scaffali che stavano sotto alla finestra e lo scosse, rivelandone l’inaffidabilità come appoggio per arrampicarsi. Guardò lo scaffale accanto, che in effetti era già caduto per terra. Nella penombra vide una mano rinsecchita uscire da sotto.

Sollevò lo scaffale e trovò ciò che, con molta probabilità, si aspettava, il resto del corpo. Erano i resti mummificati di un uomo anziano che indossava, sopra i vestiti, un banale camice. Sarebbe potuto essere un macellaio così come un altro pittore, ma Cinnemargo, che pareva avere intuito, disse: «Il professor Brapenurgo, suppongo». Lasciò ricadere lo scaffale.

Impilando alcune scatole ancora piene riuscì ad arrampicarsi in modo abbastanza sicuro, e raggiunse la maniglia della finestra. Non fu facile da aprire, ma alla fine cedette. Cinnemargo parve godere della ventata di aria dall’esterno, ma la visuale gli era completamente coperta dall’erba alta. Si aggrappò al bordo della finestra e strisciò fuori, tra le erbacce di un giardino abbandonato. Si alzò e si voltò a guardare la casa. Era più che diroccata, sembrava colpita da una bomba. Era giorno, ma il cielo era coperto da una coltre di nubi scure che non lasciava passare un raggio di sole.

Cinnemargo fece il giro della casa e attraversò un cancelletto di ferro arrugginito. Sbucò su una strada dissestata che passava in mezzo a quel che rimaneva di un quartiere residenziale. Non si vedeva nessuno in giro, e nell’aria si sentiva, in lontananza, solo un rumore cupo e continuo. Ai lati della carreggiata era abbandonate alcune automobili, non le stesse che Cinnemargo vedeva in giro ai suoi tempi. L’artista si guardò un po’ intorno, poi prese a seguire la strada. Dopo alcuni minuti la strada cominciò a salire, poi finì in uno slargo circolare, un piazzale di asfalto circondato dalle ultime case del quartiere.

Cinnemargo seguì una fila di siepi che girava dietro una delle case. Salì delle scale guardando bene dove metteva i piedi, e sbucò su una terrazza con una piscina piena di acqua stagnante. Quando alzò lo sguardo vide tutta la valle di Voncisballe aprirsi davanti ai suoi occhi. La città giaceva in rovina sotto i lampi di quel cielo livido. Era più grande della città che conosceva lui, c’erano grattacieli altissimi che si sgretolavano mentre li guardava.

Il rombo che udiva si rafforzò, come se si stesse avvicinando. Cinnemargo girò attorno alla piscina per affacciarsi dalla terrazza, che si sporgeva sul fianco della collina. Da lì aveva una vista più ampia. Si appoggiò al parapetto e guardò alla sua destra. Crollò sulle ginocchia urlando. Il rombo era ancora più forte. Un’enorme massa nera attraversava lentamente il cielo, dirigendosi verso la città. Era la sogliola. Era più grande di qualsiasi oggetto che avesse mai sorvolato i cieli della Terra. Gli occhi erano volti verso il basso, e si muovevano indipendentemente, proiettando coni di luce gialla che illuminavano a giorno ciò che toccavano. Quando arrivò sulle rovine di Voncisballe si fermò e scandagliò a lungo il terreno. A un certo punto cominciò a ruotare su se stessa, e Cinnemargo rimase a guardare. Quando la sogliola si fermò, Cinnemargo urlò di nuovo e si mise a correre. Tornò sulla strada e discese a rotta di collo verso la casa da cui era strisciato fuori. Rientrò nel seminterrato e si gettò a terra, perdendo i sensi per un ora.

Si svegliò con quel suono cupo e continuo che gli faceva vibrare i timpani. Guardò la finestra, che era rimasta aperta. All’improvviso una luce gialla illuminò il giardino ed entrò fin nella cantina. Durò poco, poi scomparve. Cinnemargo gattonò fino alla macchina del tempo e vi si chiuse dentro.  Afferrò la leva, ma esitò a tirarla. Con l’altra mano provò a girare le manopole, che ora funzionavano. Le portò entrambe sul valore zero e, dopo un respiro profondo, tirò la leva.

 

***

Il professor Brapenurgo montò lo sportello sulla macchina del tempo e si accertò che si chiudesse correttamente. Testò tutti gli interruttori e le manopole, poi collegò l’apparecchio alla corrente elettrica e lo avviò. La luce all’interno si accese, alcune lancette si alzarono. Lo scienziato batté le mani e spalancò la bocca.

«Si è accesa! E non sta bruciando niente!»

Su un tappetino c’era un bassotto acciambellato. Brapenurgo prese un biscotto dalla tasca del camice e fischiò. Il cane scattò in piedi e inclinò la testa.

«Qua sopra», disse il professore battendo una mano sul sedile della macchina.

Il cane obbedì e si guadagnò il suo biscotto. Il professore controllò tutti i parametri dell’apparecchio e prese degli appunti su un taccuino. Dunque si rivolse al cane.

«Al mio via abbassa la leva di partenza, d’accordo?»

«Woof!»

Brapenurgo chiuse lo sportello e fece il conto alla rovescia. Al segnale, il bassotto appoggiò le zampe anteriori sulla leva e la tirò giù. Quando il professore riaprì lo sportello il cane non c’era più. Il vecchio esultò e scrisse altre cose sul taccuino. Poi attese che accadesse qualcos’altro. La macchina era chiusa e non dava segni di attività. Fu così per quasi un’ora, poi il professore cominciò a mostrare una certa impazienza, e allora la macchina ricominciò a ronzare, poi si sentì un tonfo. Lo scienziato aprì lo sportello e gridò, perché dentro alla macchina non c’era il suo cane, ma Cinnemargo.

«Chi è lei e dov’è il mio cane?»

«Sono Cinnemargo Gribolieri, e non vedo un cane da giorni.»

«Ah, l’artista!»

«Esatto. Lei dev’essere il professor Brapenurgo.»

«Fluborgio Brapenurgo, esatto. Ma lei come c’è finito nella mia macchina del tempo?»

«Intanto le dispiace se esco? Sono stanco e traumatizzato.»

«Mi scusi, ha ragione. Vuole restare per cena?»

«Volentieri.»

Brapenurgo accompagnò Cinnemargo in salotto e lo fece accomodare su una poltrona. Andò a prendere una bottiglia di vino e riempì due bicchieri. L’artista vuotò il primo con un unico sorso, e si servì da solo il secondo. Nel frattempo lo scienziato, seduto di fronte all’artista, prendeva appunti e si grattava la barba. Passarono alcuni minuti in silenzio, poi Brapenurgo diede un colpo di tosse per anticipare la sua domanda.

«Signor Gribolieri, si è rilassato? Vorrei chiederle qualche informazione.»

«D’accordo, ma prima mi dica lei una cosa: che anno è questo?»

«Millenovecentotrenta. Non ha fatto molta strada, eppure la vedo un po’ sconvolto.»

«Molto sconvolto e confuso. Le racconterò la mia storia senza omettere nulla, e spero che entrambi ne possiamo ottenere delle risposte.»

Il professore ascoltò Cinnemargo senza intervenire, ma prese molti appunti. Nel frattempo fu svuotata un’altra bottiglia di vino, e l’artista confessò senza titubare anche l’omicidio di Nebrelassio. Quando finì di raccontare le sue vicende ed esporre i propri dubbi, lasciò la parola a Branepurgo. Il professore era diventato pallido, nonostante il vino, e le sue mani tremavano.

«La tua testimonianza è stata molto preziosa, Cinnemargo. Possiamo darci del tu, vero?»

L’artista annuì.

«Quello in cui sei stato non era il diretto futuro del tuo presente, perciò il futurario ha trovato opere che tu, in quella tua versione, non hai dipinto. E questa in cui ti trovi non è lo stessa realtà da cui sei partito dopo avere ucciso Nebrelassio. Ecco pure perché hai trovato il mio cadavere, ma ora mi vedi vivo e in salute, perché quel viaggio io non l’ho mai fatto. Prima di oggi non sono mai riuscito ad attivare la macchina, a differenza del professore del tuo tempo, pace all’anima sua. La cosa buffa è che quel futuro non sarebbe stato com’era, se tu non ci fossi stato.»

«Che intendi?»

«Il quadro della sogliola è stato dipinto nel millenovecentotrenta, ma tu quel mostro hai potuto vederlo solo andando nel futuro. E quello è dunque il futuro diretto di un passato in cui tu sei tornato da quello stesso futuro!»

«Professore, devo ammettere di non stare capendo nulla.»

«Tu sei andato nel futuro, hai visto quel mostro e ora, tornato indietro, lo dipingerai. Tra più di cent’anni un Nebrelassio arriverà in questa realtà, e troverà quel quadro. Un’altra cosa non capisco, perché i tuoi quadri e la macchina si troveranno nello stesso luogo?»

«Non saprei. Ma io non voglio dipingere più niente, professore.»

Brapenurgo si alzò di scatto, barcollò un secondo e subito ricadde sulla poltrona.

«Ma come! E il quadro come farà a esistere nel futuro?»

«Professore, si vede che quello non era il futuro di questo presente. Qualche altro Cinnemargo sarà stato nel futuro e, tornato nel passato, ha avuto voglia di dipingere quella sogliola.»

Il professore aggrottò la fronte e prese a scrivere.

«Potrebbe avere senso, sì. Forse quel Cinnemargo ha pure comprato la macchina, o sarà stato un altro professore a comprare i suoi quadri? È un gran bell’imbroglio, non trovi?»

«In realtà credo di aver appena capito cosa fare.»

«Riguardo a cosa?» chiese il professore alzando lo sguardo.

«Al futuro», rispose Cinnemargo. Si alzò, afferrò una bottiglia vuota e la spaccò sul tavolo. Poi si avvicinò al professore e gli puntò alla gola il vetro affilato.

«Da ciò che ho compreso, sono ancora in tempo per salvarlo. Ma devo distruggere quella macchina, Fluborgio, e impedire che tu ne costruisca un’altra.»

Il professore sprofondò nella poltrona e congiunse le mani. Non si sa se per pregare Dio o Cinnemargo, perché non disse nulla.

«Ti propongo una soluzione, professore. Fa’ i bagagli e prova la tua macchina del tempo, sapendo che non potrai più tornare indietro. Non mi sembri una persona malvagia, quindi accetta, per favore…»

Il professore accettò balbettando, e fece ciò che Cinnemargo gli ordinò.

Tremava ancora mentre era seduto nella macchina, stringendo un fagotto preparato in fretta. Cinnemargo teneva lo sportello aperto, e attendeva che il professore scegliesse la sua destinazione.

«Ovunque tu vada, Fluborgio, ti consiglio di nascondere o distruggere questo affare.»

«Mi dispiace, pensavo potesse essere utile… Comunque, ho scelto. Forse riuscirò a recuperare il mio bassotto.»

«Buona fortuna.»

Cinnemargo chiuse lo sportello e la macchina del tempo si avviò.

L’artista abbandonò la casa di notte, mentre le fiamme cominciavano a consumarla dall’interno.

Alcuni giorni dopo, un uomo col volto nascosto da una sciarpa e un cappello, entrò nell’affollata galleria d’arte di Voncisballe. Visitò le sale, osservando ogni quadro che era appeso al muro. Si soffermò più tempo su una tela che raffigurava un gatto investito. Nella stanza del rinfresco, Cinnemargo era circondato da critici e ammiratori, che facevano domande e complimenti. Con un braccio reggeva un calice di vino bianco, e con l’altro cingeva i fianchi di Oldapranda. L’uomo con la sciarpa lo guardò da lontano, ma l’artista parve avvertire la sua presenza e girò gli occhi verso di lui. L’uomo allora fuggì. Fuori dalla galleria fermò una vettura e chiese di farsi accompagnare al porto.

Dal ponte della nave guardava le coste della Melmerigia farsi sempre più lontane. Allora si liberò della sciarpa e si grattò la folta barba che gli copriva il viso. Un uomo e una donna che passeggiavano sul ponte si fermarono accanto a lui.

«Anche lei sta lasciando questa terra di delusioni?» chiese la donna.

«Sì, ma in un certo modo sarò sempre lì.»

«Ah», fece il compagno, cercando di trascinarsi via. «Un poeta!»

L’uomo barbuto si voltò di scattò e trafisse l’altro con lo sguardo, poi si smascellò dalle risate.

«Offritemi del vino e stasera sarò pure poeta, signori!»